Chi potrebbe uccidere un poeta? Intervista a Björn Larsson

Un giallo scandinavo, provocatorio e ironico, che prende in giro il folle mercato editoriale – ormai perennemente a caccia del nuovo Stieg Larsson – e cerca di rinnovare un genere autoreferenziale. È questa l’estrema sintesi de “I poeti morti non scrivono gialli” (Iperborea; pp. 360; €17), il nuovo libro dell’apprezzato scrittore svedese Björn Larsson. L’autore ha deciso di mettere alla prova il proprio talento scegliendo di scrivere un giallo decisamente atipico e fuori dai consueti schemi narrativi, cedendo alla tentazione del gioco letterario con il lettore, senza lesinare una critica esplicita nei confronti dei giganti dell’editoria, colpevoli d’aver standardizzato il panorama letterario. Proprio partendo dai cliché editoriali, Larsson costruisce una vicenda brillante che ruota attorno alla figura del talentuoso poeta Jan Y. Nilsson, destinato a pagare lo scotto della sua ispirazione con una vita di stenti, vivendo su una barca decrepita, perennemente attraccata al porto di Helsinborg. Eppure, diversamente da molti poeti, Jan Y. ha avuto la fortuna di avere incontrato Karl Petersén, un editore che crede fermamente in lui ma sarà proprio il senso di riconoscenza ad indurre il poeta ad accettare di scrivere un giallo, cedendo ad una vera e propria offerta indecente. Petersén è assolutamente certo che il libro sarà un best-seller e soprattutto “riuscirà a riabilitare letterariamente il genere letterario”. Forse per contraltare alle lusinghe economiche, Jan Y. ha dato voce alla sua rabbia sociale ponendo al centro del proprio libro una sorta di vendicatore che punisce con crudeltà chi si è arricchito senza scrupoli. Tuttavia, lo stesso poeta non può non domandarsi se lui non verrà accusato di aver tradito i suoi ideali ed è certo che la sua musa ispiratrice, Tina Sandell, non gli perdonerà di essersi svenduto. In fin dei conti Jan Y Nilsson vorrebbe solo poter solcare di nuovo i mari e ogni tanto poter offrire una buona bottiglia di vino agli amici, magari accompagnata da un piatto di ragù. Ma un giallo senza vittima non ha ragion d’essere e quando il poeta scriverà finalmente il suo finale, verrà aggredito e assassinato, inscenando un suicidio per impiccagione. Logico credere che sia stato Petersén – colui che troverà il corpo – a farlo fuori ma il commissario Barck non vuole precludersi nessuna ipotesi, del resto lui è il “poliziotto-poeta” e in questo caso, ricco di sospettati e di moventi, serve davvero qualcuno che possa pensare fuori dagli schemi, del resto “chi potrebbe voler uccidere un poeta?”

Non posso non chiederle se anche lei, come Jan Y Nilsson, non abbia avuto delle remore prima di dedicarsi al giallo…

Nessuna remora però ero ansioso davanti alla sfida di cercare di rinnovare un genere, di fare riflettere i lettori che non leggono quasi niente d’altro che gialli stereotipici. Per me, la letteratura non ha niente da fare con la moda, con le etichette, con il genere, con le collane. Deve essere una boccata di area fresca, capace di far capire al lettore che domani, forse, la vita può cambiare e nulla è scontato.

I giallisti scandinavi avranno sufficiente autoironia per non arrabbiarsi del suo ritratto?
Prima, gli editori stranieri non volevano pubblicare libri svedesi perché erano troppo cupi e pieni di angoscia esistenziale. Nel giallo svedese non si sorride affatto, forse un’eredità della nostra etica protestante, dove non esiste il perdono. Ma prendete Camilleri: lì c’è una pura ironia che sembra dire ai lettori che l’universo di Montalbano non deve essere inteso come un ritratto fedele della realtà.
Nella continua caccia al nuovo Stieg Larsson, gli editori sono vittime o carnefici?

Ci sono senza dubbio editori che non amano i buoni libri, però se un editore potesse scegliere, sono sicuro che preferirebbe vendere milioni di copie con ”Cento anni di solitudine” piuttosto che con un giallista­ tipico o un Dan Brown.
Lei affronta il tema della morte, la sua onnipresenza in tutto ciò che è vivo. Che rapporto ha con la morte, la teme o la sua vita da lupo di mare le ha pacificato l’animo?
Non mi piace il fatto che nel giallo tradizionale la morte sia un semplice pretesto per raccontare una storia, piuttosto che un elemento tragico e essenziale della nostra esistenza. La morte non è sempre scandalosa, ma deve essere trattata con rispetto e compassione. Ho vissuto una bella vita, ho amato – amo ancora – ho veri amici, ho una bella figlia, ho scritto qualche libro di cui sono finalmente abbastanza orgoglioso, ho perfino avuto successo professionale come universitario. Amo la vita, intensamente, pero non sarebbe una catastrofe né per me né per il mondo se sparissi domani… o dopodomani.

La cito e le domando: “Ma chi potrebbe uccidere un poeta”?

Non posso evidentemente svelare l’assassino ma il poeta è stato ucciso perché si è lasciato convincere del suo editore a scrivere un… giallo. Purtroppo sono davvero numerosi i romanzieri che sono stati uccisi solo per avere immaginato che la realtà – e con essa i pensieri, i valori, la società, il linguaggio, la fede – potesse essere diversa da ciò che è.

Fonte: Leggere:Tutti – ottobre 2011

 

Luca Telese presenta il suo romanzo a Messina e parla della crisi economica italiana: «noi la festa non ce la siamo affatto goduta»

Luca Telese – il conduttore di In Onda su La7 e firma de Il Fatto Quotidiano – ha presentato il suo ultimo libro, “La Marchesa, la Villa e il Cavaliere” (Aliberti editore) alla libreria Circolo Pickwick nell’ambito del cartellone di presentazioni letterarie ideato e curato dal giornalista messinese, Francesco Musolino che ha dialogato con l’autore e la giornalista televisiva, Carmen Di Per.

Telese è stato protagonista con charme e ironia, dialogando a viso aperto con i tanti lettori e curiosi che hanno affollato la libreria messinese. Sono stati davvero numerosi gli argomenti trattati, visto che lo scandalo dei Casati-Stampa, vera e propria cesura morale nell’Italia borghese degli anni ’70, ha portato alla ribalta tanti personaggi di primo piano, da Cesare Previti sino a Silvio Berlusconi che, con un’abile manovra, si impossessò della Villa San Martino ovvero la Villa di Arcore.

Riguardo alla politica, alla crisi e ai drastici sacrifici in vista, Telese afferma: «Vogliono farci credere che siamo tutti sulla stessa barca ma quando abbiamo proposto di tassare quelli che hanno approfittato dello scudo fiscale, c’è stata un’incredibile levata di scudi. Vogliono farci credere che faremo tutti gli stessi sacrifici ma noi la festa non ce la siamo affatto goduta ed è bene dirlo chiaramente per non essere presi in giro».

E riguardo alla strettissima attualità, alle folli violenze dei “neri” di domenica 16 ottobre, Luca Telese non è affatto comprensivo, anzi: «Ci piace raccontarci che quei teppisti erano poveri e frustrati così possiamo, come è capitato, prenderne le distanze senza condannarli. Ma dietro quella violenza ingiustificata non c’è la povertà, c’è solo la stupidità! Pensate ad un personaggio come “Er Pelliccia” che vorrebbe essere un leader indignato ma, si scopre che è andato all’università privata e il suo avvocato ha persino cercato di sostenere l’incredibile tesi secondo la quale “Er Pelliccia” avrebbe scagliato l’estintore non per fare male ma…per spegnere l’incendio. Incredibile!”». E infine Telese prosegue affermando: «Sono molto preoccupato per queste violenze perché c’è dietro la negazione dell’altro, un concetto davvero molto pericoloso».


«Montanelli aveva già capito che il berlusconismo pesca nella parte più oscura dell’animo italico, del resto la politica non inventa nulla, semmai riproduce e amplifica il sentire e le tendenze in atto nella società». E riguardo ad una ipotetica fine del berlusconismo, Telese afferma: «Berlusconi sembra un personaggio degno di Shakespeare. Come Otello sta rinchiuso nel suo castello, fra vizi passioni e gelosie. Eppure ha sempre un asso nella manica ed è un maestro del bluff, per cui non mi sento di escludere che all’ultimo momento non passi la mano a Maroni e Alfano…mettendo le basi per un’altra vittoria».

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Jerker Eriksson e Håkan Axlander Sundquist: «Per stupire il pubblico bisogna essere sottili e far leva sull’immaginazione del lettore»

Jerker Eriksson e Håkan Axlander Sundquist sono l’asso nella manica firmatoCorbaccio, che vincendo un’asta agguerrita si è assicurata il loro romanzo d’esordio,La Stanza del Male (trad. di U. Ghdoni; pp. 463; €18,60). Al centro della narrazione gli scrittori svedesi pongono due donne molto diverse fra loro: l’ispettore di Polizia Jeanette Kihlberg e la psichiatra Sofia Zeltelund che coopereranno su un caso davvero truce finendo per trovarsi sulla traccia di un serial killer spietato e deciso ad infliggere sofferenza in modo quasi “scientifico”. Vittime che si tramutano in carnefici, terribili violenze su minori e lo spettro inquietante dei bambini soldato sono fra gli ingredienti di un libro cupo e dal grande ritmo narrativo che ha favorevolmente spiazzato i lettori europei.

I due autori hanno risposto alle mie domande dialogando su scrittura, violenza “narrativa”, catarsi e rivelando anche i loro assai interessanti progetti futuri.

Il vostro romanzo è piuttosto cruento ma non scade mai nel morboso, nella violenza compiaciuta. Qual è il limite quando si descrivono certe situazioni estreme?

Anche se il libro è abbastanza pieno di sangue, non scivola mai sul morboso, non indugia mai nella violenza. Una delle missioni dell’arte in generale è quella di riflettere il presente e per questo i confini saranno sempre mossi, poiché la realtà continuerà sempre a superare la fiction. A noi non interessa rivelare solo la violenza, anche se è una parte naturale del romanzo poliziesco moderno. Se si vuole colpire davvero il pubblico, è più efficace essere sottili e far leva sull’immaginazione del lettore.

La scrittura, a vostro avviso, può avere un potere terapeutico ed esorcizzante anche nell’affrontare le violenze quotidiane sui minori o la pedopornografia?

Difficile rispondere a questa domanda senza sollevare dei dubbi. Il problema è molto complesso. Le persone malate e bisognose di aiuto manifestano un problema che non può essere risolto scrivendo. Tuttavia una persona malata può certamente essere ispirata dai libri.

Voi date la voce a personaggi femminili molto sfaccettati e convincenti. Com’è stato portare sulla pagina delle donne e perchè avete fatto questa scelta?

No, non è stato affatto difficile. In realtà è stata una coincidenza. Noi frequentiamo maggiormente le donne che gli uomini e per questo è stato naturale scrivere da quella prospettiva. Inoltre pensiamo che molte storie con protagoniste femminili, scritte dagli uomini, partono da concetti stereotipati come quello che le donne e gli uomini siano sempre molto diversi fra loro.

Come avete costruito il personaggio di Sofia e le sue competenze professionali così definite?

Abbiamo svolto ricerche davvero molto approfondite con un ufficiale di polizia che, per molti anni, ha lavorato sui casi di abusi sessuali su minori. Inoltre Jerker per diversi anni ha convissuto con una psicologa che ci ha fornito davvero un grande aiuto.

Ciascuno di voi ha svolto un numero impressionante di lavori, più o meno stravaganti, nel proprio passato. Com’è nata l’idea di scrivere a quattro mani questo romanzo?

Insieme abbiamo più di dieci anni di sperimentazione con l’arte e la musica, per cui il passo verso la scrittura non è stato così grande. Inoltre tre anni fa siamo andati incontro a due crisi personali molto diverse ed entrambi abbiamo cominciato a far uso della scrittura come terapia.

Siete già al lavoro su un nuovo libro? Volete anticiparci qualcosa?

Per prima cosa finiremo la trilogia di Victoria Bergman. L’ultima parte è quasi pronta e verrà pubblicata in Svezia per la primavera del 2012.

First we will finish the trilogy of Victoria Bergman. The final part is almost ready and will be released in Sweden during spring 2012.‪ Abbiamo già diversi progetti in cantiere: uno script per la televisione e un nuovo romanzo che, pur non essendo una continuazione della trilogia, sarà parzialmente impostata nello stessa “realtà”.

Fonte: www.tempostretto.it del 16 ottobre 2011

Donato Carrisi: «Il serial killer non ha nessuna intenzione di farsi scoprire. É solo un falso mito creato per rassicurarci»

«Passo gran parte del mio tempo a fare ricerche perché credo che le storie migliori affondino dentro la realtà» e in tal modo, lo scrittore e sceneggiatore Donato Carrisi ha scoperto l’esistenza dei cacciatori del buio, dei cacciatori di anomalie, ponendoli al centro del suo nuovo romanzo Il Tribunale delle Anime (Longanesi; pp. 464; €18,60­). Conscio di essere atteso al varco dopo il grande successo internazionale de “Il Suggeritore”, Carrisi ha accettato la sfida e ha puntato anche su un mestiere poco noto ma fondamentalmente connesso ai delitti ovvero quello dei fotorilevatori della polizia scientifica, «che devono essere capaci di cogliere i minimi dettagli e ricostruire per intero, la scena del crimine».

Tornare a scrivere dopo il mirabolante successo de “Il Suggeritore” che sensazioni ti ha dato?

E’ stata un’esperienza difficile perché comunque tutti mi aspettavano al varco per l’esame del secondo libro. Quando riscuoti un grande successo con il libro d’esordio ovviamente le aspettative sono enormi e così le pressioni nonostante io sia uno scrittore da molti anni e avendo già firmato numerose sceneggiature.

Ma queste sensazioni sono state anche un grande stimolo perché non mi sono accontentato della prima storia che mi è venuta in mente, ho cercato una storia che fosse bella e avvincente almeno quanto quella de “Il Suggeritore”.

Hai scelto di portare sulla pagina Sandra e hai documentato con perizia il mestiere del fotorilevatore della scientifica. Perché hai scelto questa figura poco nota e come ti sei documentato?

I fotorilevatori sono importantissimi, fondamentali. Tramite l’occhio della macchina fotografica devono cogliere dettagli, anche minimi, che possono sfuggire all’occhio nudo degli investigatori ed inoltre devono essere capaci di ricostruire, come un puzzle, la scena di un crimine. Ovviamente, da buon scrittore di thriller, mi sono servito di una consulente della polizia che mi ha illustrato e svelato i segreti del proprio mestiere.

Marcus afferma che la verità è incisa sulla pelle ma spesso ci fa più comodo fermarci all’apparenza…

Questo è il modo più semplici per sentirci migliori, superiori. Quando ci troviamo dinnanzi a qualcuno indiziato di reato ci limitiamo a giudicarlo in base ai nostri sentimenti senza andare a fondo, né aspettare il processo. Questo atteggiamento è piuttosto diffuso e non deriva dal cinismo quanto dalla necessità di assolvere se stessi: posso puntare il dito contro un mostro e riconoscerlo e in tal modo quel mostro non sono io.

Nel libro sfati il mito secondo cui i serial killer ingaggerebbero una sorta di lotta con gli investigatori al fine, inconscio, di farsi catturare. Insomma, hai abbattuto uno dei pilastri alla base di molti film e serie-tv.

Certamente, perché non esiste il serial killer che voglia farsi scoprire. Se il tuo hobby è andare a caccia o a pesca, desideri tutto meno che ti facciano smettere. Allo stesso modo, se il tuo hobby è quello di uccidere è chiaro che non hai interesse a farti beccare perché vuoi continuare a fare quello che ti piace.

Il libro è talmente denso e curato nei dettagli che questi cacciatori di anomalie sembrano muoversi davvero su casi reali.

I casi di cui scrivo si rifanno a casi reali, anche perché è davvero difficile superare la crudezza della realtà e mi interessa che il lettore senta l’atmosfera concreta che solo un fatto di cronaca realmente accaduto è capace di evocare. I cacciatori di anomalie, del resto, esistono davvero e nella nota finale del libro spiego la loro funzione e le modalità con cui collaborano con le forze dell’ordine. Hanno un modo di investigare scevro da qualsiasi riferimento di polizia scientifica, è un metodo antichissimo ma totalmente “nuovo”.

Scrivi che l’istinto di conservazione ci spinge ad essere positivi, ad ignorare il male. Ma cosa accade quando siamo costretti a fare i conti con il male stesso?

La natura umana è prettamente ottimista ed è giusto che sia così perché altrimenti come potremmo vivere. Statisticamente il male è predominante e quando siamo costretti a farci i conti ci sentiamo spiazzati, avviliti.  

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca (Ta). Si è laureato in Giurisprudenza con una tesi su Luigi Chiatti, il «mostro di Foligno», per poi seguire i corsi di specializzazione in criminologia e scienza del comportamento. Nel 1999 ha iniziato l’attività di sceneggiatore per cinema e televisione. Fra le altre, ha scritto la sceneggiatura di Nassiriya – Prima della fine per Canale 5 ed è autore di soggetto e sceneggiatura della miniserie thriller Era mio fratello per Rai 1. E’ una firma del Corriere della Sera.

Sul web: http://www.donatocarrisi.it/

Fonte: www.tempostretto.it del 10 ottobre 2011

Elvira Seminara a Messina: «Lo scrittore è un termovalorizzatore umano»

Grande riscontro anche per il quarto incontro letterario svoltosi giovedì 6 ottobre presso la libreria Circolo Pickwick di Messina. Dopo Francesco Fioretti, Nadia Terranova e Simonetta Agnello Hornby, la scrittrice e giornalista siciliana, Elvira Seminara ha incontrato i suoi lettori messinesi presentando il suo più recente romanzo, Scusate la Polvere (Edizioni Nottetempo) nell’ambito del cartellone di presentazioni mediterranee curate dal giornalista Francesco Musolino.

Un appassionante incontro durato o­ltre un’ora durante la quale la Seminara ha parlato di scrittura, donne, morte, religione e reincarnazione, dimostrando sempre charme e grande ironia. «Lo scrittore –ha affermato la Seminara – è un termovalorizzatore umano, cui spetta il compito di convertire emozioni, delusioni, successi, sconfitte, lacrime, risate, sogni e dolori in parole sulla pagina. E’ una vocazione la scrittura, un modo di leggere la vita stessa». Del resto, questa attenzione e questa cura, la Seminara la investe in tutta la sua vita, non solo nella scrittura: «Le mie amiche mi portano sacchetti con i loro gioielli rotti invece di buttarli via. Ma in generale raccolgo anche le ceramiche rotte, i manici delle borse e molto altro, per poi conservarlo con grande cura. Nascono così nuovi bracciali o creazioni estemporanee con la creta. Non butto via nulla – ha proseguito la Seminara – e allo stesso modo, con la scrittura, riprendo e riutilizzo le parole e talvolta, mi piace cercare nuove possibili combinazioni».

Il tema portante del suo ultimo libro, la morte, l’ha spinta a conversare anche su argomenti più alti con il pubblico messinese: «Sono protestante ma credo che tutto l’Occidente trarrebbe grande beneficio da un approccio buddista all’Io. Dovremmo imparare ad essere più distaccati, meno materiali». E ancora: «Credo fermamente nella reincarnazione, del resto, nei miei scritti ho ucciso e sono stata uccisa e ho vissuto gioie e dolori molto forti in modo così vero che non posso non pensare che in un’altra vista, in un altro corpo, devo aver provato quelle gioie e quelle stesse sofferenze».

Infine Elvira Seminara ha rivelato i suoi progetti futuri: «Un importante editore, visto il successo di questa dark comedy, mi ha offerto di inaugurare una nuova collana con un mio romanzo. Finalmente anche in Italia ci siamo aperti alla commistione di generi, senza l’ansia di porre etichette su tutto».

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