«Visto che il mondo non sta fermo, le mappe saltano e diventano obsolete». Vittorio Giacopini racconta “La Mappa”


Vittorio Giacopini

Vittorio Giacopini

Un romanzo storico ambizioso, capace di raccontare una nuova era, il romanticismo, e la morte della politica che diventa soltanto potere e spirito di conquista. Ne “La Mappa” (Il Saggiatore, pp.332 €18) Vittorio Giacopini – scrittore, giornalista e conduttore di Radio3 – si immerge nell’atmosfera fra i lumi e il romanticismo, non per un’analisi critica dei fatti ma, al contrario, per narrare gli “atti mancati”, i passaggi a vuoto della storia, ovvero il “mancato incontro dell’Italia, e dell’Europa, con illuminismo e rivoluzione”. Protagonista del romanzo finalista al Premio Campiello 2015 è il cartografo Serge Victor, un figlio dell’illuminismo, convinto che “prima venga la mappa e poi l’azione”, dunque il trionfo della pianificazione tattica e lo studio delle variabili contro il caos inevitabile degli eventi tentando di eludere l’avanzata scomposta e inarrestabile dei sentimenti. Ma la storia finisce sempre per compiere il proprio corso e le mappe mutano e diventano obsolete, incapaci di cogliere i mutamenti della realtà sotto i nostri occhi.
È vero che l’idea alla base de La Mappa nacque casualmente, in visita al museo napoleonico? Cosa accadde?

«In realtà, il processo di immaginazione che sta dietro a un romanzo è più complesso, ci sono nodi, problemi, ossessioni, incertezze, tante cose ma poi, sì, c’è bisogno di un meccanismo di innesco, di una miccia. La grande carta della prima spedizione in Italia realizzata da Bacler d’Albe per me è stato il pre-testo perfetto. In quell’opera d’arte c’era una raffigurazione talmente forte, compiuta, elegante, organica di un momento storico, di un’aspirazione liberatoria, illuminista. La guardavo e pensavo: ma poi quest’ordine franerà, sarà sconvolto. Ecco, già nel mio precedente romanzo (Nello specchio di Cagliostro. Un sogno a Roma, Il Saggiatore, 2013) avevo cercato di raccontare quella fase di passaggio, le prime ombre che intorbidano i Lumi, il mancato appuntamento dell’Italia con la modernità e l’illuminismo, ma avevo l’impressione che ancora mancasse qualcosa. Ecco, davanti a quella mappa ho capito quale era l’anello mancante: la fine, oltre che dell’illuminismo, della Rivoluzione, del sogno di una politica di trasformazione».

giacopiniSerge Victor, figlio dell’illuminismo, è convinto che “vivere non basta, occorre pensarsi”. Cosa significa?

«Ne è convinto lui, ne sono convinto io. Banalmente è l’idea, diciamo così ‘sartriana’, di progetto. Uno deve avere un’idea di sé stesso, un’intenzione, e deve anche cercare di capire chi è davvero, e cosa invece non è, in cosa è carente. La vita, e mi rendo conto che è un’affermazione forse davvero troppo illuministica, va pensata prima ancora di essere vissuta, salvo poi accorgersi che l’esistenza è imprevisto, confusione. Nel caso di Serge, d’altronde, questo assioma ha anche a che fare col suo mestiere. Il cartografo è convinto che “prima viene la Mappa poi l’azione”. Da un certo punto di vista -strettamente tattico militare – è anche vero. Però poi quando si agisce succedono cose nuove, e inaspettate».

Cosa nasconde l’illusione di poter creare una mappa perfetta? In che relazione ci muoviamo rispetto al crollo delle certezze dell’Europa dei Lumi?

«È uno dei temi di fondo del romanzo. L’aspirazione di poter controllare la realtà attraverso strumenti razionali, categorie e criteri logici, l’ambizione di chiudere la realtà dentro uno schema e poi la scoperta – amara ma entusiasmante – che la realtà, la storia, le vicende umane sconvolgono sempre i nostri piani e si rivelano fonte inesauribile di contingenza, caos, sorpresa, imprevisto. Serge Victor si illude – o pensa – che la realtà si possa bloccare nella sua raffigurazione, in una mappa, per poi scoprire che oltre alla Ragione chiara e distinta in cui crede lui vi sono altre forme di realtà, altre ragioni, e fiabe e miti, e amare lezioni impartite dall’amore, o dal potere».

La Mappa è un romanzo molto attuale. Se le mappe erano inutili dopo poco tempo al tempo di Napoleone, oggi è il mondo arabo a stravolgere i confini noti. Pur avendo strumenti iper-tecnologici come Google Earth, la cartografia continua ad essere un atto propedeutico all’azione, al cambiamento?

«Un grande geografo come Farinelli ha dedicato qualche anno fa un libro interesantissimo alla “crisi della ragione cartografica” e l’attualità del romanzo, da questo punto di vista, si iscrive dentro quel quadro di pensieri. Ma più che altro c’è da dire una cosa: proprio quegli strumenti, internet Google Earth ecc., che ci danno la possibilità di ‘vedere’ il mondo senza per così dire fare ‘il giro della prigione’ ridanno valore allo sguardo cartografico. Serge Victor dice nel romanzo di voler veder le cose “come se si fosse per aria”. Bè, noi tra droni, web, Google Earth, abbiamo ricominciato a farlo. L’ottocento è stato il secolo dei grandi esploratori; il Novecento quello dei grandi viaggi antropologici, della scoperta degli ultimi angoli di mondo inesplorati. Noi stiamo tornando a guardare il mondo “come se si fosse per aria”. E dato che il mondo non sta fermo, le mappe saltano e diventano obsolete».

Il suo concetto di romanzo storico non punta alla mera ricostruzione, anzi. Allora oggigiorno quale può essere il senso di un romanzo immerso nella storia passata?

«Il romanziere quando racconta il passato è, dal mio punto di vista, una sorta di storico degli “atti mancati”. Non è la presunta linearità della storia a interessarmi. Mi affascinano piuttosto quei momenti di crisi, transizione, esitazione in cui gli eventi avrebbero potuto prendere una direzione e invece non è accaduto. Cosa sarebbe accaduto se Napoleone non avesse ‘tradito’ la rivoluzione, se i Lumi fossero stati esportati in tutta Europa, eccetera? Ecco, ne La Mappa racconto anche del mancato incontro dell’Italia, e dell’Europa, con illuminismo e rivoluzione. Di fatto credo che in quella fase del tempo si possa cogliere ‘cosa è andato storto’. Là, in quegli anni, inizia il nostro presente: ciò che è stato chiamato ‘dialettica dell’illuminismo’, la torsione che ha trasformato la politica da progetto di emancipazione in puro potere tecnico o totalitario, l’assolutizzarsi del capitalismo, eccetera. Quella vicenda di ieri – in sostanza – continua a condizionare il nostro presente».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, SETTEMBRE 2015

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/09/10, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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