Matteo Strukul: «La mia Mila? Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive»

Matteo Strukul è il numero 1 di Sabot/Age, la nuova collana delle Edizioni E/O (curata da Massimo Carlotto) e con “La Ballata di Mila” (pp. 224; €17) ha avuto il merito di riportare in auge il genere pulp, dato per spacciato troppo presto. Oltre le numerose fonti di ispirazioni letterarie e cinematografiche, Strukul trae spunti anche dalla sua terra, «il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni».

Ma qual è il senso della collana Sabot/Age? «Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico. Un modo per destare un allarme sociale che, nonostante tutto, non è mai esploso». Al centro del suo romanzo c’è una mafia cinese tracotante che si prende gioco dei padani veneti assorbendo le tradizioni locali per meglio spadroneggiare sul territorio, ormai piegato fra soprusi, violenze e tacita corruzione lasciando i cittadini nel ruolo di vittime indifese. Tranne la sua Mila Zago, «una vittima destinata suo malgrado a diventare carnefice».

Riguardo al concetto di multiculturalismo e integrazione, Strukul afferma: «E’ necessario evitare qualsiasi scontro fra culture, anzi, bisogna promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. Ma in Italia, ahimé, sembra davvero impossibile capirlo…».

Con “La Ballata di Mila” hai rilanciato il genere pulp con vigore. Questo stile ti è assai affine ma come ci sei arrivato? E’ il frutto del tuo bagaglio letterario o della tua visione della vita?

Entrambe le cose. C’è tutto quello che leggo (noir e pulp), penso ad autori come Victor Gischler, Massimo Carlotto, Irvine Welsh, Don Winslow, Tim Willocks, Alan D. Altieri, Joerg Juretzka, Buddy Giovinazzo, Elmore Leonard, Joe R. Lansdale, Chester Himes, Allan Guthrie, Anthony Neil Smith, Cormac McCarthy, James Lee Burke, Patrick Quinlan, David Peace e moltissimi altri e poi ai fumetti di Warren Ellis, Garth Ennis, Alan Moore, Frank Miller. Poi c’è quello che vedo: i film di Sam Peckinpah, Werner Herzog, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Sergio Leone, Neil Marshall, Riuhey Kitamura, John Woo, Takeshi Kitano, Guy Ritchie, William Friedkin, Michael Cimino, David Fincher. Però c’è anche quello che vivo: il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni. Una terra epica e meravigliosa che non smette di sorprendermi e di rappresentare l’ambientazione perfetta per le storie che mi frullano in testa.

Mila sembra essere il perfetto emblema della collana Sabot/Age. Una donna che si rifiuta di essere uno stereotipo, una vittima indifesa…

Guarda, non avrei potuto dirlo meglio. Da una parte credo che il personaggio rappresenti, in sé, un tentativo di sabotaggio di una cultura molto maschilista come quella italiana, ancora ferma agli anni ’50. Ho voluto una donna destabilizzante al centro della storia, una protagonista capace di dominare gli uomini da un punto di vista mentale e fisico. Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive, relegate a ruoli secondari, come se una donna non potesse essere il centro anche “action” di un romanzo. Però è vero, Mila è una vittima e diventa carnefice suo malgrado. Andrà fino in fondo, però, applicando un concetto di giustizia molto personale, figlio di contraddizioni e rabbia, ma per certi aspetti, la sua, sarà una reazione assolutamente comprensibile.

Riguardo la mafia cinese nel veneto credi che l’allarme sociale sia esploso troppo tardi come avvenuto per la ‘ndrangheta a Milano?

Il punto è che l’allarme sociale non è affatto esploso. Voglio dire: i fatti esistono e certamente forze di polizia e procura stanno lavorando alla grande. Quello che latita secondo me è proprio la cronaca locale e nazionale. In effetti Sabot/Age prova a rispondere proprio a questo. Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico, utilizzando i generi più diversi: pulp, commedia, horror, post-apocalittico, noir. Sarà una collezione di contenuti e non di genere e ogni libro sarà strettamente connesso all’altro, rappresenterà il tassello di un mosaico più complesso, ma incompleto senza anche uno solo dei romanzi pubblicati.

Il fatto che la mafia cinese possa scegliere di rompere il suo isolamento e aprirsi ai costumi e alle tradizioni italiane, può essere un ulteriore fattore di rischio?

Certamente, anche se non la vedo molto probabile come ipotesi. La mafia cinese è caratterizzata da forte chiusura circa i propri riti e regole. Vero è che, come già quella russa, quella cinese cerca con le mafie autoctone la cooperazione e il conflitto rimane l’extrema ratio. Ma non mi ci vedo i cinesi ad aprirsi troppo, piuttosto il loro rinchiudersi in una cellula autosufficiente che un po’ alla volta cresce fino a mangiarsi il Paese ospite mi pare, ahimè, un’ipotesi molto più frequente.

Multiculturalismo è la parola d’oro del momento. Vista la tua attività nel mondo giuridico vorrei chiederti se trovi giusto che parte della società civile italiana – dai circoli ARCI ad alcune frange della sinistra – mettano in dubbio il principio stesso della reciprocità. Dove risiede l’equo confine fra apertura mentale e senso di colpa occidentale?

Guarda, non saprei dirti se manca la condizione di reciprocità. Però è vero che il conflitto fra culture non è la soluzione. Non penso a un inesistente Paese di Bengodi ma il tentativo di rimuovere la paura come unico elemento di confronto questo sì! La soluzione? Il promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. In città come Berlino e Amsterdam, in cui vivo e ho vissuto, le feste delle minoranze etniche sono un classico da fine settimana. Puoi mangiare il cibo thailandese, vedere le loro cerimonie, parlare con la gente e lo stesso avviene per le minoranze con gli olandesi o i tedeschi. Quindi, a ben vedere, hai proprio ragione. D’altra parte, promuoverei quell’agognata integrazione attraverso percorsi di condivisione. E’ pur vero, però, che se continuiamo a considerare la cultura come qualcosa che non riempie la pancia non andremo da nessuna parte. E questo non l’ho certo detto io. Ad esempio a Padova con Sugarpulp organizzeremo un festival dedicato alla letteratura pulp-noir. Molti aficionados verranno da tutta Italia per parlare con Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale, Jeffery Deaver, Victor Gischler. Tim Willocks. Trascorreranno un fantastico weekend in un bellissimo centro culturale a Padova, prenoteranno camere d’albergo, cene ai ristoranti. La cultura creerà un indotto e le persone trascorreranno un weekend diverso e stimolante. Ma perché in Italia è così difficile capirlo? Perché, ahimè, siamo un popolo che ha smesso di credere nella forza dell’arte e della cultura e questo, se continuiamo così, ci perderà definitivamente.

Infine vorrei chiederti: ti senti un sabotatore?

Non so se mi sento un sabotatore ma è certo che il personaggio di Mila Zago rompe geometrie e consuetudini di una certa narrativa italiana. Rappresenta per certi aspetti il catalizzatore ideale per provare a scrivere in un modo che ricordi l’andare al cinema o il bere un milk-shake. La scrittura non può essere solo analisi degli stati d’animo e contemplazioni interiori. Basta! Secondo me è ora di fare un po’ di spettacolo, di colorare le storie, ricordiamoci di Gianni Rodari, Italo Calvino, Emilio Salgari: loro avevano un gran ritmo, avevano brio, sorriso. Sono loro gli italiani che mi hanno influenzato, sarebbe ora di ripartire da lì per arrivare al videogame, al fumetto, al cinema e provare a mescolare tutto per vedere cosa succede. In questo senso, se vuoi, mi sento un sabotatore.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Scoperto dallo scrittore Massimo Carlotto, è cofondatore di Sugarpulp – movimento letterario dedicato al pulp-noir, www.sugarpulp.it – e ha collaborato con riviste (Buscadero, Jam, Classix) e quotidiani (Il Mattino di PadovaLa Nuova di Venezia e MestreLa Tribuna di Treviso). Responsabile dell’ufficio stampa di Meridiano Zero, è dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti e ha pubblicato saggi musicali su Massimo Bubola e Massimo Priviero. Il suo racconto “Bambini all’inferno” è stato pubblicato sul Manifesto. 
La ballata di Mila per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O è il suo primo romanzo. Vive insieme alla moglie Silvia fra Padova e Berlino. Il suo sito è www.matteostrukul.com. Potete scrivergli a matteostrukul@sugarpulp.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 26 settembre 2011

Una chiacchierata con… Francesco Musolino (di Massimo Maugeri) – Settembre 2011

10636027_10204170285433916_8749674041356626951_nTra i nomi dei giovani giornalisti culturali siciliani, spicca quello del trentenne Francesco Musolino (nella foto), il quale può vantare al suo attivo svariate e fruttuose collaborazioni con giornali e magazine, tra cui StilosLeggere:Tutti, Satisfiction e il Corriere Nazionale. Inoltre collabora con Vogue.it. Per il quotidiano di Messina, Tempostretto.it e il settimanale siciliano Centonove cura le pagine di cultura e spettacolo e cura le rubriche dedicate ai libri.

Francesco Musolino, vive a Messina dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con tesi sul pensiero di Ernst Jünger circa il progressivo dominio della tecnica sull’uomo dalla grecità ad oggi.

Il suo sito web èfrancescomusolino.com

Francesco, quando hai cominciato a interessarti di libri e letteratura?

«Il primo vero ricordo legato ai libri risale alla primavera del ’92 quando mia madre mi regalò “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni, acquistato in una libreria romana. Nonostante i miei familiari fossero lettori voraci, sino a quel momento non avevo un buon rapporto con i libri ma quel romanzo, così fantasioso e originale, fece scattare la scintilla e da quel momento in poi i libri non solo fanno parte della mia vita, ma la rendono più ricca e profonda. Ben presto cominciai ad appuntare ai margini delle pagine, curiosità e domande rivolte allo scrittore che leggevo, fin quando passai una notte intera a chiedermi quale sarebbe stata la mia strada. Il mattino dopo mi misi in cerca di una testata online che reclutasse giovani collaboratori e solo qualche giorno dopo cominciai a scrivere per il giornale romano Gufetto.it. Era il 2006 e fu così che tutto cominciò».

Quali sono le maggiori difficoltà con cui, oggi, deve confrontarsi un giovane giornalista culturale siciliano per svolgere il suo lavoro?

«Partiamo in ordine alfabetico? Scherzo ma purtroppo gli ostacoli sono numerosi. In primo luogo bisogna fare i conti con gli stessi colleghi che troppo spesso giudicano con superficialità chi si occupa di quella che un tempo veniva chiamata “Terza Pagina” ovvero la pagina cultura per eccellenza. Nutro sincera stima per gli analisti economici o per gli editorialisti di politica ma sono convinto che saper porre le giuste domande ad un attore o cogliere l’essenza di un romanzo non sia affatto banale, anzi. Soprattutto bisogna fare i conti con buona parte degli editori che troppo spesso, pur avendone i mezzi, credono si possa non pagare – o sottopagare – chi si occupa di libri, cinema e spettacolo».

Hai mai pensato di emigrare per cercare “fortuna” lontano dalla Sicilia?

«Certamente. Da una parte è necessario sapere che bisogna sapersi spostare con facilità verso Roma, Milano e Torino, i maggiori centri culturali italiani, per respirarne le atmosfere e conoscerne gli attori principali. Ma vista una certa ritrosia del territorio, spesso penso quanto potrebbe essere diversa la mia vita e la mia professione se vivessi lì, a stretto contatto con l’ambiente di cui scrivo. Tuttavia mi piace pensare che sia possibile parlare e scrivere di cultura a Messina – e in generale nel Sud – facendo una vita serena e non precaria. Per questo continuo a seminare e ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro, fra libri, mail, recensioni ed interviste. E se un giorno dovessi stancarmi…la valigia è sempre pronta».

Che consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo che sogna di fare il giornalista culturale?

«Credo che l’importante sia impegnarsi giorno per giorno, lavorare sul proprio stile ispirandosi alle firme famose senza mai copiarle. Bisogna leggere moltissimo e non aver paura di muovere critiche anche a chi viene ritenuto, a torto o a ragione, intoccabile. E infine consiglierei di essere modesti ma al tempo stesso ambiziosi. In fin dei conti chi vorrà davvero fare il giornalista si renderà conto ben presto delle difficoltà del mestiere ma non potrà fare altrimenti che seguire la sua vocazione. Nella vita poche cose sono davvero importanti quanto un sogno che si realizza, soprattutto se si lotta per averlo».

Qual è stata la tua più grande soddisfazione nell’ambito dell’attività giornalistica che hai svolto finora?

«Ogni volta che mi viene inviato un libro, ogni volta che vengo contattato per propormi un’intervista o una recensione, ogni volta che vengo invitato ad un festival…mi sento sinceramente onorato. Sono attestati di stima che che raccolgo con grande piacere. Ho una vera passione per le interviste e mi ispiro tanto a quelle di Sabelli Fioretti che a quelle storiche della Paris Review. Grazie al mio mestiere ho avuto il piacere di realizzarne parecchie e fra queste spiccano certamente quelle ad Emir Kusturica, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Oliver Stone, Dan Fante, David Foenkinos e Nanni Moretti. Ma ad essere sinceri credo che potenzialmente qualunque intervista possa serbare grandi sorprese».

Progetti per il futuro?

«Per fortuna sono tanti. In primo luogo ho ripreso il lavoro per le diverse testate con le quali collaboro e spero di seguire diversi festival letterari e cinematografici quest’anno. Inoltre per la “libreria Circolo Pickwick” di Messina, sto curando un palinsesto di presentazioni letterarie che partirà a fine settembre e si concluderà a dicembre per poi riprendere a gennaio. Parleremo di Mediterraneo e di libri legati al nostro mare e avremo il piacere di ospitare sia nomi celebri dell’editoria italiana che giovani talenti emergenti. Ma non saranno le classiche presentazioni letterarie poiché punteremo sul connubio che la letteratura sa tessere con la musica, le arti visive e persino il gusto.

Chissà forse il 2011 sarà l’anno giusto per rimettersi a scrivere. Ho composto due silloge di poesia ma non ho davvero cercato un editore perché il mercato italiano è troppo timoroso nei confronti della poesia e trovo che l’editoria a pagamento sia un detestabile ossimoro. Accanto alla mia passione per la poesia, ho in mente tre racconti e due romanzi che non aspettano altro che d’essere scritti. Vedremo».

Fonte: Letteratitudine del 4 settembre 2011 (e Terza Pagina)

Chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo?

Stefano Feltri
Stefano Feltri

Tutti lo tirano per la giacchetta e per molti potrebbe essere il salvatore della patria in un momento in cui le ideologie sono in piena crisi e troppo spesso si parla di necessarie convergenze. Ma chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo? L’imprenditore bolognese, classe ’47, attuale presidente della Ferrari s.p.a, ex presidente della Luiss e di Confindustria e attuale presidente di NTV (Nuovo Trasporto Ferroviario), sembra ormai prossimo a scendere in pista e ad impegnarsi politicamente in prima persona, come conseguenza diretta della sua creatura Italia Futura. Ma quest’uomo capace di affascinare le masse e di figurare come possibile alternativa tanto per la destra che per la sinistra, come ha costruito la sua fortuna. Continua a leggere “Chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo?”

Ruta E. Sepetys dichiara: «L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza»

Un viaggio in Lituania e la curiosità di ripercorrere la memoria paterna sono gli ingredienti essenziali di un libro molto toccante, appena uscito in libreria e subito capace di stregare il grande pubblico. Con Avevano spento anche la luna (Garzanti; tr. it di Roberta Scarabelli; pp. 304; €18.60) Ruta E. Sepetys ha voluto narrare – con una scrittura urgente ma sempre molto accurata – una delle pagine più drammatiche della storia ovvero le deportazioni nei gulag subite dagli stati baltici, schiacciati senza pietà dalla violenza stalinista. Un libro dedicato alla memoria: un omaggio verso milioni di vittime incolpevoli e insieme un modo per celebrare degnamente anche i sopravvissuti, trattati da veri e propri reietti una volta tornati in Lituania. La Sepetys ha incontrato i sopravvissuti per costruire fedelmente i propri personaggi, dotandoli del giusto bagaglio emotivo – della fierezza, della dignità e del loro coraggio – ed inoltre ha visitato i campi di lavoro in Siberia, dove i deportati giunsero dopo ben 440 giorni di viaggio massacrante (il tasso di mortalità nei gulag giunse a toccare l’80%)

Avevano spento anche la luna è un invito a scoprire la verità per non dimenticarla mai. Perché certi orrori possano non tornare mai più.

Quando ha sentito la necessità di intraprendere questo viaggio a ritroso nella memoria?

Tutto è cominciato quando ho fatto una visita alla mia famiglia in Lituania. Ho chiesto se avessero una foto di mio padre e nella stanza scese il silenzio e mi risposero: “No Ruta, noi abbiamo dovuto bruciare tutte le foto, non potevamo tenere niente che creasse un collegamento fra noi e tuo padre”. Così ho capito che sebbene tantissime persone fossero state colpite dalla violenza di Stalin, il mondo intero ignorava tutto questo dolore.

E’ stato difficile trovare il giusto tono per spiegare il dramma delle deportazioni, sia ai ragazzi che agli adulti?

Sì è stato difficile perché volevo che la storia trasmettesse un senso di urgenza e immediatezza. Volevo che il lettore si sentisse lì, nel dolore e nella totale precarietà, che si immedesimasse in quella situazione. Per questo ho usato frasi veloci e brevi ma al tempo stesso molto descrittive.

Trovandosi dinnanzi a tanti orrori e a tante sofferenze ha mai pensato di desistere?

Sì, certo. Più volte mi sono detta “non ce la faccio, non ce la faccio”. Mi preoccupava soprattutto il fatto di non riuscire a descrivere in modo reale le situazioni, le circostanze, mentre io volevo rendere omaggio alle persone che avevano subito queste disumane sofferenze.

Lei rivela che quando i lituani riuscirono a tornare in patria, ebbero vita durissima…

Certamente. Una volta tornati in Lituania sono stati trattati come criminali. Come se un ex-galeotto, dopo vent’anni di carcere, una volta fuori venisse ancora trattato come un reietto. Ma queste persone erano totalmente innocenti, non avevano fatto nulla di sbagliato. Eppure non potevano entrare in contatto con la famiglia, accedere all’istruzione né ad un lavoro, non avevano alcun diritto.

Se l’umanità ha scoperto relativamente presto i drammi dell’olocausto, come mai le deportazioni nei gulag sono rimaste segrete ben più a lungo?

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante le conferenze in cui si discuteva il nuovo assetto mondiale, come a Yalta e a Postdam, Stalin ha convinto il mondo occidentale a lasciare gli stati baltici sotto il suo controllo. Sono rimasti sotto l’occupazione sovietica per cinquant’anni senza poterne parlare, pena una severa condanna come anti-sovietici.

Teme che il dramma delle deportazioni possa tornare, un giorno?

L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza. Spero che leggendo e venendo a conoscenza delle tragedie del passato, si possa imparare qualcosa, creando le basi per un futuro più giusto.

Nella costruzione dei personaggi, soprattutto per Lina e Jonas, ha tratto ispirazione da Anna Frank?

Ho amato Anna Frank e il suo Diario e ne ho tratto certamente ispirazione dalla sua vita. Tuttavia i miei personaggi sono la conseguenza diretta dell’incontro con i sopravvissuti alle deportazioni, i loro ricordi e le loro emozioni sono state la mia ispirazione diretta per costruire tutti i personaggi del mio libro.

Ho trovato molto significativo l’aver voluto rimarcare che l’indipendenza degli stati baltici sia giunta in modo pacifico…

Credo che questi paesi possano insegnare al mondo una lezione molto più grande. Stalin ha usato la lingua della violenza senza alcun scrupolo ma le sue vittime nel Baltico, si sono rifiutate di perpetrare quella stessa violenza e nella loro ricerca dell’indipendenza hanno parlato attraverso l’amore e il patriottismo, dimostrando al mondo che erano pronti per essere liberi. Ciò dimostra al mondo che spesso è più importante credere che bombardare.

Valeria Montaldi: «Le similitudini fra i nostri giorni e il Medioevo sono davvero molte (e insospettabili)»

Nell’anno 1254, la medichessa Caterina de Colleaperto sta conducendo la propria battaglia personale per riuscire ad introdursi a pieno titolo nell’ambiente medico di Parigi. L’aiuto del potente Rolando Lanfranchi, suo amante, le aprirà le porte necessarie ma non la proteggerà in alcun modo dinnanzi ad accuse ingiuste e scagliate verso una donna indifesa. Caterina dovrà scappare fra mille peripezie verso la sua Milano dove ad attenderla trova una città ricca di opposti e contraddizioni ma già capitale della moda e del lusso, dove c’è posto anche per un barlume di speranza. Il quinto romanzo di Valeria MontaldiLa Ribelle (Rizzoli; pp. 468; €19.90) è un nuovo e accuratissimo affresco di quel mondo medievale che l’autrice dimostra ancora una volta di conoscere a fondo, intessendo una trama avvincente e ricca di colpi di scena. Sullo sfondo medievale la Montaldi si richiama di continuo alla realtà contemporanea e lei stessa chiarisce a Tempostretto.it che le similitudini con quei tempi sono parecchie: «il desiderio di delegare l’incertezza sul futuro al potente di turno, fosse esso un imperatore o un papa; le passioni umane, costantemente uguali, l’avidità di denaro e di potere, le pulsioni sessuali, la prevaricazione operata sui più deboli; l’attività mediatica, oggi appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa e allora compulsiva attività di predicatori, con relativi pellegrinaggi e adorazione di reliquie». E la relazione fra la sua Caterina – una donna coraggio e per questo portatrice di scandalo – e il potente Rolando, non può non rimandare ai giorni nostri: «Il problema è che quando un uomo raggiunge  una qualunque forma di potere, per rassicurare se stesso sulla propria inarrestabile ascesa cerca di palesarlo al mondo intero, questo potere. E allora ecco che  si circonda di giovani donne attraenti disposte a tutto, anche a buttare alle ortiche se stesse e la loro dignità».  

Chi sono “le donne portatrici di scandalo” cui dedica il romanzo? Perchè ha scelto una citazione di Simone Weil?

Per la verità, il romanzo è dedicato “alle donne, e al loro coraggio”: che poi alcune di queste donne coraggiose, con le loro azioni e le loro scelte di vita, sembrino portare scandalo in una società arroccata sui propri pregiudizi è cosa antica. La Weil (citando un passo del Vangelo) dice: “è necessario che vi siano scandali, ma guai a colui che porta lo scandalo”. Questo significa che se è utile che segreti inconfessabili vengano portati alla luce, è immorale che il loro disvelamento avvenga per motivi dettati da convenienza personale da parte del delatore. Credo che la Weil si possa considerare un’icona delle tante “donne coraggiose” che hanno popolato e continuano a popolare il mondo.

Come è nata la sua nuova eroina? A chi si è ispirata per darle vita?

Non c’è stato un modello specifico. Mentre mi documentavo sui testi per cercare di approfondire una volta di più  tematiche sociali e atteggiamenti quotidiani della gente che viveva più di ottocento anni fa, mi sono chiesta quale potesse essere il ruolo di una donna che ambisse a esercitare una professione difficile come quella medica. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che di medichesse ce n’erano molte e che alcune erano apprezzate quanto i colleghi maschi. Da qui a farmi venire in mente di creare una storia imperniata su una di loro, il passo è stato breve: in quanto scrittrice donna, mi sembrava giunto il momento di dare spazio a un personaggio femminile forte, capace di fornire una sorta di “exemplum”, valido anche oggi .

Il rapporto fra Rolando e Caterina è un misto di amore, passione, protezione e raccomandazioni. Montaldi dunque non c’è nulla di nuovo sotto il sole visto che i potenti hanno sempre profittato delle giovani beltà?

Certo che non c’è nulla di nuovo sotto il sole! Perché, secondo lei, le vicende che continuano a coinvolgere i nostri potenti di oggi sono molto diverse da quelle che ha vissuto la mia Caterina? Il problema è che quando un uomo raggiunge  una qualunque forma di potere, per rassicurare se stesso sulla propria inarrestabile ascesa (e, perché no?, sulla propria virilità, messa a dura prova da gravosi impegni sociali e di immagine) cerca di palesarlo al mondo intero, questo potere. E allora ecco che  si circonda di giovani donne attraenti disposte a tutto, anche a buttare alle ortiche se stesse e la loro dignità.

L’incontro fra Caterina a Matthew è un simbolico passaggio di consegne? Ovvero nel suo prossimo romanzo l’eroina sarà ancora una donna?

Non so con precisione quale sarà la tematica del prossimo romanzo, anche se qualche idea comincia a germogliare nella mia mente. Matthew è ancora abbastanza giovane e può continuare a comparire nelle mie storie quindi preferisco non porre limiti alla sua “sopravvivenza narrativa”: se il personaggio avrà un ruolo plausibile, forse tornerà a fare capolino fra le mie pagine. Per quanto riguarda un’eventuale, prossima protagonista, si vedrà. Per ora è solo un deciso “no comment”.

Perché ha scelto Parigi e Milano come ambientazioni del suo romanzo e che tipo di città erano allora?

Perché erano le uniche, vere metropoli medievali e, nonostante le differenze degli organismi politici che le governavano, si assomigliavano nella vita quotidiana. Affollate, e ferventi  di vita e di commerci, entrambe vivevano la stessa contraddizione sociale: un’imbarazzante opulenza da una parte, un’estrema miseria dall’altra. Inoltre, nel periodo in cui si svolge il romanzo, a Parigi è nata la Sorbona, una delle fondazioni più importanti della storia europea: mi piaceva farne cenno e coinvolgere il lettore nell’atmosfera goliardica dovuta alla nuova, inaspettata folla di studenti che percorreva le vie della città.

Ormai lei è a pieno titolo un’esperta del mondo medievale e della sua microstoria. Cosa la affascina tanto? Le dispiace che per molti aspetti l’aggettivo “medievale” sia inteso in senso denigratorio?

Mi affascinano le similitudini con l’oggi. Sono molte, anche se insospettabili, e ne elencherò solo alcune: il desiderio di delegare l’incertezza sul futuro al potente di turno, fosse esso un imperatore o un papa; le passioni umane, costantemente uguali, l’avidità di denaro e di potere, le pulsioni sessuali, la prevaricazione operata sui più deboli; l’attività mediatica, oggi appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa e allora compulsiva attività di predicatori, con relativi pellegrinaggi e adorazione di reliquie. E tanti altri aspetti che qui sarebbe troppo lungo elencare. Quanto all’aggettivo “medievale”, fortunatamente in questi ultimi decenni ha perso molta della sua valenza negativa: del resto, considerando che medioevo significa “periodo di mezzo”, mi piacerebbe sapere  in quale momento della storia gli uomini non hanno vissuto secoli “di mezzo”: forse che oggi, ben coscienti del nostro passato, non stiamo aspettando il futuro? Se non è un “di mezzo questo”…

Non nutre mai il desiderio di scrivere una storia ambientata nei giorni nostri?

Certo, e ho già parecchio materiale nel cassetto. Chissà, forse prima o poi mi deciderò ad aprirlo…

Valeria Montaldi, giornalista e scrittrice, vive e lavora a Milano. Ha esordito nel 2001 con Il mercante di lana (BUR), cui sono seguiti Il signore del falco (2003), Il monaco inglese (2006) e Il manoscritto dell’Imperatore (2008).

Fonte: www.tempostretto.it del 5 settembre 2011