Una, nessuna e centomila Milano. Alessandro Robecchi si racconta


Alessandro Robecchi

Alessandro Robecchi

Dopo il felice esordio nella noir con “Questa non è una storia d’amore”, Alessandro Robecchi ritorna in libreria con “Dove sei stanotte” (Sellerio, pp.350 €14). Carlo Monterossi, autore televisivo di successo con la sua tv-spazzatura, si ritrova invischiato in un altro pasticcio: gli toccherà ancora una volta vestire i panni dell’investigatore per tirarsene fuori, al contempo preda e cacciatore, sempre sotto l’occhio vigile dei suoi angeli custodi. Robecchi – milanese classe ’60, giornalista, autore televisivo di successo per Maurizio Crozza e già caporedattore presso il giornale satirico “Cuore” – riporta il lettore nella sua Milano, fra il Salone del Mobile e i faraonici numeri dell’Expo, ma anziché fermarsi nei tipici scenari turistici, si inoltra nelle periferie ricche di speranza e immigrazione, lontano dai riflettori della «capitale morale d’Italia». Alessandro Robecchi è stato recentemente protagonista in Sicilia partecipando alla fiera dell’editoria “Una Marina di Libri” di Palermo e al festival “A tutto volume” a Ragusa. 

Dal mondo fashion del Salone del Mobile all’Expo sino alle periferie degradate ma piene di speranza: quante facce diverse ha Milano?

«Come tutte le grandi città ha molte facce, certo. Il bello di raccontare Milano è che si tratta di una città complicata e viva, che spesso è vittima di luoghi comuni piuttosto banali. Uno di questi è che la si racconta quasi sempre come una vetrina luccicante: moda, design, lusso, alti redditi, e questo rischia di creare una macchietta com’era il “cumenda” milanese nei film italiani degli anni Sessanta. Non è così, ovviamente. C’è un’umanità molto variegata, con le sue difficoltà e le sue speranze, la diseguaglianza – come ovunque in Italia – è molto forte e allo stesso tempo Milano ha sempre accolto tutti, bene o male. Se chi legge i miei libri viene a vedere Milano con altri occhi che non siano quelli delle riviste patinate o dell’insopportabile retorica della “Milano da bere” capirà. E si divertirà pure, perché immaginarsi Milano solo come una vetrina luccicante, alla fine, è pure un po’ noioso. Invece c’’è vita qui su Marte, vi assicuro!»

5199-3 (1)Torna in pagina il bon vivant Carlo Monterossi che stavolta, al contempo preda e cacciatore, dovrà rifugiarsi al Corvetto. Perché proprio lì?

«Mi divertiva l’idea di farlo scappare a un chilometro da casa…e posso assicurare che dalla Milano dei quartieri alti a certe vie del quartiere Corvetto quel chilometro diventa una distanza siderale, praticamente un altro continente. Mi serviva proprio a descrivere ciò che vedo della città: mondi diversi e spesso troppo separati. Possibile che nello stesso posto vivano senza quasi vedersi persone, popoli, situazioni così diverse? Possibile sì, e il Monterossi con le sue vicende si trova ad esplorarli. Del resto io sono convinto che più ci si mischia e meglio è, che più differenze colmiamo e meglio staremo tutti».

Monterossi ha due angeli custodi, Katrina e Oscar Falcone. Quanto contano nell’equilibrio di un noir?

«Ma i comprimari sono fondamentali! Non solo perché hanno un carattere loro, imprimono svolte alla trama, disegnano i loro mondi, ma anche perché permettono al protagonista di misurarsi con loro, e quindi di disegnare meglio il suo stesso personaggio. Poi, il Monterossi non è un poliziotto, né un inquirente, né uno che fa indagini di mestiere. Sarebbe una strana persona normale con un suo bislacco senso della giustizia e senza i suoi complici, amici, comprimari non sarebbe lui».

Nella sua Milano, fra noir e ironia, si affronta anche il tema del design della repressione. Ovvero?

«Sì, esiste anche un design cattivo, quello che mette spunzoni sulle grate da cui esce l’aria calda della metropolitana, per impedire ai senzatetto di dormirci, per esempio. O le panchine dette “antibivacco”, cioè con un bracciolo in mezzo, sempre per non farle occupare dai barboni o da chi non ha casa per vivere. O certi “dissuasori” per non far sedere la gente in certi posti. Ci sono ditte specializzate e studi in merito, e molti comuni – specie al Nord – ci hanno speso parecchi soldi. Nel libro la cosa si affronta di passaggio, ma è, involontariamente, alla base di tutto ciò che capita all’inizio e che dà il via alla storia».

Scrittore e autore tv, da Cuore a Crozza, l’ironia non deve guardare in faccia a nessuno?

«L’ironia è un linguaggio, una modalità, ognuno la usa come vuole. La satira è cosa un po’ diversa: tende a colpire le ingiustizie e in generale il potere, i luoghi comuni, le idee un po’ troppo comode. Sì, credo che con un po’ di intelligenza si possa ridere di tutto. Le armi a disposizione sono la caricatura, il paradosso, la parodia e altre ancora. Alcuni tic di Milano, certi suoi vizi, certi personaggi, sono letti in chiave un po’ ironica, nel libro, ma io credo fermamente che l’ironia sia una lente interessante con cui guardare la realtà. Diceva Billy Wilder: “Se proprio devi dire la verità, fallo in modo divertente”, ecco, è una frase in cui mi riconosco in pieno».

Con l’Expo avevano promesso 70 mila posti di lavoro e 20 milioni di visitatori. L’Italia secondo lei oltre che santi e navigatori, è anche piena di creduloni?

«Dalle cifre che leggo i 70 mila posti di lavoro sono un miraggio lontanissimo, quanto ai visitatori so che è in corso una guerra di cifre e non mi pronuncio, ma al momento Milano non mi sembra presa d’assalto, e ci sono discrete lamentele in proposito. Ma sono soltanto dettagli. Quel che fu promesso a Milano quando si vinse la gara per Expo era straordinario: vie d’acqua, percorsi pedonali alberati, miglioramenti epocali, ridisegni urbanistici…di tutto quello non si è visto nulla. Ora abbiamo questo meraviglioso ristorantone tecnologico piazzato a Rho, tra un carcere e una tangenziale, che chiuderà tra sei mesi senza sapere cosa si farà in quella zona dopo. Un po’ poco rispetto alle promesse. Ma pare che dire male di Expo, o anche solo non applaudire, sia considerato antipatriottico e (parola orribile) disfattista, quindi mi taccio. Gli auguro di non perderci troppi soldi, che tra parentesi sarebbero di tutti, e che gli antipasti siano buoni».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD

 

 

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/07/04, in Interviste con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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