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Teorie delle ombre, Paolo Maurensig, Adelphi. (“Gazzetta del Sud” – 21 ottobre 2015)

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Lisbona, la grande guerra e il desiderio di libertà. Intervista a David Leavitt

David Leavitt

David Leavitt

Dopo aver stupito pubblico e critica con “Il matematico indiano” (Mondadori, 2007), il ritorno dello scrittore americano David Leavitt al romanzo era molto atteso. Finalmente lo scrittore di Pittsburgh, in anteprima internazionale alla sedicesima edizione di PordenoneLegge e subito dopo al Taobuk, ha presentato “I due hotel Francfort” (Mondadori, pp.252 €22 tr. it Delfina Vezzoli) in cui racconta Lisbona nel giugno del 1940, invasa da migliaia di rifugiati in attesa dei visti verso gli Stati Uniti, verso la salvezza. In questa sorta di oasi surreale – fra alcool, giornali stranieri e cibo in abbondanza – Leavitt racconta la vita di due coppie statunitensi, Julia e Pete Winters ed Edward e Iris Freleng, sorpresi a Lisbona dall’evoluzione dei fatti e in attesa che giunga la nave per riportarli a casa, volenti o nolenti. Pete ed Edward sono travolti dalla passione che stravolge del tutto gli equilibri già precari nelle loro vite e si affacciano sull’orlo del precipizio mentre l’Europa sta per essere travolta dalla furia nazista. Un libro sui profughi dalla guerra oggi è più che mai attuale ma affonda anche nella storia familiare di Leavitt, «per salvarsi dai pogrom i miei nonni fuggirono da Lituania e Ucraina ma allora gli Usa avevano un’altra mentalità, molto più disponibile rispetto ai giorni nostri». Leggi il resto di questa voce

Il Male e il suo fascino irresistibile. Pietrangelo Buttafuoco racconta “I cinque funerali della Signora Göring”

buttaLa baronessa Carin von Fock ed Hermann Göring, furono protagonisti di una tragica storia d’amore che li mise al centro del grande romanzo popolare, una delle operazioni più importanti del ministero della propaganda nazista, guidato da Joseph Goebbels. Ma dietro lo splendore di una bellissima nobildonna che si innamorò dell’eroe dei cieli e maresciallo del Reich, si celano anni di malattia e un finale spietato. Con una scrittura lirica, una danza con le parole che arriva ad evocare la potenza delle note di Wagner, lo scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco racconta questa storia d’amore a cavallo fra le due grandi guerre ne “I cinque funerali della signora Göring” (Mondadori, pp.180 €18). E’ il Male, la sua essenza ciò che trasuda dalle pagine di Buttafuoco, quella potenza oscura che rifiutiamo pur non essendone mai immuni. Ma è da segnalare che sull’onda del grande e recente successo editoriale, “Buttanissima Sicilia” ha debuttato in teatro a Caltanissetta – sabato 11 ottobre in prima nazionale presso il Teatro Regina Margherita alle ore 21 con Salvo Piparo, Costanza Licata e Rosemary Enea, per la regia del giornalista  Giuseppe Sottile del Basto: «Abbiamo messo in scena alcuni brani di questo libro che definisco da svenimento, praticamente un dizionario di cose mai dette sulla nostra Sicilia, capace di scalfire il conformismo sui temi di mafia e antimafia». Con Pietrangelo Buttafuoco abbiamo parlato del nuovo romanzo “I Cinque Funerali della Signora Göring“.

Perché raccontare la storia d’amore fra Carin von Fock ed Hermann Göring?

«E’ una storia tragica, dolce e crudele. Tutto partì con quella foto su Life divenuta copertina di questo libro; allora lavoravo a “Le uova del drago” ma sapevo già che avrei dovuto raccontarla». Leggi il resto di questa voce

Intervista esclusiva a Vittorio Sgarbi: «Il vero tesoro artistico è italiano, quello di Hitler è una bufala».

«L’Italia è un paese ricco, con un tesoro di inestimabile valore disperso ogni due kilometri quadrati di cui gli italiani sanno poco, o nulla. E dunque finiscono per sciuparlo». O peggio, svenderlo. Il nuovo libro di Vittorio Sgarbi, critico e storico dell’arte di chiara fama, è un vero e proprio viaggio nel tesoro artistico del nostro paese, condotto con minuziosa cura, spaziando per tutta la penisola, da nomi eccelsi a talenti ingiustamente sconosciuti. L’amore dell’arte passa per la conoscenza e contro il disamore dovuto all’ignoranza, al pressapochismo degli studi, negli anni passati Sgarbi ha risposto portando l’arte in televisione – dunque rendendola di fatto nazionalpopolare – e, in seguito, con numerose pubblicazioni. La più recente (in libreria da domani, 13 novembre) è “Il Tesoro d’Italia. La lunga avventura dell’arte” (Bompiani, pp. 300 €22 con prefazione di Michele Ainis). Con Vittorio Sgarbi abbiamo parlato in esclusiva di un progetto editoriale destinato a diventare una trilogia, senza dimenticare i temi legati all’attualità e l’imminente partenza del reality Masterpiece (17 novembre su RaiTre), fortemente voluto dal direttore editoriale di Bompiani, Elisabetta Sgarbi.

Professor Sgarbi, a suo avviso, gli italiani, sono consapevoli del tesoro artistico del proprio paese?

«Affatto. Tant’è vero che si parla del tesoro di Hitler ma è una bufala perché quelle erano opere che detestava. In realtà, Hitler aveva in mente un solo tesoro ed era quello d’Italia e tramite il benestare di Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai, l’allora ministro della cultura, ottenne di poter trasferire in Germania un cospicuo numero di quadri dei musei italiani fra il ‘400 e il ‘500. I tedeschi sapevano bene che il tesoro artistico era il nostro e non quello ritrovato in questi giorni, quadri minori che Hitler avrebbe voluto buttare via».

Ieri, il ministro dei beni culturali, Massimo Bray, ha inaugurato il progetto della “Strada degli Scrittori”, 30 km che uniranno Racalmuto a Porto Empedocle. Le piace questa idea?

«Sì, perché la letteratura italiana fra la fine dell’800 e il ‘900, nonostante l’antagonismo leghista, è prevalentemente siciliana. Da Verga a Sciascia, i grandi scrittori italiani vengono da qui e questo progetto si lega perfettamente nella scia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il problema semmai è che questo progetto include la stessa Racalmuto che, in modo arbitrario e fascista, ha visto lo scioglimento del proprio comune su presunzioni infondate. Esiste, evidentemente, uno stato dal doppio volto: da una parte c’è la figura competente di Massimo Bray che sente la priorità dei beni artistici e letterari come fondamentale da un punto di vista pedagogico, come liberazione da ogni mafia; ma purtroppo c’è anche una visione fortemente retorica che svilisce il ruolo stesso delle istituzioni».

A proposito di lingua, lei sottolinea come il Cristo Pantocratore del duomo di Cefalù e i primi poeti siciliani di lingua italiana siano sostanzialmente contemporanei…

«Nel libro i riferimenti letterari sono associati esclusivamente per contestualizzare al meglio le immagini. Il Cristo Pantocratore è bizantino,  risale al 1145 e ha una potenza inedita che sembra parlare una lingua nuova; allo stesso modo e nei medesimi anni, Ciullo d’Alcamo e Giacomo da Lentini, in Sicilia prima che altrove, scrivono in lingua italiana. Ciò è emblematico d’un cambiamento in atto».

Il Tesoro d’Italia è un lungo cammino nel mondo dell’arte italiana, un progetto ambizioso davvero ambizioso…

«Studiando e commentando opere d’arte non ho mai pensato che fosse possibile intendere la storia dell’arte come necessità di un progresso espressivo, si tratta di una teoria positivista ormai superata. “Il Tesoro d’Italia”, invece, è il primo di tre volumi che si spingeranno sino al ‘600, narrando in modo organico e rispettoso, la storia dell’arte del nostro paese. Tuttavia è ancora in ballo l’ipotesi che l’opera possa essere composta da cinque volumi e in quel caso si può immaginare che vi sarà una maggiore connotazione saggistica, interpretativa e letteraria».

Che ne pensa del fatto che l’insegnamento della storia dell’arte sarà praticamente abolito nelle scuole italiane?

«Ad essere onesti elimineranno la storia dell’arte da molti corsi di studi per essere potenziata solo nei licei classici, come accade per il greco e il latino. In questo modo si finisce per considerarla un insegnamento di settore, forse a ragione, ma l’arte italiana è viva e fortemente legata all’economia, come evidenzio nel libro».

Ma, senza insegnarla a scuola, non sarà ancor più arduo far innamorare gli italiani dei propri tesori?

«Non c’è dubbio però, temo, che insegnarla a non basterebbe. Occorrerebbe magari che venisse spiegata in tv, premiando la potenza delle immagini contro tante schifezze presenti nei palinsesti. Questa potrebbe davvero essere una didattica di più ampia gittata. Del resto, sebbene sia molto amata, nemmeno la musica viene insegnata in Italia e d’altra parte si studia letteratura ma nessuno legge più Parini e Alfieri… Chi fa la battaglia per insegnare l’arte nelle scuole forse dovrebbe essere più coerente e battersi anche perché si insegni la musica e la storia dei suoi illustri protagonisti nostrani, da Verdi a Puccini».

A proposito di tv, partirà a giorni Masterpiece, il reality sui libri in onda su RaiTre. Che ne pensa di questo progetto voluto da Elisabetta Sgarbi?

«Mi piace molto. È un altro tassello dell’incrocio dei nostri destini. Quando ho cominciato la mia attività, mia sorella era una ragazza disciplinata e avrebbe voluto fare la farmacista ma adesso, forse per stimolo diretto della mia esperienza, farà la televisione, anche se un tempo la considerava lontana da se. Se io reso popolare l’arte in televisione, mi sembra bello e utile, che lei adesso faccia lo stesso con la letteratura».

C’è anche un chiaro auspicio politico che emerge dal suo libro.

«Mostrando il patrimonio artistico italiano si giunge a suggerire l’idea di giungere ad una riforma dello stato in cui il ministero dei beni culturali e dell’economia possano coincidere, creando un ministero del tesoro dei beni culturali. Così il patrimonio spirituale e artistico sarà davvero considerato anche materiale, qualcosa di cui l’economia deve tener conto come una ricchezza, non come un peso».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 12 novembre 2013

Kusturica a tutto campo: “Se Hitler avesse avuto una tv nessuno avrebbe potuto fermarlo”

TAORMINA. Il funambolico regista serbo, Emir Kusturica, era una delle star più attese della 56a edizione del Taormina Film Fest. Le aspettative erano grandi non solo per aver la possibilità di incontrare il regista di capolavori quali “Underground” o “Gatto nero gatto bianco” ma soprattutto per il suo netto rifiuto allo stile hollywoodiano del “politically correct”. Emir dice sempre le cose in modo chiaro, diretto. E un regista con idee proprie, oggigiorno, non può non far notizia:

“Negli anni ’70, a Londra e a New York, i giovani facevano la fila per vedere i film d’autore. Oggi le file si fanno solo per acquistare l’iphone. Hollywood ci ha abituato a storie “facili”, film “semplici” da fare ma alla base della creatività io metto l’elemento mistico, l’emozione allo stato puro”.

 

Cosa intende per misticismo?

“Nel film “La vita è un miracolo” parlavo del dramma della guerra che ha devastato la mia terra. Volevo un tono che sfiorasse il melodramma perché se io non mi fossi potuto aggrappare alla macchina da presa sarei stato destinato all’autodistruzione. Per questo credo che ci siano luoghi magici che favoriscono la creazione. Credo che ci sia del misticismo alla base del concetto stesso d’arte e questa pesca necessariamente nell’inconscio”.

Perché ha voluto girare “Maradona”?

“La vita di Maratona non è stata affatto facile ma io mi identificavo con lui e per questo ho dato vita a questo progetto. E’ stato molto difficile ma lui era sulla porta dell’Inferno ed era l’unico modo per farlo rinascere. Pensate che sono andato a Buenos Aires per ben 4 volte e due di queste non l’ho nemmeno incontrato perché stava ancora cercando di uscire dal tunnel della tossicodipendenza e nella ultima scena del mio film è evidente che lui fosse completamente “fatto”. Volevo aiutarlo a restare in piedi, a risorgere, ma la mia era anche una sfida perché sino a quel momento non si era mai aperto dinanzi alla telecamera, anzi, ostentava spesso un atteggiamento fiero, aggressivo persino ma lui questa sfida l’ha accettata. Sono convinto che lui finga di essere una persona molto razionale ma è come se nel suo cervello ci fosse un “mosquito” che gli fa perdere improvvisamente la ragione, completamente sino ad investire i giornalisti con la macchina. E’ stato difficile realizzare questo film perché nella vita come sul campo, Maradona era imprendibile. Ho dovuto braccarlo come un paparazzo ma oggi sono ancora più convinto che per fare dei film “veri” bisogna soffrire come gli animali”.

Maradona è amico di Castro e più volte ha attaccato l’America imperialista. Lei direbbe che è un rivoluzionario?

“Finge d’esserlo ma avrebbe potuto esserlo per davvero, aveva i soldi per farlo”.

Anche Bono Vox dice d’essere molto impegnato a livello sociale ma poi dimentica il cappello e lo fa viaggiare in prima classe

“E’ un paragone che non regge anche perché Bono è amico di George Bush e soprattutto lui sa gestire la sua immagine alla perfezione, invece Maradona è genio e follia insieme. Jim Jarmush, non a caso, lo definisce un fuorilegge”.

Anche Hugo Chavez è un bluff?

“Non credo. Lui amministra la ricchezza della sua terra, il petrolio, non solo con l’idea di accrescere la propria visibilità e il proprio potere ma soprattutto con l’idea di rendere più ricco il proprio popolo. Sul fronte italiano non amo particolarmente Berlusconi, anzi sono preoccupato per la libertà di stampa nel mondo. Certo quando ho visto che era stato colpito al viso ho provato compassione per lui, insomma è sempre un essere umano”.

Che impatto hanno i nuovi media sul cinema?

“Oggi tutti possono fare un film persino col cellulare, il processo di democratizzazione dei media lo permette ma molti dovrebbero avere l’onestà mentale di non farlo. O parliamo di quantità o parliamo di qualità, pensate che quando vinsi Cannes nel ‘95 gareggiai con 700 film, oggi andrei contro 3mila. Ma comunque c’è sempre il problema della distribuzione perché Hollywood è un’industria e il profitto vince su ogni cosa per loro per cui invito tutti i giovani a studiare i classici e a fare film veri anche se spesso non si trovano i soldi necessari per la distribuzione e oggi i soldi dominano su tutto. I media sono molto importanti per controllare la massa, del resto sono convinto che se Hitler avesse avuto una tv nessuno avrebbe potuto fermarlo”.

Spesso nei periodi critici il cinema sforna capolavori. Avvenne così durante Reagan e Nixon, ma oggi?

“I film degli anni ’70 mostravano personaggi normali mentre oggi si parla solo di supereroi e per questo che io non mi ritrovo più nei film di Hollywood. Il vero problema è che il sistema risucchia tutto, confeziona un pacchetto e gli autori, anche i più dotati, perdono le proprie idee. Alla fine anche “Gomorra”, il film più bello che ho visto negli ultimi vent’anni, perché riporta la scena sul territorio in modo drammaticamente reale e dimostra come la mafia non sia solo crimine ma un vero e proprio stile di vita, viene risucchiato dal mezzo tecnologico che diventa più importante del messaggio del film stesso”.

Sta lavorando su due nuovi progetti. Di cosa si tratta?

“Ogni progetto parte da una scintilla ma devi avere il coraggio di seguirla. Con “Pancho Villa”, farò vestire al mio amico Johnny Depp, i panni di questo assassino diventato eroe. Ho voluto Johnny perché è rimasto toccato da “il tempo dei gitani” e ha già recitato in “Arizona Dream”, è un uomo di quasi 50 anni che vive di cinema ma non fa parte dell’industria che gli ruota attorno. Cominceremo a girarlo a novembre ma trovare i fondi è stato difficilissimo perché tutti oggigiorno, hanno paura dei temi socio-politici. E’ come se ci dicessero che non dobbiamo pensare troppo”.

E il secondo progetto?

“Si chiamerà “Cool Water”. Porterò il cinema sul dramma mediorientale ma senza attaccare né Israele né la Palestina, solo con l’obiettivo di concentrare l’attenzione sull’atmosfera surreale che vige in quei luoghi. E’ la storia di un viaggio ad Amburgo di una stripper palestinese che deve raggiungere il fratello per il suo matrimonio. Ma nel frattempo il loro padre muore e nel testamento lascerà scritto che vorrebbe essere sepolto a Ramallah. Un’impresa impossibile al giorno d’oggi. A questo punto tutto muta e diventa un road-movie anche con scene esilaranti e alla fine, il funerale del padre sostituirà il matrimonio del fratello”.

Dopo Maradona ha ancora voglia di stare davanti la pellicola?

“Solo per molti soldi. Mi servono per finanziare il Kustendorf film fest che si tiene nella mia città natale, a Mokra Gora”. E poi scoppia a ridere.

 

Fonte: www.affaritaliani.it del 15/03/2010