Giuseppe Marchetti Tricamo: «L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire».

Un libro per celebrare il 150° anniversario dell’Italia unita e con essa, gli italiani fieri d’esserlo, coloro che ogni giorno sentono nel proprio cuore l’orgoglio per la patria e mai si sognerebbero di parlare a cuor leggero di devoluzione. Il professore Giuseppe Marchetti Tricamo, firma con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami una nuova edizione riveduta e ampliata de L’Italia s’è desta (Cairo Editore; pp. 320; €16). A dieci anni dalla prima edizione, Marchetti Tricamo dichiara a Tempostretto.it: «Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale». “L’Italia s’è desta” è un libro davvero ricco, pregno di ricostruzioni storiche avvincenti con le quali i tre autori ricostruiscono con dovizia di particolari ma senza alcuna prosopopea, prima l’esegesi del “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli per poi narrare la vita avventurosa dello stesso Mameli e quella di numerosi patrioti che hanno sacrificato la propria vita per l’Italia e il Tricolore, proprio come “i Camiciotti”, «che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore». Ne “L’Italia s’è desta” viene narrata anche la nascita del Tricolore come oggi lo conosciamo tornando indietro nel tempo sino al fatidico 7 gennaio 1797.

Un libro che vuole scuotere coloro che ancora non hanno preso coscienza di cosa sia stato davvero il Risorgimento e allo stesso tempo un grande atto di fiducia nei giovani: «dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori».

L’intento del vostro libro è chiaro, voler celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e con essi gli italiani stessi. Ma oggi che paese le sembra la nostra Italia?

È passato un po’ di tempo da quando con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami abbiamo pubblicato insieme il primo libro sull’identità nazionale. Dieci anni, nei quali ciascuno di noi ha perso qualcosa e tutti insieme molto: nell’economia, nella politica, nel patrimonio culturale, nella vivibilità,  e nella fruizione delle nostre città, nei rapporti sociali, nell’etica. Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale, con tanta voglia di valori antichi mai caduti in prescrizione. Questo anno 2011 è un’occasione importante per riflettere sul nostro passato, sul nostro presente e sul nostro futuro. L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire.

Scrivete che rifiuterete e combatterete ogni tentativo di devoluzione, tutelando la memoria e il sangue versato dai patrioti. Eppure se da una parte si inneggia alla Padania, al Sud si comincia a parlare di autonomia. Cosa ci aspetta dunque? Dovremo scendere in piazza per difendere l’Unità d’Italia?

Il 90 per cento degli italiani considera positivamente l’Unità nazionale, un’eredità che è arrivata a noi dal Risorgimento e da 150 anni di storia e che ci è stata consegnata dai “padri della Patria”. Un patrimonio importante, quindi, da custodire con cura e che non andrà mai disperso. Gli strappi e le provocazioni di coloro che inneggiano alla Padania (e dei neoborbonici) non hanno fatto altro che rafforzare il sentimento unitario. C’è un’Italia di persone dalla schiena dritta, che ama il proprio Paese e che (ce lo dicono i sondaggi) è più numerosa di quello che appare.

Ricostruite l’intera vicenda che ha portato alla nascita dell’inno d’Italia ma, le chiedo, secondo lei perché non si canta la sua versione estesa, preferendogli quella breve?

Perché dell’inno si conosce soltanto la prima strofa. E così sfugge il merito più grande di Mameli che fu la visione unitaria che ebbe del Risorgimento e che si manifesta nella strofa chiave che dice: «Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano; i bimbi d’Italia si chiaman Balilla; il suon d’ogni squilla i Vespri suonò». In non più di otto versi, Mameli riuscì  a concentrarvi un “campione” di momenti libertari in punti diversi d’Italia: poco conta che non fossero contemporanei, e che ognuno abbia avuto propri connotati. Nel libro (L’Italia s’è desta) c’è l’intero inno e l’esigesi di ciascun verso.

Non le sembra assurdo che l’inno di Mameli sia ancora provvisorio e che periodicamente venga messo in discussione?

Sì, mi sembra assurdo. E quando ho l’opportunità di incontrare un parlamentare glielo rammento. L’ultima volta l’ho fatto a Cortina d’Ampezzo, al Miramonti, in occasione della presentazione del libro. Nell’occasione il mio interlocutore era Giancarlo Mazzuca, anche lui, come me, attento alla storia dell’Italia. Precedentemente l’avevo fatto con Enzo Bianco. L’inno di Mameli ha molti sostenitori, anche tra i musicisti famosi come Riccardo Muti che ha recentemente dichiarato: “Trovo assurdi certi appelli alla sua sostituzione. Teniamoci l’inno di Mameli e che Dio ce lo conservi”.

Mameli lo si potrebbe immaginare anche come un letterato pacifico e bonario e invece con la storia del “poeta con la sciabola” rivelate la sua vera storia. Cosa l’ha maggiormente colpito della sua figura?

Mi ha colpito la determinazione e la tenacia del giovane Mameli, che era motivato,  dall’amor di patria, a porsi un obiettivo e a raggiungerlo a qualunque costo. Dopo averci regalato il “Canto degli italiani”, ha dato la propria vita, sul colle del Gianicolo, in difesa della Repubblica Romana. Il sacrificio di Mameli; il martirio dei giovani Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis che (a Bologna) per primi hanno indossato una coccarda tricolore durante il tentativo di insurrezione contro lo Stato pontificio;  l’eroismo degli  studenti “i Camiciotti”, che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore: tutto questo ci dice che dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori. Queste e molte altre storie le raccontiamo nel libro L’Italia s’è desta.

Il 7 gennaio 1797 nasce la bandiera italiana e Giuseppe Compagnoni avrà un ruolo fondamentale. Chi era questo letterato patriota e come si è giunti al tricolore come lo conosciamo?

La storia del Tricolore è lunga e ricca di avvenimenti. Tutto comincia, come lei ha ricordato, a Reggio Emilia durante l’assemblea costituente della Repubblica Cispadana, quando Giuseppe Compagnoni (deputato di Lugo, certamente patriota e certamente letterato con alti e bassi) propose l’adozione della bandiera verde, bianca e rossa e la sua proposta fu accolta con scrosci di applausi. Quella prima bandiera italiana ebbe caratteristiche diverse rispetto al Tricolore che conosciamo attualmente: differiva nella disposizione dei colori, le bande erano orizzontali, nella parte bianca spiccava una faretra con quattro frecce e le lettere “RC”. Ma l’11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali. E quel verde, quel bianco e quel rosso divennero da subito i colori della fede politica e della speranza in un futuro migliore.

Professor Marchetti Tricamo perché sono stati scritti tanti libri per denigrare l’Italia, il Risorgimento e persino l’Unità?

È incredibile! Noi italiani passiamo con estrosa facilità dall’autoesaltazione all’autodenigrazione e viceversa del Paese. Idee un bel po’ confuse? Opportunismo? Chissà? Purtroppo, così si contribuisce ad alimentare l’atavico antagonismo tra Nord e Sud. È realtà che il nostro sia un paese a due velocità. La fonte del divario è lontana: si può attribuire, per quanto riguarda il Sud, alla politica dei governi borbonici ma anche alle mancate (nella politica successiva al 1860) strategie e capacità per riequilibrare il Paese. Il recupero del divario, tra Nord e Sud, dovrebbe costituire la priorità per ogni Governo che voglia rimettere in moto l’Italia intera. Ma il Governo, oggi, ha tante “gatte da pelare”! Emerge, comunque, una certezza. Noi italiani vogliamo che nel nostro cielo sventoli una sola bandiera, il tricolore, e vogliamo continuare a cantare l’inno di Mameli.

Giuseppe Marchetti Tricamo è docente presso la facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione nell’Università La Sapienza di Roma. Dirige Leggere:tutti, rivista del libro e della lettura. È stato direttore di Rai-Eri. Ha pubblicato La fabbrica delle emozioni. Così si fa l’editore in Italia (2005).

Fonte: www.tempostretto.it del 31 agosto 2011

Massimo Carlotto attacca: «L’Italia è nelle mani di una manica di incapaci»

Può destare una certa sensazione il fatto che Massimo Carlotto, l’autore della serie cult L’Alligatore affermi che «oggi il noir non è più lo strumento d’eccellenza per raccontare la realtà». Ma Carlotto, il maestro del noir mediterraneo, con la sua nitida analisi ha ipso facto abilitato tutti i generi narrativi a raccontare il degrado della società italiana e proprio questa è l’essenza della nuova collezione numerata della casa editrice ​Edizioni E/O ovvero Sabot/Age, diretta da Colomba Rossi e curata proprio da Massimo Carlotto. La collezione, sbarcata in libreria il 24 agosto, è dedicata alle “storie che il nostro Paese non è più in grado di raccontare” e ha preso avvio con due titoli importanti: Matteo Strukul (autore de “La Ballata di Mila”) porta sulla pagina un pulp ritrovato e rinvigorito per raccontare le gang cinesi mentre Carlo Mazza (autore de “Lupi di Fronte al Mare”) si distingue per uno stile classico e folgorante con il quale denuncia gli orrori della malasanità pugliese. «Con i miei libri – racconta Carlotto – ho messo in luce chi ha saputo sfruttare il degrado morale per fare fortuna. Sabot/age invece, racconterà le storie delle vittime che hanno deciso di ribellarsi».

Il nome della collana è il punto perfetto da cui partire…

Sabot/age letto alla francese o all’inglese ha un doppio significato molto interessante. Il sabot è lo zoccolo di legno che gli operai delle filande lanciavano nelle macchine quando, esausti, non reggevano più i ritmi di lavoro. La parola inglese “Sabotage”, sabotaggio, rende alla perfezione la stanchezza degli italiani, esausti dal clima di menzogna e mistificazione della realtà nel quale è piombata l’Italia. Oggi sembra davvero necessario sabotare la macchina mediatica che propina una realtà falsata.

Come la si può sabotare?

Raccontando storie prese dalla realtà che rendono al meglio l’Italia odierna, quella del post-collasso. Il noir aveva anticipato questo collasso descrivendo la crisi ma ora è importante che tutti i generi letterari riescano a raccontare ciò che accade, rendendo al meglio le modificazioni antropologiche che hanno subito gli italiani negli anni.

Nel suo ultimo libro “Alla fine di un giorno noioso” lei fotografa un Veneto dove tutti sono corruttibili e non ci sono più valori. Ma con la collana “Sabot/Age” cambia la prospettiva…

Sì. Io ho raccontato la crisi dal punto di vista di chi si è approfittato della crisi, invece questa collana racconta l’altra faccia della medaglia, quelle storie taciute che evidenziano come la gente affronta quotidianamente il degrado nel quale l’Italia sta sprofondando. Siamo giunti ad un punto di non ritorno con cui bisogna fare i conti. E’ brutto dirlo ma, da un punto di vista letterario, il momento è molto affascinante».

La collana si è aperta con due titoli importanti e assai diversi fra loro: “La Ballata di Mila” di Matteo Strukul e “Lupi di Fronte al Mare” di Carlo Mazza. Cosa vi ha colpito di questi romanzi tanto da decidere di partire con essi?

Questa è una collezione numerata che punta sui contenuti e non sui generi e tutti i numeri hanno in comune il fatto di essere storie molto potenti. Il numero uno è “La Ballata di Mila” (pp.224; €17) di Matteo Strukul che rilancia il pulp con forza, raccontando la storia di una vittima che si ribella. I personaggi che alzano la testa e non accettano più di essere sottomessi saranno determinanti in questa collana. Invece “Lupi di Fronte al Mare” (pp. 368; €19,50) di Carlo Mazza è una storia straordinaria perchè racconta per la prima volta in un romanzo, lo scandalo della sanità in Puglia. Mazza si muove sulla pagina con una lucidità folgorante cui abbina una forma letteraria classica e nitida. Questi due autori, siamo certi, ci daranno grandi soddisfazioni.

Quando la intervistai per “Alla fine di un giorno noioso” lei mi confessò che era molto preoccupato per la condizione morale del nostro paese. E oggi?

Oggi lo sono anche di più. E’ successo quello che mi aspettavo ovvero un collasso morale ed economico. Siamo in mano ad una manica di incapaci che stanno gestendo il paese maniera straordinariamente pessima. Me lo aspettavo ma ora è giunto il momento di cambiare e questo grande fermento letterario può essere un segnale importante.

Fonte: www.tempostretto.it del 29 agosto 2011

Dan Fante a Tempostretto.it: «Scrivere mi ha salvato la vita»

La sesta edizione del Festival letterario abruzzese “Il Dio di mio padre”, dedicato allo scrittore italo-americano John Fante, è ai nastri di partenza. La kermesse si terrà dal19 al 21 agosto 2011 a Torricella Peligna (Chieti), paese di origine del padre, Nick Fante. Difatti Nick, era un muratore nato a Torricella Peligna che, come molti suoi corregionali, emigrò negli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. Approdò nel 1901 a Ellis Island poco più che ventenne. Si stabilì nel Colorado e poco dopo sposò Maria Capoluogo, un’italoamericana nata a Chicago da genitori lucani. Ebbero quattro figli. John Fante fu il primogenito.

Il Festival è diretto da Giovanna Di Lello, giornalista e filmaker abruzzese, che ha dedicato allo scrittore il primo documentario biografico in Italia, ed è organizzato dal Comune di Torricella Peligna. L’edizione di quest’anno si annuncia ricca di eventi, appuntamenti di rilievo e prestigiose presenze, prima fra tutte quella dei figli dello scrittore, Victoria Cohen Fante e Dan Fante.  Altro ospite eccellente sarà Enrico Rava, il jazzista italiano più conosciuto e apprezzato sulla scena internazionale e grande appassionato di John Fante.

‘Il Dio di mio padre’ ha ospitato numerosi figure d’eccezione tra cui gli scrittori Antonio Scurati, Andrea de Carlo, Melissa P, Wu Ming, Gaetano Cappelli, Marco Vichi, Loriano Macchiavelli, Melania G. Mazzucco, Fabio Geda, il giornalista Giulio Borrelli, i musicisti Vinicio Capossela (reading musicale su Fante), Francesco De Gregori , Marina Rei,  Raiz degli Almamegretta (per reading musicale inedito dal titolo La stanza di Bandini), il regista Paolo Virzì, l’attore Andrea Brambilla detto Zuzzurro, l’artista Tanino Liberatore e quest’anno sono state previsti anche la Lectio Magistralis che terrà il filosofo Gianni Vattimoe l’incontro con il critico letterario Antonio D’Orrico.

Ma il momento fondamentale del Festival sarà, come per le precedenti edizioni, il Premio letterario “John Fante Opera prima”, rivolto a scrittori esordienti.  La giuria del Premio, composta da Giulia Alberico(scrittrice), Masolino d’Amico (docente universitario, giornalista, critico e saggista) e Francesco Durante (giornalista, critico e scrittore) ha scelto i finalisti di questa edizione: “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” di Claudia Durastanti (Marsilio), “L’anno delle ceneri” di Giuseppe Schillaci (Nutrimenti) e “Non ci lasceremo mai“ di Federica Tuzi (Lantana Editore).

In tale occasione ho intervistato Dan Fante, dialogando sul ruolo giocato dalla scrittura nella sua vita, l’eredità paterna e il rapporto con Bruno, il proprio alter-ego. Inoltre a conclusione del Festival, Dan Fante anticiperà con una lettura di un brano, l’uscita del suo prossimo libro in America: “A Family’s Legacy of Writing, Drinking and Surviving”.

Il festival di Torricella Peligna dimostra il forte legame che lega l’Italia e suo padre. E lei? Qual è il suo rapporto con ilBelpaese?

Io sento lo stesso legame. Mi sento a casa quando sono in Italia, specialmente a Torricella Peligna. Si può dire che è una questioni di radici, che è per via del mio legame con la terra. E’ la mia discendenza e so che il sangue che corre nelle mie vene è lo stesso della gente di Torricella.

Conosciamo John Fante come un grande scrittore ma che tipo di padre è stato?

Mio padre era un uomo appassionato e lunatico. Un vero artista. Poteva essere davvero amabile e un minuto dopo un gran testone.

Bukowski ha sempre celebrato il lavoro di suo padre e disse chef u felice di poter usare la propria fame per far conoscere le opera di John Fante, sino a quel momento sconosciute. Che tipo di rapporto li univa?

Bukowski considerava John Fante letteralmente come il suo Dio. Mr. Bukowsi aveva un buon gusto.

Anche oggi lei legge i libri di suo padre?

Leggo “nei” suoi libri frequentemente. Come scrittore uso i suoi romanzi come libri di riferimento. Lui mi insegna come scrivere nel modo in cui esprime le sue stesse parole.

Com’è nato Bruno Dante, il suo alter ego?

Bruno è ovviamente me stesso. Le sue attitudine e le sue peculiarità sono uguali alle mie – o ci si avvicinano molto. In definitiva scrivo di ciò che conosco meglio: me stesso.

Bruno Dante e Arturo Bandini: che tipo di relazione li lega?

Ci sono somiglianze ma anche differenze essenziali fra loro due. Bandini è figlio degli anni ’20 mentre Bruno è il prodotto degli anni Settanta e Ottanta. Ovviamente questo lasso di tempo ha prodotto grandi differenze nel modo in cui questi due alter ego vengono portati sulla pagina.

La scoperta della scrittura cosa ha significato per lei? Ha avuto un potere terapeutico forse?

Scrivere mi ha salvato la vita. Ero un ragazzo folle con troppa energia e una mente che non voleva saperne di darsi una calmata. Scrivere ha aiutato la mia mente a riprendere il controllo.

Fonte: www.tempostretto.it del 18 agosto 2011

Massimiliano Pieraccini: «La scienza è spesso illusoria come un quadro di Escher»

Prendete il tema attualissimo dell’energia nucleare e delle emergenze planetarie, mescolatelo con cura e senza scivolare in tecnicismi eccessivi, con digressioni scientifiche e aggiungete una suggestiva descrizione del borgo medievale di Erice. Infine aggiungete tutti gli elementi del thriller, compresi sospetti e il corpo di una vittima. Il risultato è il primo thriller scientifico ovvero L’Anomalia (Rizzoli; pp.331 €19) firmato dallo scienziato Massimiliano Pieraccini.

Un libro d’esordio avvincente che colpisce sia per la cura dei particolari con cui si rende omaggio ad Erice e al Centro Studi Ettore Majorana presieduto dal professore Zichici – che è un personaggio del libro – ma soprattutto per la cura con cui Pieraccini ha costruito la trama, dosando le digressioni scientifiche che interessano anziché stufare e spolverando un tema scottante come Chernobyl. Non senza suscitare polemiche. Il protagonista, il professore Massimo Redi è invitato a partecipare ad Erice ad una convention prestigiosa sulle emergenze planetarie e qui la sua strada si incrocerà di nuovo con un suo ex allievo, Fabio Moebius, e Giulia Perego, un suo amore del passato. Ben presto l’atmosfera accademica quasi fuori dal tempo viene interrotta dal ritrovamento del cadavere del fisico ucraino  Alexander Kaposka e Pieraccini, pagina dopo pagina, ci invita ad osservare più da vicino le teorie scientifiche che spesso celano un’illusoria circolarità, «proprio come i disegni di Escher».

Il liet-motiv del suo libro potrebbe essere l’invito a non aver paura della scienza?

«Sono d’accordo. La scienza può essere pericolosa perché è potente ma non bisogna averne paura a prescindere, bisogna usarla perché i problemi si risolvono con tecnologia, non boicottandola»

Perché ha scelto Erice per ambientare il suo primo romanzo?

«Erice è un luogo che ho conosciuto negli anni in cui ero ricercatore. Quando ho cominciato a scrivere il romanzo, ho contattato il professore Zichici che è subito stato disponibile per farmi compiere tutti i sopralluoghi, addirittura hanno voluto ospitarmi nel convento e mi hanno fatto visitare numerose stanze chiuse al pubblico, fra cui lo studio personale di Zichichi, posto in cima ad una torre. Quel cunicolo di cui si parla, però, io non l’ho visto…ma dicono ci sia davvero. Erice è un luogo talmente mistico che è senza dubbio un’ambientazione perfetta per un giallo, uno dei posti più belli al mondo senza dubbio».

Come mai ha intitolato il suo romanzo così?

«Il primo titolo scelto era l’anomalia di Escher. Credevo fosse importante per dimostrare come la logica della scienza fosse circolare, un po’ come i disegni di Escher che sembrano perfettamente coerenti ma osservandoli con attenzione ci si rende conto che qualcosa non quadra. La scienza è come un quadro di Escher perché l teorie scientifiche più complesse, spesso, sono circolari. Tuttavia dopo il lancio fatto con i librai, la Rizzoli chiese il permesso alla fondazione Escher che curiosamente fece un sacco di storie. Ci fu un momento di empasse e alla fine decidemmo di scegliere “L’Anomalia”».

Abbiamo fatto bene a rinunciare al nucleare?

«Nel 1987 abbiamo fatto malissimo. Facciamo un passo indietro per evidenziare che nel 1946 abbiamo cominciato a sviluppare l’energia nucleare e nel 1963 avevamo ben 3 centrali nucleari. Pensate che in tutto il mondo le avevamo solo noi, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Abbiamo avuto uno sviluppo nucleare di altissimo livello ma dopo Chernobyl e il referendum, abbiamo detto addio a questa energia. Fu una decisione affrettata che gettò al vento il lavoro di migliaia di persone. Oggi però non è il caso di tornare al nucleare perché servirebbero altri 20/30 anni di studi e sviluppo per essere competitivi. Ma investimenti energetici sono necessari e imprescindibili, magari verso le rinnovabili. Tuttavia credo che i francesi facciano benissimo a credere ancora nel nucleare».

A proposito di Chernobyl, scrive che il “tarlo della paura”, le fobie insomma, uccisero più delle radiazioni stesse. Una provocazione?

«E’ tutto verissimo. Ho raccolto moltissimo materiale su Chernobyl per poterne parlare con cognizione di causa nel mio romanzo. Tutto ciò che non fa parte del filone thriller nel mio libro, ha solide radici radicate nella realtà poiché fa parte della mia forma mentis da scienziato. Per questo mi sono documentato a lungo leggendo moltissimo e confrontando le diverse testimonianze: volevo scrivere un thriller scientifico, non fantascientifico».

Sorge un dubbio spontaneo: l’inventore del thriller scientifico mollerà il lavoro da scienziato per dedicarsi alla scrittura in toto?

«Bella domanda. La scrittura mi piace molto ma insegnare e fare ricerca sono le mie prime passioni. In realtà mi sono accorto che insegnare è un’ottima palestra per la scrittura perché una lezione va concepita proprio come la costruzione del capitolo di un libro: bisogna attrarre l’attenzione, tenere il ritmo alto e non deludere le aspettative, senza lesinare spiegazioni e digressioni. E alla fine, la conclusione deve invogliare alla prossima lezione, al prossimo capitolo insomma».

MASSIMILIANO PIERACCINI (Arezzo, 1968), laureato in Fisica, insegna presso l’Università di Firenze. Scienziato attivo nel campo delle microonde, è autore di numerosi articoli su riviste internazionali.

Fonte: www.tempostretto.it del 27 luglio 2011

Sul web: http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/anomalia/

http://anomalia-blog.rizzoli.eu/

http://www.mcescher.com/

Bianca Stancanelli racconta i Rom

Si chiama “La Vergogna e la Fortuna – Storie di rom” (Marsilio, pp. 352 € 19), il nuovo libro della giornalista messinese e inviata speciale di “Panorama”, Bianca Stancanelli. Questo libro nasce dopo la tragica morte di quattro bambini nel campo rom di Livorno nell’agosto del 2007. Un viaggio lucido e toccante nella realtà di un popolo “ultimo fra gli ultimi”, da sempre vittima dei pregiudizi: «Noi –li chiamiamo zingari e loro ci chiamano “gagé”. Ci accomuna l’ignoranza e la paura verso l’Altro».

Perché i rom fanno tanto paura?

«Credo che in qualche modo l’immagine dello zingaro faccia parte del nostro immaginario, rappresentando sin dall’infanzia qualcosa di cui avere paura. Questa immagine basata sull’ignoranza e sul luogo comune, viene puntualmente sfruttata per fini elettorali, aizzando la gente all’odio».

Grazie al suo libro scopriamo che i primi rom in Italia giungono nel Medioevo…

«Ho cominciato a scrivere di cronaca nel 1975 e nel tempo mi sono occupata di temi assai diversi eppure anch’io, come tutti gli italiani, ero assolutamente ignorante riguardo il popolo rom. Sono rimasta stupita quando ho letto che si comincia a parlare di loro nel 1422 e mi sembra assurdo che da ben sei secoli li abbiamo in casa eppure ancora non li conosciamo. Oggi sono stimati fra i 160 e le 200 mila unità, credo sia impossibile continuare ad ignorare chi siano davvero».

Come si è mossa per raccogliere le storie che narra?

«Tutto è cominciato recandomi nei campi rom perché mi sembrava normale trovarli lì dentro. Così ho scoperto che solo un terzo vi sono rinchiusi e soprattutto che i rom sono un vero e proprio popolo, ricco di storie molto diverse fra loro che andavano raccontate e ad ognuna associo un’emozione ben precisa».

Nelle storie spesso trapela o l’orgoglio o la vergogna di essere rom.

«Bruno Morelli – colui che ha scolpito la statua del beato Zeffirino, l’unico beato gitano – un giorno mi raccontò che solo durante gli studi compiuti ad Avezzano scoprì che non faceva parte di una stirpe maledetta e questo mi ha fatto davvero molta impressione. Mi ha colpito molto anche il racconto di Marta perché nella testa delle persone, lo zingaro lo si associa sempre al ladro o al mendicante. Ammetto che questi bambini che chiedono l’elemosina mi sono sempre sembrati strafottenti, persino provocatori ma Marta mi ha raccontato che questa spavalderia talvolta nasconde timidezza o una grande paura».

La fine del nomadismo cosa rappresenta per i rom?

«Intorno all’anno 800 il popolo che diventerà rom e sinti, si stacca dall’India e migra verso ovest, del resto le grandi migrazioni che hanno formato l’Europa sono state compiute da popolazioni nomadi. I rom che si sono stabiliti all’Est non sono più nomadi da secoli tuttavia il pregiudizio sul loro nomadismo serve a rinchiuderli nei campi nomadi dove si perpetua la loro diversità e si coltiva l’illegalità. I campi sono una dannazione e anche loro se ne rendono conto. Tuttavia l’Italia è l’unico paese convinto che i nomadi debbano stare assolutamente nei campi rom».

La sua Messina, da questo punto di vista, è una bella eccezione.

«Per fortuna sì. Il campo di San Raineri era una vergogna ma il trasferimento negli immobili comunali pur avendo incontrato delle resistenze, non ha provocato tumulti popolari. I rom di Reggio Calabria sono consapevoli che la questione meridionale per loro è invertita visto che al sud sono più tutelati».

Ma i rom vogliono l’integrazione o vogliono restare una comunità chiusa come quella cinese?

«Il mio libro vuol essere uno strumento per creare un dialogo con questo popolo che non conosciamo affatto. Ma quando noi metteremo da parte i nostri pregiudizi anche loro dovranno fare la propria scelta perché sino ad oggi hanno vissuto sotto assedio, sentendosi sempre rifiutati e vivendo quasi sotto copertura. Il fatto che noi siamo siciliani non significa essere mafiosi eppure ancora oggi lottiamo per abbattere il pregiudizio. Noi per primi dobbiamo essere capaci di vincere il binomio automatico zingaro=ladro, cominciando a trattare il popolo rom con rispetto».

Fonte: Centonove del 14 luglio 2011