«Un uomo, un voto. Da questa consapevolezza partono tutti i cambiamenti». Luis Sepúlveda a Taormina racconta le sue battaglie.


Luis Sepúlveda

Luis Sepúlveda

Seduto nel giardino all’aperto dell’Hotel San Domenico di Taormina, Luis Sepúlveda fuma una sigaretta fatta a mano e parla di letteratura, con passione. E’ la star della quarta edizione del TaoBuk festival – kermesse letteraria presieduta da Antonella Ferrara che si concluderà il prossimo venerdì 26 – e ascoltandolo parlare si ha la netta sensazione che sia una di quelle persone che merita il grande successo ottenuto. Quasi sessantacinquenne (li compirà il prossimo 4 ottobre) gli occhi di questo pluripremiato e amatissimo scrittore cileno, emanano una grande serenità quando confessa di non aver mai coltivato l’odio per i suoi aguzzini, nonostante abbia passato più di due anni e mezzo in una minuscola cella a seguito del colpo di stato militare che, nel 1973, depose l’allora presidente cileno, Salvator Allende. Da allora la vita di Sepúlveda è stata incentrata all’attivismo civile – al fianco dell’Unesco e Greenpeace – e dopo anni da cronista e inviato speciale in Africa e Sud America, nel 1989 cominciò a scrivere narrativa. Con enorme successo. Ospite a Taormina per ritirare il TaoBuk Award, il legame di Sepúlveda con la Sicilia è forte e radicato nel tempo – nel 1999 ritirò ad Agrigento l’Efebo d’Oro e questa è la sua quarta visita sull’isola – e la sua passione per la scrittura è sempre forte: «ho scritto una nuova fiaba, parlerà di un cane molto speciale e un libro di racconti. Ed entro l’anno spero di terminare un nuovo romanzo».

Lei sembra perfettamente a suo agio in Sicilia…

«Sì, questa terra è parte della mia geografia sentimentale. E’ un luogo così diverso dal resto d’Italia, al confine con l’Europa, qui ci si sente veramente nel sud del mondo.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Camilleri rappresentano il suo legame narrativo invece.

«Quando lessi la definizione della malinconia di Tomasi di Lampedusa, la felicità dell’essere triste, mi colpì ma io non volevo essere un uomo melanconico. Camilleri è un grande maestro, un vero amico, capace di scrivere in un modo che riecheggia lo stile classico ma al tempo stesso è modernissimo. Mi colpisce sempre il trattamento dei suoi personaggi, unico nella letteratura contemporanea. Camilleri è uno scrittore impressionista, capace di dire molto con poche parole».

Lei è sempre stato in prima linea con l’impegno civile e politico, pagando anche a carissimo prezzo per ciò in cui credeva.

«Per me è più importante essere un cittadino, dopo sono uno scrittore. Amo la letteratura e il mio mestiere ma i miei doveri civili vengono al primo posto. Oggi essere un buon cittadino significa dover dire “no” a tante cose. La crisi che avvolge Italia, Spagna, Grecia e Irlanda è espressione di un potere economico enorme che ricade sui cittadini, condannandoli pur se non hanno colpe. Oggi abbiamo bisogno di una nuova legalità, più umana e democratica».

Nel libro “Un’idea di felicità” (scritto a quattro mani con Carlo Petrini, edito da Guanda) lei parla di un’isola felice, Isla Humas. Anche la Sicilia è un’isola ma di felicità non v’è traccia…

«La Sicilia ha avuto uno sviluppo assai diverso rispetto al resto d’Italia, qui non è arrivata la rivoluzione industriale e per molto tempo è stata una società quasi feudale, in mano a grandi latifondisti e subito dopo è arrivato il fenomeno della mafia come componente della politica, così forte da inquinare il processo democratico. Oggi la ricerca della felicità passa per la scoperta di una formula che riporti le cose alla normalità cittadina: un uomo è un voto, questo è il messaggio più importante. E solo sommando i singoli voti si possono cambiare le cose».

Ma oggi in Sicilia l’emigrazione giovanile, lo svuotamento delle città, è un fenomeno sempre più preoccupante.

«E’ la logica risultanza della mancanza di una possibilità di sviluppo in questo mondo moderno. Una regione così potenzialmente ricca dovrebbe disposta a dar asilo alle innovazioni tecnologiche, alla ricerca. Non si può pensare che l’unica risorsa della Sicilia siano il sole e il mare».

E fra i giovani il sentimento dominante è la paura per il futuro.

«E’ una paura legittima. Ma la soluzione non è l’apatia, piuttosto la partecipazione attiva alla società per cambiare le cose. Non è male aver paura, anzi, ci prepara a reagire».

La Scozia ha rifiutato la secessione ma queste tendenze sono forti anche altrove, in Catalogna come in Sicilia. Perché?

«Il vero problema è lo Stato. I Catalani vogliono l’indipendenza non per principio ma per colpa della Spagna. Non dimentichiamo che il dittatore Franco morì nel 1975 e sino a quell’anno i catalani non potevano parlare la propria lingua e lo stesso successe con i baschi».

Ma visto il suo legame con la Sicilia, un giorno qui potrebbe avere il suo buen retiro?

«Sì, mi piacerebbe tantissimo. Ma non so se trovandomi circondato da questa natura, da tanta bellezza, riuscirei anche a scrivere».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 23 settembre 2014

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2014/09/24, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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