«Sono un artigiano della parola». Intervista a Marc Levy.


Marc Levy

Marc Levy

Marc Levy è il romanziere francese più letto al mondo. Basterebbe questa affermazione, tradotta in trentacinque milioni di copie, per intendere al volo la caratura del personaggio, il valore della sua scrittura, l’amore che i suoi lettori gli tributano ad ogni latitudine. Ma come spesso accade, ciò che colpisce maggiormente dei grandi autori è la loro disponibilità, l’ascolto del proprio pubblico (anche) mediante i social, l’impegno per cause nobili – Levy ha lavorato per la Croce Rossa e Amnesty International – e la capacità di ampliare il proprio sguardo, affrontando anche i temi dell’attualità. Di recente è tornato in libreria con il suo nuovo romanzo, il sedicesimo, “Lei & Lui” (Rizzoli, pp.350 euro 18) in cui racconta, con ironia e leggerezza, una storia d’amore, una commedia romantica sbarazzina ovvero il ritorno in pagina di Mia e Paul, richiamando il suo romanzo d’esordio, “Se solo fosse vero”. Lei è un’attrice inglese di successo con un matrimonio infelice, Lui uno scrittore dalle alterne vicende, fidanzato con la sua traduttrice coreana. Entrambe le coppie sono in crisi e per una casualità Paul e Mia si incontreranno, andando alla scoperta di una Parigi nascosta, sconosciuta ai turisti, battibeccando dalla prima all’ultima pagina in attesa del lieto fine. Sabato 17 settembre, Marc Levy è stato protagonista durante la serata finale della sesta edizione del TaoBuk International Book Festival, incontrando il pubblico alle ore 20 presso Piazza IX Aprile per presentare il suo ultimo romanzo “Lei & Lui”.

Paul e Mia sono di nuovo in azione. Come mai questa scelta?

«Molti lettori mi hanno spesso chiesto un sequel di “Se solo fosse vero”, sperando di ritrovare Arthur e Lauren. E ammetto d’averci pensato a lungo. Eppure il desiderio di trascorrere del tempo con i propri personaggi non è sufficiente per farne un romanzo. Finché non è nata l’idea giusta e tutto è andato come doveva sin da principio. Paul e Mia mi mancavano come gli amici di lungo corso».

lei-e-luiDi recente ha dichiarato di “sentirsi un artigiano”. Cosa intende?

«Anche se ho sempre avuto una passione per la lettura, che devo a mio padre, il mio desiderio di scrivere è sbocciato piuttosto tardi. Quando ho iniziato a farlo, non credevo che “Se solo fosse vero” sarebbe stato un vero e proprio romanzo, figurarsi se immaginavo il successo che ha ottenuto. Non credevo nemmeno che mi avrebbero pubblicato. Ecco, non so spiegare le ragioni del successo ma so una cosa. Non è stato un miracolo. Lavoro duramente, per ogni libro cerco di rinnovarmi e non tento mai di prendere in giro i miei lettori. La curiosità mi spinge ad esplorare luoghi sconosciuti».

L’humour è una componente ricorrente dei suoi libri. È importante saper ridere?

«Vede, proprio per via del fatto che prendo sul serio il mio lavoro, so che è molto importante essere autoironici, imparando a ridere di sé stessi e della vita quotidiana. Con questo libro volevo tornare alla commedia e mi è piaciuto giocare con le incomprensioni e i malintesi dei miei protagonisti, persino con situazioni un poco grottesche, mettendoli alla prova. Sapersi prendere in giro, sapere ridere della vita anche quando ci gioca un brutto tiro, è molto fondamentale. Credo sia una forma di eleganza».

Lei è francese ma vive in America, due modi molto diversi di intendere il concetto di identità che affronta anche in questo libro…

Identità è termine molto importante e centrale nella nostra cultura, spesso persino abusato in questo momento. Mi permetta di uscire dalla sfera politica e citare il meraviglioso discorso del re di Norvegia: “Non è facile sapere da dove veniamo, di che nazionalità siamo. La nostra casa è lì dov’è il nostro cuore e non può sempre essere situato entro i confini di un paese”. Ecco, per quanto mi riguarda ho sempre amato viaggiare, per incontrare e conoscere altre culture. Mi piace vivere all’estero, per entrare in contatto con le persone che hanno un modo diverso di vedere le cose, diversi valori di riferimento e una lingua che suona sconosciuta. Ma tutto ciò ha un significato più alto, di grande umiltà. Non c’è niente che possa essere significativo per noi tutti. I nostri gesti, i nostri costumi, sono figli del paese in cui ci troviamo».

Perché ha scelto gli Stati Uniti?

«Sono sempre stato attratto da New York, dalla sua energia, dal pluralismo culturale e dall’eclettismo persino esuberante. È una città che ha un significato da un punto di vista personale e professionalmente mi ha molto ispirato. Ma grazie a “Lei & Lui” ho avuto l’occasione di fare ritorno a Parigi, riscoprendo il mio amore per questa città, per alcuni quartieri e bistrot che hanno fatto affiorare ricordi del passato…»

FRANCECO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, SETTEMBRE 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2016/12/24, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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