La messinese Alessia Gazzola si racconta

Alice Allevi è una giovane specializzanda in medicina legale. I suoi superiori non la giudicano ancora pronta ma lei ha grande passione per il suo lavoro e anche grazie all’affetto delle sue amiche, Alessia resiste alle umiliazioni e va avanti verso il proprio destino che la porterà…sulla scena di un delitto. Dovrebbe essere un caso come tanti per un medico legale ma Alessia conosce la vittima: una giovane ragazza romana trovata morta nel suo lussuoso appartamento. L’Allieva (pubblicato da Longanesi; pp. 378; € 18.60) è il romanzo d’esordio della scrittrice messinese – e specializzanda in medicina legale – Alessia Gazzola.

Un romanzo ambizioso su cui Longanesi ha puntato con grande decisione. Un best-seller annunciato. Una novella Kay Scarpetta nata nella terra siciliana. Alessia Gazzola dice di somigliare a Bridget Jones ma nelle sue parole trapelano anche grinta e tanta semplicità.

 

Alessia, volevi scrivere un romanzo sullo stile “Bridget Jones” e invece il tuo libro, è il primo medical thriller italiano al femminile. Ci racconti com’è andata?

«Penso che sia ancora un romanzo sullo stile Bridget Jones. Naturalmente le note medico-legali sono presenti e anche abbondanti, ma credo che la matrice da commedia rosa resti la vera anima di questo romanzo».

Ci presenti Alice, la tua protagonista?

«Alice è pasticciona e sbadata, molto insicura, emotiva e impaziente. Insomma ha tutte le caratteristiche per non essere un bravo medico legale. Eppure ha intuito ed entusiasmo, e sull’onda di questi di lascia travolgere in una storia dai contorni molto ambigui…»

Come mai hai deciso di ambientare il romanzo a Roma e non a Messina? E’ una scelta politically correct?

«No, solo perché non mi sembrava una storia adatta all’ambientazione messinese, anche per la presenza di alcuni personaggi come Yukino o Arthur che non avrebbero ragione di esistere a Messina.Te l’avranno chiesto tutti ma non posso esimermi».

Quanto c’è di autobiografico in questa storia e soprattutto nei suoi personaggi principali?

«C’è un po’ di me in molti personaggi, ma nessuno è il mio alterego».

Longanesi ha puntato con grande decisione sul tuo libro e il tuo libro sta ottenendo un grande riscontro sia nelle vendite che nelle critiche. E’ un sogno divenuto realtà? Il successo letterario ti sta cambiando la vita?

«Un po’ la mia vita è cambiata: viaggio spesso per le presentazioni, ricevo più mail e più chiamate. Ho perso un po’ di serenità, ma anche acquisito una dimensione nuova e piena di gratificazioni. Penso che tutto, in bene e in male, faccia parte del gioco».

Alessia, un consiglio ai tanti aspiranti scrittori?

«Chiedetevi prima di tutto se davvero desiderate essere pubblicati. Interrogatevi sui pro e sui contro e capite cosa pesa di più sulla bilancia. Se la motivazione persiste, allora consiglio molta autocritica e suggerisco di affidare il proprio lavoro a un addetto ai lavori per un parere qualificato e realista».

 

 

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982. Medico chirurgo, dal 2007 si sta specializzando in Medicina legale. Ha scritto il suo primo racconto all’età di cinque anni e da quel momento non ha più smesso di scrivere, ma L’allieva è il primo suo romanzo a essere letto da qualcuno che non sia la madre. Vive e lavora a Messina con il marito e un numero imprecisato di cani.

Sul web:www.allieva.it

 

Fonte: www.tempostretto.it del 15 marzo 2011

Karl Ove Knausgård: «Vi racconto la mia lotta»

Karl Ove Knausgård
Karl Ove Knausgård

Per il cuore la vita è semplice: batte finche può, poi si ferma≫. E questo l’incipit semplice ma incisivo del primo volume de La mia lotta (I) (Ponte alle Grazie; pp.489; €18,60) nel quale lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård ha voluto raccontare la propria vita, senza risparmiare i dissapori, le delusioni, i fallimenti ma nemmeno le gioie e la banalità quotidiana che ne sono parte. Knausgård rappresenta il fenomeno letterario più rilevante del Nord Europa e l’editore ha già pubblicato quattro dei sei volumi che compongono il progetto. Ma perché tanto successo? Il merito più grande e di aver saputo coniugare ad uno spunto semplice, persino banale, una prosa sempre fluida che trascina, riuscendo a ridare vita ai propri ricordi, rivivendoli come fosse la prima volta. Va da sé che il paragone con la Recherche proustiana sarebbe d’obbligo tanto più che lo stesso autore dichiara d’averla divorata in giovane età, ma gli stili di scrittura e le immagini evocate sono talmente dissimili che si finirebbe fuori strada e si farebbe torto ad entrambi gli autori. Il primo volume, da poco edito in Italia, si incentra sul rapporto ai limiti della schizofrenia che il mondo occidentale riserva alla morte: le salme vengono subito coperte, nascoste alla vista degli occhi, scomparendo nei sotterranei degli obitori prima di finire sottoterra. Inoltre Knausgård nel primo volume rivive il controverso rapporto con il padre, dall’infanzia sino alla sua morte, cercando di elaborare il suo lutto nell’arco delle pagine. E proprio il padre, dichiara l’autore, e l’unica persona di cui ha scritto davvero male. A parte se stesso ovviamente.

la-mia-lotta_copertina_h_partbPerché ha deciso di narrare la sua vita? È uno spunto semplice eppure senza dubbio molto impegnativo con cui confrontarsi.

In realtà non avevo alcun tipo di idea iniziale. La mia lotta e una storia che si e sviluppata in modo quasi autonomo all’inizio ma la chiave di volta e stata l’aver sviluppato un linguaggio particolare e alla fine mi sono trovato in mano oltre tremila pagine. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, a me non piace scrivere di me stesso. Fra l’altro ci sono alcuni periodi della mia vita che ricordo con grande disprezzo. E’ stata una vera e propria sfida restare cosi a lungo da solo con me stesso, non è stato affatto facile, ma ci sono riuscito perché ritengo di non aver raccontato la mia storia, quanto quella di un essere umano che ha vissuto in quegli stessi luoghi e nel mio medesimo arco temporale.

Lei ha scelto di sezionare e analizzare ogni istante della sua vita, partendo dall’infanzia. Come ha raccolto tanto materiale in maniera così accurata?

Quando ho cominciato a dedicarmi a questo progetto ho scelto di non documentarmi in alcun modo, di non fare alcuna intervista ai miei parenti o ai miei amici. Volevo concentrarmi solo su ciò che io stesso ricordavo. Il passo successivo e stato quello di prendere ciascun ricordo, qualcosa di per se statico e rarefatto nel tempo, espandendolo e rendendolo di nuovo vivo. Inoltre, essendo dotato di una forte memoria visiva, mi sono re-immaginato nelle sensazioni che narravo, cercando di riviverle daccapo. Credo che il processo di scrittura sia certamente un processo di memoria.

Aver ricreato ciascuna situazione della sua vita implica anche aver rivissuto il rapporto con suo padre?

Sicuramente si. Ho avuto la possibilità di rivivere quel rapporto dopo tanto tempo ma soprattutto ho potuto farlo tramite il linguaggio narrativo, un linguaggio analitico che parla al cuore e non alla razionalità. Tutto ciò mi ha permesso di comprendere più a fondo me stesso, mio padre e il nostro travagliato rapporto.

Karl Ove Knausgård
Karl Ove Knausgård

Per incipit ha scelto un concetto molto interessante riguardo la necessaria negazione della morte nella nostra società: perché ha fatto questa scelta?

Quando ho scritto questo incipit non ci ho pensato consciamente ma dopo mi sono reso conto che avevo scritto un saggio sulla morte che rappresenta una sorta di metafora per tutto il mio progetto, ovvero la differenza sottile che passa fra come le cose vengono percepite nel privato e in ambito sociale. Ciò significa che numerosi argomenti, fra cui la morte, vengono affrontati in famiglia ma difficilmente se ne parla in pubblico. L’unica morte visibile e quella che i mass media quotidianamente ci portano sin dentro casa, tramite i film o i fatti di cronaca, eppure, a ben vedere, queste non sono morti reali ma in un certo senso commerciali, figlie del mondo fatto di immagini che ci circonda.

Lei scrive così: «L’unica cosa che ho imparato dalla vita è resistere». E successivamente: «Ciò che mi ha spinto ad andare avanti è stata l’ambizione di scrivere qualcosa di unico». Dunque dalla sua personale lotta lei è uscito vincitore?

Direi proprio di no perché quest’opera non rappresenta il mio libro per eccellenza, il mio capolavoro, anzi, penso che il successo che sta riscontrando sia una sorta di incidente di percorso. Nutro ancora l’ambizione di scrivere qualcosa di bello, di importante e probabilmente ce l’avrò per tutta la vita perché non e certamente un obiettivo facile da raggiungere. Forse non ho ancora l’abilità narrativa a cui ambisco. Certo la tranquillità economica derivante da questo successo mi da fiducia.

Sappiamo che nel quinto volume lei ha scritto della sua relazione extraconiugale. I suoi amici come l’hanno presa?

E stato certamente doloroso scrivere del tradimento. Mia moglie ovviamente sapeva che l’avrei fatto ed é stata d’accordo perché ne parlo come un evento che fa parte della mia vita e che e entrato naturalmente nel flusso del racconto, chiarendo ulteriormente il particolare periodo che stavamo vivendo. Se l’avessi omesso non sarebbe stata la stessa cosa. Per quanto riguarda il resto, prima di pubblicare il libro ho inviato a tutti il manoscritto e ciascuno poteva dare o meno il proprio assenso.

Impossibile non domandarle quanta finzione e quanta vita realmente vissuta ci siano percentualmente in questo libro.

Tutti i fatti e gli eventi nudi e crudi sono assolutamente veri, ma quando si scrive un romanzo e necessario rielaborare il tutto. Direi che la fiction interviene sia nella rielaborazione, nella ricostruzione totale dei fatti che nel posizionamento delle scene sulla pagina.

Perché fermarsi a sei volumi? Come si decide di chiudere la propria autobiografia?

So sicuramente che finirà col sesto volume perché ho in mente da tempo l’ultima frase che lo concluderà e non vedo l’ora di scriverla. Sono sei volumi anche per una questione di simmetria perché l’editore ha voluto che uscissero tre in autunno e tre in

primavera. Pensate che inizialmente l’editore aveva proposto dodici libri, uno per ogni mese ma poi si é deciso per sei volumi. Sicuramente non mi dedicherò mai più all’autobiografia.

Perché? Ne è rimasto traumatizzato o ha detto tutto ciò voleva?

Volevo svuotarmi di tutto ciò che avevo dentro e adesso che l’ho fatto posso ripartire da un foglio bianco e affrontare un nuovo progetto.

Francesco Musolino®

Fonte: Stilos, dicembre 2010

 

La Vita Oscena di Aldo Nove

Per vent’anni lo scrittore Aldo Nove (al secolo Antonello Satta Centanin) ha convissuto con i suoi fantasmi. Rimasto orfano bambino dopo la morte di entrambi i genitori, è piombato dalla prima adolescenza nella dipendenza da alcol e psicofarmaci, decidendo di intraprendere, volontariamente, una discesa verso l’Abisso: «Compivo diciassette anni e il mio unico desiderio era quello di morire il più presto possibile». Amante della poesia – Aldo Nove è anche un poeta apprezzato oltre che tra gli storici redattori del mensile “Poesia” – giunto a Milano ha scelto la cocaina come vettore di morte, proprio come George Trakl, il grandissimo poeta tedesco che scelse di suicidarsi proprio con un’overdose di cocaina.

 

La Vita Oscena (Einaudi, pp. 111, €15,50) segna per Aldo Nove un momento fondamentale perché dà prova di saper padroneggiare una scrittura fatta di attimi sezionati con una prosa che sconcerta e trascina il lettore in un lungo cammino verso la ricerca di un limite umano che si trova sempre un gradino più in basso. I temi fondanti sono l’oscenità e la pornografia – sempre imperanti ma mutate oggi in modo (im)mediato-  il senso di colpa e la ricerca della morte con l’ausilio di una “coscienza anestetizzata” che diventa metafora attualissima di una società più cannibalizzata che cannibale.

Ha impiegato vent’anni per scrivere questo libro e poi lo ho terminato in un mese e mezzo. Perché adesso?

«L’ho fatto appena ho avuto l’impressione di aver raggiunto gli strumenti linguistici sufficienti per potermi muovere con della materia piuttosto incandescente. Quando mi sono reso conto che potevo rielaborare con la giusta serenità il materiale di cui volevo parlare, mi sono messo al lavoro»

Dopo aver involontariamente provocato l’esplosione di casa sua, lei viene ricoverato con gravi ustioni. Decide, metaforicamente, di indossare una maschera: “Io non ero più di me”, ripete più volte sulla pagina.

«Quando c’è una grande alterazione dello stato d’animo, il dolore, finisce per alienarci, ci allontana da noi stessi. Talvolta ciò scatena conseguenze assai pericolose come nel caso degli attentatori o dei kamikaze, che magari reagiscono a grandi sofferenze intese anche in chiave sociale. Il dolore ci trasforma. Il dolore trasforma anche il nostro modo di presentarci agli altri, talvolta anche in modo pericoloso».

L’oscenità è un concetto fondante nel suo libro. Gli altarini con le riviste hard nelle edicole hanno lasciato il posto ad una pornografia accessibile, a portata di mouse. Oggi cos’è osceno? Quali sono i tabù delle nuove generazioni?

«Ogni tanto si sente dire “io non sono moralista” oppure “non voglio fare della morale”. Queste frasi sembrano indicare che, nel periodo in cui tutti i valori sono stati capovolti, oggi la morale stessa sia divenuta un tabù, per cui l’osceno potrebbe essere rappresentato dalla semplice normalità».

In casa vostra nessuno pronunciò mai la parola “cancro”. Ancora oggi si esorcizza la malattia col linguaggio. Serve a qualcosa?

«No, fa male. E’ un errore profondamente umano, magari una forma di delicatezza ma non serve a nulla, anzi, ci allontana dalla realtà».

Che rapporto ha con la religione? Il senso di colpa è dominante in lei?

«E’ un discorso molto complesso. Fin quando il senso di colpa viene inteso come la semplice consapevolezza che ad ogni comportamento consegue un effetto, va bene. Ma l’errore del cattolicesimo, a mio avviso, sta nella sessuofobia, legando in modo indiscriminato la colpa alla sessualità, finendo per stravolgere l’intero senso della nostra esistenza. Quello che è più assurdo è che gli stessi preti si inculano i ragazzini…»

Lei scrive che “il dolore è l’unico maestro” e che “al massimo dolore corrisponde il massimo piacere”. Dobbiamo temerlo o no, il dolore?

«E’ impossibile non temere il dolore, nessuno può farlo. Credo che esista soprattutto un piacere derivante dalla sottrazione del dolore, come per un mal di denti che passa o per una sovreccitazione sessuale finalmente sfogata, ma non credo esista un piacere totalmente svincolato dal dolore».

Lei “doveva provare tutto”. Ma dopo averlo fatto cosa accade?

«Magari ci si annoia. Leggendo le biografie dei grandi santi, ad esempio San Francesco, scopriamo che lui aveva provato tutto e alla fine, aveva cambiato radicalmente vita. Magari facesse così anche Berlusconi. Ci mancherebbe altro che si mettesse a fare il santo…»

Sua madre si augurava che in futuro il mondo sarebbe migliorato, sarebbe diventato un bel posto in cui vivere. Mi sembra che siamo lontani.

«Non solo siamo lontani, siamo infinitamente lontani. La situazione è molto peggiore rispetto al passato. Voglio fare un esempio e restringo il campo alla politica italiana: se vent’anni fa avessi pensato che oggi Gianfranco Fini sia la chiave per migliorare la situazione politica italiana, sarei impazzito. Ma oggi accade questo ».

Comprendere che tutti non fanno altro che andare avanti giorno dopo giorno è intimamente connesso alla mercificazione dominante nella nostra società?

«Sottolineo che quella folgorazione giunge in un momento molto particolare per il protagonista del romanzo. Oggi mi rendo conto che questa è una forte tendenza negativa ma per fortuna non vale per tutta l’umanità».

La discesa verso l’abisso l’avrebbe dovuta condurre verso l’Oltre che desiderava. Invece cosa avvenne?

«”Abissum abissus invocat” come dicevano gli antichi, ad un abisso ne segue un altro. Ad un certo punto o subentra il limite naturale della morte oppure avviene una naturale presa di coscienza, la volontà di sopravvivere».

Per tornare al tema della moralità, è servito del coraggio per portare sulla pagina ciò che le è accaduto?

«Fortunatamente lo scrittore ha un filtro ovvero la letteratura, è cosa ben diversa dall’andare a “La Vita in diretta” a raccontare le proprie catastrofi. La finalità dello scrittore non deve semplicemente creare scandalo ma fare della letteratura e ciò gli permette di muoversi su registri più complessi».

Ritornando all’attualità italiana, fra scandali, escort e corruzione il popolo è vicino al limite di sopportazione secondo lei?

«La questione è proprio capire dove sia questo limite. Sicuramente si percepisce un disagio fortissimo e tutte le rivoluzioni, in fondo, sono partite dalla pancia piuttosto che dalla riflessione. In Italia si tira avanti ma il malessere interiore, sommato ai problemi derivanti dalla crisi economica, inevitabilmente comporterà delle conseguenze e francamente non credo che passerà ancora molto tempo».

Antonello Satta Centanin è rinato come Aldo Nove?

«Sicuramente. Aldo Nove è un laboratorio linguistico di quell’altro».

 

 

Fonte: Satisfiction del 30/11/2011

La Carta e il Territorio. Un romanzo ditirambico

Se non avesse ancora scritto Piattaforma, l’ultimo romanzo dello scrittore francese Michel Houellebecq, La Carta e il Territorio (Bompiani, traduz. it. di Fabrizio Ascari, pp. 364; €20) sarebbe la sua miglior prova. Perché? Appena lo si comincia a leggere si ha l’impressione che si debba necessariamente rallentare l’impeto volontario della lettura, centellinando le pagine quasi come si stesse sorseggiando un pregiato vino. Se esisteva ancora al giorno d’oggi la possibilità di scrivere un romanzo totale, Houellebecq l’ha colta e fatta sua e il tanto atteso trionfo al premio Goncourt – posta l’ostilità assai nota dei critici nei suoi confronti – lo avvalora ancor di più.

Come accadeva nel già citato Piattaforma o ne La possibilità di un’isola, Houellebecq non ha timore di osare. Chi ha letto Nemici Pubblici ovvero una serie di dialoghi con il controverso filosofo Bernard-Henri Lévy, sa bene che non si tratta affatto di divismo o uno snobismo asservito al mercato editoriale; al contrario l’autore da sempre sembra curarsi assai poco degli intermediari avendo sempre preferito parlare direttamente ai lettori. Ma non essendo un mero dispensatore di banalità, non è amato da tutti. Anzi spesso viene considerato soltanto un provocatore. Ne La Carta e il Territorio lo scrittore transalpino porta sulla pagina una serie di personaggi assai noti, fra cui scrittori e giornalisti. Una lunga serie su cui spiccano la sua editrice Teresa Cremisi e lo scrittore Frédéric Beigbeder ma soprattutto se stesso, Michel Houellebecq. Il libro si apre con le paturnie del talentuoso artista Jed Martin che sta per allestire la sua seconda personale ma perché il pubblico comprenda la sua decisione di passare dalla fotografia – la sua prima passione che ne ha decretato il successo immediato – alla pittura, serve un testo critico di grande impatto mediatico. Chi meglio di Michel Houellebecq? Nonostante la sua nota fama di misantropo – l’autore non si descrive mai con l’aureola del santo, forse talvolta dell’incompreso – il suo gallerista lo convince che sia necessario insistere. E ha ragione.L’autore con un agile passo indietro ci racconta che Jed era un adolescente anomalo, «mentre i suoi coetanei ne sapevano di solito un po’ di più sulla vita di Spiderman che su quella di Gesù», lui aveva letto con ordine e disciplina tutti i classici. Prima di arrivare alla pittura, un lungo flashback ci racconta che il suo rapporto con l’arte sbocciò grazie alla fotografia ma Martin sarà destinato a passare da una passione all’altra sacrificando tutto in nome dell’ispirazione perché – e qui ritroviamo lo stesso credo dello scrittore – è necessario tenere sempre i sensi all’erta: «la vita serve le carte ma poi è lesta a riprendersele» se le occasioni non le si sfrutta a tempo debito.Grazie alla fotografia Jed Martin sbanca e conosce anche la russa Olga. Fra i due, lui piccolo e gracile, lei vertiginosamente bella, scoppia una passione ardente. Lei per la prima volta le apre le porte del mondo dell’arte e lui, ancora spaesato fra cocktail e vernissage, si sentirà spesso come uno di quei giovinetti amanti di donne importanti. Quasi come uno dei giovani amanti creati dalla penna di Colette. Ma i loro destino è segnato perché lui resterà sempre «un piccolo francese indeciso». L’entrata in scena di Houellebecq condurrà, come anticipato, Martin alla ricchezza e al successo definitivo e persino il tormentato scrittore – che sembrava destinato a vivere per sempre in una casa piena di scatoloni, isolato da tutto e in una Francia del futuro ritornata felicemente all’agricoltura dopo il definitivo crollo del sistema capitalistico mondiale – troverà la serenità ritornando nella sua casa dell’infanzia, in un minuscolo borgo. Ma ecco che Houellebecq vira bruscamente mettendo in scena il suo stesso, brutale, omicidio.La seconda parte del romanzo, che sarà incentrata sulle indagini relative all’assassinio dello scrittore e del suo cane, vedrà come protagonista Jasselin, un poliziotto esperto e ad un passo dalla pensione. Un uomo ormai capace di accettare la brutalità del mondo ma, come sottolinea in un bel dialogo con la moglie, esausto nello scovare dietro ogni delitto un movente assolutamente razionale, spesso meramente economico.

La Carta e il Territorio colpisce perché è un romanzo scritto con grande padronanza del flusso narrativo. Houellebecq controlla sul velluto i rimandi al passato e il difficoltoso rapporto fra Jed e suo padre, avendo modo anche di attaccare tanto il sistema economico attuale che il politically correct oggi imperante. La svolta thriller che gli permette di portare sulla pagina la propria morte è un tocco di classe e sfrontatezza che sottolinea la maturità raggiunta da Houellebecq tanto da avergli permesso di conquistare, finalmente, il premio Goncourt.

Fonte: www.tempostretto.it del 25 novembre 2010

Il precariato esistenziale di Facebook è protagonista nei “Diciotto secondi prima dell’alba” di Giorgio Scianna

Diciotto secondi prima dell’alba, il romanzo di Giorgio Scianna (Einaudi, pp.210, €17) è un insieme di cose. Un gioco di suspense, un tributo alla musica, una denuncia contro la vanità dei social networke un inno, inconscio, alla precarietà: «Edo e i suoi amici non sono precari perché la società o il reddito insufficiente gli impediscano di fare scelte definitive, di diventare adulti, il precariato è lo stato di esistenza in cui stanno meglio». Edoardo fa parte della Milano “bene”: il padre è socio d’uno studio d’avvocati in pieno centro, accanto a se ha Marta, una fidanzata quasi perfetta e una ristretta ma forte cerchia di amici come guscio di protezione. La musica, ColdplaySigur Ros, è la sua unica forma di evasione dichiarata, ostentata dal colore bianco delle cuffiette dell’iPod: «Per lui la musica è molto più di uno svago: è la colonna sonora della sua vita. Certo riempie i suoi vuoti, ma è anche un mezzo per capire il mondo che lo circonda». In questo equilibrio stabile ma delicatissimo che è il mondo di Edo, fa il suo ingresso Ksenja, una bellissima ragazza del’Est della quale lui riesce a carpire poco o nulla. Un mistero che lo affascina e lo trascina in una zona dove non c’è controllo. Lei diventa la sua ossessione e alla fine, ovviamente, ci sarà un prezzo da pagare.

Una volta terminato il libro – nella quarta parte e ultima parte, il tempo non è più l’elemento dominante, cedendo il posto al corpo e alle sensazioni tattili – è evidente come Giorgio Scianna abbia saputo dominare appieno la suspense dosando con cura le informazioni e facendoci cadere preda degli stereotipi.

Scianna perché ha voluto questo titolo? Cosa accade “diciotto secondi prima dell’alba”?

«Diciotto secondi prima dell’alba è un momento di sospensione: non è più notte e non è ancora giorno. In un momento così accade l’evento drammatico che segna la svolta nella vita di Edo. Ma il tema della sospensione percorre in maniera sotterranea tutto il romanzo. La vita del protagonista è sospesa in quella zona di confine che c’è prima della maturità piena, prima delle scelte professionali e sentimentali definitive. “Diciotto secondi prima dell’alba” è tutto questo, eppure è semplicemente il titolo di una canzone dei Sigur Ros, il gruppo islandese. Una traccia di diciotto secondi di silenzio tra un pezzo e l’altro».

Ksenja è protagonista diretta solo di una piccola parte del libro ma la sua figura aleggia sull’intero libro. Una presenza di questo tipo, fatta di allusioni, ricordi propri e altrui, è difficile da costruire narrativamente?

«La cosa difficile è lavorare sul non detto senza essere evanescenti. Anche la suspense ha bisogno di accadimenti precisi e, allo stesso tempo, di zone d’ombra. Quanto a Ksenja, esce di scena quando di lei sappiamo ancora poco e rimane la voglia di conoscerla di più. Ma per poterla capire è necessario mettere insieme i pezzi della sua vita, ricostruire i suoi incontri, bisogna seguire le sue tracce ovunque queste portino. La suspense non è privilegio che hanno solo le storie poliziesche. E’ una tecnica per catturare l’attenzione e fare in modo che non cada mai. “Diciotto secondi prima dell’alba” è una storia in cui ci sono dentro un evento traumatico, un’indagine e un mistero da svelare. Sono situazioni che finiscono per richiamare l’atmosfera noir».

Edoardo confessa che Marta l’aveva già tradita ma Ksenja è un’altra cosa. In un certo senso proprio la sua diversità la rende quasi un ossessione…

«Ksenja è bellissima, affascinante ed enigmatica. Una violoncellista in abito da sera. Sono queste cose a catturare Edo, ma è solo la sua scomparsa a legarlo così forte a lei. Edo è ossessionato dal capire i segreti che si nascondono dietro quella donna, ma forse c’è in gioco anche un mistero più grande, quotidiano, che riguarda la sua stessa vita».

Nel romanzo affronta  di petto la vanità e l’egocentrismo del mondo di Facebook. Molti scrittori costruiscono il proprio pubblico proprio su questo social network, curando la propria pagina in modo (quasi) ossessivo: uno strumento di comunicazione può tramutarsi in una vetrina per se stessi?

«E’ così. Facebook ha sdoganato l’intimità dei sentimenti e degli stati d’animo. Non solo perché in rete si raccontano i fatti propri, ma perché capita di vivere gli eventi chiedendosi come raccontarli più tardi su Facebook. Prima ancora di domandarsi cosa si prova, ci si interroga su come rappresentare se stessi. E’ un reality continuo con le telecamere puntate. Non è tanto questione di esibizionismo, quello ognuno se lo gestisce come vuole, temo che sia diventata una sorta di condanna: se vuoi comunicare ed essere socialmente vivo, quella è l’unica via».

La musica assume un ruolo importante a livello narrativo sin dalla prima pagina, quasi come fosse un personaggio e le cuffie dell’ipod aiutano Edoardo ad isolarsi dal mondo. La scelta della musica ricalca i suoi gusti o sono affini a quelli del suo personaggio?

«Vado molto d’accordo con Edo e abbiamo gusti simili. Per lui la musica è molto più di uno svago: è la colonna sonora della sua vita. Certo riempie i suoi vuoti, ma è anche un mezzo per capire il mondo che lo circonda. Per Ksenja è quasi il contrario, la musica è quello che le dà da vivere, ma non le procura nessun piacere. L’intimità continua con il violoncello ormai è solo un fastidio, e, per assurdo, di musica non ne ascolta mai. Per Edo è inconcepibile, le canzoni dei Sigur Ros e dei Coldplay sono sempre nella sua testa. La musica per Edo. E’ sempre accesa, sempre “on”. Da sfondo finisce per riempire i suoi pensieri, quando rimane solo è l’unica compagnia che entra nel suo letto. Ma mi piace sottolineare l’ambivalenza musicale di Edo perché Coldplay e Sigur Ros sono due mondi lontanissimi. Edo ha una personalità più complessa di quanto possa sembrare al primo incontro. Cerca conferme e gli piace sperimentare. E’ incuriosito dalla ricerca musicale dei Sigur Ros, e alla fine quei brani che “non esplodono mai” diventano la colonna sonora del libro».

Quando Edoardo si rende conto di non aver organizzato le vacanze estive comincia a ricevere inviti sempre più insistenti. Perché nessuno sembra accettare pacificamente l’altrui voglia di solitudine? E’ ancora possibile essere un’isola?

«La solitudine spaventa perché è un momento che costringe a fare i conti con se stessi. L’idea che un trentenne scelga di passare l’estate a Milano da solo è uno scandalo, una cosa che non si fa se non si è dichiaratamente depressi. Si confonde la solitudine con lo star soli. Nella lingua inglese la differenza è chiara: la loneliness (solitudine) è molto diversa dalla solitude (la situazione in cui si è semplicemente, magari felicemente, soli con se stessi). In italiano i concetti si confondono. Ma la confusione è anche un’altra: si finisce per credere che la comunicazione ossessiva e il social network continuo ci impediscano di sentirci soli. Invece, anche in un mondo dove siamo sempre connessi, possiamo essere isola più che mai».

La quarta di copertina dice: affresco di una generazione che prima o poi sarà costretta a crescere…

«Il precariato non è solo una drammatica realtà sociale, temo che in qualche caso sia un alibi, un segno distintivo di questa generazione. Edo e i suoi amici non sono precari perché la società o il reddito insufficiente gli impediscano di fare scelte definitive, di diventare adulti, il precariato è lo stato di esistenza in cui stanno meglio».

 

Fonte: Satisfiction del 11 novembre 2010