Carmine Abate: «Mi piace la competizione»


Alla finalissima della 50esima edizione del Premio Campiello che si terrà stasera, sabato 1° settembre, a Venezia (presso il Teatro La Fenice), lo scrittore calabrese Carmine Abate si presenta con il favore dei pronostici ma dovrà vedersela con agguerriti avversari su cui spiccano Marcello Fois e Francesca Melandri (senza tralasciare Marco Missiroli e Giovanni Montanaro), tutti in attesa del verdetto dei trecento lettori della Giuria. Originario di Carfizzi (Crotone), Abate è emigrato giovanissimo in Germania con la propria famiglia e oggi vive in Trentino per cui non sorprende che il ricordo e la difesa della propria terra natìa siano i temi cardine dei suoi scritti che ritroviamo anche nel suo ultimo romanzo, La collina del vento (Mondadori, pagine 250 euro 17,50) con il quale Abate cerca la definitiva consacrazione. La famiglia Arcuri e la sua tenace resistenza ad ogni sorta di soprusi è al centro della narrazione che prende avvio nel 1902 e si concluderà solo un secolo dopo ma il personaggio principale sarà il celebre archeologo Paolo Orsi che condurrà il lettore sulle orme della Magna Grecia…

Alla finale del Premio Campiello lei si presenta da favorito, anche se al Campiello sembrano godere di più fortuna gli autori settentrionali. Sente di “giocarsela in trasferta”?

«Da ragazzo correvo i cento metri a livello agonistico, so cosa vuol dire gareggiare e cosa significa sportività. Perciò me la gioco tranquillamente in trasferta, come dice lei, consapevole che ciò che conta in un premio trasparente come il Campiello non è la provenienza geografica di un autore ma la forza delle storie che narra».

Quale dei suoi avversari teme maggiormente o ha letto con maggiore interesse?

«Li ho letti tutti con molto interesse e curiosità per la stima che nutro nei confronti di ognuno di loro. Siamo stati assieme in dieci incontri, tra di noi sono nate delle amicizie, non li vedo come avversari ma come colleghi che hanno avuto come me la fortuna di essere stati scelti da una giuria molto competente come i cinque vincitori del premio selezione Campiello. Ora aspetto, sereno, il verdetto della giuria popolare».

La collina del vento narra l’epopea della famiglia Arcuri nell’arco di un secolo. Perché ha scelto di narrarla?

«Questa storia nasce da un’immagine reale, quella di una collina dell’Alto Crotonese che si affaccia sullo Ionio, e da una promessa che ho fatto a mio padre l’ultimo anno della sua vita: avrei raccontato le storie che lui mi raccontava, anche le più segrete e scomode, prima che morissero con lui. Da questa promessa è scaturita l’urgenza, la necessità che è alla base di ogni mio libro. Il resto è venuto da sé».

Sia la collina del Rossarco, cui accenna il titolo, che la stessa Calabria, atavica e arida, possono essere intese in senso allegorico, quasi come fossero veri e propri personaggi?

«Nel rileggere la prima stesura del romanzo, anch’io mi sono accorto del fatto che la collina diventava il simbolo di una terra ferita e bellissima. Confesso che all’inizio non era voluto. È questa la forza della letteratura: che un microcosmo possa diventare un grande personaggio con un’anima e degli occhi, e soprattutto che possa contenere i grandi temi della vita – l’amore, la morte, il mistero, l’identità, ecc. -, divenire universale, insomma, riguardando tutti i lettori e non solo quelli che la popolano».

Nel suo modo di narrare la Calabria prevale maggiormente la malinconia o la voglia di riscatto?

«Sicuramente la voglia di riscatto. Non a caso, attraverso la famiglia Arcuri, racconto di gente che resiste ai soprusi di ogni tipo nell’arco di un secolo: del latifondista locale, poi podestà, delle intimidazioni mafiose e, ai giorni nostri, dei cosiddetti signori del vento che stanno riempiendo la Calabria di pale eoliche e vorrebbero costruirne due sulla collina del Rossarco.  Spero che le famiglie come quella degli Arcuri diventino più numerose in tutto il Sud. Perché senza di loro il riscatto non sarà possibile. E senza riscatto non ci sarà futuro».

Perché ha scelto di portare sulla pagina il celebre archeologo Paolo Orsi impegnato nella ricerca di Krimisa? Le piace l’idea di aver velato di mistero il suo romanzo?

«La prima volta che mi sono imbattuto in Paolo Orsi è stato quando agli inizi degli anni Ottanta ho fatto la prima supplenza a Rovereto, nella scuola media a lui intitolata. Allora non sapevo nulla di questo straordinario personaggio. Poi ho scoperto che aveva scavato nel 1924 a pochi chilometri dal mio paese, alla ricerca dei resti del tempio di Apollo Aleo e dell’antica cittadina magno-greca di Krimisa. Non sono stato io a velare di mistero la mia storia: è misteriosa la ricerca di questa città, e ancora di più è misteriosa la collina che nelle sue viscere nasconde tanti segreti».

Da giovane si è dato alla scrittura, dalla prosa alla poesia. Ma cosa significa per lei scrivere?

«Per collegarmi alla domanda precedente, scrivere vuol dire scavare nella propria vita, nella memoria collettiva. Aggiungerei, parafrasando Elias Canetti che se ne intendeva: scrivere vuol dire custodire la metamorfosi, cioè la memoria che si trasforma fino a diventare presente».

 

Francesco Musolino

da La Gazzetta del Sud

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2012/09/01, in Interviste con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: