Patrick McGrath: «In tutti noi c’è un pizzico di follia»


patrick-mcgrath-po_2565831bDopo aver presentato in anteprima mondiale al Salone del Libro di Torino il suo ultimo libro, “L’Estranea” (Bompiani, pp. 292 euro 18,50), il noto scrittore inglese Patrick McGrath – autore del best-seller “Follia” – è tornato in Italia in occasione della Milanesiana, intervenendo sul tema della perfezione. McGrath è ormai celebre per la sua capacità di indagare la mente dei propri protagonisti, creando un clima di suspense che difficilmente concede scampo al lettore, posto al centro delle emozioni narrate. La sua nuova protagonista, Constance, è una donna infelice che si rifugia in un frettoloso matrimonio, ma ben presto si renderà conto che aver sposato Sidney, un uomo ben più maturo, è soltanto un altro passo verso la ricerca di una figura paterna. Sul piatto della bilancia narrativa, McGrath aggiunge anche i sentimenti contrastanti che la protagonista prova per l’esuberante sorella minore, Iris, sua nemesi e detentrice di una sconvolgente verità che condurrà Constance verso il baratro della follia. 

Al Salone del Libro di Torino lei ha dichiarato che preferisce portare in pagina donne problematiche. Perché ha scelto Constance come protagonista de “L’Estranea”?

«Constance è nata dal desiderio di porre al centro del libro una donna che avesse dei rapporti problematici con il padre, proprio per tale motivo lei deciderà di sposare un uomo più maturo che vedrà come una figura paterna. Ma queste scelte comporteranno delle inevitabili conseguenze».

A differenza di altre sue protagoniste, Constance sembra in preda a passioni e sentimenti imperscrutabili. Dal punto di vista narrativo è stata una sfida gestire questo personaggio?

«Assolutamente. Constance è stato il personaggio più complesso e problematico che abbia mai creato, ho avuto davvero grosse difficoltà a capirla. Mi sono serviti quattro anni per scrivere questo libro, un tempo necessario per comprendere la vera natura della mia protagonista, il senso delle sue azioni».

Sin dalla prima pagina si ha l’impressione che Constance possa fare qualcosa di irrimediabile da un momento all’altro, quasi come se lei la rincorresse sulla pagina…

«Sono d’accordo. Questa perdita di controllo sulla mia protagonista è stata proficua per il ritmo e la profondità del libro ma è stata anche un’esperienza molto dolorosa, a volte. Non ero certo che sarei riuscito a terminare il libro, né se sarei stato in grado di trasmettere al lettore il fascino che Constance esercitava su me».

In generale lei sembra avere una netta preferenza per le protagoniste femminili. Trova più interessante l’universo femminile?

«Sin dall’inizio della mia carriera di scrittore mi sono reso conto che i problemi maschili mi annoiavano. Al contrario le problematiche del mondo femminile mi hanno sempre attratto, soprattutto quelle derivanti dal fardello aggiuntivo di dover interagire con gli uomini».

Per la prima volta ha deciso di scegliere un punto di vista alternato fra Constance e Sidney. Perché?

«Volevo mostrare come Constance leggesse la realtà, permettendoci di provare empatia per lei e per il suo modo di vedere le cose. Contemporaneamente volevo mostrare come quella stessa realtà apparisse agli occhi di un’altra persona, affinché il lettore potesse provare sensazioni e stati d’animo differenti, pur se derivanti dai medesimi eventi».

La sua fama è certamente legata alla grande capacità di leggere i processi logici e illogici dei suoi personaggi. Com’è nata questa particolare passione?

«Il mio grande interesse per la natura umana e le emozioni talvolta laceranti che siamo capaci di provare, li devo a mio padre che ha certamente avuto una fortissima influenza su di me. Proprio grazie a lui (ha lavorato a lungo nel manicomio criminale di Broadmoor come psicologo, ndr) mi sono interessato alla letteratura psicologia e alle opere di psichiatria, soprattutto quella di Freud. Da romanziere ciò ha comportato un particolare interesse per la vita interiore delle persone, per il loro modo di leggere la realtà e l’interazione con gli altri.

Lei scrive “credo che ciascuno di noi si crei il proprio destino, scegliendo se restare vittima o no, della propria infanzia”. Cosa ne direbbe Freud?

«Freud non avrebbe avuto problemi con quest’affermazione, non era un determinista e dunque non credeva che noi fossimo destinati ad esprimere nella nostra vita le nevrosi trasmesse dai nostri genitori. Nondimeno certamente suggerirebbe di ricorrere alla psicanalisi per affrontare il bagaglio emotivo ma io sono convinto che non si debba necessariamente ricorrere ad uno specialista per risolvere i nostri problemi, anzi, credo che ci si possa curare da soli».

Non crede che un pizzico di follia serva a raggiungere la felicità?

«Certo. Ci sono tracce di pazzia nei nostri gusti musicali, nel nostro abbigliamento, nel senso dell’umorismo, nella fantasia e nel modo in cui si esprimiamo al di fuori del contesto lavorativo. Senza dubbio c’è un pizzico di pazzia anche nei nomi che diamo ai nostri figli».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2012/09/03, in Interviste con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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