Matteo Righetto: «Non dobbiamo temere la natura selvaggia ma la crudeltà del genere umano»

Un romanzo e basta. È proprio l’autore,Matteo Righetto – scrittore e direttore di Scuola Twain – a rompere gli indugi, rifiutando ogni facile etichettatura per il suo nuovo libro, La Pelle dell’Orso (Guanda editore; pp. 153 € 14). C’eravamo detti arrivederci con un romanzo irriverente e tagliente comeSavana Padana che fotografava un nord-est assai diverso da quello osannato dai tg, dalla celeberrima locomotiva; Righetto torna con un libro assai diverso, lontano anni luce dalla voce pulp-noir che lo contraddistingueva (è il fondatore del movimento letterarioSugarpulp). E allora La Pelle dell’Orso è prima di tutto e senza dubbio, un voler ribadire che la vera scrittura va dove vuole e solo lo scrittore coraggioso, come Righetto dimostra d’essere, ha il coraggio di prendere e andare, in barba alle logiche del mercato che oggi determinano troppe scelte editoriali. Il dodicenne Domenico, anima candida ma dalla grande forza, è il protagonista d’un libro che richiama i grandi mostri sacri come London e Thoreau senza mai fargli il verso, narrando con una scrittura volutamente semplice, una Natura selvaggia e un Grande Orso che in esso regna sovrano, incutendo timore a tutti, salvo che al “piccolo” Domenico. Una storia di iniziazione alla vita, un duello Uomo-Natura in cui Righetto lascia intravede tracce dell’infanzia ancestrale, aiutato dalla lingua della montagna, quel ladino che orgogliosamente celebra, capace di rallentare il tempo, persino sulla pagina.

Da Savana Padana a La Pelle dellOrso: comè avvenuto questo passaggio di scrittura ecosa significa per te?

«Io sono uno storyteller puro, un narratore che ama inventare e raccontare storie liberamente senza farsi condizionare da sciocche etichette di genere o predefinizioni da prodotto di consumo letterario. Credo che Savana Padana abbia a suo modo raccontato il nordest in una maniera assolutamente nuova e originale: dissacrante, dirompente, politicamente scorretta. C’è chi l’ha definito pulp, chi crime, noir, western. Per me Savana Padana è una storia e basta, così come lo è La pelle dell’orso, anche se si tratta di un romanzo molto diverso sia per i toni, sia per la profondità psicologica dei personaggi e infine per la dimensione fortemente epica della vicenda. Ma che genere letterario è? Boh! E’ un romanzo d’avventura? È di formazione? Di iniziazione? Io dico che è un romanzo e basta. Spero solo che sia bello e che i lettori lo apprezzino, perché l’unica definizione che si addice ai miei romanzi è quella di “narrativa popolare”».

Perché sei tornato indietro al tempo del Vajont per ambientare il tuo libro?

«Prima ancora del Vajont ci sono le montagne, le Dolomiti con le loro pareti rocciose, i loro cieli, i loro boschi, gli animali e gli uomini che vivevano lassù in quegli anni, con i loro caratteri scolpiti nel legno e nella roccia. Con i rapporti tra padre e figlio ancora cristallizzati nel tempo che fu. Poi c’è il Vajont. Come si fa a dimenticare una tragedia come quella del Vajont? Per noi veneti, ma in realtà per tutto il Paese è stata una delle pagine più tristi della nostra storia contemporanea. E’ una tragedia che non dobbiamo dimenticare, soprattutto perché doveva essere evitata e poteva essere evitata. Altro che la natura selvaggia, è l’uomo il più grande e feroce nemico dell’uomo!»

Il dodicenne Domenico rievoca i personaggi alla Jack London, con un timbro chiaro, fuori dal tempo. Perché hai scelto lui?

«Domenico è un ragazzino sveglio, scaltro, forte ma anche estremamente sensibile, con un bisogno d’affetto incolmabile e una grande voglia d’avventura. Per certi versi Domenico siamo tutti noi a dodici anni, solo che lui porta in in sé qualcosa di epico, di eroico e insieme di tragico, aspetti profondi che lo rendono diverso dai dodicenni che eravamo noi. Sta tutto qui il suo ruolo, in questo suo status letterario eroico, ed è per questo che lo seguiamo con passione tra i boschi, tra le sue mille difficoltà. Ed è per questo che lo amiamo. Flannery O’ Connor disse: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.” Esattamente questo succede a Domenico. Egli “sopravvive”. E da quel momento nulla sarà come prima».

Volevi un duello in pagina fra uomo-natura e intergenerazionale?

«Il duello fra Uomo e Natura da un lato e fra Uomo e Leggenda dall’altro è senza dubbio il tema centrale della prima parte del romanzo. Ma poi tutto cambia…»

Sin dalle prime pagine intermezzi con luso del dialetto, in modo garbato. Come direttore di Scuola Twain credi sia davvero importante non perdere questo tesoro linguistico?

«Tengo a precisare che non si tratta di dialetto, ma di una vera e propria lingua. Il ladino. Una lingua antichissima ancora parlata da quelle parti dove il tempo sembra scorrere molto più lento che quaggiù, a valle. Sulla questione linguistica rischiamo di aprire un discorso troppo lungo e complesso. Comunque sì, credo sia importante non perdere il preziosissimo tesoro che ogni minoranza linguistica offre».

 

Francesco Musolino®

Fonte: Tempostretto.it del 15 aprile 2013

Andrea Bajani: «Il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso».

Tre diversi omaggi celebrano l’anniversario della scomparsa di Antonio Tabucchi, lo scrittore d’origini toscane che morì il 25 marzo dell’anno passato nella sua amata Lisbona. Feltrinelli – che pubblicò quasi tutte le sue opere – lo celebra con “Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema” (pp. 304, euro 20), una bella raccolta di scritti tematici cui lavorò sino agli ultimi giorni; Sellerio, pubblica “Racconti e romanzi” (pp.288, euro 16) una preziosa raccolta di scritti – “Donna di Porto Pim-Notturno indiano-I volatili del Beato Angelico-Sogni di sogni” – ed infine Emons:Audiolibri ha dato la voce dell’attore e regista Sergio Rubini al suo capolavoro, “Sostiene Pereira” (4h23’, euro 16,90). Ma l’omaggio più bello, in questa triste ricorrenza, prende vita da un aneddoto, difatti, a poche ore dalla sua scomparsa, Antonio Tabucchi non poté ne volle sottrarsi all’atto della scrittura. Quel racconto tutt’ora inedito, fu la scintilla che condusse il suo giovane e caro amico, l’affermato scrittore romano Andrea Bajani, a voler consegnare i suoi ricordi alle pagine di “Mi Riconosci” (Feltrinelli, pp.144, euro 12), un testo  dolce e profondo, capace di non scivolare mai nel declivio della morbosità. Qui l’amico scomparso, diviene personaggio letterario, realizzando la finzione letteraria per eccellenza. Bajani, raggiunto telefonicamente in un hotel parigino, risponde alle domande della Gazzetta del Sud, discutendo di Rilke, dell’amicizia e del potere della scrittura.

Perché questo libro? Il tono usato, oscilla fra riso e lacrime, dando l’idea di una dolorosa necessità.

«Nasce da un evento straordinario ovvero dal fatto che due giorni prima di morire, Antonio Tabucchi scrisse un racconto, dettandolo al figlio in un camera d’ospedale di Lisbona. Non fu una morte improvvisa. Progressivamente si stava spegnendo, eppure questo accadimento privato nascondeva una cosa più grande, la vera origine delle storie. Queste nascono soprattutto per affrontare l’ignoto e mi ha colpito che lui abbia sentito il bisogno di scrivere anche mentre si avvicinava la morte, riuscendo a far ricorso all’ironia, proseguendo questa sorta di danza scaramantica contro ciò che non conosciamo. Quando ho letto quel racconto ho subito pensato che dovevo narrarla, dovevo narrare la scomparsa di uno scrittore e la storia di un’amicizia».

Uno dei due amici che, scomparendo, diventa un personaggio d’un libro. Un’idea molto tabucchiana…

«Esatto. La letteratura ha fatto sempre i conti con i fantasmi e del resto lo scrittore ha a che fare, per giornate intere, con persone che esistono solo nella sua testa. Antonio Tabucchi ha sempre avuto un buon rapporto con i fantasmi perché intese la sua letteratura all’insegna del gioco del rovescio; come personaggio di finzione, fra le pagine d’un libro, ha potuto portarlo all’estremo, rovesciando la morte e la vita, immerso in una storia.

Vi siete conosciuti a Parigi, a casa di un amico comune, tanti anni fa. Tabucchi le aveva scritto una lettera pronta per essere spedita…

«Nel libro tutto è reale e tutto è finto ma la lettera c’era davvero e lui l’aveva già affrancata. Me la consegnò ma per anni non la trovai più. Ma appena terminai di scrivere questo libro, venni preso dal desiderio di sistemare i libri in casa mia e di colpo, riapparve, nascosta fra le pagine di un volume. Era la lettera di un grande scrittore che mi trasferiva l’emozione resagli dall’aver letto il mio libro, “Se consideri le colpe”. Quando uscì questo libro più persone mi chiesero di poter pubblicare questa lettera, però adesso sembra sia scomparsa daccapo. Ecco, queste sono le “tabuccate”».

Apre il libro con una significativa citazione di Rilke. Come mai?

«Non conosco scrittore che sia sceso con tanta grazia dall’altra parte, nel confronto con chi non c’è più, come Rilke ne “I sonetti a Orfeo” e soprattutto ne “Le elegie duinesi”.

Mi riconosci, il titolo scelto, significa stare ad ascoltare il fantasma, provare ad ascoltare chi non c’era più. Questo libro racconta come nascono e si raccontano le storie ma soprattutto come si possa essere amici, indipendentemente dalle età e da cosa ci riserva la vita».

Alla fine scrive, “il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso”.

«Le persone abitano degli spazi dentro noi ma poi sono costretti ad andare via. O meglio, scompare la materialità, la concretezza della carne ma non tutto il resto. Il lutto è riuscire a far sì che ciò che resta di quella persona scomparsa, trovi il suo posto dentro noi».

Nel corso delle telefonate notturne emerge un rapporto tormentato con l’Italia.

«Con il nostro paese aveva un rapporto davvero difficile, d’amore e odio. Prima di tutto l’Italia era la lingua, che ha amato intensamente, ma questo paese lo faceva soffrire e citava Pasolini per sottolineare quanto fosse malandata. Il berlusconismo, per lui è stato davvero pesante, ha ricevuto diverse querele e ha cercato di difendersi come poteva, con le parole. L’Italia, per lui, era una ferita aperta».

Infine, a proposito di scrittura, cosa le ha insegnato Tabucchi?
«La lezione più importante è stata la sua volontà di stare con i piedi molto per terra e la testa molto nel cielo, la capacità raccontare le pieghe oniriche del mondo senza rinunciare a stare concretamente nella realtà socio-politico in cui viveva».

 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 25 marzo 2013

vedi anche http://www.marcovigevani.com/tag/antonio-tabucchi/

Ascanio Celestini: «L’ergastolo è disumano»

Attore teatrale di successo, regista e sceneggiatore cinematografico, scrittore e drammaturgo, il poliedrico artista romano Ascanio Celestini, non si è precluso alcun itinerario creativo per raggiungere il pubblico ideale con la forza delle proprie parole. Oggi Celestini è annoverato fra le più apprezzate realtà teatrali italiane, sia per merito della sua narrazione “a scatole cinesi” sia per i temi toccati, legati all’impegno etico e alla memoria, come in “La Pecora Nera” o “Scemo di Guerra”, per citare due fra i suoi successi. Dopo “Lotta di Classe” e “Io cammino in fila indiana”, Celestini torna in libreria con “Pro Patria” (Einaudi, pp. 136 Euro 17,50) in cui racconta il mondo carcerario, narrando la storia di «un erbivoro, un detenuto condannato alla reclusione fino al giorno 99 del mese 99 dell’anno 9999». Firmatario dell’appello per l’abolizione dell’ergastolo, Celestini (che ad aprile sarà in teatro con “Discorsi alla Nazione”) ricorda le parole del medico Franco Basaglia sul parallelismo fra carceri e manicomi e sottolinea le mancanze dell’istituzione carceraria italiana, paventando una utopica ma razionale, soluzione finale…

Cosa intende quando afferma che in Italia il carcere supplisce al Welfare?

«Il settanta per cento dei detenuti stanno in carcere per reati connessi alle droghe e all’immigrazione. Visto che la società non riesce ad occuparsene direttamente, li abbandona come cittadini e aspetta di recuperarli come delinquenti».

A proposito di carcere, qual è il loro stato nel nostro paese?

«Sono le peggiori carceri in Europa. La Corte Europea di Strasburgo in questi giorni ha nuovamente condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, quello contro la tortura e i trattamenti inumani. Le normative comunitarie sul trattamento dei maiali impongono sei metri quadrati per ogni suino. In molte galere del nostro paese ci sono letti a castello di quattro piani e soprattutto, quasi la metà dei detenuti sconta una pena senza aver ricevuto una condanna in via definitiva».

Lei ha partecipato con un appello online, alla richiesta della fondazione Veronesi per l’abolizione dell’ergastolo. Perché?

«Perché l’ergastolo è anticostituzionale oltre che semplicemente disumano. L’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione, perciò che senso ha rieducare un individuo per farlo morire in carcere? La vulgata giustizialista ironizza su questo particolare e ci ricorda che molti condannati all’ergastolo, in realtà, scontano solo venti o trent’anni. Lo dicono come se passare tutto quel tempo in pochi metri quadrati fosse una vacanza. E poi non ricordano che esiste l’ergastolo ostativo che non da la possibilità di accedere a nessun beneficio e soprattutto alla riduzione della pena».

Come si spiega il fallimento del ddl sulle pene alternative alla detenzione, tanto auspicato dal ministro della giustizia, Paola Severino?

«Il discorso, apparentemente progressista, sul carcere ruota sempre attorno alla stessa questione: le galere sono sovraffollate, perciò dobbiamo trovare una maniera per decongestionarle. In automatico si trovano due soluzioni: quella temporanea dell’indulto e delle pene alternative, e quella palazzinara della costruzione di nuovi penitenziari.In Italia si sono applicate decine di misure straordinarie di decongestionamento dalla fine della seconda guerra mondiale. La misura straordinaria è, in realtà, la prassi. Ed è stato così fino all’ultimo indulto, quello approvato con la più larga maggioranza degli ultimi sessanta anni, ma anche quello più odiato dai cittadini e persino dai politici che l’hanno votato.

Costruire nuove carceri, come spesso auspicato, sarebbe una soluzione?

«Erigere nuovi penitenziari è una misura altrettanto discutibile visto che, come sappiamo, la grande maggioranza dei reati compiuti sono un servizio che la società illegale fornisce alla società legale. Il problema non consiste nel mandare la gente in galera, ma intervenire sulla relazione che sussiste tra la società illegale e quella legale che si serve dell’illegalità. Oltre a questo bisognerebbe ragionare anche sul fatto che molti reati, se considerati con un po’ d’attenzione, sono azioni immorali, ma, forse, non dovrebbero essere sanzionati».

E per quanto riguarda le pene alternative?

«Fa paura che si arrivi ad esse partendo dalla situazione contingente della sovrappopolazione carceraria e non dal fallimento della galera come istituzione. Il fallimento di un’istituzione che nasce, così com’è ora, con la borghesia e l’illuminismo. Un’istituzione che, nel migliore dei casi, considera il condannato come un bambino da rieducare e non come un essere umano che deve riconciliarsi con la società. E che poi, in realtà, è soltanto una discarica sociale. Non a caso lo stesso sistema che vorrebbe nuove carceri e congestiona quelle esistenti, è il sistema che congestiona le discariche esistente e ne vorrebbe costruire altre».

Lei crea un significativo parallelo fra carcere e manicomio. Di cosa si tratta?

«Franco Basaglia vi si riferisce quando, parlando del campo di concentramento e della scuola, della fabbrica e della caserma, del manicomio e della galera, scrive “Sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha”».

Quanto è attuale il problema del razzismo in Italia?

«Ciò che chiamiamo razzismo è un dispositivo culturale che si muove attraverso un doppio meccanismo. Da una parte è una forma di difesa individuale, dall’altra un sistema di controllo sociale. Sono due elementi che vivono in simbiosi, l’uno serve all’altro. Il singolo si difende individuando come corpo estraneo il nuovo arrivato, lo straniero, il povero. Gli impone un’omologazione alla quale lui stesso non crede, dicendo “se vuole stare nel mio paese, deve rispettare le regole”. Lo dice anche se queste regole non esistono e lui stesso, l’indigeno, se ne frega. Non vuole realmente difendere la religione che frequenta come cliente saltuario, né la sicurezza che non ha più nulla a che fare con la presunta comunità in cui vive perché si è ristretta al suo piccolo mondo privato, né tantomeno alla tradizione che ormai s’è trasformata in un ridicolo teatrino folkloristico. L’indigeno difende la propria posizione dominante. Intuisce che il sistema capitalistico è fondato sullo sfruttamento delle risorse ambientali, del tempo e della vita delle persone. Il razzismo è una qualità della relazione tra gli individui che serve a mantenere un rapporto di egemonia-subalternità».

Lei ha dichiarato: “Bisognerebbe arrivare all’anarchia, concedendo alle autorità la possibilità di autoregolamentarsi senza ricorrere alle leggi”. La  soluzione definitiva o solo un’utopia?

«È l’ottimismo della volontà che cerca di contrapporsi al pessimismo della ragione».

 Francesco Musolino

©Intervista pubblicata sabato 9 febbraio sul quotidiano La Gazzetta del Sud

 

Carlo Cracco: «Il gusto? Significa comprendere cosa sto mangiando»

carlo-cracco-215244_w1000Vicentino, chef stellato Michelin e uno sguardo che sa ammaliare ma che fa anche paura: il nuovo sex symbol del mondo tv si chiama Carlo Cracco. A soli quattordici anni è entrato in cucina, apprendendo l’arte culinaria dai più grandi – da Gualtiero Marchesi ad Alain Ducasse – e dal 2007 il suo omonimo ristorante nel centro di Milano (che ha assorbito lo storico marchio Peck) figura nella top50 mondiale. Accanto a Guido Barbieri, chef pluristellato, e l’imprenditore Joe Bastianich,  bandiera della ristorazione italiana nel mondo, completa il terribile trio di giudici di Masterchef, il talent show in onda su Sky per la seconda stagione che ha conquistato pubblico e critica grazie ad un linguaggio televisivo finalmente dinamico e aggressivo, lontano anni luce dalle altre trasmissioni televisive che intasano i palinsesti televisivi.

Ho raggiunto telefonicamente lo chef Cracco nella “sua” Milano, occasione perfetta per discutere di gusto e coraggio ai fornelli e parlare del suo ultimo libro, “Se vuoi fare il figo usa lo scalogno – Dalla pratica alla grammatica: imparare a cucinare in 60 ricette” (Rizzoli, pp. 252, euro 15,90).

Chef Cracco, perché ha scelto di stare dietro i fornelli?

«La scelta della cucina è stata progressiva. Inizialmente mi tentava l’idea di fare il barista o il pasticciere, ma dovendo recuperare ad una grave insufficienza alla scuola alberghiera, mi hanno mandato a lavorare per capire se fossi o meno, tagliato per la professione. Appena sono entrato in cucina, a quattordici anni, mi si è aperto un mondo».

Quentin Tarantino ha recentemente dichiarato che più si ha talento, più bisogna rischiare. In cucina quanto si può osare?

«In cucina non bisogna osare ma si deve essere disposti a rischiare molto, però bisogna anche capire quando si è arrivati al punto limite. Fare lo chef significa comprendere che non si cucina per se stessi ma per i clienti, per cui ogni piatto deve essere comprensibile a tutti».

Ha dichiarato che in futuro mangeremo sempre di più gli insetti. Quanto c’è di vero e quanto di provocatorio?

«Nel mondo ci sono oltre trenta Paesi i cui abitanti assumono le proteine in questo modo e l’allevamento di insetti non inquina nulla se paragonato a quello di manzi o maiali. Certamente fa molto effetto ma è tutta una questione culturale. Però non li metterei mai sul mio menù…».

È d’accordo se le dico che il suo libro, “Se vuoi fare il figo usa lo scalogno”, è molto diverso dagli standard dei libri di cucina?

«Sì. Volevo fosse fresco, veloce e comprensibile ma soprattutto doveva raggiungere il suo scopo, far imparare a cucinare. Per questo cerco di immedesimarmi con chi è a casa e con le possibili difficoltà, proponendo varie soluzioni per fare il piatto con successo».

Lei chiede di mettere da parte surgelati e cibi in scatola…

«Non attacco il cibo spazzatura ma mangiare fresco fa davvero bene, ci mette in contatto con sostanze vive e costa decisamente meno. Comprare pietanze pronte va bene, l’importante è che non diventi la regola».

2855737-9788817059145Il format Masterchef nacque nel 1990 ma da noi è giunto solo l’anno scorso. Solo adesso l’italiano è pronto a mettere in discussione la cucina della mamma?

«La cucina della mamma non si discute, anzi, si rivaluta. In trasmissione le più brave sono proprio le donne perché hanno manualità e vera passione mentre il maschio lo fa più per vantarsi, perché fa figo, non è mai una necessità. La cucina della mamma è la nostra salvezza ma non è detto che si debba mangiare solo quello».

Il successo di Masterchef deriva dal taglio professionale con cui è costruito?

«Certamente. Accusano spesso me, Guido e Joe di essere troppo cattivi, troppo severi. Forse siamo un po’ duri ma solo perché vogliamo che ci sia serietà e rispetto per questo mestiere. Un talent televisivo non deve essere per forza volgare o stupido e Masterchef è l’unico programma in cui si cucina davvero, in cui si segue la nascita e lo sviluppo del piatto. Il resto son tutti surrogati».

C’è più invidia nel mondo dell’alta cucina o in tv?

«L’invidia è uguale, ahimé. Purtroppo fa parte dell’essere umano. Talvolta, però, può anche fare bene perché ti permette di fare il salto necessario».

C’è una portata cui non rinuncerebbe mai?

«La pasta, senza dubbio. La settimana scorsa ero all’estero e cercavo di spiegare come da noi sia un piatto importante che non sostituisce il secondo di carne o pesce, che non è un contorno o un antipasto. La pasta è alla base della nostra cucina perché dentro c’è tutto. Pensate alla lasagna: dentro troviamo la salsa besciamella, la pasta, il ragù, il pomodoro e le verdure. Un piatto unico e dopo sei sazio».

 

l43-barbieri-cracco-bastianich-130226153401_bigChef per lei cos’è il gusto?

«Significa capire ciò che sto mangiando».

Perché annusa sempre prima di assaggiare?

«Perché il naso è la prima forma di riconoscimento e non può essere illuso dalla bellezza, come accade agli occhi».

Il suo sguardo di ghiaccio è ormai celebre. Dica la verità, lo prova allo specchio?

«Noo (ride). Lo faccio per mettere in difficoltà, per entrare in contatto con i concorrenti eliminando i filtri. Ma se capisco che recitano… vado giù duro».

In futuro cosa farà, si dedicherà al viaggio, la sua vera passione?

«Sogni ce ne son sempre tanti. Uno di questi è lavorare un po’ di meno».

Questo è molto poco milanese, però!

«Lo so. Ma spesso i milanesi esagerano e perdono di vista alcuni dettagli importanti».

©Intervista pubblicata sul quotidiano La Gazzetta del Sud

Francesco Musolino®

Patrick McGrath: «In tutti noi c’è un pizzico di follia»

patrick-mcgrath-po_2565831bDopo aver presentato in anteprima mondiale al Salone del Libro di Torino il suo ultimo libro, “L’Estranea” (Bompiani, pp. 292 euro 18,50), il noto scrittore inglese Patrick McGrath – autore del best-seller “Follia” – è tornato in Italia in occasione della Milanesiana, intervenendo sul tema della perfezione. McGrath è ormai celebre per la sua capacità di indagare la mente dei propri protagonisti, creando un clima di suspense che difficilmente concede scampo al lettore, posto al centro delle emozioni narrate. La sua nuova protagonista, Constance, è una donna infelice che si rifugia in un frettoloso matrimonio, ma ben presto si renderà conto che aver sposato Sidney, un uomo ben più maturo, è soltanto un altro passo verso la ricerca di una figura paterna. Sul piatto della bilancia narrativa, McGrath aggiunge anche i sentimenti contrastanti che la protagonista prova per l’esuberante sorella minore, Iris, sua nemesi e detentrice di una sconvolgente verità che condurrà Constance verso il baratro della follia. 

Al Salone del Libro di Torino lei ha dichiarato che preferisce portare in pagina donne problematiche. Perché ha scelto Constance come protagonista de “L’Estranea”?

«Constance è nata dal desiderio di porre al centro del libro una donna che avesse dei rapporti problematici con il padre, proprio per tale motivo lei deciderà di sposare un uomo più maturo che vedrà come una figura paterna. Ma queste scelte comporteranno delle inevitabili conseguenze».

A differenza di altre sue protagoniste, Constance sembra in preda a passioni e sentimenti imperscrutabili. Dal punto di vista narrativo è stata una sfida gestire questo personaggio?

«Assolutamente. Constance è stato il personaggio più complesso e problematico che abbia mai creato, ho avuto davvero grosse difficoltà a capirla. Mi sono serviti quattro anni per scrivere questo libro, un tempo necessario per comprendere la vera natura della mia protagonista, il senso delle sue azioni».

Sin dalla prima pagina si ha l’impressione che Constance possa fare qualcosa di irrimediabile da un momento all’altro, quasi come se lei la rincorresse sulla pagina…

«Sono d’accordo. Questa perdita di controllo sulla mia protagonista è stata proficua per il ritmo e la profondità del libro ma è stata anche un’esperienza molto dolorosa, a volte. Non ero certo che sarei riuscito a terminare il libro, né se sarei stato in grado di trasmettere al lettore il fascino che Constance esercitava su me».

In generale lei sembra avere una netta preferenza per le protagoniste femminili. Trova più interessante l’universo femminile?

«Sin dall’inizio della mia carriera di scrittore mi sono reso conto che i problemi maschili mi annoiavano. Al contrario le problematiche del mondo femminile mi hanno sempre attratto, soprattutto quelle derivanti dal fardello aggiuntivo di dover interagire con gli uomini».

Per la prima volta ha deciso di scegliere un punto di vista alternato fra Constance e Sidney. Perché?

«Volevo mostrare come Constance leggesse la realtà, permettendoci di provare empatia per lei e per il suo modo di vedere le cose. Contemporaneamente volevo mostrare come quella stessa realtà apparisse agli occhi di un’altra persona, affinché il lettore potesse provare sensazioni e stati d’animo differenti, pur se derivanti dai medesimi eventi».

La sua fama è certamente legata alla grande capacità di leggere i processi logici e illogici dei suoi personaggi. Com’è nata questa particolare passione?

«Il mio grande interesse per la natura umana e le emozioni talvolta laceranti che siamo capaci di provare, li devo a mio padre che ha certamente avuto una fortissima influenza su di me. Proprio grazie a lui (ha lavorato a lungo nel manicomio criminale di Broadmoor come psicologo, ndr) mi sono interessato alla letteratura psicologia e alle opere di psichiatria, soprattutto quella di Freud. Da romanziere ciò ha comportato un particolare interesse per la vita interiore delle persone, per il loro modo di leggere la realtà e l’interazione con gli altri.

Lei scrive “credo che ciascuno di noi si crei il proprio destino, scegliendo se restare vittima o no, della propria infanzia”. Cosa ne direbbe Freud?

«Freud non avrebbe avuto problemi con quest’affermazione, non era un determinista e dunque non credeva che noi fossimo destinati ad esprimere nella nostra vita le nevrosi trasmesse dai nostri genitori. Nondimeno certamente suggerirebbe di ricorrere alla psicanalisi per affrontare il bagaglio emotivo ma io sono convinto che non si debba necessariamente ricorrere ad uno specialista per risolvere i nostri problemi, anzi, credo che ci si possa curare da soli».

Non crede che un pizzico di follia serva a raggiungere la felicità?

«Certo. Ci sono tracce di pazzia nei nostri gusti musicali, nel nostro abbigliamento, nel senso dell’umorismo, nella fantasia e nel modo in cui si esprimiamo al di fuori del contesto lavorativo. Senza dubbio c’è un pizzico di pazzia anche nei nomi che diamo ai nostri figli».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud