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Sogni e ciclismo sulle note di Conte. Intervista a Laura Bosio

La giovane Caterina Guerra è la protagonista de Le notti sembravano di luna (Longanesi), il nuovo romanzo di Laura Bosio, già autrice di diversi romanzi fra cui Annunciazione. Solo in sella alla sua bici Caterina si sente finalmente felice, riuscendo a scacciare via l’aria che si respira in casa dove i genitori non riescono a celare i loro disagi e le loro insofferenze. La Bosio racconta la vicenda con la voce di Caterina divenuta ormai adulta, rivelando, con una scrittura diretta anche i sentimenti più inconfessabili.

Come descriverebbe la sua protagonista?

Caterina ha dieci anni e ha un sogno: diventare un ciclista come i corridori del Giro d’Italia e del Tour. Il suo cognome, Guerra, come quello di un grande corridore, e le sue gambe sode, sottili e senza peli, le sembrano ottime premesse, forse una promessa. Con il ciclismo sogna la libertà solitaria ma Caterina non sa che per una donna degli anni Sessanta, il suo è un sogno impossibile. Attraverso lei volevo raccontare proprio l’infanzia stessa, quando tutto è nuovo e nulla è indifferente e il mondo sembra popolato da potenze misteriose: i bambini, non essendo coscienti, sono l’essenza stessa della vita.

La vita della famiglia borghese di Caterina sembra bonariamente perfetta ma in realtà è ricca di contraddizioni.

La vicenda è compresa tra il 1963 e il 1964, anni di espansione economica ma anche di crisi. I ruoli e i comportamenti erano rimasti rigidi e non corrispondevano alle spinte dinamiche della società, fra l’altro era imminente la più importante rivoluzione dei costumi della nostra epoca. I genitori di Caterina, un caporeparto di una fabbrica e una casalinga, hanno stranezze e insofferenze collegate al momento in cui vivono. Talvolta, di sera, il padre fa comizi agli orti che ci sono intorno alla loro casa per sfogare la voglia di cambiamento e la madre, molto bella e molto contraddittoria, impone alla figlia regole “borghesi” nonostante lei stessa si senta prigioniera di quella dimensione. Sono però gli occhi di Caterina che ingrandiscono tutto quanto: i genitori sono visti dai bambini come attraverso una lente che li deforma, facendone dei giganti, degli esseri quasi mitologici.

Questo libro è il suo atto d’amore verso il ciclismo?

Sì, anche. Sono un’appassionata di ciclismo, che non ho mai praticato, tanto meno da bambina. Il ciclismo è energia, coraggio, slancio, mi sembrava perfetto per raccontare il movimento e la forza dell’infanzia. In una canzone, intitolata Velocità silenziosa, Paolo Conte dice che “una bici si declama come una poesia che fa volare via”, che “la si ama come l’ultima delle fantasie”. Mi riconosco in questa canzone, potrebbe essere la colonna sonora del romanzo.

Fonte: Il Futurista n°22 del 3 novembre 2011

Rostain trasforma il dolore in un sorriso malinconico ne “Il Figlio”

Si può sopravvivere al dolore della perdita di un figlio? Molti scrittori si sono confrontati con tale dilemma, da Victor Hugo sino a Philippe Djian. Ultimo in ordine cronologico giunge in Italia, Il Figlio (Elliot edizioni) di Michel Rostain, vincitore del Premio Goncourt opera prima 2011 e già best seller in Francia, con merito. L’autore, regista teatrale ed operistico, confessa nella nota finale di essere partito proprio da una dolorosa esperienza autobiografia e di averla elaborata sotto forma di romanzo, a metà fra realtà e finzione, decidendo di affidare la voce narrante a Lion, il figlio scomparso a soli 21 anni per una Purpura fulminans ovvero una meningite folgorante. Sarà la sua voce, il suo sguardo benevolo con cui segue il dolore dei propri genitori, a guidarci lungo l’intero romanzo con un tono mai retorico anche dinnanzi alla disperazione e allo strazio per i ricordi che continuamente affiorano, trascinandosi dietro le lacrime. Rostain si allontana dalla vivisezione del dolore scelta da Philippe Forest nei suoi toccanti libri dedicati alla figlia Pauline, scegliendo invece un tono confidenziale ma discreto, che affronta il dolore e i ricordi di petto, riuscendo persino a concedersi il lusso di uno humour lieve e mai fuori posto. “Il Figlio” si apre con Lion che osserva – dal paradiso o da chissà dove – il proprio padre che, undici giorni dopo la morte del figlio, ha deciso di portare le sue lenzuola in lavanderia e percorre tutta la strada a piedi, con il viso immerso per catturare l’odore. Un’immagine dolce che Rostain ci consegna, salvo poi lenirla osservando con un tono scanzonato, “in realtà puzzano”. Da lì in poi l’autore segue il vagare disperato dei genitori, fra le miriadi di foto, i quaderni di appunti e persino gli sms sul cellulare, alla ricerca di un’impossibile risposta che giustifichi la loro perdita. Ma Rostain vuole semplicemente dirci che si può convivere anche con un dolore così grande poiché la morte fa parte della vita e questa lucida considerazione trapela dal suggestivo viaggio che i genitori di Lion intraprendono in Islanda per esaudire il suo ultimo e sconosciuto desiderio.

Fonte: Il Futurista