Peter Cameron: «Scrivere è l’escamotage perfetto per abbracciare il dolore».

cameronPura letteratura, noir o romanzo storico? É sempre un’impresa ardua apporre un’etichetta ad un libro, ma questa semplificazione sembra  impossibile per i libri dello scrittore statunitense Peter Cameron, già autore di best-seller come Quella sera dorata e Un giorno questo dolore ti sarà utile. Cameron, già annoverato dalla critica come uno dei maggiori esponenti della letteratura americana contemporanea, ritorna in libreria con Coral Glynn, lanciato in contemporanea negli States e in Italia, dove è pubblicato da Adelphi (pp. 212, €18, trad. it. di Giuseppina Oneto). Al centro della vicenda troviamo Coral Glynn, un’infermiera a domicilio rimasta sola al mondo e con una visione totalmente disincantata della vita. Eppure sarà proprio il suo arrivo a villa Hart, nella brumosa quiete della campagna inglese degli anni ’50, a sconvolgere il torpore sentimentale del maggiore Clement Hart, spingendolo a dichiararsi alla giovane per timore di sprofondare nella solitudine. Cameron, con una prosa limpida e sempre scorrevole che non presta mai il fianco alla banalità, cercherà di sondare i misteri del cuore e del passato di Coral, un personaggio su cui resterà sempre una misteriosa, quanto affascinante, aura di mistero.

Il vero mistero di questo romanzo sembra essere proprio la vita emotiva di Coral, è d’accordo?

«Certamente uno dei temi principali del libro è quello del difetto di comunicazione e di come questo influenzi le nostre relazioni umane, rivelandoci come sia davvero difficile, forse impossibile, sapere chi siano davvero le persone con cui condividiamo la nostra vita, anche quella più intima».

Coral sembra essere uno dei suoi personaggi più ottimisti, perché riesce a trovare la sua strada, a superare i suoi blocchi…

«Sono d’accordo. Quando ho cominciato a scrivere Coral Glynn volevo che si parlasse di come noi tutti, affrontiamo diversamente le nostre repressioni e la mia protagonista doveva essere capace di affrontare i suoi limiti, per non lasciarsi bloccare dal suo passato. Al contrario Clement è molto più incline a rimuginare. Coral vuole fortemente un futuro, è decisa a sceglierselo, anche a costo di deludere chi la circonda».

Clement era convinto di aver esiliato l’amore ma con Coral cambia tutto. È possibile proteggersi dai sentimenti o ne siamo tutti preda?

«Mi piace pensare che siamo tutti in grado di trascendere noi stessi, di superare i nostri blocchi emotivi, le nostre false convinzioni, evolvendoci dinanzi alla vita. Bisogna riconoscere che non dipende solo dalle interazioni con gli altri, al contrario serve soprattutto grande forza di volontà per rimettersi in gioco. In definitiva credo che il succo stesso della vita sia proprio il continuo cambiamento».

Lei scrive che l’amore è sconcertante proprio perché è assolutamente logico. Sfatiamo uno dei classici luoghi comuni?

«Le emozioni sono sempre sconcertanti perché non temono la logica, anzi la sovvertono. Sono convinto che i sentimenti e le emozioni siano le uniche cose che ci mantengono fedeli a noi stessi, ciò che ci rammenta chi siamo e cosa proviamo davvero».

In Coral Glynn mette su pagina una girandola di sentimenti e passioni non corrisposte. È possibile essere pienamente felici o bisogna sempre trovare un compromesso con il proprio partner?

«Ho sempre concepito i rapporti fra le persone come qualcosa di estremamente fluido, soggetti a continui alti e bassi, del resto le relazioni non possono essere statiche poiché noi stessi non lo siamo. Mi rendo conto che l’impossibilità di avere uno schema su cosa si debba fare per essere felici in amore può essere una vera sciagura, ma per noi romanzieri è certamente una gran fortuna».

Da dove vengono le sue storie e i suoi personaggi? Si trovano nella realtà che la circonda o nel suo inconscio?

«Scrivere un libro è sempre un’esperienza complessa. Delle volte sento di essere un mezzo, un veicolo per un linguaggio che viene da luoghi che non conosco, magari inconsci. Altre volte, invece, scrivere somiglia proprio ad una lotta, del resto io cerco sempre di procedere, di andare avanti ma alla fine, torno sempre indietro su ciò che ho scritto, lavorando su ogni frase, cercando di renderla perfetta. Sinceramente credo che la mia prosa sia un giusto compromesso fra spontaneità e un lavoro di rilettura costante».

Il dolore, inteso in senso lato, è sovente al centro dei suoi romanzi. Per lei la scrittura è anche un’esperienza catartica?

«Non parlerei di catarsi vera e propria però quando leggo un bel libro mi sento sicuramente meno solo e per questo considero la letteratura come un modo per rammentare a me stesso che sono vivo. Credo che scrivere sia un escamotage perfetto per superare, comprendere, e in fin dei conti abbracciare il mio dolore, trasformandolo in un’opera letteraria».

FRANCESCO MUSOLINO®

Fonte: La Gazzetta del Sud

La Vita Oscena di Aldo Nove

Per vent’anni lo scrittore Aldo Nove (al secolo Antonello Satta Centanin) ha convissuto con i suoi fantasmi. Rimasto orfano bambino dopo la morte di entrambi i genitori, è piombato dalla prima adolescenza nella dipendenza da alcol e psicofarmaci, decidendo di intraprendere, volontariamente, una discesa verso l’Abisso: «Compivo diciassette anni e il mio unico desiderio era quello di morire il più presto possibile». Amante della poesia – Aldo Nove è anche un poeta apprezzato oltre che tra gli storici redattori del mensile “Poesia” – giunto a Milano ha scelto la cocaina come vettore di morte, proprio come George Trakl, il grandissimo poeta tedesco che scelse di suicidarsi proprio con un’overdose di cocaina.

 

La Vita Oscena (Einaudi, pp. 111, €15,50) segna per Aldo Nove un momento fondamentale perché dà prova di saper padroneggiare una scrittura fatta di attimi sezionati con una prosa che sconcerta e trascina il lettore in un lungo cammino verso la ricerca di un limite umano che si trova sempre un gradino più in basso. I temi fondanti sono l’oscenità e la pornografia – sempre imperanti ma mutate oggi in modo (im)mediato-  il senso di colpa e la ricerca della morte con l’ausilio di una “coscienza anestetizzata” che diventa metafora attualissima di una società più cannibalizzata che cannibale.

Ha impiegato vent’anni per scrivere questo libro e poi lo ho terminato in un mese e mezzo. Perché adesso?

«L’ho fatto appena ho avuto l’impressione di aver raggiunto gli strumenti linguistici sufficienti per potermi muovere con della materia piuttosto incandescente. Quando mi sono reso conto che potevo rielaborare con la giusta serenità il materiale di cui volevo parlare, mi sono messo al lavoro»

Dopo aver involontariamente provocato l’esplosione di casa sua, lei viene ricoverato con gravi ustioni. Decide, metaforicamente, di indossare una maschera: “Io non ero più di me”, ripete più volte sulla pagina.

«Quando c’è una grande alterazione dello stato d’animo, il dolore, finisce per alienarci, ci allontana da noi stessi. Talvolta ciò scatena conseguenze assai pericolose come nel caso degli attentatori o dei kamikaze, che magari reagiscono a grandi sofferenze intese anche in chiave sociale. Il dolore ci trasforma. Il dolore trasforma anche il nostro modo di presentarci agli altri, talvolta anche in modo pericoloso».

L’oscenità è un concetto fondante nel suo libro. Gli altarini con le riviste hard nelle edicole hanno lasciato il posto ad una pornografia accessibile, a portata di mouse. Oggi cos’è osceno? Quali sono i tabù delle nuove generazioni?

«Ogni tanto si sente dire “io non sono moralista” oppure “non voglio fare della morale”. Queste frasi sembrano indicare che, nel periodo in cui tutti i valori sono stati capovolti, oggi la morale stessa sia divenuta un tabù, per cui l’osceno potrebbe essere rappresentato dalla semplice normalità».

In casa vostra nessuno pronunciò mai la parola “cancro”. Ancora oggi si esorcizza la malattia col linguaggio. Serve a qualcosa?

«No, fa male. E’ un errore profondamente umano, magari una forma di delicatezza ma non serve a nulla, anzi, ci allontana dalla realtà».

Che rapporto ha con la religione? Il senso di colpa è dominante in lei?

«E’ un discorso molto complesso. Fin quando il senso di colpa viene inteso come la semplice consapevolezza che ad ogni comportamento consegue un effetto, va bene. Ma l’errore del cattolicesimo, a mio avviso, sta nella sessuofobia, legando in modo indiscriminato la colpa alla sessualità, finendo per stravolgere l’intero senso della nostra esistenza. Quello che è più assurdo è che gli stessi preti si inculano i ragazzini…»

Lei scrive che “il dolore è l’unico maestro” e che “al massimo dolore corrisponde il massimo piacere”. Dobbiamo temerlo o no, il dolore?

«E’ impossibile non temere il dolore, nessuno può farlo. Credo che esista soprattutto un piacere derivante dalla sottrazione del dolore, come per un mal di denti che passa o per una sovreccitazione sessuale finalmente sfogata, ma non credo esista un piacere totalmente svincolato dal dolore».

Lei “doveva provare tutto”. Ma dopo averlo fatto cosa accade?

«Magari ci si annoia. Leggendo le biografie dei grandi santi, ad esempio San Francesco, scopriamo che lui aveva provato tutto e alla fine, aveva cambiato radicalmente vita. Magari facesse così anche Berlusconi. Ci mancherebbe altro che si mettesse a fare il santo…»

Sua madre si augurava che in futuro il mondo sarebbe migliorato, sarebbe diventato un bel posto in cui vivere. Mi sembra che siamo lontani.

«Non solo siamo lontani, siamo infinitamente lontani. La situazione è molto peggiore rispetto al passato. Voglio fare un esempio e restringo il campo alla politica italiana: se vent’anni fa avessi pensato che oggi Gianfranco Fini sia la chiave per migliorare la situazione politica italiana, sarei impazzito. Ma oggi accade questo ».

Comprendere che tutti non fanno altro che andare avanti giorno dopo giorno è intimamente connesso alla mercificazione dominante nella nostra società?

«Sottolineo che quella folgorazione giunge in un momento molto particolare per il protagonista del romanzo. Oggi mi rendo conto che questa è una forte tendenza negativa ma per fortuna non vale per tutta l’umanità».

La discesa verso l’abisso l’avrebbe dovuta condurre verso l’Oltre che desiderava. Invece cosa avvenne?

«”Abissum abissus invocat” come dicevano gli antichi, ad un abisso ne segue un altro. Ad un certo punto o subentra il limite naturale della morte oppure avviene una naturale presa di coscienza, la volontà di sopravvivere».

Per tornare al tema della moralità, è servito del coraggio per portare sulla pagina ciò che le è accaduto?

«Fortunatamente lo scrittore ha un filtro ovvero la letteratura, è cosa ben diversa dall’andare a “La Vita in diretta” a raccontare le proprie catastrofi. La finalità dello scrittore non deve semplicemente creare scandalo ma fare della letteratura e ciò gli permette di muoversi su registri più complessi».

Ritornando all’attualità italiana, fra scandali, escort e corruzione il popolo è vicino al limite di sopportazione secondo lei?

«La questione è proprio capire dove sia questo limite. Sicuramente si percepisce un disagio fortissimo e tutte le rivoluzioni, in fondo, sono partite dalla pancia piuttosto che dalla riflessione. In Italia si tira avanti ma il malessere interiore, sommato ai problemi derivanti dalla crisi economica, inevitabilmente comporterà delle conseguenze e francamente non credo che passerà ancora molto tempo».

Antonello Satta Centanin è rinato come Aldo Nove?

«Sicuramente. Aldo Nove è un laboratorio linguistico di quell’altro».

 

 

Fonte: Satisfiction del 30/11/2011