Giulia Valsecchi: «Nella valigia del viaggiatore perfetto non c’è spazio per gli stereotipi»

Wi16ae950008-01«Il destino di una città può formare il carattere di una persona». Partiamo da questa frase per parlare di Istanbul. Dalla finestra di Pamuk (edizioni Unicopli; pp. 179; €12), allo stesso tempo una guida letteraria e un diario di viaggio che l’autrice, la bergamasca Giulia Valsecchi, ha dedicato ad una città troppo spesso schiava del pregiudizio occidentale: «mi piace sempre dire che Istanbul è un luogo difficile da scansare, un rombo che può scatenare solo reazioni forti. Ecco perché ritengo che certi cosiddetti rischi di ossessione islamica siano da commisurare alla sua varietà di luogo dolente e sublime».

Laureata in Lettere Moderne (e in seguito diplomata presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano), la Valsecchi ha speso parecchi mesi per ricercare fonti letterarie su Istanbul, costruendo un percorso a più voci lungo l’arco di due secoli. Il risultato è un diario di viaggio ma anche un omaggio ai Maestri della letteratura, da Brecht a Pamuk. Un libro da tenere sul comodino per viaggiare con l’immaginazione come Salgari o da mettere in valigia, con fiducia. Marta Ottaviani nella Presentazione, scrive che “non tutte le città meritano d’essere raccontate, è un privilegio che spetta a poche”.

Perché hai scelto di raccontare Istanbul?

Istanbul nasce dall’incontro felice con un editore fiducioso e attento, Unicopli, e una collana, Le città letterarie, che continua a mettere radici nel legame tra i luoghi e le finestre letterarie che li raccontano o li hanno raccontati mediando tra ricordi e immaginazione. La scelta si è poi mossa tra suggestioni e umori avvertiti da tempo, sfociati a più riprese nella lettura dei romanzi di Pamuk e nella visione, ormai qualche anno fa, del Bagno turco di Ferzan Ozpetek. E, in più, le stratificazioni di questa città tra due sponde da sempre hanno attratto la mia scrittura, oltre che il mio interesse verso i rapporti altrettanto oscillanti e contaminati tra le derive filo-islamiche e la questione femminile che però qui ho solo sfiorato.

Hai scelto di raccontare questa città mediante «tradizioni ed esperienze» sia proprie che altrui. Al vertice, sin dal titolo, si trova Pamuk e proprio “La valigia di mio padre” sembra aver giocato un ruolo particolare per la nascita di questo libro, vero?

Certamente, La valigia di mio padre è stato ed è tuttora per me un libriccino fondamentale come altro luogo d’origine. Mi spiego meglio: in quel breve saggio, Pamuk svela anzitutto una dichiarazione d’intenti rispetto al valore della parola in grado di penetrare nelle “fessure o crepe” meglio di ogni altra proposta rivoluzionaria o linguaggio. Descrive un’eredità cospicua da parte del padre e così la fatica dello scrittore, il suo attaccamento spasmodico alla solitudine creatrice. Per queste stesse ragioni, proporre una guida letteraria affacciandosi con la massima modestia alle finestre di uno più autori ha significato per me non solo un esordio attraverso Istanbul, ma una seconda valigia da lasciare in eredità al lettore proprio come fece il padre di Pamuk. Spero che questa volontà passi in ogni pagina ma, lo ripeto, da intendersi come tentativo, sforzo, scommessa dell’anima.

Il tuo libro è ricco di citazioni che arricchiscono, impreziosiscono il tuo resoconto personale. Come hai costruito questo racconto a più voci?

La prima parte del mio lavoro si è svolta per mesi alla ricerca dei materiali letterari, delle testimonianze da estrapolare e romanzi da scomporre per individuare una linea continua, anzitutto tra alcuni autori a cavallo degli ultimi due secoli. Se dunque Pamuk è stato l’albero maestro, le altre voci si sono insinuate o hanno preso il sopravvento per ribadire assonanze perlopiù percettive, fatte di immagini che volevo risultassero vivide al lettore. Mi piace non a caso paragonare questo viaggio a una traversata per mare: la consegna impervia che prevedeva di inserire già dai titoli dei percorsi chiave, mi ha aiutata a non disperdermi. E, in un secondo momento, è stato vitale mettere piede a Istanbul anche solo per pochi giorni. Meta e rapporto essenziale con la “terra” per riempire la prima pagina.

Mi incuriosisce molto l’epigrafe scelta per il tuo libro e del resto, il termine “Maestro” ritorna diverse volte nel testo…

Sì, è vero. E, dal momento che credo fortemente che nulla avvenga per caso, posso dare almeno due motivazioni della ricorrenza di questo termine. Una di carattere più strettamente autobiografico tocca appunto la dedica del libro e riguarda una figura centrale nella mia formazione e purtroppo venuta a mancare solo un anno fa. L’altra, di natura più universale, legata invece a come si possa interpretare un Maestro nel senso di una guida d’osservazione. Ho citato Brecht, ma per me Maestro è chiunque combatta per quelle fessure troppo deboli se lasciate sole a definire il mondo per inerzia. Provare a delineare la polifonia di una città richiede sempre delle braccia più forti cui affidarsi…

Nel 2010 Istanbul è stata la capitale europea della Cultura. Ma che città è oggi Istanbul? A tuo avviso che influenza avrà sul suo sviluppo la lotta fra il mondo laico e quello religioso?

«Credo che la presenza di Istanbul come Capitale europea della Cultura sia stato il prologo a un’accettazione necessaria delle contraddizioni che questa città immensa incarna e che, in misura minore, riflettono quelle mondiali. Sia l’onestà di veder dialogare senza indiscrezioni donne velate e giovani più sfrontate o, ai nostri occhi europei, semplicemente libere. Il privilegio di irrompere come doppia riva e storia molteplice da secoli è un monito perenne a non sottovalutare la sua ricchezza. A questo proposito, mi piace sempre dire che Istanbul è un luogo difficile da scansare, un rombo che può scatenare solo reazioni forti. Ecco perché ritengo che certi cosiddetti rischi di ossessione islamica siano da commisurare alla sua varietà di luogo dolente e sublime. Se sapessimo varcare anzitutto i nostri “terrori”nazionali, potremmo ammirare le dorature ed eviteremmo di farci pungolare tanto facilmente dagli stereotipi.

Francesco Musolino®

Fonte: www.tempostretto.it del 5 novembre 2010

David Foenkinos: «A volte credo che tutto sia già scritto… tranne il mio prossimo libro!»

David Foenkinos
David Foenkinos

David Foenkinos, parigino, classe ’74, al suo ottavo romanzo, La delicatezza (Edizioni E/O; tr. it. Alberto Bracci Testasecca, pp. 176; €17) sbarca finalmente nelle librerie italiane. L’autore dichiara di non credere affatto nel caso, eppure se avesse trovato un bassista probabilmente avrebbe seguito una carriera musicale. E invece con il primo romanzo, “Inversion de l’idiotie, de l’influence de deux Polonais” (Gallimard), ottiene il Premio François-Mauriac dell’Académie Française. Seguiranno diversi riconoscimenti, un adattamento cinematografico e una pièce teatrale.

Eclettico, d’una scrittura dalla dolcezza eterea ma ricca d’una comicità surreale e mai volgare, Foenkinos narra le vicende di Nathalie, costretta suo malgrado a ritornare alla quotidianità dopo la perdita dell’amato François: e così nella sua vita entrano Charles e lo strambo Markus, diversi ma entrambi decisi a contendersi il suo cuore.

L’autore gioca con il lettore sin dalla prima pagina: dissemina note, digressioni, anticipa gli sviluppi futuri, intromettendosi volutamente nella storia e prendendo continuamente di mira gli svedesi e i loro caratteristici frollini Krisprolls.

Stilos lo ha intervistato IN ESCLUSIVA. Continua a leggere “David Foenkinos: «A volte credo che tutto sia già scritto… tranne il mio prossimo libro!»”

Patrizia Wächter: «Vi racconto chi era Papà Leo»

Leggendo le belle e accorate pagine di “Papà Leo” (Bompiani editore, pp. 204, €16,50) riviviamo l’incredibile vita dell’impresario Leo Wächter guidati dalla prosa semplice e piacevole della figlia Patrizia, che per quindici anni ha gestito con lui il “mitico” Teatro Ciak di Via San Gallo n°33, a Milano. Oggi Patrizia è un’affermata figura nel mondo cinematografico, collabora con diversi registi sia italiani che stranieri e tra gli altri, con il Noir in Festival, il Festival del film di Locarno, le Giornate degli autori a Venezia, il Torino Film Festival.

A dieci anni di distanza dalla morte del padre, Patrizia Wächter ha deciso di farne rivivere la figura e con essa il suo coraggio, il grande intuito e la sua famosa generosità. Leo Wächter, ancora bambino, finì nel campo di lavoro di Dachau dal quale fuggì finendo in Olanda, poi in Jugoslavia e infine in Italia ma solo nel 1966 ottenne la cittadinanza e ciò lo costrinse a rinunciare a due sogni. Partecipò alla Resistenza, finì in carcere e conobbe la famiglia Fo.

I suoi risultati come impresario privato sono incredibili: fu lui a organizzare la storica tournée dei Beatles nel giugno 1965. Oltre ai Beatles, portò nel nostro paese artisti del calibro di Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Jimi Hendrix, i Rolling Stones, The Who, il grande Frank Sinatra, senza dimenticare la sua grande passione per il mondo circense e l’avventura della balena Jonas…

 

Patrizia, come mai ha voluto raccontare la vita di suo padre a dieci anni dalla sua scomparsa?

Alla base di questa scelta ci sono una serie di motivi. Innanzitutto per elaborare i lutti serve parecchio tempo ma anche perché, col passare degli anni, le persone che ricordavano il suo impegno e i suoi successi erano sempre meno. Quando morì non organizzammo nulla e non partecipammo a nessuna commemorazione in suo nome ma non vi fu alcuna decisione alla base, era semplicemente la nostra risposta, il nostro modo di sopravvivere alla sua scomparsa. Però mi dispiaceva tantissimo rendermi conto che quando si parlava di jazz, di circo, di teatro o di rock, quasi nessuno lo citava. Scriverlo è stato molto duro: è servito oltre un anno di ricerche per reperire il materiale e per me, che odio scrivere persino i comunicati stampa, mettermi alla prova con un romanzo è stato come entrare in terapia. Delle ricerche si sono occupati Leonard e mio marito Antonello che hanno ricostruito tutto con grande cura anche grazie a delle associazioni polacche che hanno permesso di ricostruire la prima parte della sua vita. Anche Umberto Veronesi e Dario Fo mi hanno aiutato a ricostruire degli aspetti della sua vita che non potevo conoscere, come la sua militanza partigiana che la sorella di Dario, Bianca, ricostruisce in parte nel suo libro Io, da grande, mi sposo un partigiano. La ringhiera dei miei vent’anni (Einaudi).

Per via del suo vissuto ma anche del suo attuale lavoro sottolinea senza snobismo che la fascinazione per la celebrità non l’hai mai davvero vissuta. Forse l’unica volta fu in quella foto accanto ai Fab Four…

Beh, l’emozione di aver conosciuto i Beatles venne anni dopo. Ero una persona talmente fortunata che anche quella tournée mi sembrava normale. Credo ci siano due tipi di emozioni quando si conoscono personaggi davvero importanti, quella artistica e quella da autografo. Quest’ultima, davvero, non l’ho mai provata ma quella artistica la provo ancora oggi. La storia della foto è davvero particolare perché, all’improvviso mi hanno seduta accanto a loro e quella foto, mi è giunta anni dopo dalla famiglia di mio padre che vive in America. Invece la foto in cui sono immortalata mentre scendo dall’aereo con i Beatles l’ha trovata casualmente mio marito Antonello in una libreria. Pensate che io non sapevo nemmeno che esistesse quella foto.

Però Antonello lei non lo faceva nemmeno entrare al Derby…

Allora ero una ragazzina un poco viziata e al Derby facevo entrare solo i miei amici. E lui non lo era!

Nel libro riporta il contratto coi Beatles: era un semplice foglio di carta con quattro righe e due firme in calce, quasi un gentleman agreement. Che differenza con i contratti di oggi…

Mio padre aveva amici sparsi per il mondo che gli mandavano telegrammi con poche righe. In quello dei Rolling Stones, dietro, ci sono solo le date di nascita. Oggi è cambiato tutto. Basta pensare ai miei contratti o quelli con i festival, roba di pagine su pagine. Oppure, quando curo un grosso film a livello nazionale, arrivano dagli uffici stampa una serie di condizioni ferree, come domande da non fare e richieste più o meno comprensibili da parte degli attori. Da una parte tutto si è semplificato grazie ad Internet ma d’altra parte tutto si è complicato, incasinato.

Suo padre era affascinato dal mondo circense. Organizzò la tournée del Circo di Mosca che venne anche ricevuta in Vaticano, un evento storico. E il giorno delle tue nozze le fece anche una proposta shock…

Non voleva che mi sposassi e mi propose un giro del mondo. Era davvero gelosissimo e per dieci anni, prima che nascesse mia sorella, fui anche figlia unica. Voleva che restassi per sempre la sua bambina ma onestamente era anche un po’ maschilista…

Ad un certo punto ricorda che suo padre, seduto alla cassa del Ciak con accanto il suo cane, le rimproverava di voler cambiar vita.

Intanto credo che in generale lavorare con i propri genitori sia difficilissimo. Nel migliore dei casi ci si vuole talmente bene che si finisce per litigare su tutto. Ma nel caso specifico, il problema è che lui amava moltissimo il rischio, era un vero incosciente, aveva milioni di idee che voleva mettere in pratica. E vi riusciva sempre. Al contrario io sono una persona che detesta il rischio. Anzi, forse lo sono diventata col tempo, prendendo le distanze da lui e da quella vita. Ma non metto in dubbio il fatto che il vero impresario privato, per avere successo, doveva agire esattamente come faceva lui, doveva amare il rischio.

Scrivi che se tuo padre avesse saputo in anticipo l’esito degli spettacoli sarebbe divenuto milionario ma si sarebbe annoiato. Per questo rifiutò il contributo pubblico per il Ciak. Ma decise anche di non seguire Mina, Celentano e abbandonò un locale importante come il Piper. Insomma fece scelte coraggiose.

Credo che Mina e Celentano li rifiutò perché non voleva fare l’agente, non voleva prendersi cura dei personaggi. E questa scelta, ammetto, la condivido in pieno. Io seguo i film come ufficio stampa ma non i singoli attori anche perché credo che sia un lavoro difficilissimo per il quale sei costretto ad annullare la tua personalità, mettendoti a totale disposizione del tuo assistito. Invece il Piper, penso che lo lasciò perché una discoteca, al contrario di un teatro, ad un certo punto porta con se un ambiente non proprio “pulito”. Altrimenti non si spiegherebbe perché d’improvviso, nonostante il successo, decise di lasciarlo.

Di tuo padre dice che lui ascoltava sempre tutti…ma poi faceva sempre di testa sua…

Assolutamente sì. Ma forse aveva anche ragione a fare così. Io all’inizio ero molto impreparata ma di sicuro mio padre, pur essendo una persona meravigliosa, non aveva un buon carattere e si fidava soltanto di se stesso. In fondo, sin dall’infanzia, dovette lottare sempre per affermarsi.

Eppure la tournée di Paul Anka nacque grazie a lei…

Ma in realtà credo che sia una leggenda metropolitana. Lui disse che ero stata io a convincerlo perché a me piaceva moltissimo ma credo che alla fine ci sarebbe arrivato lo stesso e visto che quell’operazione andò benissimo me ne diede il merito.

Dietro le figure di Jimi Hendrix e Frank Sinatra ci sono due aneddoti gustosi…

Jimi Hendrix doveva fare un concerto il pomeriggio ma non stava affatto bene, non si reggeva in piedi. E ovviamente nacquero mille leggende metropolitane su quale fosse l’origine del suo malanno… Ma la sera, i giornali raccontano, fece un concerto meraviglioso. Per quanto riguarda Sinatra accadde che il primo concerto andò malissimo mentre il secondo fu un successone e lui, da gran signore, pretese di coprire le spese del primo spettacolo. Ma successi e insuccessi, per un impresario privato, si alternano spessissimo. Delle volte organizzavi uno spettacolo e pensavi che non venisse nessuno eppure capitava che si formassero le file al botteghino perché, evidentemente, quello era il momento perfetto per organizzarlo. Altre volte invece eri convinto che sarebbe stato un successo, come nel caso di un grosso concerto di Franco Battiato al Palazzo dello Sport di Milano, e invece si rivelava un tremendo flop. Eppure Battiato era già famoso… Per questo poi gli venivano gli infarti…

A proposito della generosità di tuo padre, lei afferma che il periodo trascorso a Dachau ha sicuramente avuto un peso non indifferente…

Certamente. Però tengo a precisare che Dachau, quando lui fu lì, era ancora un campo di lavoro e non vi giunse perché ebreo ma perché suo padre era social-democratico. Ma di sicuro l’esser costretto a fuggire lo costringeva a cercare di vivere al massimo, aveva paura di non avere abbastanza tempo davanti. In realtà ha vissuto moltissimo e ha avuto grandi soddisfazioni ma da giovane ha cominciato a star male. Ha avuto ben 6 infarti e nell’82, a soli sessant’anni, ebbe un ictus importante. Era ancora molto giovane.

L’elenco degli artisti che dal ’77 in poi passarono da via San Gallo n°33, è davvero impressionante e molti di questi lo chiamavano Papà Leo.

Soprattutto lo faceva Jango Edwards, uno dei comici più divertenti e di successo di quel periodo. Papà non voleva che lui finisse nudo ma, inevitabilmente, alla fine lui si spogliava e poi andava da lui e gli diceva “Scusa Papà Leo”. Ma molti dei comici lo presero come un secondo padre perché gli volevano davvero molto bene e lo vezzeggiavano.

Suo padre ebbe la possibilità di lasciare l’Italia ma poi decise di abbracciare la causa partigiana e ciò lo portò a far conoscenza dell’intera famiglia Fo.

Conobbe casualmente Bianca che ricostruì nel suo libro questa storia e si nascose dal capostazione, che era il papà di Dario. Molti anni dopo, quando un giornale attaccò duramente Dario, papà lo andò difendere. Magari Dario vestiva davvero una divisa ma molti giovani, a quel tempo erano obbligati a farlo. Anzi, magari la vestivano per poter meglio aiutare i partigiani e Dario era un noto antifascista. Poi quando nacque il Ciak, Dario e Franca vennero spesso a lavorarci ma, come scrivo, il palcoscenico era davvero troppo piccolo. Ciò non toglie che quando lasciarono il Ciak mio padre si offese a morte e ci mise molto a perdonarli.

Il successo è sempre frutto di un insieme di tanti fattori. Ma secondo lei perché il Ciak era un luogo così speciale?

Il periodo trascorso al Ciak fu uno dei più belli della mia vita anche se alla fine non ne potevo davvero più, un teatro così ti costringe a viverci dentro senza alcuna pausa compresi Natale e Capodanno. Era un periodo fantastico dal punto di vista dello spettacolo perché rinascevano il mimo e un certo tipo di cabaret dopo un lungo periodo di calma piatta. La cosa bella è che da quell’esperienza sono nate anche vere amicizie come quella con Alessandro Bergonzoni.

Il suo personale ricordo di tuo padre è il primo di un lungo elenco con il quale si chiude il libro. Come mai lui per primo?

Perché Alessandro lascia “un rigo di silenzio” per ricordare mia sorella e in fondo questo libro è dedicato interamente a lei visto che quel lutto non l’ho mai davvero elaborato.

Solo nel 1966 suo padre divenne italiano e per questo fu costretto ad abbandonare il calcio e la medicina. Ma nonostante una vita così frenetica e ricca d’avventura suo padre ebbe sempre due rimpianti…

Barbra Streisand e il festival di San Remo. Della Streisand l’ho scoperto solo dopo, per quanto riguarda San Remo…ci mancava solo quello!

 

Fonte: Satisfiction del 14 ottobre 2010

 

I ricordi di Giuseppe Culicchia: «La mia favola Sicilia»

«Il primo viaggio verso la Sicilia fu molto emozionante, al punto che ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia, mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972. Mia madre, piemontese, preparò da mangiare come se dovessimo partire per lʼAustralia». In Sicilia, o cara (Feltrinelli editore, pp. 134, €13) lo scrittore piemontese Giuseppe Culicchia rivela al lettore la sua infanzia e la rivive in pagine dense di luci, voci ed odori prendendo spunto dai racconti paterni e da ricordi agrodolci. «Della Sicilia mi mancano molte cose. Innanzitutto la luce, e poi il vento, e poi le mille declinazioni del blu del mare. Per quanto mi riguarda non credo esista terra più sensuale della Sicilia. Ma arrivato a 45 anni di età devo dire che mi mancano soprattutto certe persone, che oggi non ci sono più».

Perché ha voluto intraprendere questo viaggio nella memoria?

«Ho scritto “Sicilia, o cara” per più di una ragione. Innanzitutto perché pur essendo nato e cresciuto in Piemonte sono molto legato alla Sicilia e a Marsala: mio padre Francesco lasciò lʼisola appena ventenne nel 1946 e salì a Torino con quella che dopo la guerra e i lutti e le distruzioni era la sua sola ricchezza, ovvero le sue mani di barbiere, e a noi figli amava raccontare della sua giovinezza e delle persone e dei posti che aveva lasciato. Da parte mia volevo fissare sulla carta i suoi e i miei ricordi, anche perché nel frattempo mio padre è morto e io sono diventato papà, e volevo che mio figlio potesse leggere un giorno la storia di suo nonno. Poi, mentre scrivevo, mi sono reso conto che la storia di mio padre era simile a quella di tanti altri siciliani e non che per un motivo o per lʼaltro un giorno hanno dovuto lasciare la loro terra dʼorigine. Il Treno del Sole, che presi per la prima volta da bambino con la mia famiglia, era pieno di siciliani che tornavano nellʼisola quando le grandi fabbriche del Nord chiudevano per le ferie estive. Per tutti loro si trattava di un ritorno a lungo atteso, carico di emozioni. E per noi figli che conoscevamo la Sicilia solo attraverso i racconti dei nostri genitori, si trattava di un viaggio pieno di aspettative».

Ci racconta il suo primo viaggio in Sicilia e le preparazioni per intraprenderlo? Come si immaginava “quei posti sconosciuti”?

«Il primo viaggio fu molto emozionante. Ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972, e non stavo nella pelle quando finalmente mio padre decise che ero abbastanza grande da affrontare quel viaggio in treno lungo una notte e un giorno. Per me che allora leggevo Salgari e Stevenson, fu un poʼ come partire per i Mari del Sud. La Sicilia era la mia isola del tesoro. E così in effetti era».

Il suo libro prende spunto dai racconti paterni, talvolta lievi e talvolta terrificanti…

«Favole, sì: perché ai miei occhi di bambino tali erano i racconti che vedevano come protagonisti il nonno, che nelle foto scampate alla guerra aveva un gran paio di baffi e lo sguardo severo, e la nonna, con i capelli raccolti e lʼaria mite; e poi il resto dei componenti di questa grande famiglia, perché mio nonno e mia nonna si sposarono entrambi già vedovi e dunque con figli nati dai precedenti matrimoni. E poi cʼera Nuzzo, il compare di mio padre, che in quanto compare era come un fratello: i due, inseparabili, finirono sepolti vivi nei sotterranei di una chiesa sotto le bombe degli angloamericani, e se si salvarono con tanti altri marsalesi fu grazie a due soldati dellʼAfrikakorps, che scavando tutta la notte con le loro baionette riuscirono a creare un cunicolo dal quale la mattina dopo il bombardamento fecero uscire prima le donne e i bambini e poi tutti gli altri. Non fosse stato per quei due soldati, nemmeno io sarei venuto al mondo 22 anni dopo».

Come molti giovani lei ha preferito scoprire e viaggiare per lʼEuropa ma, dopo 25 anni, racconta di essere tornato in Sicilia per presentare il suo primo romanzo. Comʼè stato questo secondo “incontro”?

«Eʼ come se avessi ritrovato una parte di me che non sapevo di avere, e in un certo senso mi ha fatto anche ritrovare mio padre, anche se in realtà non lʼavevo mai perduto. Marsala naturalmente era cambiata dagli anni Settanta, ma per fortuna aveva anche saputo conservare molte cose. Non solo i colori e i profumi e i sapori, ma anche lʼimmensità delle sue contrade…».

Ci si può innamorare della Sicilia anche senza esserci mai stai?

«Devo dire che questo libro mi ha confermato come in realtà la Sicilia sia molto amata, a Torino, a Milano, a Como: ho trovato tante persone che venivano alle presentazioni del libro proprio perché innamorate dellʼisola. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato sentirmi dire, a Palermo, da una signora siciliana, che per lei leggere il mio libro era stato come tornare a sentire il profumo di casa sua perché ormai ne aveva perso il ricordo nellʼassuefazione. Sentirmi dire una cosa del genere a Palermo è stato meglio che vincere un premio»

 

Fonte: Centonove del 1 ottobre 2010

Romana Petri: «Scrivere vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera».

Cominci a leggere “Ti Spiego” (Cavallo di ferro; pp. 210; € 16.50) e pagina dopo pagina rischi di metterlo giù solo dopo averlo terminato. Romana Petri vi ricostruisce mediante un rapporto epistolare a senso unico ovvero facendoci leggere solo le lettere di Cristiana, i quarant’anni di vita condivisi fra lei e l’ex marito Mario, compresi quindici anni di separazione “civile”. Perché un giorno tutto cambia, Mario va via oltre oceano, si risposa, fa un altro figlio ma all’improvviso decide di riprendersi la “perduta giovinezza” e fatalmente, con essa, vorrebbe riprendersi Cristiana e lei risale dall’oblio dei ricordi. Un racconto che colpisce perché ha dentro il senso del ritmo, «sono figlia del bass-baritono Mario Petri, questo libro è concepito come un crescendo, comincia con dei pianissimo e sfocia nella sarabanda» e così, pagina dopo pagina, si passa dalla sorpresa al livore e la sua scrittura si fa “acuminata come una freccia”, rivivendo i ricordi, le delusioni, le false speranze, i pianti notturni e solitari: «il vero significato di una vita non si capisce mai al momento, bisogna voltarsi indietro per farlo». E la boxe, l’arte di tirar pugni tanto cara a scrittori made in U.S.A. diviene metafora del “tutto”: «la relazione di due ex coniugi che non hanno ancora fatto chiarezza sul passato, cos’altro potrebbe essere se non un vero e proprio ring?». Proprio in questi giorni ritorna in libreria “La donna delle Azzorre” (con cui vinse il Grinzane-Cavour nel 2002) ed esce una sua nuova traduzione del folgorante “Il diario di Adamo ed Eva” (Cavallo di ferro; pp.96; € 12.50) di Mark Twain che gli causò non pochi dispiaceri: «alla fine i due dicono che in fondo l’Eden non era poi gran cosa paragonato al loro amore. Insomma, l’amore tra un uomo e una donna, per Twain, era il vero Paradiso». Scrittrice, editrice, insegnante di lettere e traduttrice parlando della scrittura afferma: «Scrivere vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera».

 


Ai tempi dei social network un romanzo epistolare può sembrare un’idea folle, invece il meccanismo narrativo si rivela azzeccato sino all’ultima pagina, colpo di scena incluso. “Ti spiego” è nato con l’idea di far parlare solo lei sin da principio o aveva tentato il dialogo epistolare?

«Non avevo mai pensato a un dialogo a due, quello sì che sarebbe stato un classico romanzo epistolare. Le lettere di un’unica persona, invece, il romanzo epistolare lo camuffano in romanzo e basta. In realtà ogni lettera si legge come un normalissimo capitolo, anzi, come una confessione, una seduta dall’analista in cui una voce sola riassume la sua vita passata, qual è poi stato il suo vero significato. Perché il vero significato di una vita non si capisce mai al momento, bisogna voltarsi indietro per farlo. E’ un po’ come scrivere un libro, prima di darlo alle stampe bisogna lasciarlo decantare un po’. Cristiana ha addirittura avuto fortuna, non è stata lei a voler cominciare questa corrispondenza, è stato l’ex marito che, come in un contrappasso dantesco, è ridotto al silenzio. Un silenzio, però, assai eloquente».

Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, afferma che la cura con cui ricostruisce i quarant’anni complessivi che Mario e Cristiana hanno condiviso, passando sulla pagina dalla sorpresa al livore, somiglia ad una vera e propria indagine psicologica.  Ritrova il suo libro in questo paragone? E più in generale, è stato difficile “acuminare la scrittura” di Cristiana di lettera in lettera?

«Isabella Bossi Fedrigotti ha detto ciò che io speravo dicesse un critico, e cioè che questo romanzo (io vengo da una famiglia di musicisti, mio padre era il famoso bass-baritono Mario Petri) fosse in realtà un crescendo. Comincia con dei pianissimo e sfocia nella sarabanda. Acuminare la scrittura non è stato un problema, ogni volta che descrivo un personaggio cerco di annullarmi completamente in lui. Prenda ad esempio Mimmo, un personaggio mostro, La Fedrigotti lo chiama l’assassino (ovviamente in senso metaforico), ma per renderlo credibile mi sono dovuta identificare con lui, diventare lui, così come sono stata Elsa la vittima, Marta, la traditrice, Mario l’inconcluso etc. etc.»

Il pugilato è per Cristiana una metafora significativa del rapporto di Cristiana con Marco. E’ una mia impressione o la boxe, con l’inversione dei ruoli fra i protagonisti, finisce per assume un significato quasi “catartico”?

«Non ci sono dubbi, catartico al massimo. Anche se qui, devo ammetterlo, qualcosa di

autobiografico c’è. Io ho fatto davvero pugilato per qualche anno. E’ uno sport faticoso ma bellissimo. Ovviamente non ho mai fatto incontri, ma anche un sacco può essere un avversario e, come dico nel libro, ci si può vedere il volto che si vuole. E poi, la relazione di due ex coniugi che non hanno ancora fatto chiarezza sul passato, cos’altro potrebbe essere se non un vero e proprio ring?»

Grazie al modo in cui descrive il pugilato – dal rituale della fasciatura delle mani all’attenzione agli odori, dalla luce della palestra a fine giornata al suono armonico ed ipnotico del punch ball – entra a pieno diritto in quella schiera di scrittori affascinati dalla boxe capitanati da Hemingway. Qual è il suo personale rapporto con questo sport e secondo lei in cosa consiste, o consisteva, il suo grande fascino?

«Ne sono stata affascinata da bambina. Mio padre, quando aveva 17 anni scappò da Perugia e venne a Roma per studiare canto lirico, per pagarsi le lezioni faceva degli incontri di pugilato, era un peso massimo e vinceva quasi sempre. Naturalmente, anche quando smise la passione restò e riuscì a trasmettermela completamente. Per riassumerla in un’unica parola direi che lì dentro c’è tutta l’epica, per lo meno quella di cui sono sempre andata a caccia io».

Ha curato una nuova traduzione de “Il diario di Adamo ed Eva” (pp. 96; €12) che sta uscendo proprio in questi giorni. Un libro che nasconde una storia ricca di peripezie e delusioni per il “primo vero scrittore americano” come lo definì Faulkner…

«Twain era uno scrittore geniale perché oltre ad essere bravo era anche senza paure. Venne molto tormentato per l’audacia di ciò che aveva scritto. Un libro che con la Chiesa non ha niente a che vedere. Si immagini che alla fine i due dicono che in fondo l’Eden non era poi gran cosa paragonato al loro amore. Insomma, l’amore tra un uomo e una donna, per Twain, era il vero Paradiso. Tradurre questo libro è stato un lavoro appassionante e spassoso».

Un libro/diario sul primo rapporto fra i due sessi che viene inteso come mondo inesplorato. Oltreché divertentissimo ma anche toccante, è un libro ancora attuale?

«Direi attualissimo, anzi, direi che potrebbe essere scritto adesso e nessuno avrebbe nulla da obiettare. L’uomo e la donna sono due universi che hanno ben poco a che vedere l’uno con l’altro, ma sono talmente complementari da non poter fare a meno l’uno dell’altra. Twain è molto generoso con Eva, le attribuisce tutte le qualità, ad Adamo, invece, lo tratta piuttosto maluccio, fa la figura del tonto, però, quando alla fine Eva cerca di capire perché lo ama, l’unica risposta attendibile che può darsi è che lo ama perché è maschio, insomma, diverso, l’altro, ma proprio per questo l’affascinante da scoprire».

Ritorna in libreria “La donna delle Azzorre” (la quinta edizione portoghese uscirà per l’editore Bertrand). Che rapporto ha con i suoi precedenti libri, li rilegge volentieri o, come accade per alcuni, non li sente più suoi come fossero figli divenuti ormai grandi e pronti per procedere con le proprie forze?

«Un certo distacco è fisiologico, altrimenti non si potrebbe nemmeno andare avanti. Però il legame resta, e anche profondo. Intanto, per ridare alle stampe un libro è necessario rileggerlo per vedere se c’è qualcosa da cambiare, ed ecco che a quel punto il “ritorno nel passato” si fa necessario. Sembrerà paradossale, ma a volte rileggendo un suo vecchio libro, uno scrittore può trovare l’idea per un lavoro nuovo. Ma non è tanto paradossale, quello che abbiamo da dire lo abbiamo dentro, viene fuori un po’ volta, certe cose fanno più fatica, altre meno».

E più in generale, lei che riassume in sé molti ruoli come lettrice innanzitutto ma anche scrittrice, editrice, traduttrice ed insegnante, che rapporto ha con la scrittura? Cosa vuol dire per lei “scrivere”?

«Vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Insomma essere delle persone privilegiate, perché l’unico modo per ripulirsi un po’ è fare del proprio mestiere un’arte, nel senso di farlo con una passione che al lavoro ti fa aderire totalmente. Fortunato è chi riesce a farlo anche che so… facendo il barista, o qualsiasi altra cosa, perché se fatta bene è sempre un’arte. C’è però una differenza, chi panifica con arte ha più possibilità di ripulirsi completamente rispetto a chi scrive. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera, non c’è dubbio che questo passaggio continuo possa essere un po’ nocivo».

«Esiste una certa necessità di realismo nella vecchiaia, niente più illusioni», scrive ne La Donna delle Azzorre e il tema del tempo è centrale in “Ti Spiego” («Eravamo giovani. E’ triste ma è così. A un certo punto non lo si è più. E succede proprio in un momento, sai?»). Secondo lei nella nostra società, fa più paura la vecchiaia o la morte?

«Personalmente non avrei dubbi: la morte. La vecchiaia è una scocciatura, ma dipende molto da come stiamo dentro, organi e cervello compreso. Meno si è legati al passato della propria giovinezza e meno si invecchia tanto dentro quanto fuori. Ci vuole coraggio per vivere, e per averlo bisogna stare qui, né voltati indietro, né troppo inutilmente proiettati nel futuro.  Bisognerebbe abusare dell’oggi per stare meglio, vivere imitando la spina dorsale di un serpente, unita ma sciolta allo stesso tempo, tra un pezzo e l’altro ci passa di certo un benefico filo interdentale».

 

Fonte: Satisfiction del 3 settembre 2010