«Il ceto medio italiano è in via d’estinzione, come il tonno rosso…». Guido Maria Brera scoperchia la scatola nera della finanza.


Guido Maria Brera

Guido Maria Brera

«Ho iniziato a scrivere questo libro dieci anni fa. Per me è stato come un processo di autoanalisi per guarire…». Con queste parole comincia una lunga chiacchierata con Guido Maria Brera, chief investment officer di una importante società di gestione patrimoniale e autore del romanzo “I Diavoli – La finanza raccontata dalla sua scatola nera” (Rizzoli, pp.416 €17,50). Scrivendo il suo primo romanzo, fatalmente, gli è capitato proprio di immedesimarsi con chi specula in finanza, con i Diavoli, «con coloro che fanno di tutto per condizionare la realtà» ma, proprio come il suo protagonista, Massimo De Ruggero, anche Guido Maria Brera ad un certo punto della sua brillante carriera, decollata in giovane età sul suolo londinese co-fondando il gruppo Kairos, ha dovuto aprire gli occhi ammettendo a se stesso che non è possibile controllare tutto e che fra i numeri e la realtà delle cose corre molta, scomoda, distanza. Mentre nelle sale cinematografiche impazza lo sfrontato “The Wolf of Wall Street” biomovie dedicato alla vita del truffatore milionario Jordan Belford (Rizzoli ha appena pubblicato la sua autobiografia da cui è tratto l’omonimo film) e interpretato da Leonardo Di Caprio, tuffarsi nella lettura de “I Diavoli” può davvero servire ad aprire la scatola nera della finanza, per comprendere il ciclone economico in arrivo sull’Occidente. E del resto Brera – che è stato guidato nelle spire del processo creativo dal fresco vincitore del Premio Strega, Walter Siti – rinuncerà al proprio anonimato per incontrare le scuole predicando speranza nel prossimo futuro…

Chi sono i Diavoli?

«Sono tutti coloro che fanno di tutto per condizionare la realtà. Sono persone disposte anche ad andare contro ai processi naturali per cercare di garantirsi e garantire un futuro prospero ad una fetta dell’umanità, forse proprio quella che oggi è in declino».

È vero che la sperequazione fra le classi sociali odierna rispecchia quella della Francia del 1788?

«Mi ha fatto molto impressione questo dato e soprattutto la data, immediatamente a ridosso della Rivoluzione Francese. Un paese evoluto, a mio avviso, deve avere una bassa differenziazione fra ricchi e poveri ma anche in America la situazione non è quella che appare…

Ovvero?

«La diffusione delle tessere sociali per avere cibo gratis è aumentata dal 2008 circa del 50%. Oggi è il 15% della popolazione americana ad usufruirne, 49 milioni di persone, quasi quanto la popolazione italiana eppure dicono tutti che l’America vada meglio…».

1707204_0 (2)Per questo ha deciso di scrivere un romanzo che spieghi la finanza?

«È molto semplice generalizzare e condannare tutto ma c’è una finanza buona e una cattiva, proprio come il colesterolo. La finanza buona porta i soldi da chi li ha sino a chi ha le idee proprio come una cinghia di trasmissione ma esiste anche un aspetto perverso, legato alla logica dell’indebitamento ovvero ci si indebita per comprare una cosa, avviando una spirale perversa e infinita. In Italia molte società sane sono state acquistate in questo modo, mettendole in ginocchio con processi speculativi».

E come ci si difende?

«Bella domanda. Credo che in primo luogo si debba combattere l’ignoranza, partendo dai quindicenni in poi poiché toccherà a loro subentrare e prendersi tutto questo sulle spalle. L’Italia deve puntare sui giovani, coccolarli, formarli e prepararli alla competizione internazionale».

Com’è nata l’idea di legare la scomparsa del ceto medio italiano al progetto di salvare il tonno rosso in cui su tuffa il suo protagonista?

«Trovo sia una potente metafora. L’impero greco e quello romano si sono formati proprio grazie al tonno rosso; erano riusciti a scoprire il modo per conservarlo e se lo portavano dietro durante le campagne militari. Oggi il tonno rosso è in via d’estinzione e la sua pesca andrebbe regolamentata, non abolita, garantendo l’eccellenza italica visto che si viene a riprodurre sulle nostre coste. Ad un certo punto, il “mio” Massimo non vuole più essere un Diavolo, si rende conto che condizionava il mondo con le sue operazioni ma ricade nella medesima trappola facendo di tutto per garantire la sopravvivenza dei tonni, creando allevamenti e tentando di andare contronatura pur di farcela. Il tonno rosso proprio come la classe media, purtroppo, sembra condannato a scomparire».

“La borsa è tutta un’illusione, è polvere di fata. L’importante è saperla vendere giorno dopo giorno per continuare il gioco”. E’ una frase tratta da “The Wolf of Wall Street”: che ne pensa?

«Non ho visto il film ma non lo considero un film sulla finanza. Questa frase rispecchia una concezione anni ’80 che oggi non si può più applicare. Per capire il mondo della finanza odierna trovo più calzante una frase di dell’economista George Soros: “i mercati hanno uno strano modo di prevedere il futuro, cioè crearlo”».

Dunque è possibile operare nella finanza in modo etico o c’è sempre un lato oscuro?

«Ci sono molti fondi etici riconosciuti ma è sempre un terreno minato. Né chi compre né chi vende ha il controllo totale delle informazioni, quello spetta solo al padrone dell’azienda, nel bene e nel male».

Nel libro emerge chiaramente che il vero lusso non sono i soldi ma poter disporre del tempo. Ovvero?

«Nella finanza si deve andare sempre a duemila all’ora e ciò non sempre è positivo, ti può spingere a prendere decisioni poco lucide. Ma questo andare molto veloce somiglia davvero alla possibilità di vivere tante vite, per cui compri sempre tempo, cerchi lo spostamento più rapido, la possibilità di fare più cose in contemporanea. Alla fine diventa quasi un modo d’essere, un vanto di chi fa finanza. Ma tante volte t’accorgi che se ti fermi stai molto meglio».

Qual è la distanza che corre fra i numeri e la realtà?

«Questo è l’aspetto maligno della finanza. Pigiando un tasto a Londra, comprando un bene finito solo a scopo di investimento, come può essere il petrolio o la soia, crei una domanda fittizia che però ha una ricaduta sull’economia reale».

Secondo l’economista Luigi Zingales il riassetto della Fiat Chrysler Automobilies con residenza fiscale britannica, non è negativo in assoluto ma pericoloso per l’effetto onda che potrebbe generare. Che ne pensa?

«Credo che la Fiat debba operare per forza di cose globalmente piuttosto dovremmo chiederci perché la Nissan abbia scelto di produrre in Spagna anziché in Italia. Dobbiamo saper attrarre la produzione dei poli automobilistici mondiali».

Lei gestisce capitali che ammontano a circa cinque miliardi di euro. Riesce a dormire la notte?

«Sì, perché li gestisco per i miei clienti e fortunatamente il mio rapporto con il denaro è lucido ma distaccato. Mi stanno più a cuore la salute e il bene dei miei cari».

Luis Sepúlveda mi disse che nonostante tutto non poteva perdere la speranza nel futuro. E lei?

«Ho scelto di andare nelle scuole a parlare di questo libro e del lato oscuro della finanza. Per questo devo essere fiducioso altrimenti farei meglio a chiudermi in un convento a pregare».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 20 marzo 2014

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2014/03/21, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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