Giulio Minghini: «Sono fuggito dall’Italia e non ho nessuna intenzione di farvi ritorno»

Febbre (edito da Piemme) è il libro d’esordio (con tanto di paragone eccellente: Michel Houellebecq) di Giulio Minghini, giovane e traduttore stimato per Adelphi, che ha scosso la critica francese con un romanzo sul gioco degli specchi virtuali della rete, dove feticismo e timidezza si mescolano pericolosamente fra la ricerca di sesso appagante e quello dell’anima gemella, spesso con risultati sorprendenti, attraverso Pointcommuns, un sito di ricerca dell’anima gemella tramite le affinità elettive. Minghini tramite Delacero – il suo alter ego virtuale – va diretto al bersaglio, aggressivo sui temi soci-politici e scevro della morale da canonica ormai consueta nei giovani romanzieri che vorrebbero provocare senza scioccare, non lesina giudizi ma non nasconde la mano.

Pubblicato in Francia da Editions Allia riscuotendo gran successo, Febbre esce finalmente in Italia.

Perché ha scritto il suo romanzo in francese?

Devo molto alla Francia, paese in cui ho vissuto metà della mia vita e che mi ha insegnato parecchi trucchi. Volevo sdebitarmi scrivendo un libro sulla mia Parigi, nella lingua che mi ha adottato – il francese appunto.

All’esordio la paragonano nientemeno che ad Houellebecq. É un paragone che la lusinga o la infastidisce?

Houellebecq è uno scrittore che ha saputo descrivere la società francese e occidentale degli ultimi trenta, quarant’anni come nessun altro.

Il suo bersaglio preferito sono i bobò e i loro profili imbottiti di “citazioni intellettualoidi”: secondo lei perché ci si rifugia nel web?

La parola senza volto, gli scambi virtuali, le chat notturne rappresentano il coro inudibile e segreto delle nostre fantasie più nascoste. Un mondo parallelo, sconfinato, eccitante e angoscioso, libero e liberatorio.

Il rapporto del suo protagonista con i suoi alter ego è controverso. Nasce come una provocazione contro il bigottismo dei moderatori ma poi la situazione gli sfugge di mano…

Sempre più preso dal gioco degli incontri, il protagonista finisce per sprofondare in una potente allucinazione che lo porta a moltiplicarsi attraverso false identità (fake), autentici personaggi di una commedia mentale il cui copione, a mano a mano che il libro avanza, si fa sempre più accecante, illeggibile e pericoloso.

“Un paese governato dal peggi­o. L’Avanguardia stessa del peggio”. I suoi giudizi sull’Italia e sulla classe politica attuale non lasciano dubbi. Che futuro vede per il Belpaese?

Per l’Italia vedo un eterno presente fatto di indecenti risate, rassegnazione, impotenza, corruzione generalizzata, ignoranza crescente, barbarie.

Il peso del Vaticano lo avverte ancor di più guardando l’Italia da Oltralpe?­

Da quando avevo sei o sette anni, mi sono sempre chiesto perché non ci sia ancora decisi a mettere a fuoco e fiamme il Vaticano, luogo perniciosissimo per i grandi e spaventevole per i piccini.

Secondo lei oggi urterebbe ancora la morale affermare che il suo Delacero sul web cerca “soltanto” il piacere, la perdizione e l’estasi sessuale?

Non avendo una nozione precisa di morale, non so rispondere a questa domanda.

Come mai non ha tradotto lei stesso il suo romanzo?

L’editore francese e quello italiano me lo hanno sconsigliato. Sbagliando.

Ma quanto c’è di autobiografico in Febbre?

Febbre nasce evidentemente dalle mie esperienze, che sono in parte esposte nella loro stravagante nudità e in parte deformate. Esistono poi, nel libro, episodi del tutto inventati, pure divagazioni romanzesche, congetture visionarie.

Giulio lei tornerebbe in Italia domani?

In Italia forse no, ma a Portomaggiore, il paese dei matti dove sono nato e dal quale sono scappato certamente sì. Qualche giorno almeno, all’epoca delle dense nebbie, in novembre ad esempio. Per girare un documentario sul vuoto atroce e grottesco della provincia italiana.

Giulio Minghini è nato in Italia, si è trasferito giovanissimo a Parigi. Lettore e traduttore dal francese e dallo spagnolo, collabora con diverse case editrici, tra cui Adelphi, che gli ha affidato autori del calibro di Georges Simenon.

Simonetta Agnello Hornby non dimenticherà mai le sue origini: «La Sicilia mi scalda il cuore»

Nel lontano 1972 la palermitana Simonetta Agnello Hornby, scrittrice e autrice di diversi best-seller (fra cui “La Mennulara”), lascia la Sicilia per volare oltremanica. Oggi lʼInghilterra la sua casa e qui esercita la sua professione forense a favore delle comunità immigrate e musulmane. Ma la Hornby torna puntualmente nella sua Sicilia per trascorrere i mesi estivi nella sua casa di famiglia di Mosè, nellʼagrigentino.

Proprio alla memoria materna, agli anni dellʼinfanzia trascorsi nella casa di campagna e alla tradizione gastronomica della propria famiglia ha dedicato la sua ultima fatica letteraria, “Un filo dʼolio”, edito da Sellerio: «Ogni volta che giungo in Sicilia mi acchiappa lʼansia».

Ovvero?

«Mi succede sin da quando tornai in Sicilia quarantʼanni fa e seppi che mio padre era in ospedale. Mia madre, per affetto e per non farmi preoccupare, non mi aveva voluto dire nulla sin quando non fossi stata sullʼisola. Da allora appena metto piede a terra penso “mamma mia che è successo?”».

E dopo?

«Subito dopo sento unʼondata di conforto e di felicità pura per essere nella mia Sicilia».

In Inghilterra che immagine viene fuori dellʼItalia e della Sicilia?

«Al momento lʼimmagine allʼestero dellʼItalia è molto brutta. Non soltanto per via del nostro primo ministro Silvio Berlusconi, ma anche per tutto il quadro politico e morale dellʼItalia. Pensano che siamo un popolo di qualunquisti, un popolo fatto di individui che mettono i propri interessi davanti a quello dello Stato, un popolo profondamente corrotto, purtroppo».

Nel mondo politico italiano si discute mondo sulla mercificazione del corpo femminile. Che ne pensa?

«Credo che quando ci si lamenta della mercificazione del corpo femminile, si deve avere il coraggio di dare alle donne le proprie responsabilità. Non possiamo sempre dire “siamo costrette a farlo” perché delle volte si . pienamente consapevoli, purtoppo. Allora sarebbe meglio dire che a volte “piace” essere un bel corpo prima di una bella mente. Pensate che in Inghilterra, le bambine, sin dai tredici anni chiedono in regalo la chirurgia plastica, sia esterna che interna. Eʼ una società paurosa, in pieno degrado e delle volte, come detto, anche le donne hanno grosse responsabilità, non sono solo ignare vittime come piace pensare. Sempre in Inghilterra le stesse opinioniste che accusano duramente dalla tv e dai giornali sul degrado morale giovanile hanno i petti rifatti, le ciglia finte e le labbra gonfie. Le osservo e penso: ”chi volete fregare?”».

Questʼanno ricorre il 150° anniversario dellʼUnit. dʼItalia. Che ne pensa di chi rimette in discussione il Risorgimento?

«Oramai siamo parte dellʼEuropa e noi siciliani siamo parte dellʼItalia, qualcosa di più grande. Non c’è dubbio che lʼUnità, per com’è stata fatta, è stato un vero disastro per la Sicilia. Ormai tutti sanno che il 1860 ci ha dato calci ovunque e la mafia è fiorita proprio grazie a questo. Ma oggi siamo parte dellʼEuropa e sarebbe assurdo pensare altrimenti. Pensare ad una scissione ha dellʼincredibile perchè non ci sarebbe alcun futuro per un mondo occidentale diviso».

Fonte: Settimanale “Centonove” – 30 settembre 2011

L’economista italiano Francesco Daveri chiarisce: “L’euro è una strada a senso unico. Nessuno può esserne espulso”

Come possiamo orientarci in questa crisi economica che sta travolgendo l’Europa intera, fra le sirene mediatiche e le oscillazioni dei mercati? Il nostro futuro è davvero tetro come sembra oppure la situazione è meno grave di come appare?

In questi momenti la demagogia dei politici appare ancor più superflua e per questo motivo Tempostretto.it ha intervistato l’economista italiano Francesco Daveri – professore ordinario di politica economica all’università di Parma – e insegnante presso il progetto MBA della scuola di direzione aziendale dell’università Bocconi di Milano. In passato Daveri ha collaborato con le più prestigiose istituzioni economiche come la Banca Mondiale, la Commissione Europea e il Ministero dell’Economia. Daveri – che firma commenti per Il Corriere della Sera ed è fra i membri fondatori de LaVoce.info – ha scritto una chiara postfazione al libro “Fermate l’Euro disastro!” dell’economista Max Otte, appena edito da Chiarelettere (pp. 96, € 9).

Era possibile prevedere questa crisi della zona Euro?

Del senno di poi sono notoriamente piene le fosse. Con il senno di poi, l’idea di fare una grande unione monetaria tra paesi molto diversi, dotati di differenti istituzioni nazionali di supervisione dell’attività bancaria, senza un solido meccanismo di aiuti di emergenza e senza un insieme di vincoli fiscali credibili oggi ci sembra sia stato un imprudente salto nel buio. Sull’altro lato dell’Oceano Atlantico, peraltro gli americani ci avevano avvertiti che l’euro era uno strano animale. Ci avevano detto che che non si era mai vista un’unione monetaria tra paesi che mettono l’autonomia politica nazionale in cima alle loro agende politiche. In ogni caso in Europa abbiamo pensato che le Cassandre americane esprimessero semplicemente la legittima ma egoistica paura di perdere il monopolio del dollaro come valuta di riserva, la fonte ultima di finanziamento del loro tenore di vita. A farli parlare, si diceva, è il disappunto se non l’invidia di chi sta per perdere un privilegio, quello di pagare il conto stampando biglietti verdi. Non era solo quello.


Quanto è grave la situazione e cosa comporterebbe il crollo dell’economia italiana non solo nel paese ma per l’intera Europa?

Un default dell’Italia sul suo debito pubblico porterebbe a fondo anche l’euro. Quindi italini ed europei devono fare tutto il possibile perchè l’Italia non fallisca. L’Italia, come ha detto il nostro premier Mario Monti, deve fare i compiti a casa che ho descritto sopra, prima di tutto riducendo la spesa pubblica ma anche realizzando quelle riforme nel settore dei servizi professionali e dei servizi oggi pubblici che consentano di attuare la modernizzazione del paese di cui si parla da molto tempo e di cui c’è un gran bisogno per rendere l’Italia una società più aperta. Ma poi occorre ridare credibilità e fiducia alla costruzione di una casa comune europea. Serve che in Europa passi la linea tedesca di passare a sanzioni automatiche nei confronti di chi non rispetta le regole comuni. Sarebbe un primo passo verso una più compiuta unione fiscale. In parallelo, però, i tedeschi dovrebbero accettare che si emetta una qualche forma di Eurobond per garantire una parte (fino al 60 per cento) del debito esistente. Per tutto ciò ci vorrà tempo. Nel frattempo dovremo aggrapparci alla continuazione degli acquisti di debito pubblico europeo da parte della Bce.

Cosa si può fare per fermare l’euro disastro?

Il problema o la fortuna, a seconda dei punti di vista, è che, sulla base dei trattati, l’euro è una strada a senso unico. Sulla base dei trattati è ammessa solo l’uscita unilaterale e volontaria, non l’espulsione. I tedeschi non possono quindi cacciare la Grecia, deve essere la Grecia ad andarsene. Per uscire dal cul de sac in cui sembrano essersi cacciati una strada però ci sarebbe: potrebbe essere la Germania ad andarsene, presumibilmente portandosi dietro i paesi dell’Europa del nord. Ma chi ha provato a fare i conti del costo della disintegrazione dell’euro da nord (lo hanno fatto in modo un po’ sbrigativo tre economisti di Ubs) ha tirato fuori numeri da capogiro: hanno calcolato un costo di 6-8 mila euro per ogni tedesco solo nel primo anno, grosso modo il 15-20 per cento del Pil tedesco. Al di là dei numeri che sono solo approssimativi, conta la logica del ragionamento: già nella fase di transizione verso la nuova situazione, si verificherebbero massicce fughe di capitale verso la Germania e gravi insolvenze nei paesi più deboli dell’area euro orfana della Germania, con un drammatico apprezzamento della nuova valuta (il neo-marco, il tallero, come lo vogliamo chiamare?) rispetto all’euro. Le implicazioni più immediate per i tedeschi sarebbero almeno due: le aziende tedesche non esporterebbero più frigoriferi e automobili nel resto dell’Europa e nel mondo e le banche tedesche si troverebbero piene di titoli del debito denominati nella valuta sbagliata (l’euro). Se dunque fosse la Germania a lasciare l’euro, ogni cittadino tedesco si troverebbe a sborsare un sacco di soldi per ricapitalizzare il sistema bancario e per salvare tante aziende gioiello, magari anche la Miele e la Volkswagen. 

Che cosa rimane ai tedeschi e all’Europa allora? 

Solo una strada, quella di mettersi con pazienza e poco alla volta a rifondare “alla tedesca” il funzionamento dell’Unione Europea, non solo quella monetaria. Se la Germania e i paesi del nord riusciranno ad ottenere da tutti i partecipanti all’Unione l’adozione in tempi meno che biblici di riforme che mettano il continente nel suo complesso nelle condizioni di affrontare la duplice sfida dell’invecchiamento e della concorrenza dei paesi emergenti, a quel punto diventerà irrilevante la nazionalità di chi sarà a capo dell’Unione riformata e le resistenze dei contribuenti tedeschi potranno essere superate e la Costituzione tedesca opportunamente emendata in modo da consentire la predisposizione di strumenti come i tanto discussi Eurobond.

Fonte: www.tempostretto.it del 30 novembre 2011

Quanto ci manca…Giuseppe Mazzini. Intervista a Giancarlo De Cataldo

Dopo il successo di vendite ottenuto con Giudici e In Giustizia, il magistrato tarantino Giancarlo De Cataldo pubblica Il maestro, il terrorista, il terrone (Laterza), sincero e avvincente tributo per tre eroi risorgimentali dimenticati: Giuseppe Mazzini – di cui scopriamo tratti caratteriali poco noti – Felice Orsini e Carlo Pisacane. I tre vengono celebrati per le loro gesta ardite e per il sacrificio in nome della causa unitaria con un ritratti ricchi di aneddoti perfettamente contestualizzati grazie ad un severo lavoro bibliografico.

Persino l’India celebra la grandezza di Mazzini ma gli italiani lo conoscono poco e spesso lo immaginano come “un vecchio tetro, mezzo prete e mezzo esaltato”…

E invece il suo insegnamento conserva ancora elementi di potente attualità, specialmente sul piano della “missione” che lui riteneva fosse affidata all’Italia – di rappresentare il faro della cultura nel mondo che ci si augurava di costruire anche grazie alle Nazioni – e per quanto riguarda il modello sociale laico e progressista (ma non laicista, dunque non antireligioso) ipotizzato con l’avanzatissima Costituzione della Repubblica Romana del 1849. L’unità era, per Mazzini, il momento necessario verso mète più ambiziose e complesse, l’unità dei popoli, prima fra tutte. L’Italia doveva avere un suo posto nel mondo, e per averlo doveva essere una nazione grande, laica, colta, civile, compassionevole. Tutto il contrario di quella gretta e meschina estensione del Piemonte che si realizzò nel periodo immediatamente postunitario.

Perché Felice Orsini, il terrorista, merita di sedere a buon diritto accanto ai grandi eroi del Risorgimento?

Orsini piuttosto fu un particolare tipo di regicida: colui che, per colpire il tiranno, accetta il rischio di provocare vittime innocenti. Ciò detto, è innegabile che fra le cause che determinarono Napoleone III a scendere finalmente in campo a favore dell’unificazione vi fu la pluralità di attentati che subì da parte dei regicidi italiani e Orsini andò più vicino al bersaglio. Naturalmente, giocarono molte e complesse cause nella determinazione napoleonica, ma il “paradosso” del “mio” racconto su Orsini sta nella domanda finale: possiamo escludere che la paura indotta dall’ennesimo attentato abbia giocato un ruolo? Io penso di no!

Ma Mazzini, Orsini e Pisacane, a suo avviso, cosa penserebbero oggi della nostra Italia?

Credo che Mazzini e Pisacane continuerebbero a lottare per trasformare il Paese in un Paese più ricco di cultura e di giustizia sociale che di beni materiali. Sarebbero “contro”, in altri termini. Su Orsini sospendo il giudizio: ragazzi agitati e inclini alla violenza come lui possono finire guerriglieri nel terzo mondo, narcos in Sudamerica, o, magari, deputati neo-con.

Fonte: Il Futurista, n°25 del 24 novembre 2011

Da Peron allo Ior, i fili della verità. Intervista a Marco Buticchi

La voce del destino (Longanesi), il nuovo libro di Marco Buticchi, si apre con un rocambolesco salvataggio attuato da Oswald Breil e Sara Terracini, che in tal modo verranno a conoscenza di un intreccio che lega la misteriosa Lancia di Longino all’ingente tesoro di Juan Domingo Peron e alla prigione dorata dei gerarchi nazisti in Sudamerica. La voce del destino è un libro d’azione rocambolesco che attraversa un secolo di storia e tira in ballo il “suicidio” Calvi, la drammatica sorte di Papa Luciani e il peso internazionale dello IOR, proponendo una realtà diversa da quella nota eppure assolutamente plausibile. Buticchi, narrando le barbare violenze, lo spregio della vita altrui di cui si sono macchiati i nazisti e gli ustascia di Pavelić, utilizza per la prima volta un tono vivido, cruento, capace di far trasparire sulla pagina tanto il terrore delle vittime che il piacere dei carnefici.

Racconta una storia assai diversa da quella nota, sottolineando il ruolo che Peron e la Chiesa hanno svolto per coprire la fuga dei gerarchi nazisti. Chiarire le responsabilità è l’unica via certa per la verità?

Il racconto è uno spaccato del mio secolo, logorato da due guerre e diviso dall’incendio alimentato dall’odio sociale e razziale. In questo contesto hanno agito biechi assassini coperti, da un lato dall’impunità che la guerra assicurava loro, dall’altro dall’abuso della loro autorità. Ma quando il turbine della guerra stava per terminare, questi assassini hanno goduto di ben altre garanzie che oggi appaiono incomprensibili.

Eppure tutto il mondo esigeva giustizia. Come hanno fatto a scamparla?

Attraverso organizzazioni internazionali sono giunte in Sudamerica decine di migliaia di criminali di guerra fascisti, ustascia e nazisti: i loro passaporti recavano in calce il nulla osta di organizzazioni umanitarie e delle più alte sfere del clero e venivano accolti da governi compiacenti e da antichi alleati, previo il pagamento di dazi, spesso costituiti da bottini strappati agli internati nei lager. Questa non è “un’altra storia” inventata da un romanziere. Questa è la Storia dell’umanità e qualcuno farebbe bene a rivelare al mondo intero la verità. Mi riferisco a chi ha aiutato uomini come Barbie, Mengele, Eichmann a prendere il largo. Non sarebbe difficile, del resto le loro firme sono apposte in calce ai documenti falsi di quegli aguzzini.

Luce ha un ruolo fondamentale e simbolico, poiché rinuncia ai suoi sogni per abbracciare il proprio destino e protegge il tesoro dei Peron…

Luce De Bartolo è una protagonista straordinaria del suo tempo e della mia storia. Lei protegge il tesoro dei Peron per bene dell’intera umanità. Difatti se una ricchezza inestimabile fosse finita nelle mani sporche di sangue dei criminali sopravvissuti alla disfatta del Terzo Reich…

Fonte: Il Futurista n°24 del 17 novembre 2011