«Il mio omaggio ad Emilio Salgari». Marcello Simoni si racconta

Un oscuro segreto capace di minare le fondamenta stesse della fede cattolica, battaglie navali, intrighi di corte, il sanguinario corsaro Barbarossa e la suggestiva ambientazione dell’isola d’Elba sono alcuni fra gli ingredienti de “L’isola dei monaci senza nome”,  il nuovo romanzo di Marcello Simoni, edito da Newton Compton (pp. 329 euro 9,90). In classifica da diverse settimane, Simoni rappresenta uno dei più estrosi romanzieri storici contemporanei, capace di coniugare l’esattezza delle ricostruzioni – la sua professione di bibliotecario e i suoi trascorsi da archeologo giocano a suo favore – con pepate trame avventurose in cui introvabili libri e pericolose reliquie hanno sovente ruoli determinanti. Ha trionfato alla 60° edizione del Premio Bancarella con il suo libro d’esordio “Il mercante dei libri maledetti” ed è già tradotto in tredici paesi – superando le 400 mila copie – eppure è ancora molto affamato, tanto che ogni volta che comincia a scrivere sente ancora la stessa emozione…

Cominciamo dall’inizio, com’è nata l’idea per “L’isola dei monaci senza nome”?
«Desideravo scrivere un romanzo storico che avesse i ritmi del feuilleton, ma allo stesso tempo non volevo rinunciare al thriller e al mistero. Ho trovato l’ambientazione adatta imbattendomi nella storia dell’isola d’Elba, dove nel primo Cinquecento visse Cristiano d’Hercole, figlio di un corsaro turco e di una donna bellissima finita in un harem a Tunisi. La vicenda è tanto affascinante che se ne potrebbe trarre facilmente uno sceneggiato televisivo, tra battaglie navali, tresche amorose e intrighi. La componente esoterica, ovvero il mistero del Rex Deus, proviene invece da una leggenda protomassonica riguardante un oggetto misterioso che sarebbe in grado di distruggere i dogmi della Chiesa cattolica. Qualunque cosa sia e dove sia nascosto, lo si scoprirà nell’ultima pagina…»

Si è mosso in un mondo letterario popolato di mare e corsari. Azzardo, visto il suo mestiere, che questa serie sia anche un omaggio letterario da Salgari in poi?
«Assolutamente sì. Con L’isola dei monaci senza nome mi ascrivo consapevolmente e a pieno titolo nella corrente narrativo-avventurosa che prende le mosse proprio dal capitano Emilio Salgari per passare attraverso la scia di autori stranieri e nostrani più o meno noti. E tuttavia ho cercato allo stesso tempo di “svecchiare” il genere e di arricchirlo con elementi tipici del mio stile. Intendiamoci, nel mio romanzo troverete la storia, quella con la S maiuscola, ma anche moltissimi momenti di azione e mistero degni dei miei medieval-thriller dedicati a Ignazio da Toledo. Insomma, non nego di essermi molto divertito a scriverlo».

A proposito di omaggi, accennava al fatto che questo libro vada ascritto al romanzo d’appendice: è stato emozionante trovarsi nel solco di una tradizione tanto importante?
«È stata un’esperienza impagabile e ricca di stimoli. Durante le fasi d’ideazione e di scrittura ho ripercorso le concezioni narrative maturate due secoli fa, per approdare a una forma di romanzo che racchiude in sé tradizione e innovazione. Sono fiero di poter affermare che questo new-feuilleton sta scalando le classifiche di vendita, se poi consideriamo che è stato scritto da un italiano, la soddisfazione è ancora maggiore. Da quanto tempo non accadeva?»

Ha già trionfato al Premio Bancarella ma ricorda ancora i primi passi nel mondo della scrittura? Magari potrebbe suggerire ai nostri lettori aspiranti scrittori qualche consiglio utile per giungere alla pubblicazione…
«Mi sono barcamenato tra vari tentativi e rifiuti finché non sono stato notato da una casa editrice spagnola, vendendo circa 6000 copie nell’estate 2010. Poi mi sono imbattuto in Newton Compton Editori e da lì è partito il successo di Il mercante di libri maledetti. Ora sto scrivendo il mio quinto romanzo e ogni volta che mi accingo alla stesura di un nuovo capitolo mi sento esattamente come l’esordiente di tre anni fa…ma con la consapevolezza di quello che valgo e di dove voglio arrivare. La cosa più importante, adesso come allora, resta il saper stringere i denti, guardare avanti e credere in quello che si fa».

Il suo libro è pieno di personaggi realmente esistiti e luoghi e battaglie descritte con cura. Come  si è documentato?
«Dedico sempre molto tempo alla ricerca storica. Parto dai classici manuali di storia per scendere sempre più a fondo, in cerca di dettagli, dai saggi specialistici alle fonti archivistiche dell’epoca. Inoltre bisogna saper sviluppare fiuto per le notizie più interessanti, quelle non solo utili alla ricostruzione storica ma anche potenzialmente interessanti per i lettori. Non tralascio mai nulla, poiché durante la stesura del romanzo tutto potrebbe tornarmi utile. Specie in un libro come questo, dove i protagonisti della storia vissero realmente».

E cosa può anticiparci del prossimo libro?

«Attualmente sto lavorando al capitolo conclusivo della trilogia dedicata a Ignazio da Toledo, mercante di libri maledetti. Uscirà in libreria dopo l’estate, per catapultare di nuovo i lettori nel Medioevo esoterico e avventuroso…e questa volta, l’ambientazione sarà per buona parte italiana».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud – 4 agosto 2013

«Chi conosce davvero la Corea del Nord?». Intervista ad Adam johnson (Premio Pulitzer, 2013)

La prima volta che Adam Johnson è riuscito a varcare la frontiera della Corea del Nord, l’ha fatto spacciandosi per l’aiutante di un uomo che doveva occuparsi di alcune piantagioni di mele in quel misterioso paese. Comincia così, con un escamotage degno di un romanzo spionistico, il viaggio dello scrittore statunitense Adam Johnson in uno delle nazioni più oscure dei nostri giorni, dominata da una dittatura totalitaria e dall’odio verso gli Stati Uniti, emblema del marcio imperialismo occidentale. Ha impiegato sette anni di severe ricerche per capire una realtà impenetrabile, sempre al centro delle speculazioni e dei complotti politici e mentre il suo libro prendeva forma, accanto al protagonista, il giovane Pak Jun Do, l’autore ha voluto mettere nel libro anche il defunto dittatore Kim Jong-il, il “caro leader” (scomparso nel dicembre del 2011) e le sue notevoli stranezze. Il bel libro di cui stiamo parlando è “Il Signore degli Orfani” (Marsilio, pp. 560 euro 21, traduzione di Fabio Zucchella) con cui Johnson ha recentemente vinto il prestigioso premio Pulitzer, permettendo, a noi lettori di qualsiasi latitudine, di cominciare squarciare il sipario su un paese in cui rapimenti, sevizie e torture sono all’ordine del giorno. Un libro che ha un effetto straniante, capace di trasportare il lettore in una realtà distorta e capovolta, al fine di farci comprendere cosa significhi vivere in un paese da oltre 24 milioni di abitanti, in cui non esiste nemmeno una libreria. Recentemente Adam Johnson era a Capri per il festival letterario Conversazioni e ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Mr. Johnson, cosa significa aver vinto il Premio Pulitzer?
«In realtà ancora non l’ho capito. Credo mi serva del tempo per metabolizzare. Posso senz’altro dire che sono felice che in questo modo si parlerà di più della Corea del Nord, per cui più del premio fine a se stesso, mi sta a cuore il fatto che i lettori possano finalmente cominciare a conoscere la realtà di questo paese e capire cosa significa vivere sotto l’egida della propaganda».

Il suo stile è stato definito dal New York Times come “una sorta di realismo magico dove la realtà supera la finzione”. Perché ha scelto questa tecnica narrativa?
«Realismo magico? Questa è una buona domanda. In realtà ho cercato di essere il più realista possibile ma volevo narrare la Corea del Nord con gli occhi e la voce di un suo cittadino e si tratta di qualcosa di molto lontano e diverso dal mondo occidentale che conosciamo. Adottando quel punto di vista è venuto fuori una narrativa assurda, surreale e per l’appunto, persino magica in certi momenti».

Il dittatore Kim Jong-il è uno dei personaggi centrali del suo libro. Alla sua morte molti pensarono che avremmo scoperto tutto di lui e invece…
«Verissimo. Alla morte di Saddam Hussein o Gheddafi, il dittatore invincibile ha lasciato il posto ad un cadavere e le telecamere sono entrate nelle loro stanze, nelle loro regge, svelandone le umane debolezze. E Kim Jong-il? Lui è morto ma non abbiamo visto il corpo, né si sa di cosa sia effettivamente morto. Per scrivere questo libro ho fatto molto ricerche anche su lui, scoprendo, ad esempio, la sua passione per le moto d’acqua e per il sushi ma soprattutto che ha rapito Choe Eun-hui, una star del cinema sudcoreano, e Shin-Sang Ok, il suo consorte nonché apprezzato regista. Li imprigionò a Pyongyang per due anni fin quando non hanno accettato di girare la versione comunista di Godzilla, Pulsagari. Ecco, se dovessi immaginare un dittatore capace di rinchiudersi in un bunker e da lì sotto, osservare il regno del figlio, Kim Jong-un, questo sarebbe senz’altro Kim Jong-il».

Cosa l’ha colpita di più della Corea del Nord?
«In Corea del Nord nessuno si può permettere di essere ironico. Non ci sono sottintesi in quello che ci si dice. Non esistono librerie e nessuno legge libri da sessant’anni. Esiste una sola storia ufficiale e nessuno dei 24 milioni di abitanti della Corea del Nord, sa cosa accada nel mondo, là fuori. Sanno solo quello che gli raccontano e ogni casa ha una radio accesa e sintonizzata su una frequenza che trasmette continuamente i messaggi de “il caro leader” e chi la spegne… rischia guai seri».

C’è una famosa immagine della Corea del Nord vista dal satellite e praticamente al buio cui fa da contraltare quella della Corea del Sud e degli Usa in un tripudio di luci. C’è una lezione che il mondo occidentale dovrebbe apprendere?
«Fa davvero impressione vedere cosa sono costrette a fare le persone pur di sopravvivere in Corea del Nord. Vivono in enormi stanzoni con una minuscola lampadina, costretti a conservare persino le proprie feci per poterle riutilizzare come fertilizzante. Anche in Corea del Nord ci sono scale mobili nei musei ma mi ha colpito il fatto che appena arrivati in cima, si debba premere un interruttore per disattivarle. Non posso non pensare alle nostre scale mobili, che girano e girano a vuoto e mi chiedo a cosa serva tutto questo spreco di energia, a cosa serva tenere accese tutte le luci per brillare persino dallo spazio…».

Francesco Musolino®
Fonte: La Gazzetta del Sud – 11 luglio 2013

Andrea Bajani: «Il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso».

Tre diversi omaggi celebrano l’anniversario della scomparsa di Antonio Tabucchi, lo scrittore d’origini toscane che morì il 25 marzo dell’anno passato nella sua amata Lisbona. Feltrinelli – che pubblicò quasi tutte le sue opere – lo celebra con “Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema” (pp. 304, euro 20), una bella raccolta di scritti tematici cui lavorò sino agli ultimi giorni; Sellerio, pubblica “Racconti e romanzi” (pp.288, euro 16) una preziosa raccolta di scritti – “Donna di Porto Pim-Notturno indiano-I volatili del Beato Angelico-Sogni di sogni” – ed infine Emons:Audiolibri ha dato la voce dell’attore e regista Sergio Rubini al suo capolavoro, “Sostiene Pereira” (4h23’, euro 16,90). Ma l’omaggio più bello, in questa triste ricorrenza, prende vita da un aneddoto, difatti, a poche ore dalla sua scomparsa, Antonio Tabucchi non poté ne volle sottrarsi all’atto della scrittura. Quel racconto tutt’ora inedito, fu la scintilla che condusse il suo giovane e caro amico, l’affermato scrittore romano Andrea Bajani, a voler consegnare i suoi ricordi alle pagine di “Mi Riconosci” (Feltrinelli, pp.144, euro 12), un testo  dolce e profondo, capace di non scivolare mai nel declivio della morbosità. Qui l’amico scomparso, diviene personaggio letterario, realizzando la finzione letteraria per eccellenza. Bajani, raggiunto telefonicamente in un hotel parigino, risponde alle domande della Gazzetta del Sud, discutendo di Rilke, dell’amicizia e del potere della scrittura.

Perché questo libro? Il tono usato, oscilla fra riso e lacrime, dando l’idea di una dolorosa necessità.

«Nasce da un evento straordinario ovvero dal fatto che due giorni prima di morire, Antonio Tabucchi scrisse un racconto, dettandolo al figlio in un camera d’ospedale di Lisbona. Non fu una morte improvvisa. Progressivamente si stava spegnendo, eppure questo accadimento privato nascondeva una cosa più grande, la vera origine delle storie. Queste nascono soprattutto per affrontare l’ignoto e mi ha colpito che lui abbia sentito il bisogno di scrivere anche mentre si avvicinava la morte, riuscendo a far ricorso all’ironia, proseguendo questa sorta di danza scaramantica contro ciò che non conosciamo. Quando ho letto quel racconto ho subito pensato che dovevo narrarla, dovevo narrare la scomparsa di uno scrittore e la storia di un’amicizia».

Uno dei due amici che, scomparendo, diventa un personaggio d’un libro. Un’idea molto tabucchiana…

«Esatto. La letteratura ha fatto sempre i conti con i fantasmi e del resto lo scrittore ha a che fare, per giornate intere, con persone che esistono solo nella sua testa. Antonio Tabucchi ha sempre avuto un buon rapporto con i fantasmi perché intese la sua letteratura all’insegna del gioco del rovescio; come personaggio di finzione, fra le pagine d’un libro, ha potuto portarlo all’estremo, rovesciando la morte e la vita, immerso in una storia.

Vi siete conosciuti a Parigi, a casa di un amico comune, tanti anni fa. Tabucchi le aveva scritto una lettera pronta per essere spedita…

«Nel libro tutto è reale e tutto è finto ma la lettera c’era davvero e lui l’aveva già affrancata. Me la consegnò ma per anni non la trovai più. Ma appena terminai di scrivere questo libro, venni preso dal desiderio di sistemare i libri in casa mia e di colpo, riapparve, nascosta fra le pagine di un volume. Era la lettera di un grande scrittore che mi trasferiva l’emozione resagli dall’aver letto il mio libro, “Se consideri le colpe”. Quando uscì questo libro più persone mi chiesero di poter pubblicare questa lettera, però adesso sembra sia scomparsa daccapo. Ecco, queste sono le “tabuccate”».

Apre il libro con una significativa citazione di Rilke. Come mai?

«Non conosco scrittore che sia sceso con tanta grazia dall’altra parte, nel confronto con chi non c’è più, come Rilke ne “I sonetti a Orfeo” e soprattutto ne “Le elegie duinesi”.

Mi riconosci, il titolo scelto, significa stare ad ascoltare il fantasma, provare ad ascoltare chi non c’era più. Questo libro racconta come nascono e si raccontano le storie ma soprattutto come si possa essere amici, indipendentemente dalle età e da cosa ci riserva la vita».

Alla fine scrive, “il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso”.

«Le persone abitano degli spazi dentro noi ma poi sono costretti ad andare via. O meglio, scompare la materialità, la concretezza della carne ma non tutto il resto. Il lutto è riuscire a far sì che ciò che resta di quella persona scomparsa, trovi il suo posto dentro noi».

Nel corso delle telefonate notturne emerge un rapporto tormentato con l’Italia.

«Con il nostro paese aveva un rapporto davvero difficile, d’amore e odio. Prima di tutto l’Italia era la lingua, che ha amato intensamente, ma questo paese lo faceva soffrire e citava Pasolini per sottolineare quanto fosse malandata. Il berlusconismo, per lui è stato davvero pesante, ha ricevuto diverse querele e ha cercato di difendersi come poteva, con le parole. L’Italia, per lui, era una ferita aperta».

Infine, a proposito di scrittura, cosa le ha insegnato Tabucchi?
«La lezione più importante è stata la sua volontà di stare con i piedi molto per terra e la testa molto nel cielo, la capacità raccontare le pieghe oniriche del mondo senza rinunciare a stare concretamente nella realtà socio-politico in cui viveva».

 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 25 marzo 2013

vedi anche http://www.marcovigevani.com/tag/antonio-tabucchi/

Noam Chomsky, quel che resta del linguaggio politico

Politologo di fama mondiale, filosofo e docente emerito di linguistica presso il prestigioso MIT (Massachussets Institute of Technology), Noam Chomsky è considerato una vera e propria icona, un maestro del libero pensiero, sostenitore del movimento di protesta “Occupy Wall Street” anche in virtù della sua professione di fede anarchica, ormai celebre sin dalla sua fiera opposizione all’intervento americano in Vietnam. La “Gazzetta del Sud” ha potuto realizzare quest’intervista con il prof. Chomsky in occasione del suo viaggio in Italia per inaugurare l’anno accademico della Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia – una delle quattro scuole superiori italiane con la “Normale”, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e la SISSA di Trieste – nella nuova sede dell’Istituto nel Palazzo storico del Broletto. Le oltre mille persone presenti all’evento hanno potuto ascoltare dal vivo la prolusione intitolata “Language and limits of understanding”. Chomsky ha così fatto il punto circa i limiti della lingua e della comprensione umana riguardo i fenomeni del mondo, con particolare riferimento al funzionamento del cervello e della sua facoltà principale, il linguaggio, partendo dalle grandi conquiste della ricerca scientifica e concentrandosi in particolare sulle sfide che sembrano ancora inviolabili. 
Con la Gazzetta l’occasione è stata propizia anche per fare il punto circa la fine del primo mandato di Obama, le future elezioni americane, senza tralasciare il peso dell’antipolitica in Italia, la situazione economica europea e il rischio di default.

Professore, in relazione alle sue ricerche circa il linguaggio e i limiti relativi alla reciproca comprensione, crede che sarebbe preferibile tutelare le lingue dialettali, anche delle piccole comunità, o viceversa dovremmo augurarci di utilizzare tutti la medesima lingua, come l’inglese?
«La scomparsa di una lingua è una perdita di ricchezza culturale, memoria storica, legami sociali, e molto di più. Naturalmente, per le persone interessate alla natura del linguaggio questa è sempre una perdita irrevocabile. Un mondo in cui tutti siamo uguali sarebbe un mondo molto noioso, privo gran parte della sua vitalità e creatività. E ciò accadrebbe irrimediabilmente sia se parlassimo tutti soltanto l’inglese, il cinese o l’hindi».

Kalle Lasn, ideologo di “Occupy Wall Street”, ha dichiarato di essere pronto a fondare un nuovo partito, perché il bipolarismo americano non funziona più. Crede sia la scelta corretta?
«Il sistema politico degli Stati Uniti è senza dubbio in condizioni disastrose ed è sotto gli occhi di tutti. Questi sono i risultati anche di un processo di degradazione del linguaggio politico che è in atto da molto tempo. D’altra parte ci sono stati degli sforzi per sviluppare forze alternative al bipolarismo e attualmente il movimento Green è il miglior esempio possibile. Ma il sistema politico degli Stati Uniti è stato progettato per rendere questa forzatura estremamente difficile, se non praticamente impossibile. In pratica non vi è alcuna rappresentanza proporzionale e l’ingresso nel sistema politico è sostanzialmente impossibile per formazioni alternative. Come se non bastasse, oggigiorno il finanziamento economico privato necessario per “correre” politicamente negli ultimi anni ha raggiunto livelli ridicoli. Va detto che il movimento Occupy non ha un “ideologo” nel senso stretto del termine, ci sono molte idee e correnti e non sono certo che sia l’idea giusta quella di dar vita ad un nuovo partito. Forse no, perché le fonti del malessere politico negli Usa sono purtroppo molto profonde».

Anche in Italia le forze della cosiddetta “antipolitica” (ma c’è chi non è per nulla d’accordo con questa definizione), guidate da Beppe Grillo, stanno raccogliendo grandi consensi. In generale è un buon segno poiché cresce la partecipazione popolare o c’è il rischio sensibile di una deriva demagogica?
«Non posso commentare la situazione italiana o la campagna di Grillo, ma non c’è dubbio che la demagogia sia un problema enorme anche in Italia, come rivelano le vostre recenti esperienze politiche. Tuttavia uno sguardo alle attuali elezioni degli Stati Uniti rivela che le scelte alternative sono poche o nulle».

Si avvicina la fine del primo mandato di Obama. Come giudica il suo operato?
«Avrebbe dovuto e potuto fare molto di più e d’altra parte, a mio avviso, ha compiuto molte scelte davvero discutibili. Francamente avevo poche aspettative, come ho avuto modo di scrivere ancor prima della sua elezione, quindi non sono stato deluso, fatta eccezione per il suo attacco acuto contro i diritti civili fondamentali, il che mi ha davvero sorpreso. Queste sono decisioni che non potranno non avere una ricaduta elettorale».

Non è un mistero che lei non abbia stima di Mitt Romney (candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti). Perché?
«Le scelte politiche di Romney sono progettate per arricchire i più ricchi e rafforzare il più potente, non importa quale sia il costo e per questo motivo si guarda bene dal chiarire i suoi progetti. Ma la sua strategia politica, se messa in pratica, sarebbe un vero disastro per il mondo intero».

Lei non condivide la politica di austerità imposta alla Grecia, alla Spagna e in misura diversa all’Italia, considerandola la via più rapida per la recessione…
«L’austerità durante la recessione o la stagnazione economica è molto probabile che dia luogo a problemi peggiori, proprio come ha fatto. Sembra che finalmente – decisamente troppo tardi – le autorità europee abbiano compreso che la responsabilità del disastro in atto ricade proprio su loro e per tale motivo sembrano decisi ad utilizzare le ampie risorse europee per stimolare la crescita. Sono d’accordo con gli analisti della stampa economica che insistono sul fatto che questo è il momento di spingere l’acceleratore. Adesso non è proprio il momento di tirare i remi in barca».

Il destino della Grecia è ancora incerto. Quali conseguenze dobbiamo aspettarci da un suo default?
«Nessuno lo sa veramente. Sarebbe senza dubbio una mossa rischiosa, molto rischiosa, sia per la Grecia che per l’Unione Europea». 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 27 settembre 2012

Ascanio Celestini: «L’ergastolo è disumano»

Attore teatrale di successo, regista e sceneggiatore cinematografico, scrittore e drammaturgo, il poliedrico artista romano Ascanio Celestini, non si è precluso alcun itinerario creativo per raggiungere il pubblico ideale con la forza delle proprie parole. Oggi Celestini è annoverato fra le più apprezzate realtà teatrali italiane, sia per merito della sua narrazione “a scatole cinesi” sia per i temi toccati, legati all’impegno etico e alla memoria, come in “La Pecora Nera” o “Scemo di Guerra”, per citare due fra i suoi successi. Dopo “Lotta di Classe” e “Io cammino in fila indiana”, Celestini torna in libreria con “Pro Patria” (Einaudi, pp. 136 Euro 17,50) in cui racconta il mondo carcerario, narrando la storia di «un erbivoro, un detenuto condannato alla reclusione fino al giorno 99 del mese 99 dell’anno 9999». Firmatario dell’appello per l’abolizione dell’ergastolo, Celestini (che ad aprile sarà in teatro con “Discorsi alla Nazione”) ricorda le parole del medico Franco Basaglia sul parallelismo fra carceri e manicomi e sottolinea le mancanze dell’istituzione carceraria italiana, paventando una utopica ma razionale, soluzione finale…

Cosa intende quando afferma che in Italia il carcere supplisce al Welfare?

«Il settanta per cento dei detenuti stanno in carcere per reati connessi alle droghe e all’immigrazione. Visto che la società non riesce ad occuparsene direttamente, li abbandona come cittadini e aspetta di recuperarli come delinquenti».

A proposito di carcere, qual è il loro stato nel nostro paese?

«Sono le peggiori carceri in Europa. La Corte Europea di Strasburgo in questi giorni ha nuovamente condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, quello contro la tortura e i trattamenti inumani. Le normative comunitarie sul trattamento dei maiali impongono sei metri quadrati per ogni suino. In molte galere del nostro paese ci sono letti a castello di quattro piani e soprattutto, quasi la metà dei detenuti sconta una pena senza aver ricevuto una condanna in via definitiva».

Lei ha partecipato con un appello online, alla richiesta della fondazione Veronesi per l’abolizione dell’ergastolo. Perché?

«Perché l’ergastolo è anticostituzionale oltre che semplicemente disumano. L’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione, perciò che senso ha rieducare un individuo per farlo morire in carcere? La vulgata giustizialista ironizza su questo particolare e ci ricorda che molti condannati all’ergastolo, in realtà, scontano solo venti o trent’anni. Lo dicono come se passare tutto quel tempo in pochi metri quadrati fosse una vacanza. E poi non ricordano che esiste l’ergastolo ostativo che non da la possibilità di accedere a nessun beneficio e soprattutto alla riduzione della pena».

Come si spiega il fallimento del ddl sulle pene alternative alla detenzione, tanto auspicato dal ministro della giustizia, Paola Severino?

«Il discorso, apparentemente progressista, sul carcere ruota sempre attorno alla stessa questione: le galere sono sovraffollate, perciò dobbiamo trovare una maniera per decongestionarle. In automatico si trovano due soluzioni: quella temporanea dell’indulto e delle pene alternative, e quella palazzinara della costruzione di nuovi penitenziari.In Italia si sono applicate decine di misure straordinarie di decongestionamento dalla fine della seconda guerra mondiale. La misura straordinaria è, in realtà, la prassi. Ed è stato così fino all’ultimo indulto, quello approvato con la più larga maggioranza degli ultimi sessanta anni, ma anche quello più odiato dai cittadini e persino dai politici che l’hanno votato.

Costruire nuove carceri, come spesso auspicato, sarebbe una soluzione?

«Erigere nuovi penitenziari è una misura altrettanto discutibile visto che, come sappiamo, la grande maggioranza dei reati compiuti sono un servizio che la società illegale fornisce alla società legale. Il problema non consiste nel mandare la gente in galera, ma intervenire sulla relazione che sussiste tra la società illegale e quella legale che si serve dell’illegalità. Oltre a questo bisognerebbe ragionare anche sul fatto che molti reati, se considerati con un po’ d’attenzione, sono azioni immorali, ma, forse, non dovrebbero essere sanzionati».

E per quanto riguarda le pene alternative?

«Fa paura che si arrivi ad esse partendo dalla situazione contingente della sovrappopolazione carceraria e non dal fallimento della galera come istituzione. Il fallimento di un’istituzione che nasce, così com’è ora, con la borghesia e l’illuminismo. Un’istituzione che, nel migliore dei casi, considera il condannato come un bambino da rieducare e non come un essere umano che deve riconciliarsi con la società. E che poi, in realtà, è soltanto una discarica sociale. Non a caso lo stesso sistema che vorrebbe nuove carceri e congestiona quelle esistenti, è il sistema che congestiona le discariche esistente e ne vorrebbe costruire altre».

Lei crea un significativo parallelo fra carcere e manicomio. Di cosa si tratta?

«Franco Basaglia vi si riferisce quando, parlando del campo di concentramento e della scuola, della fabbrica e della caserma, del manicomio e della galera, scrive “Sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha”».

Quanto è attuale il problema del razzismo in Italia?

«Ciò che chiamiamo razzismo è un dispositivo culturale che si muove attraverso un doppio meccanismo. Da una parte è una forma di difesa individuale, dall’altra un sistema di controllo sociale. Sono due elementi che vivono in simbiosi, l’uno serve all’altro. Il singolo si difende individuando come corpo estraneo il nuovo arrivato, lo straniero, il povero. Gli impone un’omologazione alla quale lui stesso non crede, dicendo “se vuole stare nel mio paese, deve rispettare le regole”. Lo dice anche se queste regole non esistono e lui stesso, l’indigeno, se ne frega. Non vuole realmente difendere la religione che frequenta come cliente saltuario, né la sicurezza che non ha più nulla a che fare con la presunta comunità in cui vive perché si è ristretta al suo piccolo mondo privato, né tantomeno alla tradizione che ormai s’è trasformata in un ridicolo teatrino folkloristico. L’indigeno difende la propria posizione dominante. Intuisce che il sistema capitalistico è fondato sullo sfruttamento delle risorse ambientali, del tempo e della vita delle persone. Il razzismo è una qualità della relazione tra gli individui che serve a mantenere un rapporto di egemonia-subalternità».

Lei ha dichiarato: “Bisognerebbe arrivare all’anarchia, concedendo alle autorità la possibilità di autoregolamentarsi senza ricorrere alle leggi”. La  soluzione definitiva o solo un’utopia?

«È l’ottimismo della volontà che cerca di contrapporsi al pessimismo della ragione».

 Francesco Musolino

©Intervista pubblicata sabato 9 febbraio sul quotidiano La Gazzetta del Sud