Le vite storte, le pagine dritte. Intervista a Nadia Terranova


5624438_334828Corre l’anno 1977. Aurora Silini e Giovanni Santatorre, messinesi doc, sono destinati l’un l’altro ma ancora non lo sanno. Entrambi per sfuggire alle proprie famiglie cercano risposte nello studio – lei con grandi risultati, lui assai meno – fin quando si incontrano e la scintilla del sentimento è una logica conseguenza mentre corre l’anno 1977. Loro due sono i protagonisti de “Gli anni al contrario”, romanzo d’esordio della messinese Nadia Terranova – già apprezzata autrice per ragazzi con “Bruno” e la riscrittura de “Le mille e una notte” – edito da Einaudi (pp.152 €16). Mentre l’Italia è scossa dalla lotta armata le vite di Aurora e Giovanni sono travolte dalla quotidianità e ben presto arriveranno il matrimonio – con l’approvazione di entrambe le famiglie ma soprattutto del padre di lei, “il fascistissimo” – e la nascita di una figlia. E sarà proprio lei, ancora neonata, a segnare un primo invalicabile confine fra i due, sin dal significato da attribuire al proprio nome, Mara. Quegli anni della protesta corrono veloci, troppo per Giovanni che vorrebbe entrare nella Storia e finisce per scivolare nell’abisso della tossicodipendenza. Insoddisfatti per sempre, Aurora e Giovanni sono i protagonisti di un romanzo snello e potente che si ambienta a Messina – cogliendone la dimensione metafisica in omaggio a Vincenzo Consolo – senza mai cedere terreno alla retorica folkloristica, grazie all’uso sapiente di un linguaggio che sfugge ai sentimentalismi e indaga sul senso letterario della sconfitta. La Terranova trascina via il lettore in un vortice narrativo che si ricomporrà solo alla fine e al lettore rimane un unico compito, quello di provare empatia per due personaggi che cercano di raddrizzare i propri anni e le proprie vite.

Nadia Terranova

Nadia Terranova (courtesy of Rino Bianchi)

Nadia, cosa sono gli anni al contrario?

«Sono gli anni in cui accade tutto nella direzione opposta rispetto a ciò che ci si aspetta. I figli fanno da padri a genitori immaturi, ragazzi di vent’anni che pensano di poter spaccare il mondo ma se lo lasciano sfuggire fra le mani. Sono anni dell’impegno politico fortissimo che, fatalmente, sfociano quasi subito nel disimpegno del decennio spensierato degli anni ’80. Giovanni e Aurora a vent’anni hanno una casa, una figlia e un lavoro. Praticamente sono prematuramente vecchi e questo, unito all’immaturità di cui sono portatori, crea un cortocircuito».

Perché hai voluto scrivere degli anni ’70?

«Sono nata in quel decennio e ho dei ricordi legati a quegli anni che hanno forgiato il mio lessico familiare. I trenta-quarantenni di oggi devono fare i conti proprio con quegli anni. Noi veniamo da lì».

Perché hai voluto Aurora e Giovanni come tuoi protagonisti?

«Loro due hanno in comune una grande fragilità e il bisogno di scappare dalla famiglia di origine. Sono per antonomasia, due ventenni figli del ’77 perché sono iscritti all’università, annusano la storia e vorrebbero farne parte attivamente. Ma non ci riescono. La storia gli passa accanto proprio come Messina guarda l’Italia. Così come la lingua di mare la separa l’isola dal continente, Aurora e Giovanni non riescono ad attraversare quel qualcosa di impercettibile che li separa dai grandi eventi».

Decidere di ambientare questa vicenda nella tua città è una grande tentazione ma parimenti un bel rischio. Perché hai scelto Messina?

«Mi piace la dimensione metafisica di Messina. Del resto come diceva Vincenzo Consolo, Messina non esiste. La storia di Aurora e Giovanni è ambientata a Messina ma potrebbe essere tale anche in una delle tante cittadine della provincia italiane e al tempo stesso, volevo raccontare la città che amo tantissimo, che ha fatto da sfondo in alcune mie storie per ragazzi senza esserne protagonista. Volevo celebrare Messina come una città identitaria, non solo una tappa intermedia per raggiungere Catania o Palermo».

Le tue descrizioni sono minimali. C’era il rischio di scivolare nella retorica?

«Certo e per scansarlo mi sono adeguata ai miei ricordi. Nella nostra vita reale di siciliani corre una grande distanza da come siamo rappresentati: basta attenersi ai fatti. Del resto, al mattino non ci svegliamo con il suono del marranzano. Aver vissuto a Messina per tanti anni mi ha aiutato a raccontare una normalità quasi inedita se coniugata al contesto siciliano».

Oggi per te Messina cosa significa?

«Fin quando ho vissuto a Messina la davo per scontata, anzi, volevo scappare lontano. Ma proprio quando sono andata via ho cominciato a sentirne la mancanza e mi sono resa conto di essere siciliana. Questo legame è rifiorito soprattutto attraverso la scrittura e la lettura e adesso, ogni volta che ritorno a Messina piuttosto che rifugiarmi nelle abitudini di un tempo, cerco luoghi e angoli della città che misconoscevo, dandoli per scontati».

Strettamente legato a questa sicilianità morigerata è il linguaggio che hai scelto. È stato arduo portarlo in pagina?

«Ho limato tantissimo e ancor prima di scrivere, ciascuna pagina è stata a lungo pensata. Questa storia poteva strappare dei facili sentimentalismi sul tema della lotta armata o dell’eroina ma non volevo affatto che accadesse. Volevo che la mia voce dicesse, i fatti sono questi e il lettore, se vorrà, ci si tufferà dentro lentamente con una sospensione totale del giudizio.

A proposito, che rapporto hai con i tuoi protagonisti?

«Adesso sono loro a parlarmi ma durante la scrittura osservavo Aurora e Giovanni, li torturavo, spingendoli a fare la cosa più sbagliata possibile in modo che potessi vedere le loro reazioni in condizioni estreme. Sono stata un po’ sadica lo ammetto ma volevo che fossero i lettori ad entrare in empatia con loro due».

Il fallimento e il tema dei perdenti affascina spesso gli scrittori. È un tema centrale anche nel tuo libro.

«Quel decennio viene spesso visto con un’ottica di giudizio, storicamente giusta. L’epiteto dei compagni che sbagliano mi ronzava in testa ed è proprio l’errore ad attrarre gli scrittori, come dimostra Dostoevskij in “Delitto e Castigo”. La storia e la politica devono essere serie e morigerate ma la letteratura permette di affondare, di capire sino in fondo perché Humbert Humbert trovi attraente Lolita».

Ma la letteratura ha un effetto Fata Morgana sulla realtà ovvero cerchiamo nei libri una forma di evasione dalla realtà?

«Sicuramente quando vivevo a Messina, da studente, sognavo tantissimo attraverso i libri. Ho vissuto un miliardo di vite fra le pagine delle mie letture ma allora non me ne rendevo conto, era solo il puro piacere di vivere un’altra storia. Ma oggi mi rendo conto che tramite i libri ho accumulato esperienze e ricordi che nella vita reale magari non ho mai esperito».

Il tuo libro ruota attorno alla ricerca di qualcosa che plachi la nostra insoddisfazione. Hai trovato un rimedio?

«Se potessimo raddrizzare gli anni per poterli fare andare diritti, lo faremmo. Anche Aurora e Giovanni ci provano e non ci riescono. E’ molto difficile, ho molta invidia per chi vi riesce».

Francesco Musolino@

Fonte: La Gazzetta del Sud, 4 febbraio 2015

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/02/05, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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