Prosa tagliente e carattere: alla scoperta di Viola Di Grado

Una delle sorprese del nuovo anno letterario, la giovanissima catanese Viola Di Grado, è approdata alla selezione finale del Premio Strega con il sostegno di Serena Dandini e Filippo La Porta. Il suo romanzo d’esordio, Settanta acrilico trenta lana, pubblicato da Edizioni E/O (pp. 192; € 16), sta riscuotendo grandi consensi fra la critica e il pubblico che stanno premiando una prosa originale e spigolosa, ironica e tagliente, vicina allo stile tipicamente britannico.

Viola, il tuo libro è giunto allo Strega con due padrini d’eccezione. Te l’aspettavi?
«Si prova contentezza ed emozione. Non so se me l’aspettavo, penso di no».
Un linguaggio elaborato eppure incisivo, arricchito da immagini eteree e una ficcante ironia british. Com’è nato questo libro e perché hai voluto questo titolo emblematico?
«Mi piace che nelle mie storie tutto sia qualcos’altro: Leeds è un personaggio, e pure gli ideogrammi, il tempo è un non tempo e lo spazio è un buco. Le parole sono vomito, le persone sono fiori (Camelia, Lily e diciamo pure io), il libro è un maglione in misto lana, perché racconta la spietatezza di un presente inadeguato».
Orfana di padre, anoressica nel linguaggio, traduce manuali di elettrodomestici e si veste con abiti tagliuzzati: Come nasce il personaggio di Camelia?
«Da un buco. Come tutti, in effetti. Ma lei non da un buco umano, più da un buco di senso: dall’idea di un fosso al di là del tempo, dello spazio e del linguaggio, dove sono cadute tutte le parole e il tempo si è incantato come un disco vecchio. Lei era il personaggio di una storia bucata, un personaggio-buco, ma piena di vita e sempre a caccia di significati».

Ti sei laureata a Torino, hai viaggiato in Cina e Giappone, vivi a Londra e il tuo romanzo si ambienta a Leeds ma che legami hai con la tua terra natìa?
«Nessuno. Mi sento a casa solo nei posti che non conosco bene.

Leggendoti si ha sempre l’impressione di essere sull’orlo di una voragine, di un buco. Può essere intesa come una vera e propria sensazione generazionale?
«E’ possibile. E’ stato detto così».

 

 

 

 

 

 

Viola Di Grado ha ventitré anni. È nata a Catania, si è laureata in lingue orientali a Torino e studia a Londra.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 20 maggio 2011

 

«Gaber oggi ci manca ferocemente»: firmato Guido Harari

Esce oggi in libreria Quando parla Gaber – Pensieri e provocazioni per l’Italia d’oggi, pubblicato da Chiarelettere. Il suo curatore, il fotografo e critico musicale,Guido Harari ne parla a Tempostretto.it.

Quando parla Gaber è un volume ricco di spunti e riflessioni sempre attuali che spaziano su diversi temi, dal sesso alla coppia, dall’omologazione culturale all’impegno politico: «Gaber – afferma Harari – rompeva ogni schema, ribaltava ogni certezza, poneva quesiti scomodi, sollevava dubbi feroci. L’accusa di qualunquismo, mossagli soprattutto dalla sinistra, era il segno di quella miopia che tutt’ora affligge la società italiana». Questo secondo volume, concentrato esclusivamente sul peso delle parole del Signor G., giunge dopo il successo riscontrato dal ricco volume fotografico Gaber. L’illogica utopia (pp. 320; €59), realizzato grazie ad una stretta collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber.

Al Salone del Libro di Torino, venerdì 13 (Sala Gialla, h21) verranno presentati entrambi i volumi nell’ambito dell’incontro Gaber. L’illogica utopia. Pensieri e provocazioni per l’Italia di oggi. Interverranno Guido Harari, Paolo Dal Bon, Cesare Vaciago, Giorgio Gallione, Luca Telese, con delle letture di Marzio Rossi.


”Gaber. L’illogica Utopia”. Un titolo significativo: perché lo ha scelto?
«Ho voluto parafrasare il titolo di una bellissima canzone di Gaber e Sandro Luporini, L’illogica allegria. Il concetto di utopia era assolutamente centrale nella loro opera: esso rappresentava lo slancio vitale, la tensione morale, che sono, che devono essere, nel Dna stesso dell’uomo; l’unica vera garanzia di futuro di cui dispone. Quindi logicissima e cruciale utopia, ma purtroppo anche totalmente illogica nella deriva civile e democratica che ci soffoca».

Un altro volume ricchissimo di foto e documenti che giunge dopo quelli su Fabrizio De André, Fernanda Pivano e Mia Martini. Com’è nata l’idea di celebrare Gaber e come si è mosso per reperire tanto materiale inedito?
«Viviamo un vuoto civile che Gaber, insieme a Pasolini e a pochi altri illuminati, aveva anticipato. Questo silenzio morale andava infranto. Di qui la “missione”, per me, di ridare la parola a Gaber. Ho creato così un percorso parallelo rispetto alla sua opera, andando a ricucire una specie di “autobiografia” ricavata da cinquant’anni di interviste, di registrazioni radiofoniche e di incontri col pubblico in teatro, di appunti e altro ancora. Come già nella Goccia di splendore, il libro dedicato a De André, non mi sono sostituito né sovrapposto alla viva voce dell’artista, ma ho inteso “fotografare” la dinamica, inquieta e eternamente in progress del suo pensiero. In questo sono stato aiutato oltre ogni immaginazione dal copioso archivio della Fondazione Giorgio Gaber, e da Dalia Gaberscik e Paolo Dal Bon, che ne sono il motore, a cui vanno la mia gratitudine e il mio affetto per la fiducia dimostrata e per il prezioso lavoro di editing condiviso assieme».

È interessante notare come Gaber oggi, non solo non ha perso importanza, anzi, continua ad essere un mito, un punto di riferimento della società civile. Ma qual è la sua forza, la sua unicità a suo avviso?
«La forza di Gaber, e anche di Sandro Luporini, che per oltre trent’anni è stato quasi un fratello siamese per lui, firmando insieme a lui tutti gli spettacoli del Teatro Canzone e un’infinità di canzoni, è stata la sua preveggenza. Da un artista non ci si aspetta che colga la realtà in movimento, ma che la anticipi. Gaber rompeva ogni schema, ribaltava ogni certezza, poneva quesiti scomodi, sollevava dubbi feroci. L’accusa di qualunquismo, mossagli soprattutto dalla sinistra, era il segno di quella miopia che tutt’ora affligge la società italiana. Col senno di poi, leggendo oggi i suoi testi di venti o trent’anni fa e guardando in faccia la realtà in cui viviamo, non si può non rendersi conto della patetica afasia della politica italiana».

Al Salone di Torino, insieme a Paolo Dal Bon, Giorgio Gallione, Cesare Vaciago, Luca Telese e Marzio Rossi, presenterà, oltre a L’illogica utopia, anche il nuovissimo Quando parla Gaber, un volume radicalmente diverso dal precedente, incentrato più propriamente sull’aspetto civile del pensiero del Signor G. Di cosa si tratta?
«Sì, non ci sono biografismo qui né canzonette. Il sottotitolo del libro è “Pensieri e provocazioni per l’Italia di oggi”. Un libro da usare come bisturi, per incidere la realtà quando, come scriveva Pasolini, “il fiume della storia ristagna”. Gaber si dichiarava “filosofo ignorante”: masticava Adorno e Marcuse, ma aveva il dono di rendere istantaneamente accessibile a chiunque un preciso progetto di coscienza civile e di etica nuova. In questa messe di brevi frammenti di testo in forma quasi aforistica, Gaber ci parla della politica, dello Stato, del Sessantotto e della sua “razza”, della libertà, dell’utopia rivoluzionaria, della cultura, della televisione, della famiglia, della coppia, della fede, della solidarietà, del declino della coscienza, della nevrosi infantile dell’umanità, della sconfitta del pensiero, della dittatura del mercato e degli oggetti, dell’omologazione culturale di pasoliniana memoria, della stupidità dilagante, fino al bilancio amaro della sua “generazione che ha perso”. Ma tocca sempre e solo a noi, ci dice Gaber, allontanare i fantasmi di un futuro senza rimedio, di un futuro senza Italia».
Infine vorrei chiudere con un suo personale ricordo che la lega a Giorgio Gaber…
«Gaber fa parte del mio Dna, fin da quando, ancora piccolo, lo vidi per la prima volta in tv. Erano gli anni Sessanta e nei suoi successi, fatti di ironia e melodie orecchiabili, già si insinuavano la coscienza civile e l’inderogabile “impegno” del futuro Teatro Canzone. Lo conobbi tardi, nei primi anni Ottanta, quando rilanciò lo storico duo con Enzo Jannacci. Poi seguirono diverse lunghe interviste e molte fotografie, in scena e fuori. Colpivano la sua infaticabile capacità di analisi, la sua curiosità per il punto di vista dell’altro, il desiderio di rompere ogni schema, di spostare il prossimo dai vicoli ciechi dell’ovvietà dogmatica. Sulla scena poi era un artista totale, che usava non solo la voce, ma ogni nervo, ogni muscolo, per raggiungere, coinvolgere e scuotere anche l’ultimo spettatore in fondo alla sala. Come lui, ne nasce uno solo al secolo, se va bene. Inutile dire che la sua mancanza si fa sentire sempre più ferocemente».

 

 

Guido Harari Nato al Cairo d’Egitto, nei primi anni Settanta avvia la duplice professione di fotografo e di critico musicale, contribuendo a porre le basi di un lavoro specialistico sino ad allora senza precedenti in Italia. Ha firmato copertine di dischi per Claudio Baglioni, Angelo Branduardi, Kate Bush, Vinicio Capossela, Paolo Conte, David Crosby, Pino Daniele, Bob Dylan, Ivano Fossati, BB King, Ute Lemper, Ligabue, Gianna Nannini, Michael Nyman, Luciano Pavarotti, PFM, Lou Reed, Vasco Rossi, Simple Minds e Frank Zappa, fotografato in chiave semiseria per una storica copertina de L’Uomo Vogue.
È stato per vent’anni uno dei fotografi personali di Fabrizio De André. Ha al suo attivo numerose mostre e libri illustrati tra cui Fabrizio De André. E poi, il futuro (Mondadori, 2001), Strange Angels (2003), The Beat Goes On (con Fernanda Pivano, Mondadori, 2004), Vasco! (Edel, 2006), Wall Of Sound (2007) e Fabrizio De André. Una goccia di splendore (Rizzoli, 2007). Da tempo il suo raggio d’azione abbraccia anche l’immagine pubblicitaria e istituzionale, il reportage a sfondo sociale e il ritratto di moda.

 

Sul web: www.guidoharari.com

http://www.chiarelettere.it/libro/fuori-collana/gaber-lillogica- utopia.php

Fontewww.tempostretto.it del 5/5/2011

 

Franco Marcoaldi: «I nostri cani ci osservano e ci giudicano»

Il legame affettivo che lega l’uomo e il cane ha ispirato diversi scrittori eccellenti da Paul Auster a Franz Kafka, da Edmondo Berselli a Grenier. Una lista che si arricchisce con il nome del poeta, scrittore e giornalista Franco Marcoaldi, autore di Baldo. I cani ci guardano (Einaudi, pp. 136, €13). Marcoaldi, che collabora alle pagine del quotidiano La Repubblica, ha voluto dar voce a Baldo, «un cane che attende il suo padrone» sino all’arrivo dell’Uomo e della Donna che lo porteranno a casa con loro. Nasce così un rapporto sempre più stretto fra Baldo e il Dio-Padrone e il cane con levità ma anche con grande profondità d’animo, osserva gli uomini, le loro ansie e la loro incapacità di essere felici godendo semplicemente del miracolo della vita: «Spesso noi rinunciamo inconsciamente alla spontaneità, all’immediatezza e alla dignità e solo loro sono capaci di dimostrarci quanto siano importanti queste qualità». Un libro adatto agli amanti dei cani, degli animali domestici tutti ma in generale Baldo è un libro di una bellezza malinconica, adatto ad ogni buon Lettore a caccia di una buona lettura.

 

Perché ha voluto dar voce ad un cane?
«Nasce da un’esperienza concreta, da una convivenza ormai decennale con il mio cane, la creatura con cui passo più tempo. Si è creato un rapporto molto intenso, cosa che spesso accade alle persone che convivono con gli animali e per tale motivo ho cominciato ad osservare il mio cane, provando ad immaginarne i pensieri, le emozioni e le sensazioni che possono attraversare la sua testa. Sin quando, verso la fine, il cane prende la parola e si rivolge al Lettore in prima persona».

Ma concretamente come si è mosso per mettere su carta pensieri e sensazioni del cane?
«Alla fine del libro cito una serie di libri di riferimento sull’argomento e ci sono alcuni classici che considero imperdibili come Flush. Biografia di un cane di Virginia Woolf. Molti libri mi hanno accompagnato durante la scrittura ma Baldo nasce dall’esperienza diretta, dalla convivenza quotidiana. L’idea fondamentale è quella di assumere un altro punto di vista perché probabilmente noi esseri umani siamo incastrati nella nostra presunzione di essere le creature elette dell’Universo e spesso finiamo per dare per scontate delle cose che non lo sono affatto».

Decisivo si rivela il cambio di prospettiva.
«L’idea di assumere un punto di vista differente non ha solo un valore sentimentale perché, diluito nel racconto, il punto di vista canino, con uno sguardo elementare, mette alla berlina l’essere umano, la sua presunta razionalità, il suo presunto buon senso e il suo utilitarismo. In tal modo finisce per mostrare come nelle azioni quotidiane sia possibile essere semplicemente felici tuttavia le nostre ansie ci privano di godere dei piaceri e delle gioie che ci accadono intorno. Uno sguardo attento ai nostri animali durante la vita di tutti i giorni può permetterci di ampliare la nostra percezione del mondo stesso poiché spesso noi rinunciamo inconsciamente alla spontaneità, all’immediatezza e alla dignità e solo loro sono capaci di dimostrarci quanto siano importanti queste qualità».

Il rapporto con l’Uomo e la Donna è molto profondo, soprattutto con il Dio-Padrone. Dopo 11 anni, la Donna accusa il compagno di essersi “inselvatichito”. Ma per il cane è qualcosa di cui andar fieri…
«Il luogo comune vuole che chi abbia un rapporto stretto con gli animali finisca per “umanizzarli” troppo. Anche a me disturbano certi bamboleggiamenti inutili di alcune persone che hanno un rapporto stretto con i cani o i gatti ma in questo frangente il rapporto, semmai, è rovesciato. Il Padrone comprende che è necessario che lui si animalizzi, riscoprendo la naturalezza che ha perso nel corso del tempo. Proprio questa è la lezione che Baldo offre al suo padrone».

 

 

Franco Marcoaldi vive e lavora a Roma. Ha pubblicato: A mosca cieca (Einaudi 1992, premio Viareggio), Celibi al limbo (Einaudi 1995), Amore non Amore (Bompiani 1997), Benjaminowo. Padre e figlio (Bompiani, 2004) e Animali in versi (Einaudi, 2006). Da Einaudi ha pubblicato anche Voci rubate (1993), L’isola celeste (2000), Il tempo ormai breve (2008), Viaggio al centro della provincia (2009) e Baldo (2011). Collabora al quotidiano la Repubblica.

 

Fonte: http://www.tempostretto.it del 26/04/2011

 

«Riscopriamo la grande attualità di Gramsci». Conversazione con Lorenzo Fazio

Lorenzo Fazio
Lorenzo Fazio

La coraggiosa casa editrice Chiarelettere, ha il grande merito di aver sconvolto le dinamiche del mercato editoriale italiano grazie a libri di graffiante attualità e di analisi socio-politica firmati da grandi nomi del giornalismo italiano ed internazionale. Un elenco ricchissimo di cui possiamo citare – in rigoroso ordine alfabetico – Ainis, Beha, Biondo, Castaldo, Gomez, Limiti, Mascali, Sansa, Staglianò, la coppia Rizza-Lo Bianco e TravaglioOggi Chiarelettere rilancia con la collana Instant Book ovvero dei libri che vogliono spingere il Lettore prima di tutto a prendere coscienza di se stesso ma anche di ciò che ogni giorno accade attorno a lui. Uno sprone a prendere parte alla vita politica e a lottare contro le quotidiane ingiustizie e il perfetto esempio è proprio la prima uscita: Odio gli indifferenti (pp. 128; €7, prefazione di David Bidussa), firmato da Antonio GramsciL’editore Lorenzo Fazio ne parla a Tempostretto.it e ribadisce: «È necessario dar vita ad una discussione comune sul futuro dell’Italia, mettendo da parte l’apatia e facendo appello al proprio coraggio e al proprio senso del dovere». Continua a leggere “«Riscopriamo la grande attualità di Gramsci». Conversazione con Lorenzo Fazio”

Luigi Farrauto: “Vi racconto il mio Medioriente. Senza alcun pregiudizio”

Alex e Jari sono il giorno e la notte eppure, come talvolta accade, li lega un’amicizia davvero forte. Entrambi condividono una grande passione, la fotografia, ma la declinano in modo totalmente divergente: Alex, predilige la patinatura delle foto commerciali ed è un vero maniaco dei dettagli, alla costante ricerca della perfezione; Jari, invece, è un fotoreporter che vuole catturare l’attimo, rubarlo e imprimerlo sulla pellicola. Sono loro due i protagonisti di Senza passare per Baghdad (Voland edizioni; pp. 208; €13), avvincente romanzo d’esordio di Luigi Farrauto, classe ’81 e dottorando di Design al Politecnico di Milano. Scritto di getto e in condizioni davvero “particolari”, il libro di Farrauto brilla per il potere evocativo delle parole e l’ironia, tanto da risultare un insieme di tante cose: un inno al viaggiare, all’amicizia e un invito a porre da parte i pregiudizi per aprirsi davvero al mondo. Anche senza diventare necessariamente nomadi.

Il titolo può essere davvero la marcia in più per un libro, oggi più che mai. Il tuo è molto intrigante. Come lo hai scelto?
È stato impegnativo, ma divertente. Sul titolo sono stato indeciso fino all’ultimo. Ho chiesto consigli a vari amici, avevo una lista infinita. Il titolo iniziale non era lo stesso. Ma poi, rileggendo il testo per le correzioni, quella frase si è staccata dal foglio. Mi è parso il titolo ideale. Riassume molto dell’immaginario del romanzo.
Chi sono i tuoi due protagonisti? Alex e Jari sembrano agli antipodi ma saldamente uniti da una forte amicizia…
In tutto il romanzo ho voluto estremizzare comportamenti, legami, punti di vista. Dunque le visioni che Alex e Jari hanno della fotografia, della paura, del viaggio, dell’ambizione… diverge quasi sempre. Ho cercato di raccontare due personaggi di natura antipodica, di esplorarne i limiti, le ‘terre più estreme’. Poi tra questi due estremi penso che ognuno possa trovare il suo spazio, rivedersi in qualche comportamento o pensiero.
I protagonisti del romanzo sono i classici amici di vecchia data che crescendo si dimostrano diversissimi. Ma condividono tutto e da sempre, dunque le loro differenze diventano legami, occasioni di confronto o motivo di invidia.
Alex e Jari esprimono le tue due nature o ti senti più vicino ad uno dei due?
Onestamente mi sento vicino a entrambi e a nessuno. Di sicuro mi rivedo in alcune delle loro caratteristiche, forse in quelle negative o di entrambi… In un certo senso ho un po’ preso in giro molte delle mie ‘manie’…
Ci racconti la genesi di questo romanzo d’esordio? Perché hai deciso di accostarti alla narrativa?
Scrivere mi piace. Lo faccio da sempre, e questo romanzo l’ho scritto di getto, in venti giorni. Vivevo ad Amsterdam, mi era venuta una tendinite fortissima e non potevo usare il mouse. Dunque non lavoravo. Per di più ero caduto dalla bici quasi fratturandomi entrambe le mani. Avevo i pollici bloccati. Però scrivere mi riusciva, perché entrambi gli indici e i medi erano salvi. Dunque ho scritto per venti giorni senza mai smettere, tipo Mosè nel deserto. Più che parlare con dio, lo maledicevo per il dolore, ma alla fine sono contento dei risultati…
Per questo motivo ho voluto raccontare di mani e manisti. Era un periodo in cui ero molto concentrato sulle mani e la loro funzione, a furia di fisioterapia e massaggi. Finiti quei venti giorni il grosso del dolore era praticamente passato. Ovviamente anche grazie alle cure -sennò sembra una storia alla Padre Pio-, ma era passato. E il grosso della storia c’era. Poi negli ultimi tre anni ho lavorato ai dettagli, all’intreccio, ho visitato i luoghi che ho descritto. Adoro scrivere, ma sono molto lento, perché mi concentro allo sfinimento sulle parole e sulle immagini da evocare, dunque per una pagina ci posso mettere settimane, accidenti.
Secondo te esiste la fotografia perfetta? Se così fosse cosa dovrebbe raffigurare?
Credo sia impossibile dirlo a priori. La fotografia è talmente vincolata al contesto, alle tecniche, al soggetto, all’autore… Penso che definire la ‘foto perfetta’ sia un po’ come chiedere se esista il libro perfetto, o il quadro perfetto… Di sicuro esiste la fotografia ‘imperfetta’. Certo la tecnica può rendere una foto ‘precisa’, o ‘sbagliata’, come quelle di Alex e Jari nel romanzo. Ma la perfezione è un’altra cosa. Io non l’ho mai conosciuta, ma so che è un’altra cosa.
Cosa rappresenta la medina di Damasco? Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo d’esordio proprio in questi luoghi narrativi?
La medina di Damasco è uno dei luoghi più belli che abbia mai visitato. Ci sono andato molte volte, è stato l’argomento della mia tesi di laurea… Dunque è un luogo a cui sono particolarmente affezionato. Nel romanzo diviene un po’ il simbolo di tutto il Medioriente, uno specchio del mondo arabo che personalmente adoro.
Ho viaggiato molto nel Medioriente, perciò dire la mia su quei posti era il minimo che potessi fare. Non voglio sfociare in una facile retorica, nel buonismo, ma ultimamente quando si parla di arabi è solo per gridare allo stupratore. Nell’aria c’è un etnocentrismo che mi spaventa. Il mondo arabo continua ad essere lo spauracchio delle paure dell’Occidente. Ogni volta che dico di andare in Siria, o in Giordania, la gente mi saluta come se fosse l’ultima volta. Mentre andare a Londra è normalissimo. I media hanno disintegrato un’immagine favolosa, che si era creata attorno agli arabi in millenni. La cinematografia ci ha cresciuti abituandoci all’idea che gli arabi fossero sadici attentatori, terroristi, bari…Conosci il documentario “Planets of the Arabs”? Il mondo arabo a cui faccio riferimento nel romanzo è quello delle Mille e una Notte, quell’atmosfera imperfetta e avvolgente, difficilmente descrivibile a parole che si vive solo visitandolo: di quel mondo non c’è alcuna traccia su tivù e giornali.
Voland, nello stesso mese di marzo, ha ripubblicato il famoso breviario di Vanni Beltrami. Vorrei chiederti, ti senti affine allo spirito nomade?
Il Breviario lo sto per comprare, proprio oggi. Non l’ho ancora letto, dunque non so bene cosa intenda per ‘spirito nomade’. Qualunque cosa sia, mentirei se dicessi di non sentirmici in qualche modo affine. Adoro viaggiare e lo farei senza mai fermarmi, ma non mi sento davvero un ‘nomade’. Io amo anche tornare a casa. Come dice Saramago, “il viaggiatore torna subito”.

 

Luigi Farrauto. Nato nel 1981, Luigi Farrauto (www.faroutof.it) è dottorando in Design al Politecnico di Milano. Ha vissuto ad Amsterdam e a Boston, occupandosi di cartografia, mappe e wayfinding. Appassionato di archeologia, nel tempo libero studia l’arabo e scatta foto in giro per il mondo. Senza passare per Baghdad è il suo primo romanzo.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 23/03/2011