Una chiacchierata con… Francesco Musolino (di Massimo Maugeri) – Settembre 2011

10636027_10204170285433916_8749674041356626951_nTra i nomi dei giovani giornalisti culturali siciliani, spicca quello del trentenne Francesco Musolino (nella foto), il quale può vantare al suo attivo svariate e fruttuose collaborazioni con giornali e magazine, tra cui StilosLeggere:Tutti, Satisfiction e il Corriere Nazionale. Inoltre collabora con Vogue.it. Per il quotidiano di Messina, Tempostretto.it e il settimanale siciliano Centonove cura le pagine di cultura e spettacolo e cura le rubriche dedicate ai libri.

Francesco Musolino, vive a Messina dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con tesi sul pensiero di Ernst Jünger circa il progressivo dominio della tecnica sull’uomo dalla grecità ad oggi.

Il suo sito web èfrancescomusolino.com

Francesco, quando hai cominciato a interessarti di libri e letteratura?

«Il primo vero ricordo legato ai libri risale alla primavera del ’92 quando mia madre mi regalò “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni, acquistato in una libreria romana. Nonostante i miei familiari fossero lettori voraci, sino a quel momento non avevo un buon rapporto con i libri ma quel romanzo, così fantasioso e originale, fece scattare la scintilla e da quel momento in poi i libri non solo fanno parte della mia vita, ma la rendono più ricca e profonda. Ben presto cominciai ad appuntare ai margini delle pagine, curiosità e domande rivolte allo scrittore che leggevo, fin quando passai una notte intera a chiedermi quale sarebbe stata la mia strada. Il mattino dopo mi misi in cerca di una testata online che reclutasse giovani collaboratori e solo qualche giorno dopo cominciai a scrivere per il giornale romano Gufetto.it. Era il 2006 e fu così che tutto cominciò».

Quali sono le maggiori difficoltà con cui, oggi, deve confrontarsi un giovane giornalista culturale siciliano per svolgere il suo lavoro?

«Partiamo in ordine alfabetico? Scherzo ma purtroppo gli ostacoli sono numerosi. In primo luogo bisogna fare i conti con gli stessi colleghi che troppo spesso giudicano con superficialità chi si occupa di quella che un tempo veniva chiamata “Terza Pagina” ovvero la pagina cultura per eccellenza. Nutro sincera stima per gli analisti economici o per gli editorialisti di politica ma sono convinto che saper porre le giuste domande ad un attore o cogliere l’essenza di un romanzo non sia affatto banale, anzi. Soprattutto bisogna fare i conti con buona parte degli editori che troppo spesso, pur avendone i mezzi, credono si possa non pagare – o sottopagare – chi si occupa di libri, cinema e spettacolo».

Hai mai pensato di emigrare per cercare “fortuna” lontano dalla Sicilia?

«Certamente. Da una parte è necessario sapere che bisogna sapersi spostare con facilità verso Roma, Milano e Torino, i maggiori centri culturali italiani, per respirarne le atmosfere e conoscerne gli attori principali. Ma vista una certa ritrosia del territorio, spesso penso quanto potrebbe essere diversa la mia vita e la mia professione se vivessi lì, a stretto contatto con l’ambiente di cui scrivo. Tuttavia mi piace pensare che sia possibile parlare e scrivere di cultura a Messina – e in generale nel Sud – facendo una vita serena e non precaria. Per questo continuo a seminare e ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro, fra libri, mail, recensioni ed interviste. E se un giorno dovessi stancarmi…la valigia è sempre pronta».

Che consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo che sogna di fare il giornalista culturale?

«Credo che l’importante sia impegnarsi giorno per giorno, lavorare sul proprio stile ispirandosi alle firme famose senza mai copiarle. Bisogna leggere moltissimo e non aver paura di muovere critiche anche a chi viene ritenuto, a torto o a ragione, intoccabile. E infine consiglierei di essere modesti ma al tempo stesso ambiziosi. In fin dei conti chi vorrà davvero fare il giornalista si renderà conto ben presto delle difficoltà del mestiere ma non potrà fare altrimenti che seguire la sua vocazione. Nella vita poche cose sono davvero importanti quanto un sogno che si realizza, soprattutto se si lotta per averlo».

Qual è stata la tua più grande soddisfazione nell’ambito dell’attività giornalistica che hai svolto finora?

«Ogni volta che mi viene inviato un libro, ogni volta che vengo contattato per propormi un’intervista o una recensione, ogni volta che vengo invitato ad un festival…mi sento sinceramente onorato. Sono attestati di stima che che raccolgo con grande piacere. Ho una vera passione per le interviste e mi ispiro tanto a quelle di Sabelli Fioretti che a quelle storiche della Paris Review. Grazie al mio mestiere ho avuto il piacere di realizzarne parecchie e fra queste spiccano certamente quelle ad Emir Kusturica, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Oliver Stone, Dan Fante, David Foenkinos e Nanni Moretti. Ma ad essere sinceri credo che potenzialmente qualunque intervista possa serbare grandi sorprese».

Progetti per il futuro?

«Per fortuna sono tanti. In primo luogo ho ripreso il lavoro per le diverse testate con le quali collaboro e spero di seguire diversi festival letterari e cinematografici quest’anno. Inoltre per la “libreria Circolo Pickwick” di Messina, sto curando un palinsesto di presentazioni letterarie che partirà a fine settembre e si concluderà a dicembre per poi riprendere a gennaio. Parleremo di Mediterraneo e di libri legati al nostro mare e avremo il piacere di ospitare sia nomi celebri dell’editoria italiana che giovani talenti emergenti. Ma non saranno le classiche presentazioni letterarie poiché punteremo sul connubio che la letteratura sa tessere con la musica, le arti visive e persino il gusto.

Chissà forse il 2011 sarà l’anno giusto per rimettersi a scrivere. Ho composto due silloge di poesia ma non ho davvero cercato un editore perché il mercato italiano è troppo timoroso nei confronti della poesia e trovo che l’editoria a pagamento sia un detestabile ossimoro. Accanto alla mia passione per la poesia, ho in mente tre racconti e due romanzi che non aspettano altro che d’essere scritti. Vedremo».

Fonte: Letteratitudine del 4 settembre 2011 (e Terza Pagina)

Chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo?

Stefano Feltri
Stefano Feltri

Tutti lo tirano per la giacchetta e per molti potrebbe essere il salvatore della patria in un momento in cui le ideologie sono in piena crisi e troppo spesso si parla di necessarie convergenze. Ma chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo? L’imprenditore bolognese, classe ’47, attuale presidente della Ferrari s.p.a, ex presidente della Luiss e di Confindustria e attuale presidente di NTV (Nuovo Trasporto Ferroviario), sembra ormai prossimo a scendere in pista e ad impegnarsi politicamente in prima persona, come conseguenza diretta della sua creatura Italia Futura. Ma quest’uomo capace di affascinare le masse e di figurare come possibile alternativa tanto per la destra che per la sinistra, come ha costruito la sua fortuna. Continua a leggere “Chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo?”

Ruta E. Sepetys dichiara: «L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza»

Un viaggio in Lituania e la curiosità di ripercorrere la memoria paterna sono gli ingredienti essenziali di un libro molto toccante, appena uscito in libreria e subito capace di stregare il grande pubblico. Con Avevano spento anche la luna (Garzanti; tr. it di Roberta Scarabelli; pp. 304; €18.60) Ruta E. Sepetys ha voluto narrare – con una scrittura urgente ma sempre molto accurata – una delle pagine più drammatiche della storia ovvero le deportazioni nei gulag subite dagli stati baltici, schiacciati senza pietà dalla violenza stalinista. Un libro dedicato alla memoria: un omaggio verso milioni di vittime incolpevoli e insieme un modo per celebrare degnamente anche i sopravvissuti, trattati da veri e propri reietti una volta tornati in Lituania. La Sepetys ha incontrato i sopravvissuti per costruire fedelmente i propri personaggi, dotandoli del giusto bagaglio emotivo – della fierezza, della dignità e del loro coraggio – ed inoltre ha visitato i campi di lavoro in Siberia, dove i deportati giunsero dopo ben 440 giorni di viaggio massacrante (il tasso di mortalità nei gulag giunse a toccare l’80%)

Avevano spento anche la luna è un invito a scoprire la verità per non dimenticarla mai. Perché certi orrori possano non tornare mai più.

Quando ha sentito la necessità di intraprendere questo viaggio a ritroso nella memoria?

Tutto è cominciato quando ho fatto una visita alla mia famiglia in Lituania. Ho chiesto se avessero una foto di mio padre e nella stanza scese il silenzio e mi risposero: “No Ruta, noi abbiamo dovuto bruciare tutte le foto, non potevamo tenere niente che creasse un collegamento fra noi e tuo padre”. Così ho capito che sebbene tantissime persone fossero state colpite dalla violenza di Stalin, il mondo intero ignorava tutto questo dolore.

E’ stato difficile trovare il giusto tono per spiegare il dramma delle deportazioni, sia ai ragazzi che agli adulti?

Sì è stato difficile perché volevo che la storia trasmettesse un senso di urgenza e immediatezza. Volevo che il lettore si sentisse lì, nel dolore e nella totale precarietà, che si immedesimasse in quella situazione. Per questo ho usato frasi veloci e brevi ma al tempo stesso molto descrittive.

Trovandosi dinnanzi a tanti orrori e a tante sofferenze ha mai pensato di desistere?

Sì, certo. Più volte mi sono detta “non ce la faccio, non ce la faccio”. Mi preoccupava soprattutto il fatto di non riuscire a descrivere in modo reale le situazioni, le circostanze, mentre io volevo rendere omaggio alle persone che avevano subito queste disumane sofferenze.

Lei rivela che quando i lituani riuscirono a tornare in patria, ebbero vita durissima…

Certamente. Una volta tornati in Lituania sono stati trattati come criminali. Come se un ex-galeotto, dopo vent’anni di carcere, una volta fuori venisse ancora trattato come un reietto. Ma queste persone erano totalmente innocenti, non avevano fatto nulla di sbagliato. Eppure non potevano entrare in contatto con la famiglia, accedere all’istruzione né ad un lavoro, non avevano alcun diritto.

Se l’umanità ha scoperto relativamente presto i drammi dell’olocausto, come mai le deportazioni nei gulag sono rimaste segrete ben più a lungo?

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante le conferenze in cui si discuteva il nuovo assetto mondiale, come a Yalta e a Postdam, Stalin ha convinto il mondo occidentale a lasciare gli stati baltici sotto il suo controllo. Sono rimasti sotto l’occupazione sovietica per cinquant’anni senza poterne parlare, pena una severa condanna come anti-sovietici.

Teme che il dramma delle deportazioni possa tornare, un giorno?

L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza. Spero che leggendo e venendo a conoscenza delle tragedie del passato, si possa imparare qualcosa, creando le basi per un futuro più giusto.

Nella costruzione dei personaggi, soprattutto per Lina e Jonas, ha tratto ispirazione da Anna Frank?

Ho amato Anna Frank e il suo Diario e ne ho tratto certamente ispirazione dalla sua vita. Tuttavia i miei personaggi sono la conseguenza diretta dell’incontro con i sopravvissuti alle deportazioni, i loro ricordi e le loro emozioni sono state la mia ispirazione diretta per costruire tutti i personaggi del mio libro.

Ho trovato molto significativo l’aver voluto rimarcare che l’indipendenza degli stati baltici sia giunta in modo pacifico…

Credo che questi paesi possano insegnare al mondo una lezione molto più grande. Stalin ha usato la lingua della violenza senza alcun scrupolo ma le sue vittime nel Baltico, si sono rifiutate di perpetrare quella stessa violenza e nella loro ricerca dell’indipendenza hanno parlato attraverso l’amore e il patriottismo, dimostrando al mondo che erano pronti per essere liberi. Ciò dimostra al mondo che spesso è più importante credere che bombardare.

Valeria Montaldi: «Le similitudini fra i nostri giorni e il Medioevo sono davvero molte (e insospettabili)»

Nell’anno 1254, la medichessa Caterina de Colleaperto sta conducendo la propria battaglia personale per riuscire ad introdursi a pieno titolo nell’ambiente medico di Parigi. L’aiuto del potente Rolando Lanfranchi, suo amante, le aprirà le porte necessarie ma non la proteggerà in alcun modo dinnanzi ad accuse ingiuste e scagliate verso una donna indifesa. Caterina dovrà scappare fra mille peripezie verso la sua Milano dove ad attenderla trova una città ricca di opposti e contraddizioni ma già capitale della moda e del lusso, dove c’è posto anche per un barlume di speranza. Il quinto romanzo di Valeria MontaldiLa Ribelle (Rizzoli; pp. 468; €19.90) è un nuovo e accuratissimo affresco di quel mondo medievale che l’autrice dimostra ancora una volta di conoscere a fondo, intessendo una trama avvincente e ricca di colpi di scena. Sullo sfondo medievale la Montaldi si richiama di continuo alla realtà contemporanea e lei stessa chiarisce a Tempostretto.it che le similitudini con quei tempi sono parecchie: «il desiderio di delegare l’incertezza sul futuro al potente di turno, fosse esso un imperatore o un papa; le passioni umane, costantemente uguali, l’avidità di denaro e di potere, le pulsioni sessuali, la prevaricazione operata sui più deboli; l’attività mediatica, oggi appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa e allora compulsiva attività di predicatori, con relativi pellegrinaggi e adorazione di reliquie». E la relazione fra la sua Caterina – una donna coraggio e per questo portatrice di scandalo – e il potente Rolando, non può non rimandare ai giorni nostri: «Il problema è che quando un uomo raggiunge  una qualunque forma di potere, per rassicurare se stesso sulla propria inarrestabile ascesa cerca di palesarlo al mondo intero, questo potere. E allora ecco che  si circonda di giovani donne attraenti disposte a tutto, anche a buttare alle ortiche se stesse e la loro dignità».  

Chi sono “le donne portatrici di scandalo” cui dedica il romanzo? Perchè ha scelto una citazione di Simone Weil?

Per la verità, il romanzo è dedicato “alle donne, e al loro coraggio”: che poi alcune di queste donne coraggiose, con le loro azioni e le loro scelte di vita, sembrino portare scandalo in una società arroccata sui propri pregiudizi è cosa antica. La Weil (citando un passo del Vangelo) dice: “è necessario che vi siano scandali, ma guai a colui che porta lo scandalo”. Questo significa che se è utile che segreti inconfessabili vengano portati alla luce, è immorale che il loro disvelamento avvenga per motivi dettati da convenienza personale da parte del delatore. Credo che la Weil si possa considerare un’icona delle tante “donne coraggiose” che hanno popolato e continuano a popolare il mondo.

Come è nata la sua nuova eroina? A chi si è ispirata per darle vita?

Non c’è stato un modello specifico. Mentre mi documentavo sui testi per cercare di approfondire una volta di più  tematiche sociali e atteggiamenti quotidiani della gente che viveva più di ottocento anni fa, mi sono chiesta quale potesse essere il ruolo di una donna che ambisse a esercitare una professione difficile come quella medica. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che di medichesse ce n’erano molte e che alcune erano apprezzate quanto i colleghi maschi. Da qui a farmi venire in mente di creare una storia imperniata su una di loro, il passo è stato breve: in quanto scrittrice donna, mi sembrava giunto il momento di dare spazio a un personaggio femminile forte, capace di fornire una sorta di “exemplum”, valido anche oggi .

Il rapporto fra Rolando e Caterina è un misto di amore, passione, protezione e raccomandazioni. Montaldi dunque non c’è nulla di nuovo sotto il sole visto che i potenti hanno sempre profittato delle giovani beltà?

Certo che non c’è nulla di nuovo sotto il sole! Perché, secondo lei, le vicende che continuano a coinvolgere i nostri potenti di oggi sono molto diverse da quelle che ha vissuto la mia Caterina? Il problema è che quando un uomo raggiunge  una qualunque forma di potere, per rassicurare se stesso sulla propria inarrestabile ascesa (e, perché no?, sulla propria virilità, messa a dura prova da gravosi impegni sociali e di immagine) cerca di palesarlo al mondo intero, questo potere. E allora ecco che  si circonda di giovani donne attraenti disposte a tutto, anche a buttare alle ortiche se stesse e la loro dignità.

L’incontro fra Caterina a Matthew è un simbolico passaggio di consegne? Ovvero nel suo prossimo romanzo l’eroina sarà ancora una donna?

Non so con precisione quale sarà la tematica del prossimo romanzo, anche se qualche idea comincia a germogliare nella mia mente. Matthew è ancora abbastanza giovane e può continuare a comparire nelle mie storie quindi preferisco non porre limiti alla sua “sopravvivenza narrativa”: se il personaggio avrà un ruolo plausibile, forse tornerà a fare capolino fra le mie pagine. Per quanto riguarda un’eventuale, prossima protagonista, si vedrà. Per ora è solo un deciso “no comment”.

Perché ha scelto Parigi e Milano come ambientazioni del suo romanzo e che tipo di città erano allora?

Perché erano le uniche, vere metropoli medievali e, nonostante le differenze degli organismi politici che le governavano, si assomigliavano nella vita quotidiana. Affollate, e ferventi  di vita e di commerci, entrambe vivevano la stessa contraddizione sociale: un’imbarazzante opulenza da una parte, un’estrema miseria dall’altra. Inoltre, nel periodo in cui si svolge il romanzo, a Parigi è nata la Sorbona, una delle fondazioni più importanti della storia europea: mi piaceva farne cenno e coinvolgere il lettore nell’atmosfera goliardica dovuta alla nuova, inaspettata folla di studenti che percorreva le vie della città.

Ormai lei è a pieno titolo un’esperta del mondo medievale e della sua microstoria. Cosa la affascina tanto? Le dispiace che per molti aspetti l’aggettivo “medievale” sia inteso in senso denigratorio?

Mi affascinano le similitudini con l’oggi. Sono molte, anche se insospettabili, e ne elencherò solo alcune: il desiderio di delegare l’incertezza sul futuro al potente di turno, fosse esso un imperatore o un papa; le passioni umane, costantemente uguali, l’avidità di denaro e di potere, le pulsioni sessuali, la prevaricazione operata sui più deboli; l’attività mediatica, oggi appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa e allora compulsiva attività di predicatori, con relativi pellegrinaggi e adorazione di reliquie. E tanti altri aspetti che qui sarebbe troppo lungo elencare. Quanto all’aggettivo “medievale”, fortunatamente in questi ultimi decenni ha perso molta della sua valenza negativa: del resto, considerando che medioevo significa “periodo di mezzo”, mi piacerebbe sapere  in quale momento della storia gli uomini non hanno vissuto secoli “di mezzo”: forse che oggi, ben coscienti del nostro passato, non stiamo aspettando il futuro? Se non è un “di mezzo questo”…

Non nutre mai il desiderio di scrivere una storia ambientata nei giorni nostri?

Certo, e ho già parecchio materiale nel cassetto. Chissà, forse prima o poi mi deciderò ad aprirlo…

Valeria Montaldi, giornalista e scrittrice, vive e lavora a Milano. Ha esordito nel 2001 con Il mercante di lana (BUR), cui sono seguiti Il signore del falco (2003), Il monaco inglese (2006) e Il manoscritto dell’Imperatore (2008).

Fonte: www.tempostretto.it del 5 settembre 2011

 

Giuseppe Marchetti Tricamo: «L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire».

Un libro per celebrare il 150° anniversario dell’Italia unita e con essa, gli italiani fieri d’esserlo, coloro che ogni giorno sentono nel proprio cuore l’orgoglio per la patria e mai si sognerebbero di parlare a cuor leggero di devoluzione. Il professore Giuseppe Marchetti Tricamo, firma con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami una nuova edizione riveduta e ampliata de L’Italia s’è desta (Cairo Editore; pp. 320; €16). A dieci anni dalla prima edizione, Marchetti Tricamo dichiara a Tempostretto.it: «Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale». “L’Italia s’è desta” è un libro davvero ricco, pregno di ricostruzioni storiche avvincenti con le quali i tre autori ricostruiscono con dovizia di particolari ma senza alcuna prosopopea, prima l’esegesi del “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli per poi narrare la vita avventurosa dello stesso Mameli e quella di numerosi patrioti che hanno sacrificato la propria vita per l’Italia e il Tricolore, proprio come “i Camiciotti”, «che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore». Ne “L’Italia s’è desta” viene narrata anche la nascita del Tricolore come oggi lo conosciamo tornando indietro nel tempo sino al fatidico 7 gennaio 1797.

Un libro che vuole scuotere coloro che ancora non hanno preso coscienza di cosa sia stato davvero il Risorgimento e allo stesso tempo un grande atto di fiducia nei giovani: «dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori».

L’intento del vostro libro è chiaro, voler celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e con essi gli italiani stessi. Ma oggi che paese le sembra la nostra Italia?

È passato un po’ di tempo da quando con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami abbiamo pubblicato insieme il primo libro sull’identità nazionale. Dieci anni, nei quali ciascuno di noi ha perso qualcosa e tutti insieme molto: nell’economia, nella politica, nel patrimonio culturale, nella vivibilità,  e nella fruizione delle nostre città, nei rapporti sociali, nell’etica. Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale, con tanta voglia di valori antichi mai caduti in prescrizione. Questo anno 2011 è un’occasione importante per riflettere sul nostro passato, sul nostro presente e sul nostro futuro. L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire.

Scrivete che rifiuterete e combatterete ogni tentativo di devoluzione, tutelando la memoria e il sangue versato dai patrioti. Eppure se da una parte si inneggia alla Padania, al Sud si comincia a parlare di autonomia. Cosa ci aspetta dunque? Dovremo scendere in piazza per difendere l’Unità d’Italia?

Il 90 per cento degli italiani considera positivamente l’Unità nazionale, un’eredità che è arrivata a noi dal Risorgimento e da 150 anni di storia e che ci è stata consegnata dai “padri della Patria”. Un patrimonio importante, quindi, da custodire con cura e che non andrà mai disperso. Gli strappi e le provocazioni di coloro che inneggiano alla Padania (e dei neoborbonici) non hanno fatto altro che rafforzare il sentimento unitario. C’è un’Italia di persone dalla schiena dritta, che ama il proprio Paese e che (ce lo dicono i sondaggi) è più numerosa di quello che appare.

Ricostruite l’intera vicenda che ha portato alla nascita dell’inno d’Italia ma, le chiedo, secondo lei perché non si canta la sua versione estesa, preferendogli quella breve?

Perché dell’inno si conosce soltanto la prima strofa. E così sfugge il merito più grande di Mameli che fu la visione unitaria che ebbe del Risorgimento e che si manifesta nella strofa chiave che dice: «Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano; i bimbi d’Italia si chiaman Balilla; il suon d’ogni squilla i Vespri suonò». In non più di otto versi, Mameli riuscì  a concentrarvi un “campione” di momenti libertari in punti diversi d’Italia: poco conta che non fossero contemporanei, e che ognuno abbia avuto propri connotati. Nel libro (L’Italia s’è desta) c’è l’intero inno e l’esigesi di ciascun verso.

Non le sembra assurdo che l’inno di Mameli sia ancora provvisorio e che periodicamente venga messo in discussione?

Sì, mi sembra assurdo. E quando ho l’opportunità di incontrare un parlamentare glielo rammento. L’ultima volta l’ho fatto a Cortina d’Ampezzo, al Miramonti, in occasione della presentazione del libro. Nell’occasione il mio interlocutore era Giancarlo Mazzuca, anche lui, come me, attento alla storia dell’Italia. Precedentemente l’avevo fatto con Enzo Bianco. L’inno di Mameli ha molti sostenitori, anche tra i musicisti famosi come Riccardo Muti che ha recentemente dichiarato: “Trovo assurdi certi appelli alla sua sostituzione. Teniamoci l’inno di Mameli e che Dio ce lo conservi”.

Mameli lo si potrebbe immaginare anche come un letterato pacifico e bonario e invece con la storia del “poeta con la sciabola” rivelate la sua vera storia. Cosa l’ha maggiormente colpito della sua figura?

Mi ha colpito la determinazione e la tenacia del giovane Mameli, che era motivato,  dall’amor di patria, a porsi un obiettivo e a raggiungerlo a qualunque costo. Dopo averci regalato il “Canto degli italiani”, ha dato la propria vita, sul colle del Gianicolo, in difesa della Repubblica Romana. Il sacrificio di Mameli; il martirio dei giovani Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis che (a Bologna) per primi hanno indossato una coccarda tricolore durante il tentativo di insurrezione contro lo Stato pontificio;  l’eroismo degli  studenti “i Camiciotti”, che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore: tutto questo ci dice che dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori. Queste e molte altre storie le raccontiamo nel libro L’Italia s’è desta.

Il 7 gennaio 1797 nasce la bandiera italiana e Giuseppe Compagnoni avrà un ruolo fondamentale. Chi era questo letterato patriota e come si è giunti al tricolore come lo conosciamo?

La storia del Tricolore è lunga e ricca di avvenimenti. Tutto comincia, come lei ha ricordato, a Reggio Emilia durante l’assemblea costituente della Repubblica Cispadana, quando Giuseppe Compagnoni (deputato di Lugo, certamente patriota e certamente letterato con alti e bassi) propose l’adozione della bandiera verde, bianca e rossa e la sua proposta fu accolta con scrosci di applausi. Quella prima bandiera italiana ebbe caratteristiche diverse rispetto al Tricolore che conosciamo attualmente: differiva nella disposizione dei colori, le bande erano orizzontali, nella parte bianca spiccava una faretra con quattro frecce e le lettere “RC”. Ma l’11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali. E quel verde, quel bianco e quel rosso divennero da subito i colori della fede politica e della speranza in un futuro migliore.

Professor Marchetti Tricamo perché sono stati scritti tanti libri per denigrare l’Italia, il Risorgimento e persino l’Unità?

È incredibile! Noi italiani passiamo con estrosa facilità dall’autoesaltazione all’autodenigrazione e viceversa del Paese. Idee un bel po’ confuse? Opportunismo? Chissà? Purtroppo, così si contribuisce ad alimentare l’atavico antagonismo tra Nord e Sud. È realtà che il nostro sia un paese a due velocità. La fonte del divario è lontana: si può attribuire, per quanto riguarda il Sud, alla politica dei governi borbonici ma anche alle mancate (nella politica successiva al 1860) strategie e capacità per riequilibrare il Paese. Il recupero del divario, tra Nord e Sud, dovrebbe costituire la priorità per ogni Governo che voglia rimettere in moto l’Italia intera. Ma il Governo, oggi, ha tante “gatte da pelare”! Emerge, comunque, una certezza. Noi italiani vogliamo che nel nostro cielo sventoli una sola bandiera, il tricolore, e vogliamo continuare a cantare l’inno di Mameli.

Giuseppe Marchetti Tricamo è docente presso la facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione nell’Università La Sapienza di Roma. Dirige Leggere:tutti, rivista del libro e della lettura. È stato direttore di Rai-Eri. Ha pubblicato La fabbrica delle emozioni. Così si fa l’editore in Italia (2005).

Fonte: www.tempostretto.it del 31 agosto 2011