Quando crollò l’Euro – il racconto

crollo-a-wall-street1Vi presento il mio primo racconto, pubblicato online sulla rivista letteraria Stilos

Si intitola “Quando crollò l’Euro” ed è stato scritto nel mese di dicembre 2011 (pubblicato il 30 dicembre 2011). Alla luce dei sacrifici richiesti dal governo tecnico e dal futuro a tinte fosche che si profila, forse, potrebbe persino risultare profetico. In ogni caso spero lasci qualcosa al Lettore…

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Da mesi ballavamo sul baratro. Prima ci dissero che potevamo stare tranquilli, che Noi non eravamo mica come Loro. Noi c’eravamo mossi per tempo, Noi avevamo previsto tutto e avevamo i granai pieni e gli argini ben saldi. Ma quando furono costretti ad aprire le bisacce davanti all’Europa, mostrando meno di niente, tutti capimmo. Non c’era più tempo per nani e ballerine, per politica e antipolitica. Chi poté, semplicemente fuggì e gli altri si chiesero «E ora?».

Arrivò Il Professore e tutti giù a togliersi il cappello, che Lui certo avrebbe risolto l’inghippo se non altro perché Lui era Il Professore e certi titoli non vanno solo sulla carta intestata, ti segnano per tutta la vita.
Si presentò con aplomb, occhiali a giorno, chioma canuta e lo charme del nerd. Nessuno rimpiangeva il passato mentre Lui elencava i sacrifici che Noi avremmo dovuto compiere per salvare Lei, l’Italia. Rimpiangevamo solo le illusioni, sanità pubblica e un giorno, la pensione. Bei tempi.
La medicina si rivelò peggiore del male. Nessuno investì più nelle imprese italiane e i buoni del tesoro languivano desolati sugli scaffali dei banchieri, nonostante offerte e promozioni telefoniche degne della Telecom con Ficarra, Picone e anche la Hunziker.
Il Professore però non si diede per vinto, vuoi perché ci credeva davvero, vuoi perché ormai il suo titolo lo precedeva cupamente e così, partirono le missioni.
Negli States, fra una nuova guerra e una social invention, la disoccupazione giovanile era persino in calo ma Noi non avremmo potuto seguirli. Il problema non erano i cervelli fuggiti altrove ma quelli che erano rimasti qui e non potevamo dichiarare guerra a nessuno perché poi non avremmo potuto cambiare schieramento (l’unica tattica militare italiana assodata negli anni, con successo).
La Cina ci ricevette con tutti gli onori però ci fece notare che la colonizzazione non solo era già cominciata ma, fra un involtino primavera cotto in una latta arrugginita, un intimo sintetico e una scarpa senza plantare, era ormai a buon punto. E salutando Il Professore, il Deng Xiao Ping di turno, ebbe cura di passargli un piccolo dizionario di mandarino: «Presto Le servirà», aggiunse.
Alla fine dovette persino andare da quei paesi che, sprezzantemente, abbiamo chiamato per anni Euroscettici, facendoci beffe del fatto che non volessero essere al passo con i tempi dell’economia globale, trattandoli alla stregua di chi preferisce avere nel salone un grammofono impolverato nell’era dell’mp3. Gente delle caverne insomma, questo erano. Così giornalisti e politici ci avevano insegnato a giudicarli, del resto Noi avevamo il grande privilegio di essere fra i membri fondatori dell’UE. Lo ricevettero. Il Professore sembrava stremato fra un viaggio e l’altro per il mondo, con la borsa sempre a piangere miseria. In cuor suo, già meditava.
Andammo a nord e ad est e poi persino dalla Regina madre e non da Carlo o da Pippa. Lo guardarono, lo ascoltarono, annuirono e poi gli dissero tutti, chi più chi meno: «Professore, scusi, ma lei non l’aveva previsto?».
Il Professore si recò, estrema ratio, anche dal Pontefice. «Santità, Lei ha spesso sottolineato che la solidarietà è la virtù cristiana per eccellenza…» – ma Lui intuì, lo interruppe garbatamente e chiamò le Guardie Svizzere per accompagnarlo fuori, sebbene con somma grazia.
«Il giorno che la Chiesa donerà senza chiedere è ancora lontano», disse fregandosi le mani e osservando la (Sua) città dalla finestra.
Il Professore capì la lezione e con i risparmi di una vita – e gli stipendi di senatore, a vita – lasciò Lei, l’Italia, nelle Nostre, di mani.
Avevamo le chiavi di tutta la casa ma nessuno sapeva dove fosse l’interruttore della luce.
E piombò il caos.
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Pochi giorni prima del crollo della zona Euro ci fu persino chi predisse il ritorno al baratto e ovviamente non mancarono quelli che condivisero tutto su Facebook, la tribuna politica degli stupidi. I primi a pagare dazio furono quelli che avevano costruito le proprie fortune sui corsi di formazione europei. Importanti percorsi professionali come operatore di call center o decoratore di vasi scomparvero tristemente nell’oblio. Poi cambiò tutto.
Da un giorno all’altro chi andava a comprare aveva, come il Buddha, delle rivelazioni improvvise.
Che un etto di prosciutto di parma costasse 4,50 € era una cosa risaputa dal 2002. Ma la tiritera che “la qualità si deve pagare” o “meglio non risparmiare sul cibo”, lasciò il posto alla pura rabbia quando venne operata la semplice conversione con la buona e vecchia Lira. Ed ecco che 9 mila lire per quattro fette di maiale sembrarono improvvisamente troppe e fra proteste e sbuffi, i salumieri poterono solo riproporre i cartellini con il doppio prezzo. Sì 4,50 € erano senza dubbio pari a 9 mila lire circa. Eppure nessuno comprava.
Il natale del 2012 era alle porte ma gli alberi restarono nudi, frigoferi e dispense restarono sguarnite.
I ricchi – come sempre – fecero presto a sdegnarsi: «i soldi mica ce li regalano! Li rubiamo magari, ma nessuno ce li regala!».
Persino gli stessi commercianti erano indispettiti gli uni verso gli altri. Così, il gioielliere lasciava il negozio desolatamente vuoto e si beava della folla di ragazzine che protestava e sbraitava per le 41 mila lire richieste per il nuovo, ennesimo, libro di Fabio Volo (certi libri, come le sigarette, vennero giudicati superflui e continuavano ad aumentare di prezzo). Nessuno comprò più nulla ad eccezione del pane, il cui prezzo saliva e scendeva seguendo l’umore delle folle. Il cibo stesso non si vendeva. I camion non scaricavano la merce e in un lampo, si tornò ad una dieta essenziale: pane e incazzatura. E acqua.
In breve scomparvero tutte le pubblicità con scritto “solo a …”, che la stessa parola “solo” faceva incazzare la gente. Ci fu anche una parentesi vandalica ovunque e si sfiorò la fine dello stato civile e poi, piano piano la pizza margherita tornò a costare 5 mila lire, le 500 lire ripreso ad avere un valore e a tutti, improvvisamente, sembrò folle spendere 300 mila lire per un paio di jeans firmati o peggio, 400.
Ma ciò che cambiò davvero dopo il crollo della zona euro e il ritorno della cara e vecchia lira fu il fatto che chi aveva in armadio dei jeans Dolce & Gabbana o un giubbino Blauer da 500 mila lire o una borsa Gucci da un milione di lire, piuttosto che sfoggiare queste cose, le lasciò chiuse negli armadi, al riparo dagli occhi altrui.
Non per paura che le potessero rubare ma per timore di sentirsi dire “davvero hai pagato un milione e cinquecento mila lire per il tuo iPhone?”.
Perché sarebbe stato impossibile non sentirsi dei coglioni.

 

Le “Note Civili” di Claudio Magris

In attesa di un nuovo, immenso romanzo, che tocchi daccapo le indimenticabili vette stilistiche di Danubio, Claudio Magris ritorna in libreria con Livelli di guardia. Note civili (2006-2011) edito da Garzanti. Fedelissimo commentatore del Corriere della Sera da quarantaquattro anni, in questo nuovo libro, Magris presenta al lettore una sua personale selezione di articoli scelti con progressione cronologica a partire dal 22 giugno 2006, cui aggiunge anche due testi inediti quali il discorso tenuto al Quirinale il 27 gennaio 2009, in occasione della Giornata della Memoria, Gli ebrei parlano a nome di tutti, e il discorso tenuto a Francoforte in occasione del conferimento del prestigioso “Friedenpreis des Deutschen Buchhandels”, il 18 ottobre dello stesso anno, Guerre vere e false paci.

Si evince subito come i testi proposti non siano una semplice raccolta quanto, piuttosto, un ricco mosaico dove una tessera richiama e si incastra alla perfezione con la successiva. In tal modo il lettore, andando a ritroso nelle pagine e così negli anni, potrà riscontrare la lucidità e talvolta la chiaroveggenza dell’intellettuale triestino che non lesina giudizi contro l’incompetenza della classe politica odierna, il travalicante populismo e la folle minaccia secessionista. In queste dense pagine che trattano temi e concetti universali – come la follia della Shoah e la necessaria difesa della Carta Costituzionale – trovano spazio anche piccoli fatti quotidiani mediante i quali l’autore denuncia esplicitamente l’odierno disprezzo per la cultura o la violenza verso i più deboli e qui, ancor più che altrove, Magris si sofferma mettendo da parte il suo pungente humour mitteleuropeo per indurre il lettore a riflettere sul degrado della res publica e sui nostri costumi che hanno ormai travalicato i livelli di guardia.

L’indipendenza, prima di tutto intellettuale di Magris, si palesa in prese di posizione scomode ma necessarie e così ne “Il sorriso del terrorista” non lesina sdegno contro terrorista Cesare Battisti, che gode della «solidarietà di clan di alcuni letterati in quanto autore di romanzi» ma, prosegue Magris, «se qualcuno scrivesse un capolavoro immortale (non sembra il caso di Battisti) e commettesse un assassinio dovrebbe finire in galera come chiunque altro».

Claudio Magris, Livelli di guardia. Note civili (2006-2011), Garzanti Libri, Pp. 208, Euro 18

Fonte: Settimanale “Il Futurista” – dicembre 2011

Maria De Filippi, ti prego, fammi diventare famoso!

Ammetto che appena ho tirato fuori dalla busta il libro di Emanuele Kraushaar e ho visto il faccione di Maria De Filippi campeggiare in copertina, ho avuto un piccolo mancamento. Quella foto iper-patinata, vista e rivista (paradossalmente potrebbe essere persino inedita), sarebbe stata a suo agio sulla copertina di Chi o di qualche altro settimanale di gossip da parrucchiere di provincia (le signore impellicciate preferiscono Vogue o magari Vanity) ma trovarla sulla copertina del terzo libro della collana Iconoclasti (avviata con Valentina Brunettin e proseguita con Olivia Corio) guidata dalla coraggiosa editor di casa Alet, Giulia Belloni, mi ha lasciato interdetto. Possibile?

Ma una volta cominciata la lettura, allo sconcerto subentra una grande curiosità e in tal modo, già alla prima pagina, la mossa spiazzante ideata dall’autore va a segno con grande precisione. Il libro è composto da brevi frammenti, a volte solo poche righe a volte un paio di pagine, dove si fotografa con precisione ma senza l’ombra di alcun giudizio di morale, l’universo-mondo che ruota attorno a Maria De Filippi. Sono soprattutto i fulminanti dialoghi costruiti da Kraushaar, a darci la certezza che i concorrenti di Uomini & Donne – tronisti o corteggiatori – siano assolutamente borderline eppure tremendamente comuni e ordinari, poiché vanno tutti semplicemente a caccia del trucco per riuscire a bucare lo schermo tv, diventando “qualcuno per tutti” e riuscendo in tal modo, a mettere finalmente a tacere quel senso di vacuità di cui tutti siamo prede. Tutti, persino i palestrati depilati (“per un attimo mi sento dall’altra parte dello schermo e mi innamoro di me stesso”) che furoreggiano da Maria De Filippi.

É bene chiarire che per Kraushaar la De Filippi è solo un miraggio, un faro in lontananza che appare in ogni pagina per restare solo sullo sfondo, aizzando i desideri di rivalsa dei papabili concorrenti contro la vita stessa. Dunque non vi è mai un’ironia diretta nei confronti della presentatrice, anzi, nel libro si preferisce lasciare al lettore la scelta di farsi cogliere dall’amarezza o piuttosto dalla pungente ironia.

Nei 110 frammenti c’è dentro di tutto, una commedia umana rivista e aggiornata ai giorni nostri, narrata con un tono didascalico-catatonico che permette a Kraushaar di attaccare a raccontare di getto la marginalità dei personaggi narrati in prima persona, con uno stile che sembra richiamare l’Aldo Nove di Woobinda e Superwoobinda.

Coglie nel segno la Belloni scrivendo, nella prefazione, che Maria De Filippi è una porta aperta, un simbolo che la trascende persino, rendendola l’icona dell’evasione dalla propria vita, del riscatto all’insegna della notorietà. La tv e Maria De Filippi sono il miraggio, la Via per cercare di “rimanere impressi per sempre”, tuttavia è lecito chiedersi se sia possibile spegnere la televisione. “Certo che puoi” – scrive Kraushaar – “è un modo come un altro per suicidarti”.

E una volta terminato il libro sorge persino il dubbio che la normalità, laddove esista, sia espressa dagli ipotetici concorrenti di Uomini & Donne. Non da tutti gli altri.

MARIA DE FILIPPI – Emanuele Kraushaar – Alet edizioni, collana Iconoclasti – pp. 144 – €10

“I ricordi mi guardano”: la forza dei versi, dalla tenebra alla luce

«Il mio primo ricordo databile è una sensazione. Una sensazione di fierezza. Ho appena compiuto tre anni e mi hanno detto che è qualcosa di molto importante, che adesso sono diventato grande. Sono a letto in una stanza luminosa e a un tratto poso i piedi sul pavimento con l’inaudita consapevolezza che sto diventando adulto». Con queste parole, prende avvio la narrazione de I ricordi mi guardano (Iperborea, pp.96; €10), l’autobiografia essenziale e luminosa di Tomas Tranströmer, premio Nobel per la letteratura del 2011.

Il volume edito da Iperborea – acclarato punto di riferimento per la letteratura scandinava – è l’unico testo narrativo scritto del più importante poeta svedese vivente e si compone di otto episodi significativi che ci conducono dalla sua infanzia, nella Stoccolma degli anni ‘30 sino all’autunno del 1946 ovvero il primo anno del liceo classico. Questo è certamente un momento cruciale per il poeta poiché coincide con la scoperta di Orazio e della metrica classica, che gli permetterà – come scrive Fulvio Ferrari nella nota finale – di rivelare gli abissi di senso che si nascondono dietro le apparenze del quotidiano, di elevare la banalità verso il sublime.

Certamente Esorcismo, il paragrafo dedicato all’inverno dei suoi quindici anni, è determinante per comprendere appieno la nascita di una particolare sensibilità nell’indole del poeta svedese: Tranströmer vi racconta quando venne colpito da grande angoscia notturna («ero nel raggio di un riflettore che proiettava buio invece di luce») provocata dalla consapevolezza improvvisa del “potere della malattia” ovvero del ruolo primario che il male aveva nel mondo e della minaccia continua che incombeva sugli uomini. Quel passaggio attraverso le tenebre terminò una chiara notte primaverile, «il buio si ritrasse» e il poeta si rese conto di aver attraversato non l’Inferno ma il Purgatorio, pur conservando dentro di sé una traccia indelebile che riaffiora nei suoi versi dedicati alla relazione fra la vita e la morte.

I Ricordi mi guardano ci consegna le chiavi per comprendere la vis poetica di Tranströmer, l’essenzialità folgorante dei suoi versi e la sua ricerca di una sintesi estrema della lingua che epura ogni orpello.

Fonte: Settimanale Il Futurista – n°28 del 15 dicembre 

Reinhold Messner, l’Ulisse delle vette

Ben 3500 vette scalate fra cui 31 spedizioni sopra gli ottomila metri fanno di Reinhold Messner l’emblema vivente dell’alpinismo, declinato come ricerca di se stessi a contatto con la natura e il suo lato indomabile. Ma Messner è un uomo dai molteplici interessi e da anni è impegnato con la Messner Mountain Foundation con la quale aiuta attivamente la gente della montagna, tanto che attualmente sta interamente ricostruendo un paesino sul versante pakistano dell’Himalya, distrutto da un’alluvione. Nel suo recente passato annovera anche cinque anni (1999-2004) al parlamento europeo – sfruttando la frattura del tallone – culminati con la pubblicazione e la consegna all’ONU dei dieci comandamenti per salvare le montagne. La casa editrice Corbaccio ha voluto celebrare le sue imprese e il suo pensiero con Tutte le mie cime (pp. 344; €29), un prestigioso diario di viaggio ricco di annotazioni tratte dai diari delle salite e corredato di sessant’anni di fotografie – ben 600 fra b/n e colore – che celebrano Messner a tutto tondo, raccontando i traguardi, le riflessioni e i viaggi (dalla cima del Nanga Parbat al deserto del Gobi) di un moderno Ulisse.

Quando nacque la sua passione per l’alpinismo?

Ho iniziato a scalare a cinque anni con i miei genitori e da allora in poi ho cercato sempre di scalare le vette più difficili e suggestive. Ho cambiato vita più volte, scalando sia gli ottomila metri che le montagne sacre e attraversando i deserti. Sono sempre stato spinto dalla voglia di vedere cosa ci fosse, oltre l’orizzonte.

Sottolinea più volte come sia cambiato, nel tempo, l’alpinismo…

Cambia velocemente e diventa sempre più sport. Presto avremo il cronometro e prima o poi si faranno le analisi antidoping agli scalatori, del resto si sa che molti di loro ricorrono a sostanze proibite per cercare di infrangere i record. L’alpinismo sportivo non mi interessa, io non scalo per conquistare la cima ma per conoscere me stesso, le mie paure, la mia felicità. Solo nelle situazioni estreme l’uomo non può più nascondersi.

Ma cosa si prova lassù in cima?

Sulla cima non c’è alcun momento celebrativo, come spesso si crede, è un momento di cambio fra salita e discesa. L’aria è talmente rarefatta che si procede molto lentamente e visto che in cima non c’è alcuna sicurezza, si ha solo voglia di tornare al campo base, al sicuro.

Riusciremo a ritrovare il giusto rispetto verso la montagna e la natura in generale?

Con l’alpinismo sportivo le montagne non saranno più battute come un tempo. Oggi il 90% dei giovani si arrampica indoor, solo per fare ginnastica senza alcun rischio: nessuno ha più voglia di camminare, di trovare la via giusta per la salita. Credo che il turismo nelle Alpi sia necessario per la crescita ma non c’è nessun bisogno di portare la funivia in cima al Cervino, no?

Fonte: Settimanale Il Futurista – n°28 del 15 dicembre 2011