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Philippe Djian: «Cerco semplicemente la lingua giusta per rappresentare il mio mondo».

Philippe Djian non è interessato alle storie. O meglio, al romanziere francese considerato l’ultimo erede della Beat Generation e divenuto celebre a livello internazionale grazie al grande successo ottenuto con 37°2 al mattino (da cui è stato tratto nel 1986 il film Betty Blue con Béatrice Dalle protagonista) ciò che importa davvero è l’uso della lingua, che dev’essere “declinata alla giusta frequenza” per rappresentare il suo punto di vista, il suo mondo. Djian ha ricevuto numerosi premi in patria fra cui il Jean Freustiè nel 2009 e diversi scrittori transalpini, fra cui Michel Houellebecq, lo considerano il proprio maestro. Ben diciotto anni dopo la sua pubblicazione, la casa editrice Voland prosegue la valorizzazione di questo autore di culto, pubblicando Assassini (pp. 208 euro 14), primo capitolo di una trilogia. Quì Djian trasporta in lettore con grande ritmo e dialoghi pungenti, nella piccola Hénochville, una cittadina di montagna sovrastata da una fabbrica che sta avvelenando il fiume della regione, donando ricchezza e al tempo stesso, morte. In una notte di pioggia torrenziale i protagonisti saranno costretti a fare i conti con se stessi mentre su loro incombe proprio il fiume, pronto ad una fatale esondazione.

“Lavoravo per un assassino”. Comincia così Assassini ma quanto è importante un buon incipit nell’economia del libro?

«Perché dovrei iniziare con un incipit noioso? Sarebbe assurdo, toglierebbe la voglia al lettore di continuare. È come nelle gare per i corridori, si inizia con un colpo di pistola poi se sono i 100 metri o è una maratona, si vedrà; come accendere una miccia, e poi la prima frase dà tutta l’atmosfera del romanzo. La prima frase è come il diapason che dà il là a un musicista ma poi bisogna tenere la nota altrimenti crolla tutto».

Anche in Assassini il sentimento dell’amicizia, il legame fra uomini adulti è centrale. Crede davvero in questo sentimento già decantato da Cicerone?

«Non credo nell’amicizia come a un sentimento privo di conflitti, un sentimento in cui c’è una comprensione totale. Per esempio nel mio ultimo romanzo (Oh…, edito da Gallimard in Francia ed ancora inedito in Italia) la protagonista va a letto con il marito della sua migliore amica ma nonostante ciò, il suo tradimento non toglie valore al sentimento d’amicizia. In realtà l’amicizia non è come quella idilliaca di Cicerone, l’amicizia è strana come la vita stessa d’altronde».

Marc afferma che forse abbiamo già passato il segno, che non è possibile rompere la catena produttiva e invertire il corso delle cose, salvando noi stessi e la Terra. È d’accordo?

«Sì, credo non ci sia ritorno. Forse inventeremo qualcosa che migliorerà un poco la situazione, del resto l’ingegno dell’uomo può trovare altre soluzioni per superare i problemi del nostro mondo ma non sono Nostradamus, non lo so davvero. Non credo che gli scrittori sappiano quello che succederà. A me non interessa neanche cosa succederà tra vent’anni. Oggi, almeno in Francia, tutti criticano l’OGM ma se non ci fosse l’OGM non ci sarebbe abbastanza da mangiare per tutti. Che fare? Il padre di José Bovè è uno scienziato e dice che suo figlio è un coglione e secondo lui bisogna sperimentare, andare avanti con la scienza, fare ricerca ma anche José Bovè ha le sue ragioni. Tempo fa mi hanno invitato in Irlanda a una conferenza il cui tema è la “decelerazione” ma non credo che nemmeno questa sia la soluzione. Oggi con lo sviluppo della Cina e di altri paesi, l’Occidente si preoccupa di quello che potrebbe accadere ma allo stesso tempo dopo aver fatto tutto quello che volevamo, noi occidentali come potremmo dire ai paesi in crescita: “non vi comprate tutti la macchina, non mangiate tutti la carne altrimenti il mondo scoppia”? Ma non so cosa risponderle, io sono solo uno scrittore».

Il legame fra produzione-lavoro-inquinamento è drammaticamente attuale a spese dell’ecosistema. In generale crede che l’uomo possa imparare dai suoi errori o sia destinato a ricadervi fatalmente?

«L’uomo impara, certo, ma ci ricasca sempre. Oggi sappiamo a cosa portano gli investimenti delle banche ma non facciamo niente contro. Ci ricadiamo puntualmente. L’uomo cerca la sua soddisfazione, il suo piacere a discapito degli altri. Oggi le banche investono sul grano e sappiamo benissimo a cosa porta questo ma non facciamo niente. Blythe Masters, ex JP Morgan, la donna più potente del mondo, definita dal “Guardian” come “la donna che ha inventato le armi finanziarie di distruzione di massa” ha messo su una società che investe solo su materie prime e non sono solo numeri, quelle sono popolazioni messe in ginocchio…»

Com’è nata l’idea di questa trilogia? Cosa ci aspetta nei prossimi due libri?

«L’idea della trilogia è molto semplice. Quando ho consegnato il romanzo all’editore Gallimard, mi ha detto che gli sarebbe piaciuto che il romanzo fosse stato più lungo e io gli ho subito risposto che in realtà quello era il primo romanzo di una trilogia. Il secondo volume che ho scritto non aveva nessun rapporto con il primo, è scrivendo il terzo che ho collegato tutto. Nel primo volume il protagonista racconta la storia delle persone che vivono sul lato destro del fiume, nel secondo racconta le storie del lato sinistro del fiume e nel terzo si capisce tutto. Le storie mi annoiano in realtà quello che mi interessa è la lingua. Nei miei libri affronto sempre temi esistenziali: la morte, la famiglia… Non parlo di attualità, come Aurelien Bellanger, o di cose vissute, come Christine Angot. Alla rentrée littéraire quest’anno sono praticamente il solo a non parlare di cose “vere”. Mi dicono che nel mio libro c’è una trama degna di Hitchock. Certo bisogna che la storia regga che attiri, che ci si industri, ma non è quello che mi interessa».

Ha dichiarato che, giovanissimo, dopo aver letto Il Giovane Holden, ha deciso di fare lo scrittore. Perché? Quale esigenza voleva soddisfare?

«Volevo semplicemente trovare la lingua giusta per rappresentare il mio mondo. È come alla radio quando si cerca la frequenza, a un certo punto trovi la frequenza giusta quella che funziona, così è la lingua. Nei miei libri in fondo racconto sempre le stesse storie, non c’è niente di particolare. Potrei dire che se fossi un regista sarei interessato alla posizione della telecamera, all’inquadratura. Quando scrivo è come se avessi un suono dentro, una lingua che parla dentro di me, poi si può scrivere quello che si vuole: gialli, storie d’amore, fantascienza; non ci sono generi minori ci sono solo scrittori minori».

Francesco Musolino

 

Fonte: La Gazzetta del Sud, ottobre 2012

Glenn Cooper: «Non esiste una formula per il successo sicuro»

cooper-Il curriculum di Glenn Cooper è davvero ricco di sorprese. Laureatosi in archeologia e medicina è diventato un produttore e sceneggiatore cinematografico nonché presidente di una fiorente industria di biotecnologie nel Massachusetts. Ma la sua vita cambiò radicalmente quando, un lontano giorno del 2006 venne folgorato da una visione, l’immagine di una biblioteca sepolta contenente oltre 700 mila volumi dove erano iscritte le date di vita e di morte di tutti gli abitanti della Terra. Ma tutto si interrompeva il 9 febbraio 2027. Nacque così “La Biblioteca dei Morti”, il suo libro d’esordio. Fu un thriller di successo internazionale che lanciò Cooper nell’olimpo degli scrittori americani capaci di sfondare quota un milione di copie vendute, raccogliendo curiosamente più successo in Europa che in patria. Proprio in questi giorni è stato pubblicato “I Custodi della Biblioteca” (Editrice Nord) che porterà a compimento la trilogia – “Il Libro delle Anime” fu il secondo capitolo – catapultando il lettore nel 2026, proprio a ridosso di quella fatidica data, forse indicante la fine del mondo, con buona pace dei Maya. Glenn Cooper che ha lanciato in anteprima mondiale il suo libro al festival BookCity di Milano, chiuderà la sua mini-tournée italiana proprio a Messina, giovedì 22 novembre presso la Santa Maria Alemanna. Un evento organizzato dalla Libreria Mondadori di Messina, in collaborazione con l’associazione culturale “La Gilda dei Narratori”.

Com’è nata l’idea della Biblioteca?

«Mi ha colto all’improvviso una mattina d’inverno e nello stesso modo mi è apparso il mio protagonista, Will Piper. In effetti sono le idee migliori a trovare me, non il contrario»

Will Piper è un uomo con pregi e difetti, non il classico duro e puro dei libri d’azione.

«Non mi piacciono i personaggi tagliati con l’accetta, ma quelli ricchi di sfumature e contraddizioni. Will non è ispirato a nessuno che conosca, lo volevo proprio così, complesso ma disposto a tutto per trovare la verità. In questo terzo libro lui ha 60 anni, siamo quasi coetanei, ed è stata una bella sfida portarlo in pagina ma è stato stimolante perché facciamo i conti con l’idea della mortalità e con i figli che crescono. È stata un’esperienza catartica».

La incuriosisce il fatto che i suoi libri, come i film di Woody Allen, abbiano più successo in Europa?

«Mi è servito del tempo per abituarmi a quest’idea però negli States mi è capitato anche di sentirmi dire “mi piacciono i tuoi libri ma devono esserci per forza tutti quei dettagli storici?”».

Vedremo presto un film sulla sua Trilogia? Quale attore vorrebbe nei panni di Will Piper?

«Attualmente un produttore hollywoodiano è al lavoro ma credo che sia necessario un grosso budget per portarlo al cinema. Vedremo. Il mio attore ideale? Russell Crowe su tutti».

Lei realizzò diverse sceneggiature, senza fortuna, prima di scrivere La Biblioteca. Eppure non ha mai messo da parte il suo sogno di dedicarsi alla scrittura…

«È fondamentale essere testardi. Nessuno merita il successo senza mettercela tutta e se non ha qualcosa da dire. Ma ovviamente serve anche un pizzico di fortuna».

E se la fine fosse domani, cosa farebbe?

«Continuerei a scrivere, come tutti i giorni. Forse mi concederei soltanto un goccetto di più la sera».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Lampi. Echenoz chiude la sua trilogia

“Ad ognuno piace sapere quando è nato, per quanto possibile” eppure, quell’istante preciso Gregor non lo conoscerà mai perché un tuono fragoroso copre il suo primo vagito mentre il fulmine incendia il bosco nei dintorni. Gregor, in verità, altri non è che l’inventore croato Nikola Tesla, difatti lo scrittore francese Jean Echenoz, nel suo ultimo romanzo, Lampi (Adelphi, pp. 176, €17) l’ha voluto celare dietro uno pseudonimo, quasi che la realtà fosse fin troppo carica di phatos e per tale motivo andasse mascherata, lenita.

Del resto, durante la narrazione, Echenoz narra e osserva in prima persona la gioventù prima e l’ascesa alla fama di Gregor, senza risparmiarsi note a margine tese a sottolineare le sue stranezze caratteriali, le sue fobie, oltreché il suo sconfinato genio, senza ombra di dubbio capace di precorrere i tempi, consacrarlo e persino ammantarlo di un’aura misteriosa. Echenoz (che con Lampi chiude una meravigliosa trilogia cominciata con Ravel e proseguita con Correre, dedicato al maratoneta Emil Zatopek) fra le pagine di questo esile e riuscito romanzo, sembra voler ribadire che il nostro destino – di sicuro quello di Gregor – ci viene assegnato sin dalla nascita tanto che l’energia, ovvero le saette selvagge che ne hanno coperto i primi vagiti, rappresenteranno l’utopia di un’energia fruibile per tutti, l’obiettivo che Nikola Tesla perseguirà per tutta la vita.

Il Tesla tratteggiato da Echenoz non è un eroe ma un uomo, un genio visionario che affascina ed impaurisce, per via delle sue manie antisociali, costretto a scontrarsi per tutta la sua vita con il capitalismo imperante a spese dei bisogni della comunità, rappresentato alla perfezione da Thomas Edison prima, e George Westinghouse poi.

Francesco Musolino

Fonte: Satisfiction