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On Writing ovvero Stephen King si svela (ma non troppo) al Fedele Lettore.

9788888320861“La vita non dev’essere di sostegno all’arte, ma viceversa”. In questa frase c’è tanto di Stephen King, non a caso la giornalista Loredana Lipperini che firma la bella prefazione della nuova edizione di “On Writing” edita da Frassinelli, non esita a sottolinearne l’importanza: è “la biografia che si fa metanarrazione, ancora una volta”. Si dice spesso e sovente a sproposito, ma questa autobiografia – tradotta con cura da Giovanni Arduino – è davvero un libro necessario. Soprattutto per i veri lettori di King – cui decide di schiudere appena il suo antro creativo – e per chiunque desideri divenire scrittore. C’è una tesi di fondo in questo libro – che si apre con “Curriculum vitae” dove l’autore racconta la sua adolescenza piuttosto dolorosa fino al successo che giunge insperato e inatteso con “Carrie” – ovvero, non tutti sono destinati alla scrittura e per divenire scrittori si deve essere disposti a devolvere il proprio tempo alla causa, leggendo e scrivendo senza tregua. E bisogna farlo con gioia, altrimenti non servirà a nulla. Non a caso King confessa di scrivere ogni santo giorno – feste comprese – duemila parole, deciso a non alzare lo sguardo dal monitor prima d’aver assolto il proprio compito. E ciò accadeva anche quando abusava d’alcol, nicotina e sostanze varie. Eppure nonostante la devozione dei fan e i milioni di copie vendute nel mondo con libri cult come “It”, “Shining” o “Misery”, la critica continua a relegarlo in soffitta e non nell’olimpo degli autori come meriterebbe. Colpisce di questo libro la schiettezza con cui King si rivolge al Fedele Lettore, la motivazione iniziale (“Non ci chiedono mai del linguaggio” scrive nella prefazione) e il tema di fondo: si tratta di un libro breve perché “la maggior parte dei manuali di scrittura sono pieni di stronzate”. Dunque, cosa deve fare uno scrittore? Unire i puntini, ascoltare e osservare la gente intorno a lui, leggere e cercare di imparare soprattutto dai libri brutti cosa non fare e ovviamente esercitarsi a scrivere. In modo costante e servendosi della sua “cassetta degli attrezzi”: affinando il dizionario e il lessico utilizzato, usando i verbi in forma attiva, rifiutando gli avverbi ed eliminando tutto ciò che suona fuori posto. “Perché si scrive con la porta chiusa e si corregge con la porta aperta”, cercando di essere sempre onesti con il fedele lettore. “Non accostatevi alla pagina bianca con leggerezza” ribadisce King per poi aggiungere, “a costo di essere brutalmente sincero, se non avete tempo per leggere, non avete nemmeno il tempo (o gli attrezzi necessari) per scrivere. Punto e basta”.

On Writing. Autobiografia di un mestiere – Stephen King – Frassinelli, pp.283 €20 tr. it. Giovanni Arduino

Fonte: Gazzetta del Sud, 23 dicembre 2015

Francesco Musolino®

 

«Uno scrittore deve avere qualcosa di diabolico». Parola di Hanif Kureishi

Presentato in Italia in anteprima mondiale, da pochi giorni è in libreria “L’Ultima Parola” (Bompiani, pp. 304 Euro 18), il nuovo libro dello scrittore anglo-pachistano Hanif Kureishi, già autore di best-seller come “Il Budda delle periferie” e “Il corpo”, nonché apprezzato drammaturgo, saggista e sceneggiatore. Protagonisti di questa commedia brillante umana sono Harry, un giovane biografo inglese e Mamoon, un anziano scrittore indiano dalla fama mondiale, ormai inaridito artisticamente. Alla ricerca della consacrazione professionale ma soprattutto per rimpinguare il suo esiguo conto in banca, l’ambizioso Harry riesce a farsi assegnare dallo spregiudicato editor Rob, l’incarico di scrivere la biografia del grande scrittore indiano ma questi si rivelerà molto ostile e il suo passato fin troppo torbido. Mamoon, difatti, è un personaggio scomodo che ha rifiutato le origini indiane abbracciando la way of life britannica e si è ritirato nella campagna inglese e al suo fianco impera la seconda moglie Liana, una passionale donna romana cinquantenne che non potendo gettarsi nello shopping e nei ricevimenti londinesi, placa la sua frustrazione – anche sessuale – elaborando continue e costose modifiche alla magione che hanno prosciugato le finanze dello scrittore. L’idea della biografia è ordita proprio dalla mente di Liana che vorrebbe rilanciare la fama del suo amato, sognando la consacrazione con un film dedicato alla sua vita, al loro stesso incontro. Tanto Liana che Rob sono convinti di poter manovrare l’inesperto Harry per i propri interessi, ma l’ambizione e la fame di soldi riusciranno a far tacere il suo orgoglio?

Si tratta di un libro ricchissimo, scritto con uno stile aggressivo, forgiato d’una arguta ironia, merce rara oggi più che mai. Sulla pagina, afferma l’autore, «si agitano passioni, tradimenti e uomini che parlano di donne» mentre sullo sfondo emerge l’importanza dell’aspetto multiculturale dell’Inghilterra odierna. Ma questo libro è soprattutto un inno alla scrittura e all’arte dello scrivere, declinata tanto come fuoco sacro, che come viatico per raggiungere denari e successo. Lungo le 304 pagine, inscenando il duello verbale fra l’anziano Mamoon e il giovane Harry, corso al suo capezzale per tesserne gli elogi e carpirne le nefandezze degli amori passati, Kureishi gioca a provocare, chiamando in causa grandi nomi della letteratura («nessuna persona per bene ha mai preso la penna in mano») e riflettendo sull’essenza stessa delle relazioni umane. Un romanzo scoppiettante che presto diventerà un film (prodotto dalla Working Title Film), interamente sceneggiato dallo stesso Kureishi che ha confessato di voler il premio Oscar e baronetto britannico, Ben Kingsley nei panni dello scrittore indiano.

Per un gioco delle parti, se domani un giovane giornalista bussasse alla sua porta con l’idea di scrivere la sua biografia, quale sarebbe la sua reazione?

«Sarei molto entusiasta all’idea e mi augurerei che il giornalista in questione possa trovare la mia vita scandalosa, fuori dagli schemi, ributtante, disgustosa».

Con questo libro ritorna nelle ambientazioni della sua infanzia. Perché ha scelto questo scenario?

«Oggi ho un’età che oscilla fra quella dei miei due personaggi. Mi trovo nel mezzo fra l’età di Harry che ha voglia di spaccare il mondo e quella di Manoon che è esaurito, completamente scarico. Ovviamente in questo libro ho potuto riflettere molto sulla professione di scrittore, non solo sulla scrittura come forma d’arte ma intesa come mestiere, come mezzo di sostentamento…».

Ma c’è anche una traccia sociologica nel suo libro…

«Ho voluto analizzare la società inglese e mi piace riscontrarvi una forte componente multiculturale che spicca fortemente e rende più ricco il paese, al passo con i tempi. Però c’è anche spazio per le passioni e i tradimenti e in definitiva, secondo me, questo libro è una commedia».

Scrive che “uno scrittore è amato dagli sconosciuti e odiato dalla sua famiglia”. Vale anche per lei?

«Se sei fortunato ci arrivi ad essere odiato dalla famiglia e amato dagli estranei. È molto importante che uno scrittore riesca a dire cose difficili. Un’artista deve aver qualcosa di diabolico, deve causare qualche guaio. Pensiamo alla storia della letteratura, a scrittori celebri come Baudelaire, Maupassant, Flaubert o Lawrence; è chiaro che gli scrittori sono spesso fuorilegge e non dimentichiamo che ancora oggi, in vari paesi, molti scrittori sono in carcere. Soprattutto in Pakistan, dove preferiscono metterli sotto chiave piuttosto che leggerne i libri».

Fa affermare a Rob che “lo scrittore è un messaggero di verità, un rivale di Dio”. Una bella definizione per il suo mestiere…

«Beh, Dio è un fastidio notevole perché impedisce che accadano le cose più interessanti. Ma la fantasia umana supera di gran lunga quella divina, per questo deve essere sdoganata e restituita agli esseri umani, senza alcun condizionamento divino o religioso. In passato ci sono stati periodi in cui la cultura e la religione andavano a braccetto ma oggi non è così. Almeno i rasta c’hanno dato Bob Marley».

Harry sembra propenso a giustificare qualsiasi cosa a Mamoon poiché lui, come artista, deve spingersi verso l’Oltre. Secondo lei esiste un limite etico da non oltrepassare?

«Mi interessa molto il rapporto che corre fra ciò che fa l’artista e quello che possiamo perdonare all’essere umano. In pratica dovremmo essere capaci di valutare un’opera d’arte a prescindere dal tipo di vita che ha condotto l’artista, tuttavia mi rendo conto che è molto complicato. Pensate a Polanski. Il fatto che abbia abusato di una tredicenne molti anni fa è difficile da accettare moralmente ma questo può influenzare la nostra valutazione del suo lavoro artistico?

Ha dichiarato che per la formazione di un individuo, la fedeltà e l’infedeltà sono importanti allo stesso modo. Perché?

«Il tradimento è il risultato dell’individualità. Ad esempio, il fatto che i miei figli si ribellino contro me o che abbiano gusti diversi, dichiara la loro identità, diversa dalla mia. Qualcuno che ti tradisce nel contempo dichiara la propria fedeltà verso qualcosa che reputa più importante, come un ideale».

Volendo trovare un cattivo, potremmo individuarlo in Rob, l’editor?

«Rob vuole semplicemente che il libro venda molte copie, seguendo i propri interessi. Ma al tempo stesso ama la letteratura e finisce per idealizzare gli scrittori, qualcosa di molto pericoloso…».

Perché?

«Idealizzare un’artista è come creare una divinità. Dobbiamo riportare l’arte alla gente, in mezzo alla gente».

Mr. Kureishi dal libro emerge una domanda su tutte: quanto dovremmo impegnarci in una relazione amorosa?

«Perché lo chiede a me? Non ne ho proprio idea».

 Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 2 novembre 2013