i libri hanno bisogno di essere protetti. Stefano Piedimonte racconta la tre giorni #readerguest su @Stoleggendo

Stefano Piedimonte
Stefano Piedimonte

Per fare il #readerguest nel progetto @Stoleggendo devi avere un buon telefono con la batteria sempre carica. Se hai due batterie è meglio. La partecipazionel-assassino-non-sa-scrivere è

straordinaria: lettori, scrittori, giornalisti, addetti ai lavori, si lasciano coinvolgere come una motivazione e un’urgenza commoventi. L’idea, per come la vedo io, è quella di stringersi intorno ai libri, come per proteggerli. E’ questo un momento in cui, al di là di ogni dubbio, i libri hanno bisogno di essere protetti. Vanno difesi, in un certo qual modo, se non da un vero e proprio rischio di estinzione (perché mai si estingueranno, è scontato), quanto meno da un ridimensionamento, da una messa all’angolo progressiva e inarrestabile.

E’ bello constatare ancora una volta come in periodi piuttosto claudicanti della nostra esistenza, quando è difficile perfino appassionarsi a qualcosa senza che ne si possa trarre profitto, un progetto del genere possa nascere e vivere grazie all’intraprendenza di un giornalista (un appassionato di libri, splendidamente fanatico, direi) e all’entusiasmo di chi vi partecipa; è bello anche constatare che se l’entusiasmo scarseggia come un metallo raro, è possibile, per noi, ritrovarlo fra le pagine, le citazioni, le immagini dei libri più amati.

Per me è stata una bellissima esperienza, e quella di Francesco è una splendida iniziativa. Teniamocela stretta.

 

Stefano Piedimonte, #readerguest progetto lettura @Stoleggendo 2-4 settembre (bis)

Diario di Tre giorni a @stoleggendo. Claudia Priano racconta la sua esperienza da #readerguest

Claudia Priano #readerguest

Ci si imbatte in un progetto, lo si segue e ci si affeziona. Si capisce così, dai primi giorni, che è un progetto serio, ambizioso, che c’è sincero entusiasmo in chi l’ha ideato e in chi partecipa. E l’entusiasmo, si sa, contagia. È così che sono rimasta contagiata da @Stoleggendo,  Francesco Musolino mi ha consegnato le chiavi di casa e mi ha detto, fai tutto quello che vuoi. Quando l’ho sentito al telefono gli ho chiesto qualche ragguaglio, lui mi ha ripetuto, non ti preoccupare, fai tutto quello che vuoi.

E io l’ho fatto.

#Primo giorno: dico a Lui, mio compagno di vita, che sarò più impegnata del solito  per tre giorni, perché, gli spiego, sarò #readerguest a @stoleggendo, e parto con la l’illustrazione del progetto, lui fa sì con la testa ma non sono sicura che abbia capito, dice, va bene, buona giornata, e si ritira nel suo studio. Continua a leggere “Diario di Tre giorni a @stoleggendo. Claudia Priano racconta la sua esperienza da #readerguest”

«Il mondo e la vita vanno troppo veloci: serve coraggio per fermarsi». Luis Sepúlveda si racconta

MILANO. Dopo averci fatto innamorare della sua gabbianella che non sapeva volare e di un gatto e di un topo che divennero amici, il celebre scrittore cileno Luis Sepúlveda torna in libreria con una nuova favola, “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” (Guanda, p.95 €10), incentrata sul tema del tempo e dell’identità. Il giornalista, sceneggiatore e attivista sudamericano, naturalizzato francese, ha posto al centro della sua favola l’importanza della lentezza nella società odierna, valore scoperto anni fa insieme all’amore per la radio (tutti i lunedì ha una sua rubrica nella principale emittente radio spagnola). Possiamo fermarci, puntare i piedi e prendere il tempo necessario per capire cosa ci accade intorno? Questo si domanda Sepúlveda, esaminando una società in cui tutto è stato travolto dalla rapidità, dai sentimenti sino alla produzione e al consumo del cibo (a Milano ha incontrato Carlo Petrini di SlowFood). Sepúlveda era uno degli ospiti più attesi della terza edizione della kermesse letteraria BookCity, svoltasi la scorsa settimana a Milano, abbiamo parlato di favole e valori, società e futuro…senza perdere la speranza nel domani.

Una lumaca come protagonista di una favola per bambini. Una lumaca molto particolare, decisa a capire quale sia il proprio posto nel mondo…

«La mia lumaca si pone molte domande circa la propria identità, il rapporto con gli altri e il mondo intorno a se. Lei vorrebbe essere unica, irripetibile, tutti lo vorremmo in fondo. Poiché ogni cosa esiste dal momento in cui prende un nome, sente il bisogno di averne uno e subito dopo scopre che la sua grande particolarità è la lentezza. La lumaca va alla ricerca delle risposte e alla fine comprende che la lentezza e la sua fragilità non sono affatto dei difetti, fanno parte della sua natura e solo accettandosi potrà essere felice».

Perché ha scelto le favole? Era necessario un linguaggio semplice, non fraintendibile, per comunicare messaggi universali?

«Nella favola è più facile ridurre la distanza con il lettore, prendere le distanze dai comportamenti umani. Questo genere letterario mi ha sempre affascinato e interessato perché permette di narrare una storia che non sia solo un’avventura, consentendomi anche di parlare di sentimenti e valori».

Nelle sue fiabe il valore dell’incontro e della diversità è molto presente. Perché ha voluto concentrare qui il suo obiettivo?

«La vita è diversità, altrimenti non è vita. La stessa vita umana ci arricchisce mettendoci a contatto con le differenze culturali e razziali che ci circondano. L’unico punto comune è la giustizia, una società multietnica in cui essere umani diversi ed integrati, vivono rispettandosi l’un l’altro. La mia lumaca fa diversi incontri con altri animali e le sue necessità le permettono di abbattere ogni barriera: non c’è incomprensione, solo solidarietà ed amicizia».

Com’è il suo rapporto con il tempo? È scandito dalla lentezza anche nella sua quotidianità?

«Il rapporto con il tempo deve essere determinato solo dalle persone, dobbiamo essere capaci di dire “io decido il mio tempo, io decido come mi muovo, la mia velocità e la mia lentezza”. E’ un discorso culturale perché oggi l’unica forma possibile di movimento è la velocità vertiginosa, nutrita dal mito della comunicazione sempre più rapida. Ma, mi domando, questa velocità serve davvero? Prendiamo i rapporti umani. Quando due persone si incontrano, comunicando decidono se vogliono continuare a conoscersi e da lì in avanti, possono diventare sempre più intimi sinché nasce un amore o un’amicizia. Tutto questo è lento. Oggi invece abbiamo Whatsup che è velocissimo e fa degenerare tutto».

La lentezza gioca un ruolo anche nel suo processo creativo?

«Sono profondamente lento a scrivere. Molti miei editori sono arrivati vicino alla pazzia assecondando ai miei tempi biblici (ride). La lentezza è una parte del mio lavoro, passo dopo passo. Come diceva Enrico Berlinguer, andiamo piano piano ed arriviamo lontano».

È vero che lei ama scrivere con un sottofondo radiofonico?

«Certamente. Ho sempre avuto un rapporto particolare con la radio ma so bene che ai lettori più giovani questo può sembrare una stranezza. Quand’ero un bambino non c’era la tv, non c’era internet, né il videogioco e la radio era la grande finestra sul mondo. Ero ancora un ragazzino quando, una sera, cercando una stazione in lingua spagnola, raggiunsi le frequenze di Radio Netherlands e il fatto che a Santiago del Cile potessi ascoltare qualcuno che trasmetteva dall’Olanda, mi sembrava una vera e propria magia. Un giorno chiesero agli ascoltatori di spedire una lettera e raccontare com’era il proprio quartiere e un mese dopo, lessero la lettera di un bambino di 8 anni che scriveva dal Cile…Luis Sepúlveda».

Ha detto che la lentezza è la via per la salvezza. La lentezza è anche una forma di resistenza?

«Sì, è un modo di guardare la vita, una forma di resistenza senza dubbio. Il mondo e la vita vanno troppo veloce e serve coraggio per fermarsi, girarsi e uscire da questo flusso velocissimo che travolge tutto e tutti. Il potere più grande è poter decidere cosa fare del proprio tempo».

La lentezza gioca un ruolo determinante anche nell’alimentazione. Ma tutto questo sembra ormai pregiudicato dalle colture ogm, no?

«I contadini, in qualsiasi parte del mondo, per produrre il mais dovevano rispettare i tempi dettati dalla natura. Seminare, aspettare la crescita, vigilare perché non mancasse l’acqua e prendere le precauzioni contro i parassiti e solo fine potevano raccogliere i frutti del proprio lavoro, quando il mais era passato dal colore verde a quello oro brillante. Questa cultura era dettata dalla logica della natura ma oggi è andato tutto a rotoli per via dalle colture transgeniche che stravolgono completamente i ritmi. In un anno il prodotto è quintuplicato certo, ma a che prezzo? Viene meno l’antico rapporto con la terra solo in nome del guadagno, pregiudicando anche la qualità del cibo che portiamo in tavola».

Oggi fra televisione, tablet, videogiochi i bambini sembrano avere una paura mortale della noia, del tempo morto. È possibile spiegare ad un bambino l’importanza del tempo dell’immaginazione?

«È senza dubbio difficile ma è una grande sfida. Per me il momento più importante in una famiglia è quello della cena, tutti insieme attorno alla tavola, poter parlare e raccontarsi la giornata appena trascorsa. Ecco, questo tempo è di una grande lentezza ma è scomparso in molte famiglie, assorbito dalla fretta quotidiana e dalla tv magari. Ma se un bambino cresce con questa abitudine, con il desiderio di parlare e stare ad ascoltare, sarà capace di fermarsi e fare tutto con più lentezza anche da adulto».

Com’è nata la sua passione per le favole?

«Quando ero un bambino amavo che mi raccontassero delle storie prima di dormire. Tutto ciò mi ha avvicinato alla scrittura, alla cultura. Mi piace scrivere storie rivolte ai bambini ma sono conscio che devono rivolgersi ad una piccola persona non ad un piccolo cretino che non capisce nulla per via dell’età. Le favole devono essere costruite con rispetto, devono parlare di valori e solo così facendo si predispone il bambino all’ascolto, senza usare una morale banale che finisce per allontanarli».

Lei ha fiducia nel futuro?

«Dobbiamo essere molto preoccupati ma non dobbiamo perdere l’ottimismo. Il mondo lo vedo messo male, malissimo e da solo non posso cambiare le cose ma se uno ad uno ci avviciniamo, allora sì che le cose possono andare meglio…».

Come potremmo fare?

«Il grande problema è la mancanza di coraggio, la forza di avvicinare chi ci sta vicino e dire “così non va bene, facciamo qualcosa insieme per cambiare ciò che ci sta intorno”. Io credo nel coraggio civile, nel coraggio della gente, ci credo perché lo conosco e so che solo ricorrendo ad esso le persone possono prendere in mano il proprio destino e cambiarlo in meglio».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 28 novembre 2013

 

 

 

 

Stefano Piedimonte: «Dobbiamo imparare a ridere della camorra»

I maestri dell’ironia, da Charlie Chaplin a Ennio Flaiano senza dimenticare P.G. Wodehouse e Woody Allen, ci hanno insegnato che si può sorridere di tutto, soprattutto delle tragedie umane, basta trovare la giusta chiave di lettura. E allora perché non si dovrebbe ridere anche della camorra? Partendo da questo assunto, gli scrittori Roberto Saviano e Stefano Piedimonte – entrambi campani doc – saranno in scena alla rassegna Pordenonelegge, sabato 21 settembre con l’incontro-dibattito “Comicamorra. Come i clan non vogliono essere raccontati”. L’amicizia fra i due autori oggi è solida, galeotto fu proprio il libro d’esordio di Piedimonte, “Nel nome dello zio” che Saviano recensì felicemente su Facebook. La Gazzetta del Sud ha intervistato Stefano Piedimonte, appena tornato in libreria con “Voglio solo ammazzarti”, anche questo edito dalla casa editrice Guanda, guidata da Luigi Brioschi (pp. 256 Euro 16). Si tratta del brillante seguito delle avventure delle grottescamente-comiche dello Zio, un boss della camorra con una passione per il Grande Fratello, che ritroviamo rinchiuso nel carcere di Poggioreale, affettuosamente ribattezzato “Poggi-Poggi” da Piedimonte.

Stefano c’è grande interesse per Comicamorra, ma com’è nata l’amicizia con Roberto Saviano?

«Dopo l’uscita del primo libro, decidemmo di farlo avere a Roberto Saviano e lui rispose con un sincero e forte apprezzamento. A quel punto colsi la palla al balzo e, in buona sostanza, gli chiesi di combattere la mia battaglia al mio fianco. A distanza di pochi giorni, scrisse un lungo pezzo su Facebook e devo dire che le sue parole mi hanno quasi commosso. Oggi fra noi c’è uno splendido rapporto e così è nato anche questo incontro che si terrà a Pordenone».

Di cosa si tratta?

«Nel tempo abbiamo raccolto storie che parlano di boss e criminali da strapazzo e abbiamo pensato di montarci dei dialoghi. Siamo molto curiosi di vedere come reagirà la gente, se sarà disposta a ridere della camorra, in fondo la nostra è anche una scommessa, un salto nel buio».

Pensi che si possa ridere della camorra?

«Sì, anzi, penso che si debba farlo. La considerazione di cui godono questi personaggi è basata tutto sul timore che infondono ma se si riesce a far capire che oltre ad essere capaci delle più basse nefandezze sono anche dei coglioni sarà anche più facile non subirne alcuna fascinazione».

Dopo dieci anni da giornalista, come hai vissuto il passaggio al mondo del romanzo?

«In realtà ho messo piede per la prima volta in una redazione giornalistica con il preciso scopo di diventare un romanziere. Sin da piccolo ho sempre scritto brevi racconti e pensavo che diventando giornalista, piano piano, avrei potuto allacciare contatti con editori e case editrici. Ovviamente dopo dieci anni non conoscevo proprio nessuno…»

E poi?

«Scrissi un libricino per un editore locale ma gli chiesi di pubblicarlo anche in ebook. Avevo ben chiaro che solo così c’era qualche chance che fosse letto al di fuori della sua catene di librerie. In poco tempo scalò le classifiche di BookRepublic e venni notato da un agente letterario, Maria Cristina Guerra, che mi propose di rappresentarmi. All’epoca lavoravo ancora al giornale e dopo appena dodici giorni dalla consegna del manoscritto di Nel nome dello Zio, lei mi richiamò e mi disse “Stefano, da quale editore vorresti essere pubblicato?”. Credevo scherzasse e invece erano arrivate ben cinque proposte di pubblicazione…e così scegliemmo Guanda».

C’è un consiglio che vorresti riservare agli aspiranti scrittori?

«Pochi considerano il fatto che la cosa più importante non è l’editore che ti pubblica ma quanto crede e decide di investire nel tuo libro. Se manca la promozione stampa, se mancano la spinta e la fiducia, tutto il resto non conta nulla».

Il tuo secondo libro, “Voglio solo ammazzarti” è uscito ieri in libreria. Ma c’è un curioso antefatto…

«Ancor prima che “Nel nome dello zio” venisse pubblicato, avevo già cominciato a scrivere questo libro, il suo sequel. Appena il mio agente lo seppe, rimase senza parole, perché poteva essere tutto tempo perso. E invece, a mio avviso, il suo tratto vincente è il fatto che sia ancor più spontaneo. Certamente nessuno potrà accusarmi di aver fatto un’operazione di marketing».

In pagina porti personaggi grottescamente unici come Stiv Ciops – un curioso programmatore – e Gennaro detto Marelièr, che di professione fa il degustatore di mare. Ma soprattutto ritorna il boss, lo Zio…

«Ho cominciato subito a scrivere questo secondo libro perché convinto che lo Zio avesse ancora delle cose da dire e su pagina lo ritroviamo rinchiuso a Poggioreale, a Poggi-Poggi. Lui è “libero” anche in carcere grazie ai suoi soldi ma deve evadere per andare a regolare dei conti in sospeso con chi l’ha tradito e lungo la strada incontra una serie di personaggi stravaganti…».

Ma se un giorno trovassero un tuo libro in un covo di un boss, saresti sorpreso?

«Certo, credo che sarebbe più facile trovarci i libri di Saviano o magari dei saggi, insomma libri basati su fatti reali. Non perché sono dei lettori accaniti ma perché immagino che siano incuriositi di cosa si scrive di loro».

Stefano sei già tornato al lavoro?

«Sì, sto scrivendo un nuovo libro ma stavolta la camorra e la criminalità organizzata non ci saranno affatto. Ho affrontato la sfida di creare un luogo di fantasia, con strade negozi e persone inventate da me, un luogo in cui c’è tanta solidarietà ma anche molta cialtroneria e forti rancori…».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, sabato 21 settembre

Matteo Righetto: «Non dobbiamo temere la natura selvaggia ma la crudeltà del genere umano»

Un romanzo e basta. È proprio l’autore,Matteo Righetto – scrittore e direttore di Scuola Twain – a rompere gli indugi, rifiutando ogni facile etichettatura per il suo nuovo libro, La Pelle dell’Orso (Guanda editore; pp. 153 € 14). C’eravamo detti arrivederci con un romanzo irriverente e tagliente comeSavana Padana che fotografava un nord-est assai diverso da quello osannato dai tg, dalla celeberrima locomotiva; Righetto torna con un libro assai diverso, lontano anni luce dalla voce pulp-noir che lo contraddistingueva (è il fondatore del movimento letterarioSugarpulp). E allora La Pelle dell’Orso è prima di tutto e senza dubbio, un voler ribadire che la vera scrittura va dove vuole e solo lo scrittore coraggioso, come Righetto dimostra d’essere, ha il coraggio di prendere e andare, in barba alle logiche del mercato che oggi determinano troppe scelte editoriali. Il dodicenne Domenico, anima candida ma dalla grande forza, è il protagonista d’un libro che richiama i grandi mostri sacri come London e Thoreau senza mai fargli il verso, narrando con una scrittura volutamente semplice, una Natura selvaggia e un Grande Orso che in esso regna sovrano, incutendo timore a tutti, salvo che al “piccolo” Domenico. Una storia di iniziazione alla vita, un duello Uomo-Natura in cui Righetto lascia intravede tracce dell’infanzia ancestrale, aiutato dalla lingua della montagna, quel ladino che orgogliosamente celebra, capace di rallentare il tempo, persino sulla pagina.

Da Savana Padana a La Pelle dellOrso: comè avvenuto questo passaggio di scrittura ecosa significa per te?

«Io sono uno storyteller puro, un narratore che ama inventare e raccontare storie liberamente senza farsi condizionare da sciocche etichette di genere o predefinizioni da prodotto di consumo letterario. Credo che Savana Padana abbia a suo modo raccontato il nordest in una maniera assolutamente nuova e originale: dissacrante, dirompente, politicamente scorretta. C’è chi l’ha definito pulp, chi crime, noir, western. Per me Savana Padana è una storia e basta, così come lo è La pelle dell’orso, anche se si tratta di un romanzo molto diverso sia per i toni, sia per la profondità psicologica dei personaggi e infine per la dimensione fortemente epica della vicenda. Ma che genere letterario è? Boh! E’ un romanzo d’avventura? È di formazione? Di iniziazione? Io dico che è un romanzo e basta. Spero solo che sia bello e che i lettori lo apprezzino, perché l’unica definizione che si addice ai miei romanzi è quella di “narrativa popolare”».

Perché sei tornato indietro al tempo del Vajont per ambientare il tuo libro?

«Prima ancora del Vajont ci sono le montagne, le Dolomiti con le loro pareti rocciose, i loro cieli, i loro boschi, gli animali e gli uomini che vivevano lassù in quegli anni, con i loro caratteri scolpiti nel legno e nella roccia. Con i rapporti tra padre e figlio ancora cristallizzati nel tempo che fu. Poi c’è il Vajont. Come si fa a dimenticare una tragedia come quella del Vajont? Per noi veneti, ma in realtà per tutto il Paese è stata una delle pagine più tristi della nostra storia contemporanea. E’ una tragedia che non dobbiamo dimenticare, soprattutto perché doveva essere evitata e poteva essere evitata. Altro che la natura selvaggia, è l’uomo il più grande e feroce nemico dell’uomo!»

Il dodicenne Domenico rievoca i personaggi alla Jack London, con un timbro chiaro, fuori dal tempo. Perché hai scelto lui?

«Domenico è un ragazzino sveglio, scaltro, forte ma anche estremamente sensibile, con un bisogno d’affetto incolmabile e una grande voglia d’avventura. Per certi versi Domenico siamo tutti noi a dodici anni, solo che lui porta in in sé qualcosa di epico, di eroico e insieme di tragico, aspetti profondi che lo rendono diverso dai dodicenni che eravamo noi. Sta tutto qui il suo ruolo, in questo suo status letterario eroico, ed è per questo che lo seguiamo con passione tra i boschi, tra le sue mille difficoltà. Ed è per questo che lo amiamo. Flannery O’ Connor disse: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.” Esattamente questo succede a Domenico. Egli “sopravvive”. E da quel momento nulla sarà come prima».

Volevi un duello in pagina fra uomo-natura e intergenerazionale?

«Il duello fra Uomo e Natura da un lato e fra Uomo e Leggenda dall’altro è senza dubbio il tema centrale della prima parte del romanzo. Ma poi tutto cambia…»

Sin dalle prime pagine intermezzi con luso del dialetto, in modo garbato. Come direttore di Scuola Twain credi sia davvero importante non perdere questo tesoro linguistico?

«Tengo a precisare che non si tratta di dialetto, ma di una vera e propria lingua. Il ladino. Una lingua antichissima ancora parlata da quelle parti dove il tempo sembra scorrere molto più lento che quaggiù, a valle. Sulla questione linguistica rischiamo di aprire un discorso troppo lungo e complesso. Comunque sì, credo sia importante non perdere il preziosissimo tesoro che ogni minoranza linguistica offre».

 

Francesco Musolino®

Fonte: Tempostretto.it del 15 aprile 2013