Massimo Carlotto: «Denunciamo la subalternità economica delle donne italiane»

Quattro donne per raccontare la condizione femminile odierna, fra violenza e subalternità al mondo maschile, in nome di una vendetta intesa come riscatto e rinascita. Con questo spunto, Massimo Carlotto e Marco Videtta hanno creato il ciclo de “Le Vendicatrici”, quattro libri editi da Einaudi Stile Libero, grande omaggio al feuilleton nonché ardita scommessa editoriale. In occasione della sua presenza alla kermesse letteraria Naxoslegge, abbiamo incontrato Massimo Carlotto a Messina (un evento organizzato dalla libreria Doralice e moderato da Katia Trifirò) dove ha annunciato l’uscita del terzo volume, “Sara” (pp.201 €15), prevista per l’8 ottobre. Massimo Carlotto cura una riuscita collana noir, Sabot/Age, per Edizioni EO, giunta alla decima uscita (Alcazar. Ultimo spettacolo, Stefania Nardini) e il suo prossimo anno professionale sarà tutto dedicato al teatro ma il grande traguardo cadrà nel 2015, quando compirà vent’anni di carriera letteraria. Per festeggiare, a grande richiesta tornerà anche il suo personaggio per eccellenza, l’Alligatore alias Marco Buratti, con due romanzi e tante novità…

Com’è nato il progetto delle Vendicatrici?

«Avevo già lavorato con Marco Videtta, con cui avevo scritto “Nordest” (Edizioni EO, pp.201 €15). Quattro anni fa cominciammo a pensare ad un progetto che riunisse Roma e la condizione femminile odierna».

Lei è un grande ritrattista della realtà del nordest italiano: perché avete scelto Roma?

«È una città dove stanno accadendo una serie di cose interessanti da un punto di vista criminale. Avevamo cominciato a lavorare ad un romanzo e alla fine ne sono venuti fuori quattro ma non volevo aspettare i tempi canonici delle uscite. Per questo ho proposto alla Einaudi quattro uscite ravvicinate e loro hanno subito accettato di pubblicarli nell’arco di sei mesi».

Una scommessa editoriale, un omaggio ai feuilleton…

«Esattamente. Volevo venire incontro alla fame del lettore, alla sua voglia di poter chiudere l’intero arco delle Vendicatrici. Il fatto di aprire e chiudere un ciclo in un breve tempo ha conquistato i lettori che amano anche le serie-tv, soprattutto americane, legate al concetto di serialità. Da questo punto di vista, invece, ho seri problemi con l’Alligatore, perché io non lavoro sui personaggi ma sulle storie e se non è adatta non posso farci nulla. Ma nel 2015 tornerò con due nuovi romanzi che avranno lui come protagonista, chiudendo un ciclo narrativo».

Avete osservato delle regole precise in questi quattro romanzi?

«Ogni romanzo è dedicato ad una figura femminile ma c’è anche una grande antagonista femminile, sfuggendo alla dicotomia “maschi contro femmine” e ciascun libro può essere letto in maniera disgiunta. Il primo, il secondo e il quarto sono romanzi corali, mentre il terzo è dedicato a Sara, il personaggio più misterioso: le è accaduto qualcosa quando aveva 11 anni, ha una tomba vuota su cui piangere e ha dedicato tutta la sua vita alla vendetta. Questa è Sara».

E le altre Vendicatrici?

«Ksenya è la classica sposa siberiana, sono donne disperate disposte a tutto pur di fuggire via. Luz è una prostituta di quartiere ed Eva è una signora perbene con una profumeria ma suo marito è un ludopatico… Per costruire questi personaggi in modo verosimile, io e Marco ci siamo fisicamente installati in un quartiere romano, cominciando ad osservare il tutto da un punto di vista esclusivamente femminile. L’idea era quella di raccontare la contemporaneità criminale, dall’usura al gioco d’azzardo, sino ai piani alti dove troviamo Sara».

La vendetta che portate in pagina ha un’accezione positiva o è mera rivalsa?

«La vendetta è sempre catartica ma le nostre Vendicatrici capiscono che tramite la vendetta possono raggiungere una vita degna. Infatti si alleano e non rinunciano ai grandi sentimenti della vita, come hanno fatto gli uomini che le hanno dominate e sottomesse. Sarà proprio questa consapevolezza a permettergli di cambiare vita».

La violenza contro le donne è un tema drammaticamente sempre più attuale in Italia…

«Quattro anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorare, il termine “femminicidio” non esisteva nemmeno. Il nostro punto di partenza è stato che solo il 46% delle donne lavora nel nostro paese e in quel quartiere romano che ci faceva da base, ci siamo subito imbattuti nel lavoro nero al femminile. Una subalternità che si trasmette anche nei rapporti personali, più profondi».

A suo avviso cos’è che rende arduo la tutela della donna nella nostra società?

«Incidono molti fattori, quello legale e culturale senza dubbio ma è soprattutto una questione economica. Girando per i centri di protezione abbiamo visto che molte volte le donne tornano dagli uomini violenti perché non hanno i soldi per sopravvivere. Le donne dovrebbero allearsi, donne fra donne, per superare le situazioni molto difficili, come da tempo accade nel Maghreb».

Le piace il termine femminicidio?

«No».

Si è schierato contro il boicottaggio dei libri di Erri De Luca, proposto per le sue posizioni No Tav. La spaventano queste reazioni?

«Per aver firmato, moltissimi anni fa, un appello pro Cesare Battisti per questioni squisitamente francesi (con una lunga lista di intellettuali fra cui Daniel Pennac, Loredana Lipperini, Christian Raimo e Tiziano Scarpa) i miei libri furono banditi da alcune biblioteche venete. Accusare Erri De Luca di fomentare la rivolta terroristica è un’idiozia e la proposta di boicottare i suoi libri è ridicola, quanto pericolosa».

Ma in generale, quale crede che debba essere il ruolo dell’intellettuale? Deve essere impegnato politicamente o discosto?

«Un autore deve attraversare il proprio tempo occupandosene. Dire delle cose sulla No Tav è scomodo ma evidentemente necessario».

Nel 2015 compirà vent’anni di scrittura. Qual è il suo rapporto con l’ispirazione?

«Io ho bisogno di andare, vedere, scrivere la trama, pensarla e dopo vedere se viene fuori un romanzo. Credo che l’ispirazione sia una balla ottocentesca che gli autori amano raccontare e i lettori adorano credere».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud 

 

Stefano Piedimonte: «Dobbiamo imparare a ridere della camorra»

I maestri dell’ironia, da Charlie Chaplin a Ennio Flaiano senza dimenticare P.G. Wodehouse e Woody Allen, ci hanno insegnato che si può sorridere di tutto, soprattutto delle tragedie umane, basta trovare la giusta chiave di lettura. E allora perché non si dovrebbe ridere anche della camorra? Partendo da questo assunto, gli scrittori Roberto Saviano e Stefano Piedimonte – entrambi campani doc – saranno in scena alla rassegna Pordenonelegge, sabato 21 settembre con l’incontro-dibattito “Comicamorra. Come i clan non vogliono essere raccontati”. L’amicizia fra i due autori oggi è solida, galeotto fu proprio il libro d’esordio di Piedimonte, “Nel nome dello zio” che Saviano recensì felicemente su Facebook. La Gazzetta del Sud ha intervistato Stefano Piedimonte, appena tornato in libreria con “Voglio solo ammazzarti”, anche questo edito dalla casa editrice Guanda, guidata da Luigi Brioschi (pp. 256 Euro 16). Si tratta del brillante seguito delle avventure delle grottescamente-comiche dello Zio, un boss della camorra con una passione per il Grande Fratello, che ritroviamo rinchiuso nel carcere di Poggioreale, affettuosamente ribattezzato “Poggi-Poggi” da Piedimonte.

Stefano c’è grande interesse per Comicamorra, ma com’è nata l’amicizia con Roberto Saviano?

«Dopo l’uscita del primo libro, decidemmo di farlo avere a Roberto Saviano e lui rispose con un sincero e forte apprezzamento. A quel punto colsi la palla al balzo e, in buona sostanza, gli chiesi di combattere la mia battaglia al mio fianco. A distanza di pochi giorni, scrisse un lungo pezzo su Facebook e devo dire che le sue parole mi hanno quasi commosso. Oggi fra noi c’è uno splendido rapporto e così è nato anche questo incontro che si terrà a Pordenone».

Di cosa si tratta?

«Nel tempo abbiamo raccolto storie che parlano di boss e criminali da strapazzo e abbiamo pensato di montarci dei dialoghi. Siamo molto curiosi di vedere come reagirà la gente, se sarà disposta a ridere della camorra, in fondo la nostra è anche una scommessa, un salto nel buio».

Pensi che si possa ridere della camorra?

«Sì, anzi, penso che si debba farlo. La considerazione di cui godono questi personaggi è basata tutto sul timore che infondono ma se si riesce a far capire che oltre ad essere capaci delle più basse nefandezze sono anche dei coglioni sarà anche più facile non subirne alcuna fascinazione».

Dopo dieci anni da giornalista, come hai vissuto il passaggio al mondo del romanzo?

«In realtà ho messo piede per la prima volta in una redazione giornalistica con il preciso scopo di diventare un romanziere. Sin da piccolo ho sempre scritto brevi racconti e pensavo che diventando giornalista, piano piano, avrei potuto allacciare contatti con editori e case editrici. Ovviamente dopo dieci anni non conoscevo proprio nessuno…»

E poi?

«Scrissi un libricino per un editore locale ma gli chiesi di pubblicarlo anche in ebook. Avevo ben chiaro che solo così c’era qualche chance che fosse letto al di fuori della sua catene di librerie. In poco tempo scalò le classifiche di BookRepublic e venni notato da un agente letterario, Maria Cristina Guerra, che mi propose di rappresentarmi. All’epoca lavoravo ancora al giornale e dopo appena dodici giorni dalla consegna del manoscritto di Nel nome dello Zio, lei mi richiamò e mi disse “Stefano, da quale editore vorresti essere pubblicato?”. Credevo scherzasse e invece erano arrivate ben cinque proposte di pubblicazione…e così scegliemmo Guanda».

C’è un consiglio che vorresti riservare agli aspiranti scrittori?

«Pochi considerano il fatto che la cosa più importante non è l’editore che ti pubblica ma quanto crede e decide di investire nel tuo libro. Se manca la promozione stampa, se mancano la spinta e la fiducia, tutto il resto non conta nulla».

Il tuo secondo libro, “Voglio solo ammazzarti” è uscito ieri in libreria. Ma c’è un curioso antefatto…

«Ancor prima che “Nel nome dello zio” venisse pubblicato, avevo già cominciato a scrivere questo libro, il suo sequel. Appena il mio agente lo seppe, rimase senza parole, perché poteva essere tutto tempo perso. E invece, a mio avviso, il suo tratto vincente è il fatto che sia ancor più spontaneo. Certamente nessuno potrà accusarmi di aver fatto un’operazione di marketing».

In pagina porti personaggi grottescamente unici come Stiv Ciops – un curioso programmatore – e Gennaro detto Marelièr, che di professione fa il degustatore di mare. Ma soprattutto ritorna il boss, lo Zio…

«Ho cominciato subito a scrivere questo secondo libro perché convinto che lo Zio avesse ancora delle cose da dire e su pagina lo ritroviamo rinchiuso a Poggioreale, a Poggi-Poggi. Lui è “libero” anche in carcere grazie ai suoi soldi ma deve evadere per andare a regolare dei conti in sospeso con chi l’ha tradito e lungo la strada incontra una serie di personaggi stravaganti…».

Ma se un giorno trovassero un tuo libro in un covo di un boss, saresti sorpreso?

«Certo, credo che sarebbe più facile trovarci i libri di Saviano o magari dei saggi, insomma libri basati su fatti reali. Non perché sono dei lettori accaniti ma perché immagino che siano incuriositi di cosa si scrive di loro».

Stefano sei già tornato al lavoro?

«Sì, sto scrivendo un nuovo libro ma stavolta la camorra e la criminalità organizzata non ci saranno affatto. Ho affrontato la sfida di creare un luogo di fantasia, con strade negozi e persone inventate da me, un luogo in cui c’è tanta solidarietà ma anche molta cialtroneria e forti rancori…».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, sabato 21 settembre

«Ho sempre preferito la finzione letteraria alla realtà». Peter Cameron si racconta

Nel momento stesso in cui consentiamo a uno scrittore di entrare nel nostro personalissimo Olimpo, aspettando con crescente frenesia la pubblicazione (e la traduzione) del suo ultimo libro per poi divorarlo nello spazio di pochi giorni, qualcuno di buon cuore dovrebbe rammentarci che anche il più magnetico dei romanzieri – capace di affascinarci con la sua prosa e l’inventiva delle sue trame – rimane sempre un essere umano, con i pregi ma anche con i suoi difetti e umane debolezze. Ci risparmieremmo cocenti delusioni dinanzi alle bizze e ai capricci cui spesso sono abituati gli addetti ai lavori del mondo editoriale. Rammentando questa verità ho incontrato per Linkiesta il romanziere statunitense, Peter Cameron, autore di punta per la casa editrice Adelphi, tornato in libreria con Il Weekend, dopo i grandi successi raccolti con Quella sera dorata (115 mila copie, 17 edizioni) e Un giorno questo dolore ti sarà utile (157 mila copie, 20 ed.) cui sono seguiti Paura della matematica e il più recente Coral Glynn. L’autore era in Sicilia per la sua prima volta inaugurando un tour promozionale che si concluderà con due attesi incontri al Festivaletteratura di Mantova. Fortunatamente, è bastato uno sguardo a quest’uomo di 53 anni, dal fisico asciutto e lo sguardo tenero, per tirare un sospiro di sollievo: Peter Cameron è esattamente come te lo immagini. La sua voce calma e profonda sembra venire fuori direttamente dalle pagine dei suoi libri densi di pathos, costantemente tesi a indagare l’animo umano alla ricerca del significato delle nostre passioni, con uno stile satinato e una prosa sempre elegante, persino nel cogliere con precisione le idiosincrasie che mandano in pezzi gli amori apparentemente più solidi e borghesi. Continua a leggere “«Ho sempre preferito la finzione letteraria alla realtà». Peter Cameron si racconta”

Tutti amano Sasha Grey. L’intervista a tu per tu.

L’8 aprile del 2011 è stato un momento triste per molti. Quel giorno, tramite la propria pagina Facebook, la pornostar americana Sasha Grey annunciò il suo ritiro dalle scene hard dopo aver girato ben 271 film (molti dei quali sono ancora in cima alle classifiche dei download e delle visualizzazioni online).

Sasha Grey – per l’anagrafe Marina Ann Hantzis – oggi ha 25 anni e senza rinnegare nulla, ha trovato l’amore e ha cambiato vita, puntando sulla recitazione, la musica e soprattutto sulla scrittura. Basta entrare in libreria per essere accolti da ogni tipo di libro erotico, nefasta conseguenza del fenomeno delle “50 sfumature” ma c’era una comprensibile curiosità su The Juliette Society, firmato proprio da Sasha Grey (in Italia edito da Rizzoli, pp. 288 €15). Ci si avvicina al libro per curiosità e si finisce intrigati da una trama fortemente voyeuristica, crasi delle torride atmosfere del Marchese De Sade e del surrealismo di Luis Buñuel, in cui si narra il risveglio sessuale di Catherine grazie all’amica e confidente, Anna.

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Sandro Veronesi: «Io sono un viaggiatore curioso»

Lo scrittore toscano Sandro Veronesi si auto-definisce un viaggiatore flaneur, un viaggiatore curioso, del resto, sin dall’adolescenza aveva sempre con sé un taccuino in cui annotava ciò che lo colpiva nel suo girovagare per il mondo. Pensieri, ricordi e riflessioni che hanno trovato spazio su una nota rivista specializzata in viaggi e che oggi giungono in libreria, racchiusi in uno sfizioso libro, “Viaggi e viaggetti. Fin quando il tuo cuore non è contento” (Bompiani pp. 224 Euro 17). Accanto ai testi già editi, qui trovano spazio anche degli inediti e il tutto è arricchito da pregevoli illustrazioni che completano le parole, come un filo d’inchiostro che si tramuta in immagini. Veronesi, noto al grande pubblico per il successo di “Caos Calmo” e per “La forza del passato” (già vincitore del Premio Campiello e tradotto in 15 lingue), attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo e continua a farlo nel suo soggiorno, come sempre immerso nella confusione della sua vita familiare…

Cosa rappresenta per lei il viaggio?

«Il viaggio è sempre un privilegio, un momento emozionante nella vita di una persona. Personalmente leggere un libro di resoconti di viaggi mi ha sempre trasmesso la voglia di mettermi in cammino a mia volta e non necessariamente nei medesimi posti. Ma proprio come accade per le fotografie, è necessario che ciò che si narra, trasmetta l’energia, lo stupore proprio del viaggiare altrimenti finirà per annoiare».

«“Le proposte di viaggi strani sono lezioni di danza di Dio”. La citazione di Kurt Vonnegut jr. apre il suo libro e completa il titolo. Perché l’ha scelta?

«L’idea di associare il danzare e il viaggiare mi ha sempre colpito, specialmente in questa chiave ultraterrena. È un’immagine bellissima, nient’affatto ridondante e giustamente solenne per descrivere lo stato in cui si trova ogni viaggiatore, anche quello smarrito, colui che crede d’aver perso la via…».

È più bello tornare in un luogo che ci è rimasto nel cuore o scoprire un posto nuovo?

«Io sono un tipo romantico e tendo a voler tornare nei posti che amo mentre mia moglie, la mia compagna di viaggio, è più avventurosa e visto che la vita è corta, fa prevalere la curiosità. Alla fine si tratta di uno stato mentale perché un viaggio può essere felice o meno per tanti motivi. Nel libro racconto del viaggio a Serifos, nelle Cicladi, dove facemmo i conti con il meltemi, un vento da 40 nodi che fece star male mia moglie e invece a me dava grandi energie. Eppure fu proprio lei a scegliere quella destinazione, perché fosse stato per me saremmo tornati alle Eolie».

A Vezénobres si sentì come a casa. C’è un altro posto nel mondo dove ha provato la stessa sensazione?

«Mi è successo anche a San Francisco ma a Vezénobres, ciò che provai fu qualcosa di diverso perché si trattava di una similitudine paesaggistica. Improvvisamente, nel bel mezzo del suolo francese, trovai tutti gli elementi della mia Toscana. Forse accadde perché attraversandola a piedi, potevo sentire tutti gli odori e i suoni tipici della campagna e mi sentii proprio come a casa. Ma ho ritrovato casa anche nel quartiere di Miraflores, a Lima, poiché quei luoghi li ho imparati ad amare nei libri di Vargas Llosa».

Dunque lei consiglia di andare a visitare i luoghi narrati in un romanzo che abbiamo amato?

«Sì, ma è un viaggio da fare da soli perché è difficile trovare un compagno di viaggio che possa condividere la stessa passione e con la medesima intensità. Consiglio a tutti di viaggiare da soli quando si è giovani, io l’ho fatto in lungo e in largo e la prima volta che ho messo piede a Parigi, piuttosto che andare in albergo mi sono andato a sedere sui gradini della Madeleine proprio come fa Franz Tunda in “Fuga senza fine”, di Joseph Roth. Non sapevo nemmeno dovrei avrei dormito la notte e avevo ancora la valigia al mio fianco ma sapevo che il mio viaggio doveva partire proprio da lì».

Avendo a disposizione tre giorni e una modesta cifra da investire, che viaggio consiglierebbe ai lettori di questa intervista?

«Li inviterei ad andare a Vezénobres, un luogo rilassante ma anche ricco di cose insolite da vedere in Francia. Oppure Anversa, perché è la città perfetta per passarci un week-end tutto l’anno ma naturalmente in estate è ancora più bella e sorprendente».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, agosto 2013