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#HoLettoCose – Quello che non uccide (David Lagercrantz, Marsilio editore, 2015)

David Lagercrantz

David Lagercrantz

Il sogno di tutti gli scrittori è semplice. Creare personaggi indimenticabili, trovare un’idea che faccia innamorare i lettori di tutto il mondo e guadagnare la meritata celebrità, nonché la conseguente ricchezza. Ma basta recarsi nella più vicina libreria per rendersi conto di quanto possa essere esile – oggi più che mai – il ciclo vitale di un libro. Eppure, nonostante le pubblicazioni si siano moltiplicate, ci sono ancora libri che resistono al tempo. Per fortuna. Leggi il resto di questa voce

Gianni Riotta: «Il web ci renderà liberi se saremo capaci d’esserlo»

riotta1 (1)Si fa un gran parlare di internet e new-media ma i nuovi linguaggi e le infinite possibilità concesse dalla rete globale, non significano automaticamente la conquista della libertà automatica e per tutti. Anzi, a ben vedere, sono proprio i regimi e i governi più autoritari a vantare le maggiori capacità di utilizzo dei nuovi linguaggi, depistando e controllando le fonti considerate scomode. Dal suo studio newyorkese, il noto giornalista Gianni Riotta, editorialista per Il Corriere della Sera e visiting professor presso la Princeton University – ha discusso con noi di giornalismo, new media e del suo nuovo libro “Il web ci rende liberi? – Politica e vita quotidiana nel mondo digitale” , edito da Einaudi (pp.160; Euro 18). A Marsala, dove è stato recentemente ospite del 3° festival del giornalismo di inchiesta, Riotta ha avuto modo anche di ripercorrere anche i luoghi della sua infanzia siciliana e svela: «mio nonno era un architetto che serviva nell’esercito e partecipò al coordinamento dei soccorsi dopo il catastrofico terremoto del 1908. Ci raccontò che le truppe sabaude e i terremotati non si capivano e per questo troppi civili vennero fucilati, considerati sciacalli. E invece erano soltanto in cerca dei loro pochi averi…».

Il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha chiesto più attenzione al linguaggio di internet e sui social media. Sul web esiste un giusto confine fra la necessaria tutela della privacy e la libertà d’espressione?

«Il presidente della Camera, Laura Boldrini, pone un problema giusto. L’anonimato online, i ricatti e le violenze verbali sono temi che vanno affrontati ma non si possono risolvere con una legge che regoli il web. Semplicemente perché internet è un sistema globale e aperto, per cui una legge italiana potrebbe essere facilmente aggirabile spostando i server, ad esempio, a San Marino. Ovviamente bisogna perseguire a termini di legge chi compie reati online ma bisogna anche capire come funziona le rete».

L’anchorman Enrico Mentana, stanco del flusso di insulti giornalieri derivante da parte dei suoi followers, ha deciso di chiudere il suo account Twitter. Crede sia una scelta giusta?

«Sul Corriere della Sera aprii uno dei primi blog italiani, Pensieri e Parole, ma decisi di chiuderlo perché il web mi appariva pieno di populismo e intolleranza. Tuttavia compresi d’aver sbagliato. Da trent’anni Mentana è l’anchorman italiano più noto e con maggiore visibilità mediatica ma ciò si traduce anche, purtroppo, in una esposizione al linguaggio violento e incontrollato sul web».

Come possiamo venirne fuori?

«Purtroppo non c’è una soluzione semplice. Noi abbiamo un detto: Never feed the troll (nel gergo del web si definisce così una persona che interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori o irritanti nascondendosi nell’anonimato, ndr). Quando un troll ti insulta, o taci o replichi ma devi essere consapevole che il troll nasconde una frustrazione perché altrimenti quell’utente avrebbe un nome e un cognome e non si nasconderebbe dietro una falsa identità».

La blogger cubana, Yoani Sànchez, ha ribadito dalle nostre pagine l’importanza di un’educazione digitale per saper usare al meglio i social media. Che ne pensa?

«Senza i new media Yoani Sànchez sarebbe in galera e questo esile filo cui appendersi la differenzia dai grandi dissidenti d’un tempo, come Solženicyn, che non avevano simili mezzi per far sentire la propria voce. Naturalmente ciò non significa che il web ci renda liberi apriori, perché, ad esempio, i ribelli siriani e libici restano in galera e l’artista cinese Ai Weiwei, pur essendo noto a livello globale, rimane sempre sotto il controllo del governo».

Dunque riprendendo il tuo titolo, il web ci rende liberi?

«Dipende tutto da noi, da come lo usiamo. Il web ci renderà liberi se saremo capaci d’esserlo, altrimenti no».

Nel libro analizza il MoVimento 5 Stelle e la novità del linguaggio politico. Il concetto di democrazia orizzontale è possibile?

«Se penso alla democrazia orizzontale mi viene in mente il Permaflex. La democrazia dovrebbe essere tridimensionale ma credo che non ci sia movimento più verticale di quello dei 5 Stelle dove basta non fare ciò che dice Grillo per essere sbattuti fuori. Sono abbastanza grande per ricordare l’espulsione del gruppo de Il Manifesto dal PCI. Fu un errore fatale. Non perché il Manifesto avesse ragione ma se vi fosse stato un vero dibattito, il PCI si sarebbe aperto alla democrazia già nel 1969 piuttosto che nel 1989, quando finalmente cambiò anche nome. Mi piacerebbe che sorgesse un dibattito in seno al MoVimento 5Stelle e che qualcuno potesse contestare ciò che dice Grillo senza il timore di venire aggredito verbalmente ed espulso, per diretta volontà del capo. Però non mi stupisco perché il populismo funziona così: uno urla e tutti gli altri son pronti a dire “Jawohl”».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Amélie Nothomb: «Aveva ragione Barbablù, bisogna difendere i propri segreti».

Da molti anni ormai, con una puntualità che rende felice i suoi numerosi lettori, giunge alle soglie della primavera il nuovo romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb. Con “Barbablù” (come sempre edito dalla Voland di Daniela Di Sora) si tocca quota ventuno ma dato il bisogno quasi fisico di scrivere – un’alchimia che accade ogni giorno dalle 3 alle 7 di mattina – ad oggi la Nothomb ha scritto ben settantasei romanzi e gli inediti sono custoditi con cura nelle sue scatole delle scarpe. In questo nuovo libro viene riletta la celebre fiaba dai toni cupi di Charles Perrault, narrandola dal punto di vista del Mostro per denotare l’attualità della storia ovvero la quasi impossibilità di custodire un segreto nell’epoca moderna. Ma se l’amore è mistero anche per l’autrice, non si può venire meno a degli spazi protetti e la violazione della fiducia riposta nell’amato può comportare gravi conseguenza, proprio come accade per il femminicida Barbablù. Al centro della vicenda troviamo il ricchissimo don Elemiro, il più nobile fra i nobili di Spagna esule in Francia che, rinchiusosi nella sua lussuosa casa, ne affitta una stanza per avere una compagnia femminile. Si presenta una giovane belga, Saturnine che coglie al volo l’occasione ma è decisa ad indagare sulla sorte  delle otto precedenti affittuarie, misteriosamente scomparse. In Barbablù ritornano i dialoghi scoppiettanti ed arguti che hanno resa famosa l’autrice ma si tratta di un titolo imperdibile per i suoi fan poiché la Nothomb riporta in pagina anche le sue più grandi passioni, oltre la scrittura ovviamente; vi si celebra l’oro liquido, lo champagne di grandi marche (come in “Causa di forza maggiore”), la passione per i nomi con carattere (già evidenziata in “Dizionario dei nomi propri”) e in ultimo, quella per i colori, del resto a 18 anni la Nothomb – che indossa sempre un caratteristico  cappello a cilindro nero – scrisse un’inedita “Metafisica dei colori”. L’autrice ha risposto alle nostre domande dal suo ufficio parigino, a Montparnasse, sede del suo storico editore d’Oltralpe.

Perché ha scelto la fiaba-nera di Charles Perrault?

«Barbablù è sempre stata la mia favola preferita ma trovavo che Perrault non era stato giusto, corretto, con il suo personaggio. Io volevo mostrare che Barbablù aveva ragione».

Come mai il suo moderno Barbablù è spagnolo?

«Perrault per il suo Barbablù si è ispirato a Enrico VIII Tudor, che io detesto. Volevo per questo un Barbablù che fosse il suo opposto. L’opposto di un inglese è certamente uno spagnolo».

Un romanzo che parte da una fiaba ma tratta dell’importanza della privacy nella società odierna…

«Anche per questo il mio romanzo è d’attualità. Bisogna legiferare per proteggere i propri segreti».

I colori sono protagonisti assoluti però per se stessa ha scelto il nero…

«Il nero sta bene con tutti i colori! E così posso comprare solo un detersivo, il detersivo per il nero».

Stupisce sempre che cruenti criminali possano avere schiere di ammiratrici, eppure accade puntualmente. È questo cui si riferisce Don Elemiro fotografando il lato oscuro della femminilità?

«È esattamente così. Come dico anche in quest’ultimo romanzo nella maggior parte delle donne, esiste indubbiamente una forma di masochismo. Ho visto troppe donne soccombere all’attrazione di ripugnanti pervertiti».

Saturnine cerca di giustificare don Elemiro salvo poi arrabbiarsi con se stessa. La perdita del giudizio è uno dei rischi legati all’innamorarsi?

«Oh si! E’ una cosa che abbiamo continuamente sotto gli occhi».

Scrive che “Il concetto di sostituzione è alla base del disastro dell’umanità”. Perché?

«Il concetto di sostituzione contesta l’unicità della persona umana. Questo concetto rende possibile il capitalismo selvaggio».

Questo è il suo settantaseiesimo libro, che rapporto ha con l’ispirazione legata alla scrittura?

«L’ispirazione è come una ferita. Non bisogna lasciare che si cicatrizzi. Per farla continuare a sanguinare bisogna scrivere continuamente. È quello che faccio».

Anche lei è guidata dall’ascesi come profetizza debba farsi don Elemiro per ogni attività creativa?

«Si sono una asceta, tranne che per lo champagne».

Tutti i suoi libri italiani sono editi da Voland, un binomio perfetto. Come si trova il proprio editore ideale?

«Voland ed io siamo un miracolo fattosi realtà. Bisogna credere ai miracoli e cercare il proprio».

 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 6 marzo 2013