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Moni Ovadia: «Il negazionista della Shoah tornerà sempre alla carica»

tumblr_lxzxenfRS71qhpkiro1_1280C’è grande attesa per il concerto-spettacolo che Moni Ovadia terrà stasera a Modica, nell’ambito di Contaminazioni, il Festival di culture di Confine, inserito nel cartellone di Modica Miete Culture. Si tratta del suo celebre “Senza Confini. Ebrei e zingari” che per la prima volta andrà in scena in Sicilia, aperto gratuitamente al pubblico (ore 21,30 Scalinata della Chiesa di San Pietro). Il drammaturgo, scrittore e compositore, nato a Plovdiv (Bulgaria) nel 1946, ha voluto portare in scena un recital che mescola le travolgenti melodie zingare con i canti rom, sinti ed ebrei, accompagnato dai fidati musicisti della Moni Ovadia Stage Orchestra. Uno spettacolo che farà ridere, ballare e riflettere per “un piccolo ma appassionato contributo alla battaglia contro ogni razzismo”.

Oggi a Modica sarà in scena con “Senza Confini. Ebrei e zingari”. Com’è nato questo spettacolo?

«Da diversi anni collaboro con alcuni musicisti rom e sono molto sensibile alla loro causa che a voler essere precisi, dovrebbe essere la nostra. Difatti nessuna democrazia dovrebbe dirsi tale, se le minoranze, religiose o etniche, non vengono garantite e protette».

Perché ha preso a cuore questa causa?

«Provengo dalla cultura ebraica e proprio partendo dall’aggressività nei confronti dello straniero, di colui che è considerato diverso, ho voluto dare vita ad uno spettacolo che parte dalla sorte tragica e comune che ha legato il popolo ebraico e quello rom. Si tratta, infatti, di popoli senza terra, equivocati, perseguitati e infine, sterminati. Tuttavia ai rom è toccato in sorte un destino diverso e ancora oggi i rom e i sinti sono rimasti nel cono d’ombra della calunnia. Pensate che ben il 65% dei rom in Italia sono cittadini italiani, ciononostante vengono discriminati in modo inaccettabile semplicemente perché l’alterità viene considerata un ostacolo, un pericolo. Spesso sento dire “loro non sono come noi”, ma perché mai dovrebbero esserlo?».

Eppure anche gli italiani furono duramente discriminati…

«Esattamente. Ben 900 italiani vennero linciati negli Stati Uniti durante gli anni della massiccia emigrazione, come denuncia Gian Antonio Stella, ma pochi lo ricordano. Avremmo molto da imparare da questa sorte comune e nel mio spettacolo parto dalle vicende del popolo rom per spaziare su tante storie di discriminazione presenti ma anche passate. Sono abbastanza grande per ricordare quando sulle mura delle città del nord c’era scritto “via i meridionali” e anche lì sentivo dire le stesse cose, “loro non sono come noi”. La discriminazione è una pestilenza che colpisce tutti ma rom e sinti non hanno una nazione che li difende».

Secondo lei, l’Italia è un paese razzista?

«Ci sono forti sacche di intolleranza e razzismo, la differenza è che oggi i razzisti cominciano le frasi dicendo “io non sono razzista, però…”. Però cosa? Sono nato nel 1946 e nel tempo ho troppo spesso sentito dire “io non sono antisemita, però gli ebrei…”. Anche il comportamento dei politici non aiuta, difatti quando vanno al lager di Auschwitz, si mettono lo zucchetto e quando escono dicono sempre, “mi sento israeliano”. Ma cosa vuol dire? Cosa c’entra? In quel lager sono stati sterminati ebrei, rom, sinti, omosessuali, menomati eppure mai nessun politico ha detto, “mi sento rom”. Non lo dicono perché hanno paura di perdere i voti e tutto si riduce a bieca demagogia».

Presto tornerà in libreria con “Madre dignità”. Di cosa si tratta?

«Credo che il concetto di dignità sia la madre dei diritti e senza il recupero della dignità, la sua giusta valorizzazione in seno alla società, i diritti stessi risultano sterili, svuotati. Sono convinto che un uomo possa essere privato di alcuni diritti, per esempio a causa di un crimine, ma nessuno e per nessun motivo, può privarlo della dignità, fosse anche il peggiore dei criminali nazisti, poiché essa è intrinseca all’uomo e si trova alla base della nostra società civile».

La spaventano le derive xenofobe che sono emerse in Grecia e Francia o sono figlie della crisi economica?

«Sicuramente sono fenomeni che vengono enfatizzati e sono proiezioni della recessione economica. Non ho paura ma credo che queste derive vadano combattute con fermezza, senza abbassare mai la guardia, generazione dopo generazione».

A proposito dell’importanza della memoria, teme che il negazionismo possa tornare a colpire ancora?

«Il negazionista della Shoah tornerà sempre alla carica, perché è semplicemente un antisemita, del resto hanno persino detto che i filmati realizzati all’apertura dei campi di sterminio erano stati realizzati ad Hollywood con fini propagandistici. Solo se costruiremo una società basata sul diritto universale saremo davvero tutti al sicuro».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Bianca Stancanelli racconta i Rom

Si chiama “La Vergogna e la Fortuna – Storie di rom” (Marsilio, pp. 352 € 19), il nuovo libro della giornalista messinese e inviata speciale di “Panorama”, Bianca Stancanelli. Questo libro nasce dopo la tragica morte di quattro bambini nel campo rom di Livorno nell’agosto del 2007. Un viaggio lucido e toccante nella realtà di un popolo “ultimo fra gli ultimi”, da sempre vittima dei pregiudizi: «Noi –li chiamiamo zingari e loro ci chiamano “gagé”. Ci accomuna l’ignoranza e la paura verso l’Altro».

Perché i rom fanno tanto paura?

«Credo che in qualche modo l’immagine dello zingaro faccia parte del nostro immaginario, rappresentando sin dall’infanzia qualcosa di cui avere paura. Questa immagine basata sull’ignoranza e sul luogo comune, viene puntualmente sfruttata per fini elettorali, aizzando la gente all’odio».

Grazie al suo libro scopriamo che i primi rom in Italia giungono nel Medioevo…

«Ho cominciato a scrivere di cronaca nel 1975 e nel tempo mi sono occupata di temi assai diversi eppure anch’io, come tutti gli italiani, ero assolutamente ignorante riguardo il popolo rom. Sono rimasta stupita quando ho letto che si comincia a parlare di loro nel 1422 e mi sembra assurdo che da ben sei secoli li abbiamo in casa eppure ancora non li conosciamo. Oggi sono stimati fra i 160 e le 200 mila unità, credo sia impossibile continuare ad ignorare chi siano davvero».

Come si è mossa per raccogliere le storie che narra?

«Tutto è cominciato recandomi nei campi rom perché mi sembrava normale trovarli lì dentro. Così ho scoperto che solo un terzo vi sono rinchiusi e soprattutto che i rom sono un vero e proprio popolo, ricco di storie molto diverse fra loro che andavano raccontate e ad ognuna associo un’emozione ben precisa».

Nelle storie spesso trapela o l’orgoglio o la vergogna di essere rom.

«Bruno Morelli – colui che ha scolpito la statua del beato Zeffirino, l’unico beato gitano – un giorno mi raccontò che solo durante gli studi compiuti ad Avezzano scoprì che non faceva parte di una stirpe maledetta e questo mi ha fatto davvero molta impressione. Mi ha colpito molto anche il racconto di Marta perché nella testa delle persone, lo zingaro lo si associa sempre al ladro o al mendicante. Ammetto che questi bambini che chiedono l’elemosina mi sono sempre sembrati strafottenti, persino provocatori ma Marta mi ha raccontato che questa spavalderia talvolta nasconde timidezza o una grande paura».

La fine del nomadismo cosa rappresenta per i rom?

«Intorno all’anno 800 il popolo che diventerà rom e sinti, si stacca dall’India e migra verso ovest, del resto le grandi migrazioni che hanno formato l’Europa sono state compiute da popolazioni nomadi. I rom che si sono stabiliti all’Est non sono più nomadi da secoli tuttavia il pregiudizio sul loro nomadismo serve a rinchiuderli nei campi nomadi dove si perpetua la loro diversità e si coltiva l’illegalità. I campi sono una dannazione e anche loro se ne rendono conto. Tuttavia l’Italia è l’unico paese convinto che i nomadi debbano stare assolutamente nei campi rom».

La sua Messina, da questo punto di vista, è una bella eccezione.

«Per fortuna sì. Il campo di San Raineri era una vergogna ma il trasferimento negli immobili comunali pur avendo incontrato delle resistenze, non ha provocato tumulti popolari. I rom di Reggio Calabria sono consapevoli che la questione meridionale per loro è invertita visto che al sud sono più tutelati».

Ma i rom vogliono l’integrazione o vogliono restare una comunità chiusa come quella cinese?

«Il mio libro vuol essere uno strumento per creare un dialogo con questo popolo che non conosciamo affatto. Ma quando noi metteremo da parte i nostri pregiudizi anche loro dovranno fare la propria scelta perché sino ad oggi hanno vissuto sotto assedio, sentendosi sempre rifiutati e vivendo quasi sotto copertura. Il fatto che noi siamo siciliani non significa essere mafiosi eppure ancora oggi lottiamo per abbattere il pregiudizio. Noi per primi dobbiamo essere capaci di vincere il binomio automatico zingaro=ladro, cominciando a trattare il popolo rom con rispetto».

Fonte: Centonove del 14 luglio 2011