«Ho sempre preferito la finzione letteraria alla realtà». Peter Cameron si racconta


Nel momento stesso in cui consentiamo a uno scrittore di entrare nel nostro personalissimo Olimpo, aspettando con crescente frenesia la pubblicazione (e la traduzione) del suo ultimo libro per poi divorarlo nello spazio di pochi giorni, qualcuno di buon cuore dovrebbe rammentarci che anche il più magnetico dei romanzieri – capace di affascinarci con la sua prosa e l’inventiva delle sue trame – rimane sempre un essere umano, con i pregi ma anche con i suoi difetti e umane debolezze. Ci risparmieremmo cocenti delusioni dinanzi alle bizze e ai capricci cui spesso sono abituati gli addetti ai lavori del mondo editoriale. Rammentando questa verità ho incontrato per Linkiesta il romanziere statunitense, Peter Cameron, autore di punta per la casa editrice Adelphi, tornato in libreria con Il Weekend, dopo i grandi successi raccolti con Quella sera dorata (115 mila copie, 17 edizioni) e Un giorno questo dolore ti sarà utile (157 mila copie, 20 ed.) cui sono seguiti Paura della matematica e il più recente Coral Glynn. L’autore era in Sicilia per la sua prima volta inaugurando un tour promozionale che si concluderà con due attesi incontri al Festivaletteratura di Mantova. Fortunatamente, è bastato uno sguardo a quest’uomo di 53 anni, dal fisico asciutto e lo sguardo tenero, per tirare un sospiro di sollievo: Peter Cameron è esattamente come te lo immagini. La sua voce calma e profonda sembra venire fuori direttamente dalle pagine dei suoi libri densi di pathos, costantemente tesi a indagare l’animo umano alla ricerca del significato delle nostre passioni, con uno stile satinato e una prosa sempre elegante, persino nel cogliere con precisione le idiosincrasie che mandano in pezzi gli amori apparentemente più solidi e borghesi.

Mr. Cameron, due anni fa dichiarò al quotidiano La Stampa che trovava illogico il matrimonio. Ha cambiato idea?

«No. Purtroppo no. Mi spiace».

La spaventa l’idea dell’amore, forse?

«Affatto. Tolstoj scrisse “Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo” e io sono totalmente d’accordo. Intendo dire che la tipica concezione del matrimonio non mi appartiene, non è affine al mio essere ed è più semplice accettare il fatto che ogni persona possa avere bisogni e necessità diverse senza precludersi in toto la ricerca dell’amore, della felicità. Non intendo certo dire che l’intera istituzione del matrimonio sia fallimentare, piuttosto l’idea stessa di donare la propria esistenza ad una sola persona in modo devoto, non mi attrae. Ma è senza dubbio una scelta coraggiosa e ammiro chi vi trova la ricetta per la felicità».

Ha insegnato a Yale e attualmente alla The New School, nella sua New York City. Cosa chiede ai suoi studenti?

«Di leggere sempre. Personalmente lo faccio per 4-5 ore tutti i giorni. E non mi sento affatto colpevole nel farlo. È esattamente come respirare, è benzina, ispirazione».

Legge di tutto?

«Difficilmente rivedo un film ma ci sono alcuni autori che rileggo con grande piacere, di volta in volta. È il caso di Edward Morgan Forster, Anthony Trollope e James Salter. Non leggo frequentemente i thriller ma ho una grande stima per i grandi nomi del settore, capaci anno dopo anno, di elaborare trame sempre più elaborate e fantasiose. Come ci riescono?».

Con la sua postfazione ha schiuso le porte al successo di Stoner in Italia. Cosa l’ha colpita?

«È un libro davvero meraviglioso. John E. Williams andava assolutamente riscoperto per quel grande narratore che è. Perché “Stoner” piace tanto? In fin dei conti, si tratta di una “semplice” esistenza ma il modo in cui lo fa, la capacità di trascinarti dentro il flusso delle passioni, l’alternanza fra successi e fallimenti, fra speranze e sogni infranti, è davvero unica. E in un batter d’occhio hai voltato l’ultima pagina».

Come definirebbe il suo rapporto con la scrittura?

«(Prima di rispondere si tocca la testa) Penso alla scrittura tutto il tempo, tutta la giornata, in ogni momento, proprio come in un sogno ad occhi aperti ma solo quando mi sento pronto mi metto a scrivere e lo faccio di getto, senza ascoltare musica ed evitando qualsiasi distrazione. Non posso usare la macchina da scrivere perché i miei pensieri corrono via veloci, come un flusso che chiede di essere riversato in pagina nel giusto modo. Però a differenza di altri scrittori mi rendo conto che non potrei mai scrivere tutti i giorni o ad orari fissi, come se fossi in un ufficio. Ad esempio, Trollope scriveva un esatto numero di parole e il giorno dopo ricominciava e andava avanti così. Ogni volta che ci ripenso la cosa mi stupisce».

La scrittura è una dolce ossessione, come diceva Henry Miller?

«A volte dolce, talvolta amara».

Ha mai pensato di mollare uno dei suoi libri?

«Sì, arrivato ad un certo punto avrei voluto accantonare “Quella sera dorata”. Ho seriamente riflettuto sul fatto di ridare indietro l’anticipo e ricominciare daccapo con una nuova storia. Quando ne parlai con il mio agente, non cercò di convincermi ma mi disse di prendermi tutto il tempo necessario prima di decidere. E beh, ci fu il lieto fine».

Preferisce ciò che avviene nei suoi libri alla realtà?

«Sempre. Ho cominciato a scrivere per ideare un luogo che facesse da contraltare alle brutture della quotidianità e ancora oggi preferisco questo luogo ideale, dove posso aggiustare e far funzionare le cose».

Dopo “Il Weekend”, il prossimo anno Adelphi pubblicherà “Andorra”. Di che libro si tratta?

«E’ un romanzo che negli States è uscito nel 1997. Si tratta di un libro per certi versi più coraggioso, maggiormente legato al mondo dell’immaginazione, è qualcosa di diverso dallo stile che i lettori italiani associano ai miei romanzi. C’è un maggior lavoro sul linguaggio narrativo che si intreccia con il mistero legato al protagonista, un uomo che abbandona la sua vita negli States e decide di trasferirsi lontano per ricominciare».

Nei suoi libri lei indaga sui sentimenti, le passioni e le emozioni con grande tatto…però non ci sono scene di sesso. È una sua precisa scelta?

«La cosa più difficile, descrivendo scene esplicite, credo sia quella di azzeccare il tono, senza essere né morbosi né ilari. Non è cosa da poco. Ho messo qualche esplicita descrizione in “Coral Glynn” ma in effetti preferisco parlare di sentimenti, emozioni e sfumature perché sono temi che sento nelle mie corde, non credo sia un limite».

Che rapporto ha con la celebrità?

«Appena sarò celebre te lo saprò dire (sorride). Essere famosi per via della propria scrittura è strano, davvero bizzarro talvolta. Ma poter girare il mondo e incontrare i miei lettori è semplicemente un sogno e farlo in Italia è più bello che mai».

Qual è la più grande emozione che le ha regalato la scrittura?

«Nel 1983 la rivista The New Yorker pubblicò la mia prima short story. Allora avevo 24 anni e poco dopo, grazie alla visibilità ottenuta, venne pubblicato il mio primo libro, “In un modo o nell’altro”. Mi colpì moltissimo che una rivista tanto prestigiosa mi avrebbe pubblicato e che avrebbe pagato per farlo. Fu in quel preciso momento che capii che volevo essere uno scrittore più di ogni altra cosa».

Mr. Cameron veniamo all’attualità. Soffiano venti di guerra sul Medioriente, il Papa chiede un digiuno ai fedeli, Assad minaccia l’Occidente, Obama chiede il sostegno ma Ban Ki-moon e l’Onu temporeggiano mentre Putin solleva il dubbio che la colpa dell’uso del gas sarin sia dei ribelli siriani… Lei è preoccupato?

«Sì, sono molto preoccupato per la situazione in Siria e i suoi possibili sviluppi. Non ci sono ancora prove sufficienti per giustificare un attacco ed essere certi di fare la cosa giusta. D’altra parte come si può rimanere impassibili davanti allo sterminio della popolazione siriana, all’uso del gas contro donne e bambini inermi? È una situazione estremamente fragile e delicata».

Era contrario al conflitto in Afghanistan e Iraq?

«Certo. Non c’erano affatto prove sufficienti. Ma in questi anni il mondo stesso è mutato. Non ci sono più confini da sorvegliare che possono garantirci di essere al sicuro. La minaccia terroristica purtroppo può raggiungerci in qualsiasi posto, in Italia come negli States. Il mondo intero è una polveriera».

E come giudica l’operato di Barack Obama, le sue politiche?

 «Il presidente ha il mio sostegno. Credo che potesse fare di più ma sono anche convinto che volesse fare di più. La politica è un delicato gioco di equilibri, né la volontà né le migliori intenzioni talvolta sono sufficienti per fare la cosa giusta».

Francesco Musolino®

Fonte: Linkiesta.it

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2013/09/13, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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