«La sofferenza è uno strumento di conoscenza dei propri limiti e delle proprie forze». Marco Peano racconta “L’invenzione della madre”


Marco Peano

Marco Peano

Per congedarsi dalla madre morente, Mattia decide di rallentare il tempo, di sublimare ogni istante che gli è concesso per restarle accanto, per poter prolungare il momento – inevitabile – dell’addio. Per questo Mattia decide di rimanere in provincia, nel suo bozzolo caldo e protettivo, dove si sente a suo agio, nonostante tutto. Ma è solo un’illusione. La realtà incombe e il tempo non rallenta mai e per nessun motivo. Ne “L’invenzione della madre” (Minimum Fax, pp.280 €14), Marco Peano parte da una dolorosissima esperienza personale per raccontare il più grande degli amori, quello d’un figlio che deve dire addio alla madre, malata terminale. Tutti gli altri rapporti personali di Mattia – l’unico personaggio cui l’autore ha voluto assegnare un nome – sono cristallizzati nel tempo della malattia, ritualizzati nell’illusione della perpetuità. Torinese, classe ’79, Marco Peano – editor della narrativa italiana Einaudi – firma un libro d’esordio dolorosamente necessario, di una bellezza lacerante, in cui la malattia come tabù viene affrontata di petto, conducendo il lettore per mano e con grande coraggio. 

Partiamo da una domanda ovvia ma necessaria. Hai impiegato diversi anni per scrivere questo libro. Perché hai deciso di farlo?

«”L’invenzione della madre” nasce da un’esperienza autobiografica molto dolorosa – la malattia e la morte di mia madre. A un certo punto, pochi mesi dopo la sua scomparsa, ho sentito il bisogno di mettere sulla pagina quanto era successo. Ho però evitato la forma diaristica, che non mi interessava, scegliendo di rifugiarmi fin da subito nella finzione romanzesca. Poter mescolare immaginazione e memoria mi ha concesso di spaziare: ho tentato di rendere universale un’esperienza privata in fondo molto banale, nella sua tragicità. Mi ci è voluto del tempo per farlo».

invenzione_della_madre-peano_copertinaLa malattia è ancora un tabù tanto nella quotidianità che nella letteratura. Come mai? 

«La malattia ci fa spesso paura, in particolar modo se non abbiamo strumenti sufficientemente affilati per decifrarla. Ci facciamo prendere dal panico di fronte alla terminologia medica, soprattutto se durante la nostra esistenza di esseri umani sani siamo stati lontani da essa, o dalle narrazioni che la affrontano. E se ci ammaliamo, o qualcuno accanto a noi si ammala, rischiamo di essere impreparati. Pensa che quando a un paziente viene diagnosticato un cancro, e il medico glielo dice ricevendolo nel suo studio, nella maggior parte dei casi il malato – alla fine dell’incontro – impiega qualche istante per ritrovare la porta d’uscita».
Mattia decide scientemente di rallentare il tempo e la propria maturazione, cercando di distillare ogni singolo momento come fosse un rituale per congedarsi dalla madre, come da un grande amore. Alla fine proprio il tempo diventa uno dei protagonisti del tuo libro, no?

«La parola “rituale” è sensata quando sai che il tempo a disposizione è risicato, perché carichi ogni istante di una solennità irripetibile. “L’invenzione della madre” è strutturato secondo una tripartitura molto netta: c’è il tempo del prima, del durante e del dopo. Per prepararsi alla scomparsa della madre il mio protagonista mette in atto tutta una serie di strategie, più o meno fallimentari. Questo però gli impedisce di crescere, di scorgere il futuro. È solo nel tempo del dopo che Mattia diventa davvero se stesso: un essere umano adulto. Sì, il tempo è uno dei protagonisti».

Il tuo libro è cadenzato da una terminologia medica rigorosa che non lascia margini. Allo stesso tempo la speranza si annida proprio nel confronto con i medici, nella ricerca costante di empatia. È un confronto che si gioca tutto sul lessico?

«Ovviamente no, anche se non avrei mai rinunciato alle sfumature che le parole – l’uso che se ne fa – hanno in ambito ospedaliero. Mi interessava esplorare il rapporto umano che s’instaura fra medici e pazienti, la difficoltà dei primi nel tradurre in immagini prosaiche ciò che accade nel corpo dei secondi. A un certo punto del mio romanzo una dottoressa dice che la madre di Mattia è come se avesse una “colata di metastasi” lungo la colonna vertebrale. E l’immaginazione debordante del protagonista non può impedirgli di visualizzare qualcosa di ancora più spaventoso di quanto già la diagnosi non dica. L’empatia in questi casi passa attraverso la sincerità: ma spesso si è sordi di fronte all’evidenza. È un meccanismo di difesa».

Cos’è il dolore? La sofferenza stessa può avere un valore, un significato magari trascendente?

«La sofferenza è uno strumento di conoscenza dei propri limiti e delle proprie forze, e credo abbia lo stesso valore di qualsiasi altra esperienza umana. Non si diventa migliori se si soffre, anche se non escludo che Mattia lo pensi davvero. Si reputa quasi invincibile: quella che sta morendo è sua madre, per lui è un’ingiustizia intollerabile e allora si sente autorizzato a fare cose spiacevoli. La caratteristica principale del dolore – sia esso del corpo o dell’anima – è quella di non essere quantificabile: come faccio a esprimere a un mio simile quanto sto male? Ognuno può fare esperienza del proprio dolore e basta. Il significato è altrettanto personale: il dolore per la morte di mia madre mi è servito a scrivere questo libro, e a dare un senso a un evento che mi ha fatto soffrire».

Editor Einaudi, esordisci con un romanzo nel solco della tradizione di nomi celebri della letteratura italiana, da Pavese a Calvino. Proprio il fatto di lavorare ogni giorno su libri altrui, fomenta o acquieta il desiderio di scrivere un proprio romanzo?

«Nessuna delle due cose, semmai ti aiuta a capire meglio quello che stai facendo in ogni momento in cui lo fai. Se lavori con i talenti degli altri, ti interroghi costantemente sul tuo – e non è detto che ciò che scopri sia piacevole. Ma il chirurgo, per restare in ambito medico, non si opera certo da solo: anch’io ovviamente ho avuto bisogno di un editor. È un lavoro che amo, mi ritengo fortunato a poterlo fare».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 6 MAGGIO 2015

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/05/07, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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