Lisa Edelstein: «Ricordatevi sempre che siete unici»

TAORMINA. Attesissimo, si è svolto stamane l’incontro con l’attrice statunitense Lisa Edelstein. Bellissima ed elegante, la Edelstein – protagonista di Dr. House nei panni della dr.ssa Cuddy – aveva già attirato l’attenzione dei paparazzi giunti numerosi nella perla jonica e stamane, nell’incontro condotto dal direttore artistico del Taormina Film FestivalMario Sesti, ha colpito il numeroso pubblico di appassionati e studenti “Campus”, predicando semplicità, impegno e divertimento, tanto nel lavoro che nella vita privata. Il fatto che l’attesa fosse grande è testimoniato dal fatto che Lisa Edelstein è stata protagonista per la prima volta di un incontro con collegamento internet in tempo reale con community di appassionati che sono intervenuti con domande e curiosità. Ma c’è stato spazio anche per sottolineare l’impegno civile dell’attrice, schierata a favore dell’aborto e dei diritti delle donne, degli omosessuali e dei transgender.

Che rapporto hai con la celebrità?

«Non mi reputo famosa. Ho sempre voluto fare l’attrice, sin da quando ho memoria e aver partecipato al Dr. House è stata davvero una grande opportunità. La celebrità non è un mio obiettivo, piuttosto lo considerato un frutto del lavoro. Meglio fare ciò che piace senza pensare al successo che potrebbe scaturirne».

Con la dr.ssa Cuddy hai raggiunto una grande popolarità. Qual è il suo punto di forza?

«E’ una donna potente e coraggiosa, veste sempre in tailleur e ha molte responsabilità. Eppure non vuole rinunciare all’amore né alla maternità. Perché dovrebbe del resto? Ma vorrei che si divertisse di più…».

La dr.ssa Cuddy e House hanno, da subito, un rapporto di amore/odio. Difficile tenere alta la tensione nelle varie serie?

«Sono convinta che le serie tv ambientate in ospedale abbiano grande successo perché si muovono sempre sulla dualità vita/morte e per tale motivo tutti i personaggi guardano la vita in modo diverso, più profondo. Il rapporto con House è ricco di problemi e alti e bassi, certo, ma è una relazione coraggiosa che ha dato una svolta alla serie».

E il tuo rapporto personale con Hugh Laurie?

«Ci rispettiamo molto e questo permette di recitare e stare sul set in modo naturale. Hugh sostiene molto non solo me ma l’intero cast e l’ho sempre sentito dalla mia parte».


Ma perché sei uscita da Dr.House? Anche la serie ne ha risentito…

«E’ stata una scelta necessaria, personale, dolorosa anche. La vita e il lavoro non dovrebbero incrociarsi e quando accade…bisogna agire subito».

I protagonisti delle serie tv pluri-stagionali rischiano di venire identificati con il proprio alter-ego sullo schermo. Accade lo stesso per te?

«Non credo sia affatto un problema ma so che per alcuni è così. Dopo Dr. House ho recitato in The Good Wife ed è stato fantastico e ora sto anche scrivendo un pilot per la tv ma chissà se si realizzerà».

Sei molto impegnata a livello civile per diverse cause come l’aborto e i diritti delle donne. La FOX ti ha mai ostacolata?

«Assolutamente. La FOX è di destra ed è cosa risaputa ma mi hanno sempre lasciata libera di svolgere le mie campagne mediatiche in favore dell’aborto, dei diritti per le donne, dei gay e dei transgender. Un microfono acceso, oggi, dà incredibili opportunità di diffondere un messaggio e questa potenza mediatica credo che debba essere utilizzata nel miglior modo possibile».

Infine una curiosità: il tuo sorrisetto laterale è ormai celebre. Ti sei allenata a lungo?

«No (ride) è totalmente naturale!»

Francesco Musolino

Philippe Djian: «I giovani hanno voglia di vendicarsi»

Vendette (Voland edizioni; pp. 160), il nuovo romanzo di Philippe Djian è un libro lacerante, tanto da riuscire a farsi beffe del moralismo dominante nella società borghese non solo francese, capace di mostrare con chiarezza che le passioni, le emozioni, benché sopite sono ancora fortemente radicate nell’animo umano e possono irrompere nella vita quotidiana con un impatto devastante, facendosi beffe delle etichette sociali, travolgendo persino le amicizie più salde nel tempo, apparentemente granitiche. 

Djian – già autore di 37°2 al mattino, Imperdonabili Incidenze (tutti editi da Voland) – rende un esplicito tributo a Teorema di Pasolini con un romanzo che ci mette di fronte al dolore per la prematura perdita del proprio figlio che attanaglia Marc, scultore contemporaneo di grande successo, nella Parigi dei giorni nostri. Il baratro per la perdita e dell’autocommiserazione nel quale piomba rapidamente, renderà impossibile la sopravvivenza della sua storia d’amore con Élisabeth, decisa a non sopportare più il fardello del lutto. A quarantacinque anni, Marc piange Alexandre, il proprio figlio suicida, potendosi appoggiare solo sulla spalla di Michel e Anne, i suoi amici di sempre con i quali condivide un passato di azioni politiche ben poco ortodosse. Ma un giorno, nella sua vita piomba Gloria, la ragazza di suo figlio e Marc, sorprendendo tutti persino se stesso, la accoglie in casa. Una giovanissima, affascinante, imbronciata e incazzata lolita, viene ospitata in casa del padre del proprio ex e Marc, donnaiolo con una passione per la coca e l’alcool, è indeciso se questa sia una possibilità di redenzione o un castigo divino…

Qual è il suo personale rapporto con la vendetta?

«L’idea che sta alla base del romanzo è affrontare la vendetta e il perdono, anche se non li ho mai studiati in modo preciso. Un modo di analizzare questi sentimenti forti, che quando vengono interrotti portano alla rottura di legami. Io credo che sia meglio un legame violento piuttosto che non avere legami. I giovani hanno voglia di vendicarsi e questo è quello che prova Gloria, vuole portare il caos, come in Teorema di Pasolini ma al contrario».

Gloria afferma che il perdono è impossibile. Crede che il perdono sia possibile o che sia solo una facciata necessaria per la convivenza pacifica?

«Se dice che il perdono serve non è certo per ottenere un ambiente pacifico in cui vivere. Non c’è redenzione, ma piuttosto un’attitudine generale, non solo generazionale, verso un sentimento molle. Certamente non è bello basare le relazioni su questo tipo di sentimenti. Non è così semplice quando ti macchi di una qualsiasi colpa, venire perdonato. Se ti rompi una gamba, poi si aggiusta, ma resta sempre un punto debole. Gloria sa che deve vendicarsi e questo la tiene in vita, mentre il figlio di Marc si uccide, o forse è il suo modo di vendicarsi».

Qual è il suo rapporto con l’ispirazione letteraria? La attende o la insegue?

«Non esiste l’ispirazione, per fare della letteratura non si aspetta la grazia. La scrittura è un lavoro, bisogna scrivere, riscrivere, limare continuamente. L’ispirazione c’è solo nei film. Secondo me l’ispirazione non è una cosa da bravo scrittore».

Élisabeth dice a Marc che lasciarsi andare al dolore del lutto è inutile. Non le pare che l’elaborazione del lutto spesso sia più necessaria per la collettività, piuttosto che per chi ha subito la perdita?

«Non lo so, lei gli rimprovera che lasciarsi andare alla pena e alla tristezza è un modo di non affrontare il vero dolore. A volte si sviene per non affrontare il dolore. Ma il dolore del lutto è per chi resta, e per Marc sta nell’autoimpietosirsi che è quello che Elisabeth gli rimprovera».

Spesso si dice che l’opera d’arte sia un perfetto modo per scampare alla mortalità eppure le opere d’arte di Marc sembrano destinate all’autodistruzione. Crede nel potere salvifico dell’arte?

«No, appunto Marc sostiene il contrario e io penso lo stesso. Marc è un creatore che sa che il suo lavoro si distruggerà. Se credo che l’arte abbia un potere salvifico? No, non ce l’ha. Io non scrivo per essere salvato».

Leggendo “Vendette” si ha la sensazione che da un momento all’altro scopriremo tutto su Gloria, sul suo modo di fare e sulle sue misteriose compagnie. Al contrario lei sceglie con coraggio di mantenere molti punti interrogativi senza il classico punto di vista onnisciente.

«Penso che non c’erano dei lati della personalità di Gloria che mi interessassero tanto. Lei riesce a rompere l’amicizia tra i tre, poi finisce massacrata ma da un personaggio che non c’entrava niente con loro, in tutt’altra situazione. Gli altri suoi coetanei sono come dei suoi cloni con cui Marc non riesce neanche a comunicare, non parlano neanche la stessa lingua. È la ragazza alla fine che dice a Marc di andare dal suo amico, quindi anche se non c’è più Gloria lo stesso sentimento viene portato avanti perché le armi di Gloria e dei suoi amici sono più forti, come in Teorema il meccanismo è inesorabile».

Infine le giro una considerazione che Anne rivolge a Marc: fare sesso orale è tradire?

«Ma cosa vuol dire tradire? Negli Stati Uniti c’è stata tutta una teoria Clinton sulla differenza del sesso orale… Ma cosa vuol dire tradire. Fai male all’altro? no. Tradire è andare a denunciare un ebreo ai tedeschi. Se pensi che tradisci, allora tradisci. Ci sono a volte sguardi che tradiscono di più. Ti rendi disponibile all’altro e quindi già tradisci. Quando ero giovane ero molto geloso, certo non mi piace pensare che la mia compagna stia con un altro…

Francesco Musolino

Fonte: Satisfiction

Manlio Sgalambro: «La scrittura è la mia psicanalisi»

sgalambro3In un’elegante e sobrio appartamento nel centro di Catania, incontro il noto filosofo, scrittore e poeta Manlio Sgalambro. Camicia bianca abbottonata sino al colletto e un gilet nero pendant con i pantaloni, ci accoglie dinnanzi ad un lungo tavolo ingombro di fogli d’appunti, moltissimi libri e plichi postali, su cui si trovano anche due computer portatili: “prima scrivevo solo a penna ma ora lavoro anche al pc ma – aggiunge – quello che utilizzo non è connesso ad internet”. In attesa dell’autunno, quando uscirà “Apriti Sesamo” – il nuovo album di Franco Battiato con cui collabora sin dal 1993 – Sgalambro ritorna in libreria con “Della Misantropia” (Adelphi, pp. 120 euro 10) dove ha indagato lo stretto legame che essa intrattiene con la filosofia stessa, cui l’autore ammette d’aver dedicato l’intera vita, senza rimpianto alcuno. A dispetto della vis dei suoi scritti, Sgalambro (nato a Lentini, nel 1924) sfoggia una calma serafica, merito, a suo dire, dello sfogo concessogli dalla scrittura…

Lei scrive che la misantropia è intimamente connessa alla filosofia. Perché, sino ad oggi, non era stato trattato questo legame?

«Le idee, nell’accezione platonica, nascono da un forte distacco dalla realtà, un momento di forte contrapposizione che possiamo definire misantropico. La difficoltà sta nel fatto che un pensatore accademico e pacato, non può cogliere questo momento d’odio per la realtà che coglie la fecalità dell’uomo».

Afferma che la psicologia la ripugna come guardare dal buco della serratura.

«L’ho scritto e lo confermo. Detesto chi si conosce, anzi, io non mi conosco affatto. Se dovessi bestemmiare, direi che la scrittura è la mia psicanalisi».

A proposito, colpisce la contrapposizione fra la forza dei suoi scritti e la sua figura sobria e serena. Merito proprio della scrittura?

«Certamente la scrittura è capace di dare fuoco alle polveri. Come ammoniva l’ars poetica di Aristotele è possibile anche liberarsi dalle passioni e così io mi libero dall’odio scrivendone. In tal modo il mio lato misantropo mi ha lasciato più quieto».

Non si iscrisse alla facoltà di filosofia, piuttosto la studiò da autodidatta. Perché?

«Mi iscrissi a giurisprudenza ma prima diedi un’occhiata alla facoltà di filosofia e lì vidi un uomo malinconico, estraneo a tutto e dissi all’amico con cui ero, “ecco un filosofo”. Ma lui replicò, “no, ha saputo che sua moglie l’ha tradito”.

Praticamente tutti i suoi libri sono editi da Adelphi. Perché scelse questa casa editrice?

«Mi indirizzai a loro con decisione perché i loro libri erano i più puri, i più avulsi da altri interessi. Inviai il manoscritto, avevo 55 anni e dopo due anni di silenzio mi chiamò Roberto Calasso e mi disse che le mie idee sulla pagina “non erano solo mature ma marcie”. Poco dopo uscì “La morte del sole”, il mio primo libro con Adelphi cui seguirono tutti gli altri».

Lei si è sempre schierato contro l’antimafia intellettuale propria di Sciascia e Fava. Conferma tutto?

«Senza dubbio, poiché costoro operavano solo con un tratto di penna, facendo il bene astratto e il male concreto. Ovviamente la lotta sul terreno contro la parte necessaria della mafia, quella condotta da Falcone e Borsellino, era cosa ben diversa. Viceversa questi intellettuali antimafiosi avevano perso di vista la realtà di fatto e non tenendo conto dei limiti del territorio, hanno contribuito ad un regresso, credo non momentaneo, della Sicilia. Del resto quando si tornano periodicamente ad esaltare le pagine di Leonardo Sciascia o Claudio Fava relativi a tali temi, si fa sfoggio della retorica tutta siciliana, in cui trionfano gli ideali del “non volere”, affini alla sua natura intimamente vegetativa e nirvanica».

Il libro si conclude con una presa di coscienza, “io mi possiedo”. Ovvero?

«Io posseggo delle idee, per cui non mi riferisco a me stesso soltanto dicendo “sono” ma anche e soprattutto “ho”. Le idee sono il mio patrimonio e almeno questo non lo possono tassare».

Le mancano alcune figure siciliane del passato come D’Arrigo e Bufalino?

«Certamente. D’Arrigo era davvero un genio straordinario ma venne lasciato colpevolmente isolato. Oggi invece si preferisce adorare Camilleri che, linguisticamente, è molto più povero e banale. Bufalino era un’altra grande intelligenza. Ricordo che un giorno era accanto a Sciascia e lo ascoltava parlare di mafia. Sulle sue labbra credetti di notare un leggerissimo sorriso, come chi compatisce benevolmente».

La collaborazione con Franco Battiato si rinnoverà?

«Sì, nel prossimo autunno uscirà un nuovo album che dovrebbe chiamarsi “Apriti Sesamo”. Lui non scriveva musica da quattro-cinque anni e sono stato io a convincerlo a farlo, cominciando a spedirgli testi di canzoni dallo scorso maggio. Credo proprio di aver fatto bene».

Vorrei chiederle un’ultima cosa…

«Quando morirò?».

Per carità. Piuttosto lei che idea ha dell’aldilà?

«Cosa vuole che ci sia amico mio? Noi siamo qui e dobbiamo cercare di fare qualcosa. Io ho fatto canzoni, ho scritto libri e mi sono messo un gruzzoletto da parte. Mi piacerebbe seguire le sorti di Kierkegaard il quale stabilì che la sua morte dovesse avvenire nel momento in cui liquidava l’ultima moneta del suo patrimonio. E fu proprio quello che avvenne».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Marcello Fois: «lo strazio è la maledizione e la benedizione delle isole»

marcello-foisNel lontano 1943, Vincenzo Chironi mise per la prima volta piede in Sardegna, finalmente abbastanza risoluto per andare alla scoperta della propria identità. Il protagonista di “Nel tempo di mezzo” (Einaudi, pp.363, euro 20), il nuovo romanzo di Marcello Fois – apprezzato scrittore di lingua madre sarda – è un uomo che ha deciso di abbracciare le proprie radici, finendo catapultato in un macrocosmo, un’isola sconosciuta, “una zattera in mezzo al Mediterraneo”. Dopo il successo di “Stirpe”, Fois riprende a narrare l’epopea della famiglia Chironi, conducendoci dal ‘43 sino agli anni di piombo del ’78, da cui ripartirà il terzo ed ultimo capitolo. Fois – già finalista del premio Campiello – fa parte della rosa dei magnifici cinque che si contenderanno il premio Strega: “Questa edizione dello Strega è davvero ricca di ottimi scrittori. L’appoggio della casa editrice è stato determinante, poiché mi ha testimoniato quanto credessero nel mio libro, frutto di anni di lavoro”.

Il tema fondante del suo libro è il viaggio intrapreso alla ricerca dell’identità. Perché la memoria, soprattutto il suo riscatto, è uno dei cardini della letteratura?

«Perché offre una visuale a metà tra la propria esperienza personale e quella di tutti. La memoria diventa letteratura solo a patto che abbia la possibilità di essere condivisa anche da chi non l’ha vissuta allo stesso modo. Direi che il cardine di questo processo è la parola condivisione: una storia deve passare dall’autore al lettore senza che quest’ultimo si senta un ospite o, peggio, un intruso. Quanto all’identità, a me personalmente quella parola non piace, preferisco “appartenenza” che sfugge alla casualità anagrafica e rappresenta una scelta: Vincenzo, il mio protagonista, sceglie di diventare sardo, la sua è una scelta di appartenenza, la sua identità anagrafica sarebbe altrove».

Vincenzo seppe molti anni prima quali erano le sue origini paterne. Perché scelse di andarle a scoprire solo in età matura?

«Proprio perché un’appartenenza si sceglie e quindi ci vuole la maturità, l’attrezzatura, la competenza, il coraggio per affrontarla. Non è semplicemente quanto sta scritto su un documento ufficiale. Non per caso si chiama “carta d’identità”».

Lei è di madrelingua sarda. Qual è il suo personale rapporto con l’italiano?

«É importante parlare più lingue possibile. La lingua madre ha un surplus affettivo e sentimentale che la rende insostituibile, inavvicinabile, ma non può e non deve mai essere confusa con un condimento folk, detesto il pittoresco. Su fatti linguistici cerco di non farmi tirare per la giacca: la mia lingua non si tocca».

Scrive che “lo strazio è la maledizione e la benedizione delle isole”. Perché proprio lo strazio?

«Per quel senso di depressione particolarissimo che caratterizza il fatto di dover abbandonare la propria terra ogni volta che ci si sposta, sette ore di mare non sono poche. Quando si cresce con l’idea che si abita in un luogo che rappresenta tutto lo spazio percorribile, ogni viaggio diventa uno sradicamento. Ho passato la mia infanzia all’interno della Sardegna ogni distanza sembrava infinita e un viaggio anche solo fino a Cagliari sembrava l’estremo dei viaggi, perché oltre non c’era nulla, solo mare… Quella particolare malinconia è quanto io definisco strazio».

A cosa si riferisce quando parla di “tempi esigui”?

«Sono i tempi in cui abbiamo deciso di abbandonare la Memoria e la Sobrietà; quando abbiamo spezzato il contratto col nostro delicatissimo e prezioso territorio in nome del “tutto e subito”; quando anche l’azione politica è diventata un’attività cash, pronto cassa; quando abbiamo deciso che nel paese dell’arte “di cultura non si mangia”… Più esigui di così… Io ho cercato di raccontare quel tempo di mezzo in cui siamo passati dalla coscienza della povertà all’illusione della ricchezza; quando abbiamo cessato di diventare cittadini e siamo diventati solo consumatori; quando da emigranti siamo diventati coloro che rimandano i profughi in mare…»

Come mai ha scelto questo preciso lasso temporale che va dal ’43 al ’78?

«Non cito mai il terrorismo, ma il ’78 è l’anno della morte di Aldo Moro e il ’43 il proverbiale anno della fame. Tra questi due numeri sussiste l’arco della nostra trasformazione genetica come italiani… Dalla rinascita dopo la lotta partigiana alla nuova lotta armata, due fasi sanguinose e intestine. Il resto è stata un’elaborazione ostinata di quell’escalation come i corni di un arco che di volta in volta si avvicinano o si allontanano a seconda delle tensioni. Seguirono gli anni ottanta e poi i deprimenti anni novanta all’insegna della parola senza sostanza, fino ad oggi: anni decisamente esigui».

Vuole anticiparci qualcosa del capitolo finale della trilogia?

«Sarà la saga di Cristian, si intitolerà “La Parola Profonda”, sarà pronto fra un paio d’anni… Ci vuole tempo per provare a scrivere bene».

 Francesco Musolino®

Amélie Nothomb si racconta.

Quando entra in una stanza, con il suo cappello a cilindro di velluto, la celebre scrittrice belga Amélie Nothomb non può davvero passare inosservata. Divenuta presto una vera e propria celebrità letteraria grazie anche alla sua proverbiale prolificità – sta ultimando il suo 75° libro – con Uccidere il padre (Voland), la Nothomb è tornata ai livelli dei suoi più grandi successi (Igiene dell’assassinoStupori e tremori) narrando la storia del talentuoso e irrequieto quindicenne Joe che incrocia il destino del più grande mago vivente, Norman e della sua compagna, Christina. Las Vegas con la sua promessa di fama e successo rimane a lungo un’esca visto che Norman vive nella ben più anonima Reno. Ma parafrasando la sua scelta controcorrente e di basso profilo, la Nothomb conclude che il Papa non possa essere una persona perbene proprio perché continua a risiedere nel Vaticano. Uccidere il padre, grazie ad una scrittura pungente e ad una arguta ironia si rivela un romanzo distillato da sorseggiare con cura o da ingollare d’un sorso, lasciandosi travolgere dal fascino della magia e dal demone del fuoco, dal continuo gioco fra controllo e abbandono, fedeltà e tradimento su cui ruota questo romanzo. E infine, come una perfetta illusionista, la Nothomb ci riserva anche un colpo di scena degno di nota. Chapeau.


Amélie, qual è stata la scintilla che ha dato il via al suo ventesimo romanzo?

Questa storia è nata grazie alla frequentazione dell’ambiente dei maghi, che risale a dieci anni fa. Pensavo mi avessero avvicinato per via del cappello che indosso e invece ho scoperto d’essere la lettura preferita dei maghi e, nel tempo, ho potuto frequentarli e conoscere e apprendere il loro ambiente. Il personaggio di Joe Whip è un antieroe, uno Iago moderno.

Com’è nato questo quindicenne?

Ha visto bene, sarebbe perfetto nei panni di uno Iago contemporaneo. L’ambiente dei maghi è stato lo sfondo ideale ma per scrivere sono tornata indietro sino ai miei quindici anni e vi garantisco che quella è un’età folle, in cui si può fare davvero di tutto, si può diventare ladri, scrittori o assassini.

Perché l’affascina tanto la magia?

La magia ha un fine generoso perché pone nell’altro il dubbio sulla realtà e proprio per questo c’è un forte legame con la vera letteratura.

É andata davvero al festival Burning Man?

 Certamente! Sono andata all’edizione del 2010 con molto scetticismo ma ne sono rimasta sbalordita. È un’utopia che funziona da vent’anni, una vera magia: una città che compare all’improvviso divenendo meta per circensi d’ogni tipo, per poi scomparire nella polvere del deserto. Dopo esserci stata ho pensato che ne dovevo scrivere, per i terrestri. I fire-dancer di cui scrive sono in qualche senso dei maghi, sempre in bilico fra pericolo e controllo? I più grandi maghi sono proprio loro, perché scendono a patti con il fuoco, lo dominano ma sono continuamente in pericolo. Li ammiro perché rischiano la vita eppure non lo fanno per i soldi ma solo per stupire, per ammaliare il pubblico, specie quello del Burning Man.

In inglese si scrive “fire-dancer”, in francese “danseur de feu”: non è affatto la stessa cosa..

Sì è vero, perché in francese si aggiunge un complemento che trovo superfluo. Non ho una particolare ammirazione per la lingua inglese ma in questo caso dà vita ad un’espressione molto più forte, lascia che le parole cozzino fra loro e diano vita a delle scintille. In francese c’è troppa struttura, come nella traduzione italiana e invece, bisogna lasciare che il fuoco possa danzare. Anche con le parole.

Alla fine Christine cede a Joe ma Norman vorrebbe non provare gelosia. Lei crede sia possibile un amore totalmente libero in una coppia?

 L’amore libero, quello degli hippie, esiste davvero e abbiamo sbagliato a prenderlo in giro, a svilirlo, sia perché non è fallito ma soprattutto perché le alternative successive sono state peggiori. Nel west degli USA ci sono ancora hippie e si tratta di una comunità molto più equilibrata di quanto si creda.

Joe è in cerca di un padre ma la voglia di paternità di Norman può tramutarsi in una ossessione?

Naturalmente non ho un’esperienza personale ma ho osservato che molti padri, semplicemente e in modo assai ingeneroso, non vengono riconosciuti dai propri figli. Credo che si tratti di un tipo di sofferenza prettamente moderno che andava analizzata e questa è stata un’altra delle scintille che ha dato vita al romanzo.

Lei scrive che il Vaticano e Las Vegas sono due luoghi illusori…

Las Vegas e il Vaticano vengono entrambe riconosciute nel mondo per qualità che non rispecchiano. Il Vaticano dovrebbe essere la sede del cattolicesimo e invece vi regna il clero con un potere enorme e molte ombre. Allo stesso modo, Las Vegas è la capitale del gioco ma in realtà è il luogo simbolo della magia. Adoro come questi due posti riescano ad illuderci ogni giorno, celando la propria natura al mondo.

Sta scrivendo il suo 75° libro: che rapporto ha con l’ispirazione?

È verissimo, lo sto finendo proprio in questi giorni. Sorprende anche me questa prolificità ma la mattina, quando mi sveglio, mi ritrovo incinta e devo scrivere. Come se anni fa si fosse aperta una ferita e da allora l’ispirazione è continua. Per fortuna.

Francesco Musolino

Fonte: Satisfiction