«Il mio omaggio ad Emilio Salgari». Marcello Simoni si racconta

Un oscuro segreto capace di minare le fondamenta stesse della fede cattolica, battaglie navali, intrighi di corte, il sanguinario corsaro Barbarossa e la suggestiva ambientazione dell’isola d’Elba sono alcuni fra gli ingredienti de “L’isola dei monaci senza nome”,  il nuovo romanzo di Marcello Simoni, edito da Newton Compton (pp. 329 euro 9,90). In classifica da diverse settimane, Simoni rappresenta uno dei più estrosi romanzieri storici contemporanei, capace di coniugare l’esattezza delle ricostruzioni – la sua professione di bibliotecario e i suoi trascorsi da archeologo giocano a suo favore – con pepate trame avventurose in cui introvabili libri e pericolose reliquie hanno sovente ruoli determinanti. Ha trionfato alla 60° edizione del Premio Bancarella con il suo libro d’esordio “Il mercante dei libri maledetti” ed è già tradotto in tredici paesi – superando le 400 mila copie – eppure è ancora molto affamato, tanto che ogni volta che comincia a scrivere sente ancora la stessa emozione…

Cominciamo dall’inizio, com’è nata l’idea per “L’isola dei monaci senza nome”?
«Desideravo scrivere un romanzo storico che avesse i ritmi del feuilleton, ma allo stesso tempo non volevo rinunciare al thriller e al mistero. Ho trovato l’ambientazione adatta imbattendomi nella storia dell’isola d’Elba, dove nel primo Cinquecento visse Cristiano d’Hercole, figlio di un corsaro turco e di una donna bellissima finita in un harem a Tunisi. La vicenda è tanto affascinante che se ne potrebbe trarre facilmente uno sceneggiato televisivo, tra battaglie navali, tresche amorose e intrighi. La componente esoterica, ovvero il mistero del Rex Deus, proviene invece da una leggenda protomassonica riguardante un oggetto misterioso che sarebbe in grado di distruggere i dogmi della Chiesa cattolica. Qualunque cosa sia e dove sia nascosto, lo si scoprirà nell’ultima pagina…»

Si è mosso in un mondo letterario popolato di mare e corsari. Azzardo, visto il suo mestiere, che questa serie sia anche un omaggio letterario da Salgari in poi?
«Assolutamente sì. Con L’isola dei monaci senza nome mi ascrivo consapevolmente e a pieno titolo nella corrente narrativo-avventurosa che prende le mosse proprio dal capitano Emilio Salgari per passare attraverso la scia di autori stranieri e nostrani più o meno noti. E tuttavia ho cercato allo stesso tempo di “svecchiare” il genere e di arricchirlo con elementi tipici del mio stile. Intendiamoci, nel mio romanzo troverete la storia, quella con la S maiuscola, ma anche moltissimi momenti di azione e mistero degni dei miei medieval-thriller dedicati a Ignazio da Toledo. Insomma, non nego di essermi molto divertito a scriverlo».

A proposito di omaggi, accennava al fatto che questo libro vada ascritto al romanzo d’appendice: è stato emozionante trovarsi nel solco di una tradizione tanto importante?
«È stata un’esperienza impagabile e ricca di stimoli. Durante le fasi d’ideazione e di scrittura ho ripercorso le concezioni narrative maturate due secoli fa, per approdare a una forma di romanzo che racchiude in sé tradizione e innovazione. Sono fiero di poter affermare che questo new-feuilleton sta scalando le classifiche di vendita, se poi consideriamo che è stato scritto da un italiano, la soddisfazione è ancora maggiore. Da quanto tempo non accadeva?»

Ha già trionfato al Premio Bancarella ma ricorda ancora i primi passi nel mondo della scrittura? Magari potrebbe suggerire ai nostri lettori aspiranti scrittori qualche consiglio utile per giungere alla pubblicazione…
«Mi sono barcamenato tra vari tentativi e rifiuti finché non sono stato notato da una casa editrice spagnola, vendendo circa 6000 copie nell’estate 2010. Poi mi sono imbattuto in Newton Compton Editori e da lì è partito il successo di Il mercante di libri maledetti. Ora sto scrivendo il mio quinto romanzo e ogni volta che mi accingo alla stesura di un nuovo capitolo mi sento esattamente come l’esordiente di tre anni fa…ma con la consapevolezza di quello che valgo e di dove voglio arrivare. La cosa più importante, adesso come allora, resta il saper stringere i denti, guardare avanti e credere in quello che si fa».

Il suo libro è pieno di personaggi realmente esistiti e luoghi e battaglie descritte con cura. Come  si è documentato?
«Dedico sempre molto tempo alla ricerca storica. Parto dai classici manuali di storia per scendere sempre più a fondo, in cerca di dettagli, dai saggi specialistici alle fonti archivistiche dell’epoca. Inoltre bisogna saper sviluppare fiuto per le notizie più interessanti, quelle non solo utili alla ricostruzione storica ma anche potenzialmente interessanti per i lettori. Non tralascio mai nulla, poiché durante la stesura del romanzo tutto potrebbe tornarmi utile. Specie in un libro come questo, dove i protagonisti della storia vissero realmente».

E cosa può anticiparci del prossimo libro?

«Attualmente sto lavorando al capitolo conclusivo della trilogia dedicata a Ignazio da Toledo, mercante di libri maledetti. Uscirà in libreria dopo l’estate, per catapultare di nuovo i lettori nel Medioevo esoterico e avventuroso…e questa volta, l’ambientazione sarà per buona parte italiana».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud – 4 agosto 2013

«Chi conosce davvero la Corea del Nord?». Intervista ad Adam johnson (Premio Pulitzer, 2013)

La prima volta che Adam Johnson è riuscito a varcare la frontiera della Corea del Nord, l’ha fatto spacciandosi per l’aiutante di un uomo che doveva occuparsi di alcune piantagioni di mele in quel misterioso paese. Comincia così, con un escamotage degno di un romanzo spionistico, il viaggio dello scrittore statunitense Adam Johnson in uno delle nazioni più oscure dei nostri giorni, dominata da una dittatura totalitaria e dall’odio verso gli Stati Uniti, emblema del marcio imperialismo occidentale. Ha impiegato sette anni di severe ricerche per capire una realtà impenetrabile, sempre al centro delle speculazioni e dei complotti politici e mentre il suo libro prendeva forma, accanto al protagonista, il giovane Pak Jun Do, l’autore ha voluto mettere nel libro anche il defunto dittatore Kim Jong-il, il “caro leader” (scomparso nel dicembre del 2011) e le sue notevoli stranezze. Il bel libro di cui stiamo parlando è “Il Signore degli Orfani” (Marsilio, pp. 560 euro 21, traduzione di Fabio Zucchella) con cui Johnson ha recentemente vinto il prestigioso premio Pulitzer, permettendo, a noi lettori di qualsiasi latitudine, di cominciare squarciare il sipario su un paese in cui rapimenti, sevizie e torture sono all’ordine del giorno. Un libro che ha un effetto straniante, capace di trasportare il lettore in una realtà distorta e capovolta, al fine di farci comprendere cosa significhi vivere in un paese da oltre 24 milioni di abitanti, in cui non esiste nemmeno una libreria. Recentemente Adam Johnson era a Capri per il festival letterario Conversazioni e ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Mr. Johnson, cosa significa aver vinto il Premio Pulitzer?
«In realtà ancora non l’ho capito. Credo mi serva del tempo per metabolizzare. Posso senz’altro dire che sono felice che in questo modo si parlerà di più della Corea del Nord, per cui più del premio fine a se stesso, mi sta a cuore il fatto che i lettori possano finalmente cominciare a conoscere la realtà di questo paese e capire cosa significa vivere sotto l’egida della propaganda».

Il suo stile è stato definito dal New York Times come “una sorta di realismo magico dove la realtà supera la finzione”. Perché ha scelto questa tecnica narrativa?
«Realismo magico? Questa è una buona domanda. In realtà ho cercato di essere il più realista possibile ma volevo narrare la Corea del Nord con gli occhi e la voce di un suo cittadino e si tratta di qualcosa di molto lontano e diverso dal mondo occidentale che conosciamo. Adottando quel punto di vista è venuto fuori una narrativa assurda, surreale e per l’appunto, persino magica in certi momenti».

Il dittatore Kim Jong-il è uno dei personaggi centrali del suo libro. Alla sua morte molti pensarono che avremmo scoperto tutto di lui e invece…
«Verissimo. Alla morte di Saddam Hussein o Gheddafi, il dittatore invincibile ha lasciato il posto ad un cadavere e le telecamere sono entrate nelle loro stanze, nelle loro regge, svelandone le umane debolezze. E Kim Jong-il? Lui è morto ma non abbiamo visto il corpo, né si sa di cosa sia effettivamente morto. Per scrivere questo libro ho fatto molto ricerche anche su lui, scoprendo, ad esempio, la sua passione per le moto d’acqua e per il sushi ma soprattutto che ha rapito Choe Eun-hui, una star del cinema sudcoreano, e Shin-Sang Ok, il suo consorte nonché apprezzato regista. Li imprigionò a Pyongyang per due anni fin quando non hanno accettato di girare la versione comunista di Godzilla, Pulsagari. Ecco, se dovessi immaginare un dittatore capace di rinchiudersi in un bunker e da lì sotto, osservare il regno del figlio, Kim Jong-un, questo sarebbe senz’altro Kim Jong-il».

Cosa l’ha colpita di più della Corea del Nord?
«In Corea del Nord nessuno si può permettere di essere ironico. Non ci sono sottintesi in quello che ci si dice. Non esistono librerie e nessuno legge libri da sessant’anni. Esiste una sola storia ufficiale e nessuno dei 24 milioni di abitanti della Corea del Nord, sa cosa accada nel mondo, là fuori. Sanno solo quello che gli raccontano e ogni casa ha una radio accesa e sintonizzata su una frequenza che trasmette continuamente i messaggi de “il caro leader” e chi la spegne… rischia guai seri».

C’è una famosa immagine della Corea del Nord vista dal satellite e praticamente al buio cui fa da contraltare quella della Corea del Sud e degli Usa in un tripudio di luci. C’è una lezione che il mondo occidentale dovrebbe apprendere?
«Fa davvero impressione vedere cosa sono costrette a fare le persone pur di sopravvivere in Corea del Nord. Vivono in enormi stanzoni con una minuscola lampadina, costretti a conservare persino le proprie feci per poterle riutilizzare come fertilizzante. Anche in Corea del Nord ci sono scale mobili nei musei ma mi ha colpito il fatto che appena arrivati in cima, si debba premere un interruttore per disattivarle. Non posso non pensare alle nostre scale mobili, che girano e girano a vuoto e mi chiedo a cosa serva tutto questo spreco di energia, a cosa serva tenere accese tutte le luci per brillare persino dallo spazio…».

Francesco Musolino®
Fonte: La Gazzetta del Sud – 11 luglio 2013

Mikael Niemi: possiamo essere eroi o egoisti

945376_10200901687561012_125266687_n-500x314Tutti vorrebbero essere degli eroi, capaci persino di mettere a repentaglio la propria vita per aiutare il prossimo ma dinnanzi al pericolo, ciascuno fatalmente mostra la propria vera natura. E spesso il risultato finale non è degno di elogi pubblici. Da questo spunto sulla condizione umana, sulla distanza che separa la nostra indole dalle nostre rosee aspettative, prende avvio La Piena (Iperborea editore, pp. 352, €16.50), il nuovo e avvincente libro di Mikael Niemi. L’autore in questione è una delle voci più importanti del mondo letterario svedese, ha esordito in tenera età passando dalla poesia ai racconti ma il successo è arrivato con il romanzo generazionale “Musica rock da Vittula” che ha sfiorato il milione di copie, rendendolo celebre a livello internazionale. Ne “La Piena”, Niemi – che da sempre abita a Pajala, una cittadina con meno di 2000 anime – ha voluto ambientare il crollo di una serie di dighe, una vera e propria catastrofe ambientale con cui dovranno fare i conti i suoi venti personaggi, le cui vicende si intrecciano pagina dopo pagina, in bilico fra egoismo, altruismo, istinto di sopravvivenza, buoni propositi e rimpianti. E alla fine, una volta chiuso il libro, non puoi non chiederti cosa faresti al posto di quei personaggi mentre una montagna d’acqua ti insegue risucchiando e distruggendo tutto…

L’intervista integrale sul blog Ho un libro in testa

Jöel Dicker: «Nel Paradiso degli scrittori tutto è possibile»

155150343-33817382Che fine ha fatto Nola Kellergan? Chi ha ucciso la quindicenne d’America? Eccezion fatta per l’“Inferno” di Dan Brown, il libro del momento è senza dubbio “La verità sul caso Harry Quebert” e pensare che il suo autore, il 27enne ginevrino Jöel Dicker, si era concesso un altro tentativo con la scrittura prima di cambiare strada. E invece il suo libro ha da poco sforato il milione di copie vendute – già premiato con il prestigioso Grand Prix du roman de l’Académie Francaise e in corso di traduzione in 25 paesi – in Italia è edito da Bompiani che punta forte su questo libro ambientato nella provincia americana con un esordio che rievoca le atmosfere di Truman Capote in “A sangue freddo”. Ma il suo vero punto di forza è uno stile narrativo simile a quello di una serie-tv americana di successo, capace di mescolare atmosfere thriller, dialoghi reali e una buona dose di humour pungente.  Il protagonista del libro, il talentuoso scrittore di successo Marcus Goldman, afflitto dal blocco della pagina bianca, decide di tornare dal suo maestro, il romanziere di successo Harry Quebert ma ben presto si troverà invischiato in un’indagine di omicidio in cui l’unico indiziato della morte della giovane Nola sarà proprio l’amico Harry. Una storia d’amore proibita, un editore senza scrupoli, un mucchio di segreti inconfessabili ma impossibili da proteggere sono gli ingredienti di una storia sempre in bilico fra verità e menzogna, in cui nulla è come sembra.

Il suo libro è il caso letterario del momento. E’ vero che aveva intenzione di smettere?

«Questo è il mio sesto romanzo. I precedenti cinque erano stati tutti rifiutati per cui, quando ho cominciato a scriverlo, ho semplicemente pensato che se anche questo sarebbe stato rifiutato avrei cercato altrove la mia strada».

Si muove di continuo fra verità e menzogna, in un gioco degli specchi ma com’è nata l’idea del libro?

«Ho cominciato a scrivere con l’idea di parlare del New Hampshire e da lì ho iniziato ad immaginare il rapporto fra Marcus e Harry che, evolvendosi, mi ha spinto a chiedermi cosa fossero verità e menzogna, in che rapporto si muovessero. Ma non avevo nessuna idea precostituita a riguardo. Mi sono messo a scrivere e in questo senso ogni giorno era una scoperta».

Il rapporto fra maestro e allievo si esplica in delle significative lezioni di scrittura che aprono ciascun capitolo. Come sono nate?

«Viene tutto dalla mia fantasia. Un libro che parla di un altro libro mi permetteva di inserire dei consigli di scrittura; in tal modo potevo definire meglio il rapporto fra Harry e Marcus e al tempo stesso introdurre il capitolo».

Va giù duro con Barnasky facendogli incarnare l’editore pronto a tutto pur di incassare profitto e produrre utili.

«Volevo mettere sotto la lente d’ingrandimento il mondo delle aziende e criticare quegli imprenditori, grandi o piccoli non importa, completamente prigionieri di una spirale in cui contano solo il bilancio, gli utili e la spasmodica ricerca del profitto. Al punto che non importa cosa producono, l’importante è che li faccia guadagnare».

images (9)Scrive che “La malattia degli scrittori è non voler più scrivere senza riuscire a farlo”. Pensa che Philip Roth riuscirà a smettere?

«Conosco la sua storia e il suo proposito ma non sappiamo se ha smesso davvero di scrivere. Voglio dire, magari non pubblicherà più nulla di nuovo e il suo lavoro non sarà più accessibile al pubblico ma è cosa ben diversa dal riuscire a smettere tout court».

In linea con i grandi maestri della letteratura americana come Ernst Hemingway e Jack London, ha associato la scrittura al pugilato. Cosa hanno in comune?

«Si tratta in entrambi i casi di una dura lotta contro se stessi, una battaglia personale, esclusivamente personale, che ha senso solo per chi la compie. Guardando il pugilato ci si può domandare che senso abbia farsi prendere a pugni in faccia ma per il pugile il combattimento ha un senso profondo. Per la scrittura vale il medesimo discorso. Ad un certo punto ti chiedi se il libro piacerà o meno ma la cosa più importante è mettersi alla prova e lottare contro se stessi».

Per Mallarmé tutto il mondo è fatto per finire in un bel libro e lei fa dire ad Harry che solo la scrittura può donare senso alla vita stessa. Per lei la scrittura e la vita in che rapporto sono?

«Per Marcus e Harry solo la scrittura può donare senso al caos delle loro vite ma non è così per tutti chiaramente. Per quanto mi riguarda, io scrivo per realizzare me stesso, per cercare di superarmi e trascendermi. Oggi viviamo in un mondo allarmante e allarmista in cui manca del tutto la proiezione del futuro per la nostra generazione. Ai nostri genitori dicevano di guardare con speranza nei tempi a venire ma noi proprio non possiamo permettercelo e proprio per questo io intendo scrivere. Per lasciare qualcosa di me».

Lei come se lo immagina il paradiso degli scrittori?

«Bella domanda (ride). Lì tutto è possibile, proprio per questo è il Paradiso».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Giancarlo De Cataldo: «Il proibizionismo ha fallito».

de-cataldo4Dopo aver narrato la nascita, la presa del potere e la drammatica fine della Banda della Magliana in “Romanzo Criminale”, Giancarlo De Cataldo – magistrato d’origini tarantine, drammaturgo e scrittore di successo ad ottobre tornerà in libreria per raccontare la cruenta vita criminale romana dei giorni nostri, in coppia con Carlo Bonini. In attesa della sua nuova fatica letteraria De Cataldo ha risposto alle nostre domande riguardo “Cocaina”, il progetto editoriale tutto italiano che ha riunito in pagina altri due grandi narratori nostrani – Massimo Carlotto e Gianrico Carofiglio (edito da Einaudi). Ma, da uomo di legge (De Cataldo è Giudice di Corte d’Assise) ha detto la sua anche in merito alla questione carceri e alle spinte di parte della società civile riguardo la depenalizzazione e la legalizzazione delle droghe. Toccherà proprio a De Cataldo inaugurare la quarta edizione di “A tutto volume”, la festa dei libri che si terrà a Ragusa dal 14 al 16 giugno, diretta dallo scrittore e giornalista Roberto Ippolito e concepita dalla Fondazione degli Archi.

L’idea di questo libro a tre voci è nata proprio da lei. Com’è stato lavorare con Carlotto e Carofiglio?

«Io amo molto il gioco di squadra, specialmente quando si gioca ad alto livello… qualcuno ci ha definiti, scherzosamente, i cocainomani. Qualcun altro i tre tenori, o Crosby, Stills&Nash… Sono amico di Carlotto e Carofiglio da tempo, apparteniamo, ciascuno a suo modo, e nel rispetto delle peculiarità dei singoli, a una “banda” di autori che amano confrontarsi con la realtà, estraendone magari linee metaforiche che vanno oltre la mera riproduzione della stessa. Soprattutto, ci stimiamo reciprocamente: era naturale incontrarsi per questa riflessione letteraria sulla cocaina».

Oggi cosa rappresenta la cocaina? 

«La cocaina rappresenta in forma concreta e simbolica allo stesso tempo l’abbattimento dei confini fra lecito e illecito, fra economie legali e criminali, fra classi sociali – ovviamente, quanto ai modelli di comportamento, e non certo sul piano delle differenze di reddito, che permangono e tendono anzi a crescere a dismisura. Se dovessi sintetizzare, direi che un tempo Scarface sognava di diventare come noi, mentre oggi molti di noi, e con sempre maggior frequenza, si comportano come Scarface».

Com’è cambiato, nel tempo, il suo impatto sulla società? Oggi non è certo più la droga dei ricchi, degli yuppies…

«Certo. E’ una droga trasversale, che fende le classi. Ciascun consumatore ne adatta poi l’uso alle sue esigenze: c’è chi la usa per sballare, chi per condire la serata in modo pepato, chi per lavorare di più, chi per tirare avanti (droga consolatoria, la definisce Massimo nel suo racconto, e Gianrico ce ne racconta, da par suo, l’effetto contagioso, inscenando una storia di passione e perdizione della quale la coca è il vettore principale). Anche la coca è liquida, globalizzata, parcellizzata».

Infine, com’è nata l’idea per il suo racconto? come ha scelto il suo punto di vista per narrare questo fenomeno?

«Il mio punto di vista è quello della “roba”. La seguo da quando è foglia di una pianta in sé innocente, usata da millenni dai contadini  per alleviare la fatica, a quando diventa denaro: è un percorso dal concreto (la materia prima) all’astratto (il valore di scambio), e l’idea di fondo è che a ogni passaggio di mano quelli che ne controllano il traffico ci guadagnano qualcosa, e quelli che la usano ci perdono il corrispondente».

Da uomo di legge come legge i dati di detenzione? Sono sempre più alti in termini percentuali i casi di detenzione per spaccio: sarebbe favorevole a pene alternative come auspicava il ministro Cancellieri?

«Il ministro Cancellieri si è affacciata all’universo carcerario e ha immediatamente respirato quell’aria terribile che da anni angoscia quelli che se ne occupano per mestiere, o che, come me, avendoci lavorato una volta, sono rimasti legati a quel settore. La Cancellieri afferma che occorre sicuramente fare qualcosa di ancora più radicale per la decarcerizzazione, e poi aggiunge: sarà difficile, ma c’è un sentimento diffuso in tal senso. Ecco, mentre sono d’accordo sulla prima parte, sulla seconda, purtroppo, dissento. Bisogna fare di tutto perché il carcere sia limitato ai casi che non si possono risolvere altrimenti, e che sia un carcere che redime e rieduca, e non un girone infernale che fortifica i delinquenti. Ma l’opinione pubblica, temo, va da tutt’altra parte».

Ovvero?

«Intanto, bisogna avere l’onestà di riconoscere che se le carceri italiane scoppiano è grazie a un certo numero di leggi approvate negli ultimi anni. Le maggioranze politiche che si sono succedute, con qualche differenza peraltro, hanno lavorato su tre direzioni: annullare o comunque limitare fortemente la discrezionalità dei giudici, rendere il processo penale una corsa ad ostacoli, introdurre sempre nuove forme di reato agitando come spauracchio (o feticcio) le pene. Il risultato è la situazione attuale: un processo sovente kafkiano, reati (come quello di clandestinità) che la Comunità internazionale ci ha severamente contestato, carceri che scoppiano di poveracci. Se non si ha l’onestà intellettuale di riconoscere tutto questo, non si possono studiare i rimedi corretti, e non si va da nessuna parte. In secondo luogo, l’invocazione di “penalità”, cioè nuovi reati e pene più severe, è un mantra che attraversa trasversalmente le componenti ideologiche del nostro Paese. Destra e Sinistra hanno ciascuna i propri miti e i propri punti di riferimento: per la Destra, la sicurezza e la proprietà, da cui le proposte di legge contro i soggetti pericolosi (stranieri, gruppi antagonisti, ecc.), l’aumento della recidiva, ecc. La Sinistra tuona contro le rendite, i delinquenti in guanti gialli, il razzismo, le violazioni dei diritti civili: da cui proposte di legge per inasprire le pene per i reati finanziari, introdurre il reato di tortura, aggravanti speciali ecc. ecc. Ognuno ha diritto di pensarla come gli pare sulla sostanza di tutto questo, ma resta il fatto che su una cosa sono tutti d’accordo: nel chiedere costantemente più reati e pene più severe. Come questo orientamento egemone nella società si possa conciliare con le sacrosante preoccupazioni della ministra Cancellieri è tutto da vedere».

Più in generale, crede che la legalizzazione delle droghe leggere e pesanti potrebbe essere la soluzione definitiva, tanto per la lotta alla criminalità organizzata che per un controllo sul consumo effettivo?

«Di certezze, in questo campo, ne esiste solo una: che il proibizionismo ha fallito, il consumo di droghe aumenta, i reati connessi pure. Si deve partire da qui per inventarsi strategie differenti e differenziate. Non credo che legalizzare farà finire il consumo, ma probabilmente lo renderà più controllabile e, in potenza, socialmente meno devastante di quanto l’attuale assetto probizionistico l’ha reso».

Ci vuole anticipare a cosa sta lavorando?

«In ottobre dovrebbe uscire un romanzo a quattro mani con Carlo Bonini, l’autore di Achab. Una storia sulla Roma criminale di oggi. Di più meglio non dire».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud