Valerio Massimo Manfredi: «L’Italia il paese dei miracoli ma un giorno spero che diventi un grande paese normale»

Valerio-Massimo-Manfredi_h_partbNarrare l’intera ed avventurosa esistenza di Ulisse, l’eroe omerico che affascinò anche Dante, compiendo un’impresa letteraria ambiziosa e mai tentata sin’ora. Dopo il successo internazionale raccolto con la trilogia “Aléxandros” e diversi bestseller (fra cui “L’ultima Legione”), Valerio Massimo Manfredi – scrittore, archeologo e conduttore tv – torna in libreria con “Il mio nome è Nessuno. Il giuramento” (Mondadori, pp. 353 euro 19), prima parte di un atteso viaggio che si concluderà nella prossima primavera, con l’uscita del secondo e conclusivo romanzo dedicato all’eroe.

Perché ha scelto di narrare la storia dell’eroe omerico?

«Ulisse è sempre stato il mio eroe sin da bambino e questo libro rappresenta il coronamento di anni di studi e viaggi nel mondo greco. Ulisse affascina perché è l’eroe mai sazio di conoscenza che sfida ogni pericolo pur di scoprire terre e popoli sconosciuti ma ovviamente c’è quell’aspetto titanico che Dante ha colto nel suo canto infernale. Odysseo – così lo chiamavano i greci – rievoca la solitudine dei pomeriggi d’agosto della mia infanzia, trascorsi in un piccolo borgo emiliano con il vento che sferzava senza sosta la nostra casa. Questo eroe e le sue incredibili imprese mi portavano via lontano, in un altro tempo, in un’altra vita e io avrei tanto voluto essere uno dei suoi compagni. Ulisse ebbe un impatto dirompente nella mia vita».

Fra il mito di Alessandro Magno e l’epos di Ulisse che differenza c’è?

«Il mito, ad esempio, narra di Zeus che s’innamora di Leda, la regina di Sparta e, data la sua grande predilezione per i cigni, lui ne incarna uno mettendola incinta: dalla loro unione nasceranno Castore e Polluce. Se invece, racconto di un re delle isole occidentali che va in guerra e riesce a tornare a casa solo dopo un lungo peregrinare ma, trovandola piena di pretendenti per la moglie, compie una strage, probabilmente siamo dinnanzi ad un evento reale che, solo in seguito, ha innescato l’epos».

Ulisse venne così chiamato dal nonno Autolykos, re di Acarnania. Un nome davvero molto significativo…

«È la radice del verbo odiare ma se ne renderà conto solo quando Eolo rifiuterà di aiutarlo una seconda volta e lo allontanerà, proferendo parole eloquenti ovvero “un dio ti odia, vattene abominio degli uomini”. Si tratta della medesima maledizione che gli rivolgeranno il Ciclope e l’indovino Tiresia, nell’aldilà. Nessuno vuole stare al suo fianco poiché maledetto da Poseidone e lui rimane solo, in balia del suo destino oscuro».

Questo libro è già stato venduto in 40 paesi. Qual è il suo segreto, forse il connubio fra l’immaginazione e la documentazione storica?

«È tutto autentico, solo la mia narrazione è frutto d’immaginazione. Chi scrive di fatti storici ha l’onere della prova ma come scrittore, ho potere assoluto sui miei personaggi. Il mio compito è quello di interpretarli sulla pagina, dandogli voce nel modo più credibile possibile. Tuttavia devo rendere tutto tremendamente autentico, dal modo di parlare sino agli abiti e le scenografie poiché senza una base di verità, sarebbe impossibile creare un impianto narrativo genuino».

A Messina terrà una lectio magistralis incontrando le scolaresche. E’ importante confrontarsi con loro?

«I ragazzi sono la nostra speranza e se saranno corrotti o se incontreranno persone che non crederanno in loro, saremo perduti, tutti. Devono capire che i valori sono fondamentali e non bisogna guardare chi distrugge ma, al contrario, avere fiducia in chi ha voglia di costruire».

A proposito del suo legame con la Grecia, la preoccupa la situazione dell’Europa?

«Italia e Grecia sono due pilastri dell’intero Occidente e oggi vivono un momento critico. La politica intesa come mera posizione di rendita ha indebitato il nostro paese oltre ogni limite sopportabile e il medico accorso al capezzale sta somministrando una medicina amara almeno quanto necessaria. Ma prima che arrivasse Monti il nostro paese era sepolto nel ridicolo, cosa mai accaduta in tutta la sua storia millenaria. Tuttavia sono fiducioso poiché l’Italia è un paese capace di colpi di reni imprevedibili, il nostro è il paese dei miracoli ma un giorno spero che diventi un grande paese normale».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Patrick McGrath: «In tutti noi c’è un pizzico di follia»

patrick-mcgrath-po_2565831bDopo aver presentato in anteprima mondiale al Salone del Libro di Torino il suo ultimo libro, “L’Estranea” (Bompiani, pp. 292 euro 18,50), il noto scrittore inglese Patrick McGrath – autore del best-seller “Follia” – è tornato in Italia in occasione della Milanesiana, intervenendo sul tema della perfezione. McGrath è ormai celebre per la sua capacità di indagare la mente dei propri protagonisti, creando un clima di suspense che difficilmente concede scampo al lettore, posto al centro delle emozioni narrate. La sua nuova protagonista, Constance, è una donna infelice che si rifugia in un frettoloso matrimonio, ma ben presto si renderà conto che aver sposato Sidney, un uomo ben più maturo, è soltanto un altro passo verso la ricerca di una figura paterna. Sul piatto della bilancia narrativa, McGrath aggiunge anche i sentimenti contrastanti che la protagonista prova per l’esuberante sorella minore, Iris, sua nemesi e detentrice di una sconvolgente verità che condurrà Constance verso il baratro della follia. 

Al Salone del Libro di Torino lei ha dichiarato che preferisce portare in pagina donne problematiche. Perché ha scelto Constance come protagonista de “L’Estranea”?

«Constance è nata dal desiderio di porre al centro del libro una donna che avesse dei rapporti problematici con il padre, proprio per tale motivo lei deciderà di sposare un uomo più maturo che vedrà come una figura paterna. Ma queste scelte comporteranno delle inevitabili conseguenze».

A differenza di altre sue protagoniste, Constance sembra in preda a passioni e sentimenti imperscrutabili. Dal punto di vista narrativo è stata una sfida gestire questo personaggio?

«Assolutamente. Constance è stato il personaggio più complesso e problematico che abbia mai creato, ho avuto davvero grosse difficoltà a capirla. Mi sono serviti quattro anni per scrivere questo libro, un tempo necessario per comprendere la vera natura della mia protagonista, il senso delle sue azioni».

Sin dalla prima pagina si ha l’impressione che Constance possa fare qualcosa di irrimediabile da un momento all’altro, quasi come se lei la rincorresse sulla pagina…

«Sono d’accordo. Questa perdita di controllo sulla mia protagonista è stata proficua per il ritmo e la profondità del libro ma è stata anche un’esperienza molto dolorosa, a volte. Non ero certo che sarei riuscito a terminare il libro, né se sarei stato in grado di trasmettere al lettore il fascino che Constance esercitava su me».

In generale lei sembra avere una netta preferenza per le protagoniste femminili. Trova più interessante l’universo femminile?

«Sin dall’inizio della mia carriera di scrittore mi sono reso conto che i problemi maschili mi annoiavano. Al contrario le problematiche del mondo femminile mi hanno sempre attratto, soprattutto quelle derivanti dal fardello aggiuntivo di dover interagire con gli uomini».

Per la prima volta ha deciso di scegliere un punto di vista alternato fra Constance e Sidney. Perché?

«Volevo mostrare come Constance leggesse la realtà, permettendoci di provare empatia per lei e per il suo modo di vedere le cose. Contemporaneamente volevo mostrare come quella stessa realtà apparisse agli occhi di un’altra persona, affinché il lettore potesse provare sensazioni e stati d’animo differenti, pur se derivanti dai medesimi eventi».

La sua fama è certamente legata alla grande capacità di leggere i processi logici e illogici dei suoi personaggi. Com’è nata questa particolare passione?

«Il mio grande interesse per la natura umana e le emozioni talvolta laceranti che siamo capaci di provare, li devo a mio padre che ha certamente avuto una fortissima influenza su di me. Proprio grazie a lui (ha lavorato a lungo nel manicomio criminale di Broadmoor come psicologo, ndr) mi sono interessato alla letteratura psicologia e alle opere di psichiatria, soprattutto quella di Freud. Da romanziere ciò ha comportato un particolare interesse per la vita interiore delle persone, per il loro modo di leggere la realtà e l’interazione con gli altri.

Lei scrive “credo che ciascuno di noi si crei il proprio destino, scegliendo se restare vittima o no, della propria infanzia”. Cosa ne direbbe Freud?

«Freud non avrebbe avuto problemi con quest’affermazione, non era un determinista e dunque non credeva che noi fossimo destinati ad esprimere nella nostra vita le nevrosi trasmesse dai nostri genitori. Nondimeno certamente suggerirebbe di ricorrere alla psicanalisi per affrontare il bagaglio emotivo ma io sono convinto che non si debba necessariamente ricorrere ad uno specialista per risolvere i nostri problemi, anzi, credo che ci si possa curare da soli».

Non crede che un pizzico di follia serva a raggiungere la felicità?

«Certo. Ci sono tracce di pazzia nei nostri gusti musicali, nel nostro abbigliamento, nel senso dell’umorismo, nella fantasia e nel modo in cui si esprimiamo al di fuori del contesto lavorativo. Senza dubbio c’è un pizzico di pazzia anche nei nomi che diamo ai nostri figli».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

 

Carmine Abate: «Mi piace la competizione»

Alla finalissima della 50esima edizione del Premio Campiello che si terrà stasera, sabato 1° settembre, a Venezia (presso il Teatro La Fenice), lo scrittore calabrese Carmine Abate si presenta con il favore dei pronostici ma dovrà vedersela con agguerriti avversari su cui spiccano Marcello Fois e Francesca Melandri (senza tralasciare Marco Missiroli e Giovanni Montanaro), tutti in attesa del verdetto dei trecento lettori della Giuria. Originario di Carfizzi (Crotone), Abate è emigrato giovanissimo in Germania con la propria famiglia e oggi vive in Trentino per cui non sorprende che il ricordo e la difesa della propria terra natìa siano i temi cardine dei suoi scritti che ritroviamo anche nel suo ultimo romanzo, La collina del vento (Mondadori, pagine 250 euro 17,50) con il quale Abate cerca la definitiva consacrazione. La famiglia Arcuri e la sua tenace resistenza ad ogni sorta di soprusi è al centro della narrazione che prende avvio nel 1902 e si concluderà solo un secolo dopo ma il personaggio principale sarà il celebre archeologo Paolo Orsi che condurrà il lettore sulle orme della Magna Grecia…

Alla finale del Premio Campiello lei si presenta da favorito, anche se al Campiello sembrano godere di più fortuna gli autori settentrionali. Sente di “giocarsela in trasferta”?

«Da ragazzo correvo i cento metri a livello agonistico, so cosa vuol dire gareggiare e cosa significa sportività. Perciò me la gioco tranquillamente in trasferta, come dice lei, consapevole che ciò che conta in un premio trasparente come il Campiello non è la provenienza geografica di un autore ma la forza delle storie che narra».

Quale dei suoi avversari teme maggiormente o ha letto con maggiore interesse?

«Li ho letti tutti con molto interesse e curiosità per la stima che nutro nei confronti di ognuno di loro. Siamo stati assieme in dieci incontri, tra di noi sono nate delle amicizie, non li vedo come avversari ma come colleghi che hanno avuto come me la fortuna di essere stati scelti da una giuria molto competente come i cinque vincitori del premio selezione Campiello. Ora aspetto, sereno, il verdetto della giuria popolare».

La collina del vento narra l’epopea della famiglia Arcuri nell’arco di un secolo. Perché ha scelto di narrarla?

«Questa storia nasce da un’immagine reale, quella di una collina dell’Alto Crotonese che si affaccia sullo Ionio, e da una promessa che ho fatto a mio padre l’ultimo anno della sua vita: avrei raccontato le storie che lui mi raccontava, anche le più segrete e scomode, prima che morissero con lui. Da questa promessa è scaturita l’urgenza, la necessità che è alla base di ogni mio libro. Il resto è venuto da sé».

Sia la collina del Rossarco, cui accenna il titolo, che la stessa Calabria, atavica e arida, possono essere intese in senso allegorico, quasi come fossero veri e propri personaggi?

«Nel rileggere la prima stesura del romanzo, anch’io mi sono accorto del fatto che la collina diventava il simbolo di una terra ferita e bellissima. Confesso che all’inizio non era voluto. È questa la forza della letteratura: che un microcosmo possa diventare un grande personaggio con un’anima e degli occhi, e soprattutto che possa contenere i grandi temi della vita – l’amore, la morte, il mistero, l’identità, ecc. -, divenire universale, insomma, riguardando tutti i lettori e non solo quelli che la popolano».

Nel suo modo di narrare la Calabria prevale maggiormente la malinconia o la voglia di riscatto?

«Sicuramente la voglia di riscatto. Non a caso, attraverso la famiglia Arcuri, racconto di gente che resiste ai soprusi di ogni tipo nell’arco di un secolo: del latifondista locale, poi podestà, delle intimidazioni mafiose e, ai giorni nostri, dei cosiddetti signori del vento che stanno riempiendo la Calabria di pale eoliche e vorrebbero costruirne due sulla collina del Rossarco.  Spero che le famiglie come quella degli Arcuri diventino più numerose in tutto il Sud. Perché senza di loro il riscatto non sarà possibile. E senza riscatto non ci sarà futuro».

Perché ha scelto di portare sulla pagina il celebre archeologo Paolo Orsi impegnato nella ricerca di Krimisa? Le piace l’idea di aver velato di mistero il suo romanzo?

«La prima volta che mi sono imbattuto in Paolo Orsi è stato quando agli inizi degli anni Ottanta ho fatto la prima supplenza a Rovereto, nella scuola media a lui intitolata. Allora non sapevo nulla di questo straordinario personaggio. Poi ho scoperto che aveva scavato nel 1924 a pochi chilometri dal mio paese, alla ricerca dei resti del tempio di Apollo Aleo e dell’antica cittadina magno-greca di Krimisa. Non sono stato io a velare di mistero la mia storia: è misteriosa la ricerca di questa città, e ancora di più è misteriosa la collina che nelle sue viscere nasconde tanti segreti».

Da giovane si è dato alla scrittura, dalla prosa alla poesia. Ma cosa significa per lei scrivere?

«Per collegarmi alla domanda precedente, scrivere vuol dire scavare nella propria vita, nella memoria collettiva. Aggiungerei, parafrasando Elias Canetti che se ne intendeva: scrivere vuol dire custodire la metamorfosi, cioè la memoria che si trasforma fino a diventare presente».

 

Francesco Musolino

da La Gazzetta del Sud

Arturo Pérez-Reverte: «Il peggior nemico dell’uomo non è la cattiveria, ma la stupidità»

Arturo-Perez-ReverteSin dalla più tenera età, Arturo Pérez-Reverte ha subito la malìa del mare. Ma solo in età più adulta, e dopo aver passato ben ventun anni nei panni di stimato giornalista e reporter di guerra, ha realizzato che il mare è una perfetta metafora del mondo e della vita stessa, crudele e spietato rivelatore della natura più intima d’ogni uomo. Oggi Arturo Pérez-Reverte è lo scrittore spagnolo più letto nel mondo grazie ai suoi best-seller con protagonista il Capitano Diego Alatriste con cui fa rivivere l’epoca dorata e avventurosa della Spagna del XVII° secolo. In attesa della nuova avventura della saga, è tornato in libreria con “Le barche si perdono a terra”, una preziosa raccolta dei suoi scritti su barche, mari e marinai che parte dal 1994 per giungere sino ai giorni nostri, edita da Marco Tropea Editore (pp. 352 Euro 15). La passione per il mare si sposa alla perfezione, nei novantasei testi raccolti (in parte inediti), con la bibliofilia, la denuncia ambientalista – lo fanno molto arrabbiare i cacciatori di balene, i marinai della domenica, le moto ad acqua e i megayacht – e l’eroismo perduto della gente di mare cui fa da contraltare la spiazzante codardia di quella di terra. Con una prosa sempre arguta e velata d’ironia, Pérez-Reverte mira dritto al cuore del lettore. In ciascuna riga, in ogni singola parola, trasuda l’amore, il puro incanto per il mare, al contempo prodigo dispensatore di meraviglie e severo maestro di vita, pronto a punire crudelmente peccati e incertezze degli uomini senza qualità.

Perché ha dichiarato che “il mare, crudele e ingrato, è una perfetta metafora dell’universo”?

«Il mare è una porta. Non nel senso di una barriera, ma di cammino, avventura, viaggio. Leggere mi ha spinto verso di lui in modo inevitabile. Sono nato in una città di mare (è nato a Cartagena nel 1951, ndr). Da piccolo andavo a vedere le navi, i marinai con i loro tatuaggi, le donne che fumavano sulle banchine e si davano del tu con uomini e le barche dai nomi esotici. Sognavo di partire su una di quelle.
E un giorno lo feci. Misi qualche libro in uno zaino e partii. Volevo scoprire se il mondo era quello dei romanzi che avevo letto, con compagni leali, avversari caparbi, donne bellissime, paura e coraggio, vittorie e sconfitte».

Spesso si dice che solo in alto mare un uomo dimostra di che pasta è fatto davvero. Che ne dice?

«Quanto più conosco il mare, quanto più lo temo. Il mare è crudele, proprio come la vita: non possiede sentimenti e non ha pietà.
Per questo probabilmente è fonte inesauribile di letteratura, di vita, di sogni, certezze e dubbi. Ma è lo stesso mare a prenderti per mano, a non permetterti di fermare la navigazione o di abbassare la testa. I marinai sanno bene che più le condizioni atmosferiche peggiorano più devi andare avanti, fino alla fine e questa è una grande lezione di vita. A differenza della terraferma, in mare sei costretto a pagare sempre le conseguenze delle tue azioni, dei tuoi errori e delle tue incertezze. Oggi ho sessant’anni e non mi faccio illusioni sulla condizione umana. Navigare ti offre l’opportunità della distanza e della riflessione, ti permette di guardare la costa con calma, serenità e imparzialità. Così impari che uomini che a terra disprezzeresti in condizioni di avversità possono guadagnarsi il tuo rispetto. Il mare non mente. Ce lo insegna Omero raccontandoci il ritorno di Ulisse e ce lo insegnano i marinai tutti i giorni. Quando il vento soffia a 40 nodi non puoi fingere ciò che noi sei: là fuori sei nudo».
Nel 1994 decise di abbandonare il giornalismo per darsi alla scrittura. Perché?

«Ho fatto il giornalista spinto dalla curiosità nei confronti della condizione umana. Sono poi diventato inviato perché le risposte che trovavo in Spagna erano troppo locali, insufficienti.  La guerra, che ho raccontato per trent’anni, come il mare, conduce all’estremo la condizione umana. Oggi ho cambiato forma di scrittura, ma il mio approccio non è cambiato. Continuo ad osservare tutto ciò che mi circonda e, a volte, decido che vale la pena scrivere quello che ho visto. Sono un uomo che guarda e che può farlo grazie a una biblioteca di libri e all’esperienza personale. E con i resti di migliaia di naufragi, miei e di altri, scrive romanzi».

Ha scritto che non dimenticherà mai il 18 febbraio 1978. Cosa significa per lei questo preciso giorno?

«Il 18 febbraio 1978, da te menzionato, ho visto per la prima volta una balena, un gruppo di balene per la precisione. Non ho neanche avuto la forza di prendere la macchina fotografica, tanto ero colpito da quello spettacolo della natura. Le balene sono l’essenza stessa del mare. Considero chiunque le cacci un mio nemico personale».
Il suo bel libro si chiude con un pezzo che analizza due tragedie del mare, quella del Titanic e della Costa Concordia. Perché le ha volute accostare?
«Il peggior nemico dell’uomo non è la cattiveria, ma la stupidità. Da un malvagio intelligente puoi apprendere e dalle sue angherie diventare più lucido, ma da uno stupido non c’è niente da imparare. Cent’anni fa il Titanic e di recente la Costa Concordia continuano ad essere quello che sono sempre state: uno spettacolo superbo destinato a un finale penoso. Il loro equipaggio era formato da maggiordomi, camerieri e cuochi, più che da esperti marinai. Erano delle residenze galleggianti con un capitano ridotto al ruolo di gestore di uno stabilimento balneare. Non c’è stato eroismo né grandezza nella storia di quelle due navi sfortunate».

Leggendo le sue pagine di denuncia delle brutture moderne, trasuda la voglia d’avventura ma anche di giustizia…
«Sarebbe stupendo se ci fossero ancora avventure verso le quali salpare o sogni in cui perdersi, rivolte di popolo in grado di appassionarti e di spingerti al fianco del tuo vicino o di un uomo dall’altra parte del Mediterraneo.
Oggi che sono morti gli dèi e gli eroi con la maiuscola, la salvezza risiede nell’eroismo con la minuscola. Nel pedone degli scacchi, dimenticato in un angolo della scacchiera, che si guarda intorno e vede un re inetto, una regina corrotta, un cavallo di cartone e una torre da sempre immobile. Però il pedone resta lì, in piedi, nella sua fragile casella. E proprio quella casella si trasforma nella ragione per cui lottare, in una trincea dove resistere e ripararsi dal freddo che arriva. La letteratura è la mia casella. Qui resto fermo e lotto».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

 

Jason Lewis: «La vanità? Non è il mio peccato preferito».

TAORMINA. Centinaia di fans lo attendevano da giorni ovvero sin da quando la produzione del Taormina Film Festival aveva annunciato la sua presenza e quando l’attore-modello Jason Lewis ha fatto il suo ingresso al Palacongressi l’applauso è esploso in modo automatico, liberatorio.  Il secondo giorno della 58° edizione della kermesse internazionale comincia nel segno della bellezza e del glamour, aggiungendo quel tocco di lustrini e flash impazziti che mancava da qualche edizione.

Il direttore artistico del festival, Mario Sesti, lo ha accolto sul palco cercando di non cadere mai nel cliché del “bello ma stupido” e Jason Lewis, con una camicia sbottonata ad arte sul torace, non si è fatto pregare, rispondendo con grande sincerità alle curiosità nate dalla visione di tre tranches di clip che hanno arricchito l’incontro.

Nato in California, la sua carriera inizia con un cameo nel popolare telefilm Beverly Hills 90210, ma il ruolo che lo fa conoscere al grande pubblico è quello di Smith nel telefilmSex and the City. Ha partecipato a sette episodi del telefilm Brothers & Sisters, e dal 2004 al 2006 è stato fidanzato con la bella e sensuale attrice Rosario Dawson. Infine è tornato ad interpretare Smith nel film Sex and the City (2008) e nel sequel, Sex and the City 2.

Che ne pensi del nostro Belpaese?

«L’Italia la conoscevo già. Da piccolo la visitai, ospite di amici di famiglia e poi ho anche avuto la fortuna di conoscere e lavorare con Alessandro Benvenuti, un regista per il quale provo una grande stima».

Che differenze hai incontrato a livello professionale fra i due paesi?

«Forse non ci crederete ma gli USA hanno una trafila burocratica più rigida mentre da voi…tutti fanno squadra, sembra sempre una grande famiglia».

Modello-attore: quanto conta essere belli nel tuo mestiere?

«Conta. Sarei uno stupido se non lo ammettessi ma può essere anche un problema, soprattutto a livello personale, affettivo. Sono molto fortunato perché ho attorno a me tanti veri amici che mi fanno da rete di sicurezza. La vanità è molto pericolosa in questo mondo. Molti ne sono davvero dipendenti».

La tua esperienza da modello ti ha aiutato per cominciare a recitare?

«Moltissimo. Sapevo dove dovevo guardare e non ero intimidito dalla macchina da presa. E’ stato un bel vantaggio».

A proposito, com’è andato il provino per Sex and the City?

«Avrei ucciso un paio di persone per quel ruolo (ride). A dirla tutta sono stato semplicemente fortunato ad essere arrivato nel momento giusto, per il ruolo giusto».

Ma come ti spieghi l’enorme successo internazionale di questa seria?

«Sono lontani i tempi in cui la tv faceva spazzatura. Ormai gli investimenti maggiori sono rivolti al mondo televisivo e questo ha portato i migliori registi e i migliori sceneggiatori a confrontarsi con una nuova realtà, più dinamica ma anche più versatile rispetto al cinema. D’altra parte un formato televisivo lascia poco tempo per improvvisare, si fa parte di un meccanismo e se tutto è stato pensato e scritto bene, tutto funzionerà. Sex and the City? Lo script è perfetto e ogni donna si ritrova nelle situazioni e nelle protagoniste. Ecco perché funziona davvero e non stufa».

E il tuo ruolo come ha influito sulla serie?

«Per me è stata un’esperienza determinante ma per quanto riguarda la serie credo che servisse soprattutto a Samantha, per farla uscire dal cliché della donna superficiale che cercava solo avventure senza coinvolgimento».

In Brothers & Sisters reciti il ruolo di un attore emergente omosessuale. Come ti sei preparato?

«Ho sempre avuto tanti amici omosessuali e mi trovo bene con loro. Credevo che avrei avuto problemi a baciare il mio partner sullo schermo ma invece non è stato così. Ecco, fare l’attore ti permette di conoscere te stesso e il mondo attorno a te, come fosse una lente attraverso la quale leggi la realtà che ti circonda».

Ma recitare cosa significa?

«Vuol dire provare davvero le emozioni richieste per il tuo personaggio. E’ una questione di credibilità, di impegno, di empatia».

E il terzo capitolo cinematografico di Sex and the City si farà?

«Chissà. Ma sarebbe un sogno parteciparvi…».

Francesco Musolino