Stefano Bartezzaghi racconta “il senso del ridicolo”, il primo festival dell’umorismo italiano.


Stefano Bartezzaghi

Stefano Bartezzaghi

Altan, Alessandro Bergonzoni, Maccio Capatonda, Francesco Piccolo, Sergio Staino e Gioele Dix sono alcuni fra i protagonisti di “Il senso del ridicolo”, il primo festival italiano sull’umorismo e la satira che si svolgerà a Livorno dal 25 al 27 settembre. Un festival di taglio culturale, non una mera galleria di comici ma un vero e proprio cammino culturale nei territori dell’umorismo e dell’ironia per guardarci allo specchio, fra pregi e debolezze.  Gazzetta del Sud ne ha parlato con il direttore artistico della kermesse, Stefano Bartezzaghi. Fine enigmista – figlio del celebre Piero, fra i più noti autori dell’enigmistica classica – linguista, giornalista e autore radiofonico, Bartezzaghi di recente è torna in libreria con “M – Una Metronovela” (Einaudi, pp.282 €20) in cui la sua memoria personale di Milano si mescola all’orizzonte superiore e inferiore della città meneghina. Un viaggio sentimentale capace di far sorridere il lettore, traendo spunto dall’uso quotidiano della metropolitana.

Il simbolo del festival è la classica buccia di banana. Ma oggi cos’è il senso del ridicolo? In cosa consiste l’umorismo ai tempi dei social network?

«In passato eravamo tutti molto preoccupati di non cadere nel ridicolo, e il senso del ridicolo era appunto la capacità di individuare le bucce di banana sul nostro cammino per saperle evitare. Oggi esibire mancanza di senso del ridicolo appare come un modo per farsi notare, per esempio nell’abbigliamento o più in generale nel comportamento pubblico. Un esempio? Le esultanze dei calciatori dopo un gol. Un secondo caso di scomparsa del senso del ridicolo mi sembra legata al fatto per cui occorre esibire una continua e incrollabile convinzione  in sé stessi, o nel gruppo a cui si appartiene. Nei social network si rischia di manifestare entusiasmi e indignazioni sproporzionate: spesso altri utenti si incaricano di dileggiare chi ha vistosamente perso il senso del ridicolo».

Sarà un festival ricco di eventi e protagonisti. Da direttore artistico che linea ha scelto?

«Quando ho ricevuto l’incarico ho pensato che sul comico e sull’umorismo si riflette poco, perché comprensibilmente pensiamo più a divertirci che a cercare di capire come e perché lo facciamo. L’ambizione è quella di riunire i due aspetti, evitando sia la sfilata di comici – Livorno non è un festival dell’umorismo nel senso in cui Sanremo è un festival della canzone – sia il seminario accademico».

m-bartezzaghi (1)Nel suo ultimo romanzo, “M”, perché ha voluto raccontare Milano dal punto di vista della metropolitana?

«Mah, per rispondere devo rovesciare la domanda: volevo raccontare una città dal punto di vista della metropolitana e la città che avevo sottomano era Milano. È la città che conosco meglio al mondo, anche se quel meglio è sempre pochino, e la percorro quasi tutti i giorni, sia sopra sia sotto».

Scrive che “la metro è un universo circoscritto di significazione, una semiosfera”. Cosa intende?

«La frase citata fa parte di un elenco. La metro non è solo quello, ma è anche quello: un ambiente-linguaggio, che ci parla e che noi “parliamo”, con i nostri gesti, con gli atti che ci sono consentiti o a cui siamo obbligati. Questo ambiente è oltretutto perfettamente “artificiale”, cioè costruito dall’uomo, mentre la città è un ambiente umano che ingloba o riproduce elementi naturali – alberi, corsi d’acqua, eccetera. La metro non prova mai a imitare la “natura”».

Nel libro lei ha voluto affiancare due personali difficoltà, l’inglese e il nuoto. Cos’hanno in comune per lei? Perché li ha tirati in ballo?

«Forse è solo una bizzarria, ma ho sempre notato che si parla delle due cose usando espressioni comuni, come se una fosse la metafora dell’altra – come nel caso di “full immersion”. Sono anche quelle attività a cui si indirizzano i bambini che spesso si chiedono perché devono imparare a fare qualcosa di “innaturale”, come stare in acqua o imparare a parlare in modo strano, cioè in lingua straniera».

Chuck & Dem appaiono e scompaiono fra le pagine. Com’è nata l’idea della metronovela?

«In un libro programmaticamente composito mi pareva ci stesse bene anche una fiction vera e propria, per quanto inverosimile e cialtrona. Volevo mettere in metropolitana personaggi di fantasia, che rendessero l’idea della Milano cosmopolita (i due protagonisti sono rispettivamente canadese e greco; tutti i loro amici non sono di origine italiana) e nello stesso tempo di quella ancora meneghina e dialettale. In milanese “Chuck and Dem” suona all’incirca come “cià ke andèmm”, dài che andiamo, tipica esortazione da milanese impaziente».

FRANCESCO MUSOLINO@

Fonte: Gazzetta del Sud, 25 settembre 2015

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/10/01, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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