Ruta E. Sepetys dichiara: «L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza»

Un viaggio in Lituania e la curiosità di ripercorrere la memoria paterna sono gli ingredienti essenziali di un libro molto toccante, appena uscito in libreria e subito capace di stregare il grande pubblico. Con Avevano spento anche la luna (Garzanti; tr. it di Roberta Scarabelli; pp. 304; €18.60) Ruta E. Sepetys ha voluto narrare – con una scrittura urgente ma sempre molto accurata – una delle pagine più drammatiche della storia ovvero le deportazioni nei gulag subite dagli stati baltici, schiacciati senza pietà dalla violenza stalinista. Un libro dedicato alla memoria: un omaggio verso milioni di vittime incolpevoli e insieme un modo per celebrare degnamente anche i sopravvissuti, trattati da veri e propri reietti una volta tornati in Lituania. La Sepetys ha incontrato i sopravvissuti per costruire fedelmente i propri personaggi, dotandoli del giusto bagaglio emotivo – della fierezza, della dignità e del loro coraggio – ed inoltre ha visitato i campi di lavoro in Siberia, dove i deportati giunsero dopo ben 440 giorni di viaggio massacrante (il tasso di mortalità nei gulag giunse a toccare l’80%)

Avevano spento anche la luna è un invito a scoprire la verità per non dimenticarla mai. Perché certi orrori possano non tornare mai più.

Quando ha sentito la necessità di intraprendere questo viaggio a ritroso nella memoria?

Tutto è cominciato quando ho fatto una visita alla mia famiglia in Lituania. Ho chiesto se avessero una foto di mio padre e nella stanza scese il silenzio e mi risposero: “No Ruta, noi abbiamo dovuto bruciare tutte le foto, non potevamo tenere niente che creasse un collegamento fra noi e tuo padre”. Così ho capito che sebbene tantissime persone fossero state colpite dalla violenza di Stalin, il mondo intero ignorava tutto questo dolore.

E’ stato difficile trovare il giusto tono per spiegare il dramma delle deportazioni, sia ai ragazzi che agli adulti?

Sì è stato difficile perché volevo che la storia trasmettesse un senso di urgenza e immediatezza. Volevo che il lettore si sentisse lì, nel dolore e nella totale precarietà, che si immedesimasse in quella situazione. Per questo ho usato frasi veloci e brevi ma al tempo stesso molto descrittive.

Trovandosi dinnanzi a tanti orrori e a tante sofferenze ha mai pensato di desistere?

Sì, certo. Più volte mi sono detta “non ce la faccio, non ce la faccio”. Mi preoccupava soprattutto il fatto di non riuscire a descrivere in modo reale le situazioni, le circostanze, mentre io volevo rendere omaggio alle persone che avevano subito queste disumane sofferenze.

Lei rivela che quando i lituani riuscirono a tornare in patria, ebbero vita durissima…

Certamente. Una volta tornati in Lituania sono stati trattati come criminali. Come se un ex-galeotto, dopo vent’anni di carcere, una volta fuori venisse ancora trattato come un reietto. Ma queste persone erano totalmente innocenti, non avevano fatto nulla di sbagliato. Eppure non potevano entrare in contatto con la famiglia, accedere all’istruzione né ad un lavoro, non avevano alcun diritto.

Se l’umanità ha scoperto relativamente presto i drammi dell’olocausto, come mai le deportazioni nei gulag sono rimaste segrete ben più a lungo?

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante le conferenze in cui si discuteva il nuovo assetto mondiale, come a Yalta e a Postdam, Stalin ha convinto il mondo occidentale a lasciare gli stati baltici sotto il suo controllo. Sono rimasti sotto l’occupazione sovietica per cinquant’anni senza poterne parlare, pena una severa condanna come anti-sovietici.

Teme che il dramma delle deportazioni possa tornare, un giorno?

L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza. Spero che leggendo e venendo a conoscenza delle tragedie del passato, si possa imparare qualcosa, creando le basi per un futuro più giusto.

Nella costruzione dei personaggi, soprattutto per Lina e Jonas, ha tratto ispirazione da Anna Frank?

Ho amato Anna Frank e il suo Diario e ne ho tratto certamente ispirazione dalla sua vita. Tuttavia i miei personaggi sono la conseguenza diretta dell’incontro con i sopravvissuti alle deportazioni, i loro ricordi e le loro emozioni sono state la mia ispirazione diretta per costruire tutti i personaggi del mio libro.

Ho trovato molto significativo l’aver voluto rimarcare che l’indipendenza degli stati baltici sia giunta in modo pacifico…

Credo che questi paesi possano insegnare al mondo una lezione molto più grande. Stalin ha usato la lingua della violenza senza alcun scrupolo ma le sue vittime nel Baltico, si sono rifiutate di perpetrare quella stessa violenza e nella loro ricerca dell’indipendenza hanno parlato attraverso l’amore e il patriottismo, dimostrando al mondo che erano pronti per essere liberi. Ciò dimostra al mondo che spesso è più importante credere che bombardare.

Vanessa Diffenbaugh: «I fiori ci parlano. Basta saperli interpretare»

Fresia? Amicizia duratura. Giglio? Regalità. Lavanda? Diffidenza. Basilico? Odio. Tulipano? Dichiarazione d’amore. Ai primi posti delle classifiche di narrativa straniera, Il linguaggio segreto dei fiori (Garzanti, tr. it di Alba Mantovani; pp. 368; €18.60) sembra aver davvero stregato i lettori e non solo le lettrici di tutta Europa grazie al riuscito mix di sentimento e amore materno ma soprattutto per aver saputo schiudere la porta sul misterioso mondo dei fiori e sui loro molteplici e talvolta arcani, significati. Non a caso, proprio l’Italia, con il suo immenso e variopinto patrimonio floreale, è stato fra i paesi che hanno accolto con maggiore entusiasmo questo titolo.

Tempostretto.it ha incontrato l’autrice, Vanessa Diffenbaugh in occasione della sua presentazione al Salone del Libro di Torino.

 

«Non mi fido, come la lavanda. Mi difendo, come il rododendro. Sono sola, come la rosa bianca, e ho paura. E quando ho paura, la mia voce sono i fiori».

 

Cosa l’ha spinta a voler rivelare il linguaggio segreto dei fiori?

«Quando ho cominciato a scrivere questo libro non avevo idea di dove mi avrebbe condotto ma sono molto contenta di aver voluto parlare dei fiori e del loro significato nascosto perché sto ottenendo grandi risposte dai miei lettori, in special modo proprio da quelli italiani. Credo che i fiori siano un sistema meraviglioso per comunicare e adesso ho rivelato anche questo mio piccolo segreto che è alla base del mio libro»

Il significato di alcuni fiori come la rosa e il giglio è universalmente noto. Viceversa alcuni fiori l’hanno stupita per il loro significato?

«Sì, in particolare il vischio. Tutti lo associamo al Natale o al fatto che ci si baci sotto il suo rametto ma nel linguaggio specifico dei fiori significa “io supererò tutte le difficoltà”. Quando l’ho scoperto sono rimasta molto sorpresa e il fatto che fosse un messaggio colmo di speranza mi ha ispirato la primissima scena del romanzo nella quale avviene l’incontro fra Victoria e Grant: lei gli regala del rododendro – che significa “stai attento” – e lui risponde proprio con il vischio. In quel momento però Victoria non sa se Grant conosca o meno il significato recondito del vischio e da subito si instaura anche un’aura di mistero, legata al codice floreale…

Non è dunque un azzardo affermare che i fiori posseggano un linguaggio segreto.

«Affatto. Tuttavia il significato dei fiori, è importante sottolinearlo, varia da cultura in cultura e soprattutto col passare del tempo si modifica».

Chi è Victoria e perché decide di rifugiarsi nei fiori?

«Victoria è una ragazza che è nata e cresciuta nel sistema dell’affidamento americano. Non ha una famiglia stabile, è molto sola e si fida poco degli altri. Lei comunica attraverso i fiori perché le è stato insegnato dall’unica donna che l’ha amata come fosse sua madre, Elizabeth, e ciò le dà un senso di sicurezza».

A proposito: ha davo vita a Camellia Network. Di cosa si tratta?

«La scrittura e le vicende legate all’affidamento sono al centro della mia vita tutti i giorni. In generale il tema dell’affidamento negli USA non è al centro dell’attenzione e c’è sempre molta confusione sui media. Camellia Network è uno spazio online dove i ragazzini dati in affidamento possono postare le proprie foto, i dati, raccontare le loro storie, i loro desideri per il futuro, le loro necessità. Oggi i social network sono un mezzo molto potente e tramite facebook cerchiamo di costruire una rete salda e sicura con i donatori in modo da poter costruire un contatto stabile fra loro e i ragazzi».

Chiudiamo con una curiosità. Anche l’autrice comunicava con il linguaggio dei fiori?

«Sì e voglio raccontarvi un aneddoto. Quando ho scoperto il linguaggio dei fiori ero un adolescente e ne sono subito rimasta affascinata. Sono tornata a casa e ho scritto una poesia d’amore con il linguaggio vittoriano, legando insieme i fiori, uno per uno. Ho cercato tutti i fiori che mi servivano in giro per i vivai cittadini e ho allegato una grossa pesca perché il fiore che mi serviva non l’ho trovato. La pesca significa “sono tua prigioniera”. Ovviamente ho allegato anche il dizionario per tradurla!».

 

Diffenbaugh Vanessa. Per scrivere Il linguaggio segreto dei fiori Vanessa Diffenbaugh ha tratto ispirazione dalla sua esperienza come madre adottiva. Dopo aver studiato scrittura creativa alla Stanford, ha tenuto corsi di arte e scrittura ai bambini delle comunità di accoglienza. Lei e suo marito hanno tre figli e vivono a Cambridge, nel Massachusetts. Il linguaggio segreto dei fiori è il suo primo romanzo.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 6 giugno 2011