«Uno scrittore deve avere qualcosa di diabolico». Parola di Hanif Kureishi

Presentato in Italia in anteprima mondiale, da pochi giorni è in libreria “L’Ultima Parola” (Bompiani, pp. 304 Euro 18), il nuovo libro dello scrittore anglo-pachistano Hanif Kureishi, già autore di best-seller come “Il Budda delle periferie” e “Il corpo”, nonché apprezzato drammaturgo, saggista e sceneggiatore. Protagonisti di questa commedia brillante umana sono Harry, un giovane biografo inglese e Mamoon, un anziano scrittore indiano dalla fama mondiale, ormai inaridito artisticamente. Alla ricerca della consacrazione professionale ma soprattutto per rimpinguare il suo esiguo conto in banca, l’ambizioso Harry riesce a farsi assegnare dallo spregiudicato editor Rob, l’incarico di scrivere la biografia del grande scrittore indiano ma questi si rivelerà molto ostile e il suo passato fin troppo torbido. Mamoon, difatti, è un personaggio scomodo che ha rifiutato le origini indiane abbracciando la way of life britannica e si è ritirato nella campagna inglese e al suo fianco impera la seconda moglie Liana, una passionale donna romana cinquantenne che non potendo gettarsi nello shopping e nei ricevimenti londinesi, placa la sua frustrazione – anche sessuale – elaborando continue e costose modifiche alla magione che hanno prosciugato le finanze dello scrittore. L’idea della biografia è ordita proprio dalla mente di Liana che vorrebbe rilanciare la fama del suo amato, sognando la consacrazione con un film dedicato alla sua vita, al loro stesso incontro. Tanto Liana che Rob sono convinti di poter manovrare l’inesperto Harry per i propri interessi, ma l’ambizione e la fame di soldi riusciranno a far tacere il suo orgoglio?

Si tratta di un libro ricchissimo, scritto con uno stile aggressivo, forgiato d’una arguta ironia, merce rara oggi più che mai. Sulla pagina, afferma l’autore, «si agitano passioni, tradimenti e uomini che parlano di donne» mentre sullo sfondo emerge l’importanza dell’aspetto multiculturale dell’Inghilterra odierna. Ma questo libro è soprattutto un inno alla scrittura e all’arte dello scrivere, declinata tanto come fuoco sacro, che come viatico per raggiungere denari e successo. Lungo le 304 pagine, inscenando il duello verbale fra l’anziano Mamoon e il giovane Harry, corso al suo capezzale per tesserne gli elogi e carpirne le nefandezze degli amori passati, Kureishi gioca a provocare, chiamando in causa grandi nomi della letteratura («nessuna persona per bene ha mai preso la penna in mano») e riflettendo sull’essenza stessa delle relazioni umane. Un romanzo scoppiettante che presto diventerà un film (prodotto dalla Working Title Film), interamente sceneggiato dallo stesso Kureishi che ha confessato di voler il premio Oscar e baronetto britannico, Ben Kingsley nei panni dello scrittore indiano.

Per un gioco delle parti, se domani un giovane giornalista bussasse alla sua porta con l’idea di scrivere la sua biografia, quale sarebbe la sua reazione?

«Sarei molto entusiasta all’idea e mi augurerei che il giornalista in questione possa trovare la mia vita scandalosa, fuori dagli schemi, ributtante, disgustosa».

Con questo libro ritorna nelle ambientazioni della sua infanzia. Perché ha scelto questo scenario?

«Oggi ho un’età che oscilla fra quella dei miei due personaggi. Mi trovo nel mezzo fra l’età di Harry che ha voglia di spaccare il mondo e quella di Manoon che è esaurito, completamente scarico. Ovviamente in questo libro ho potuto riflettere molto sulla professione di scrittore, non solo sulla scrittura come forma d’arte ma intesa come mestiere, come mezzo di sostentamento…».

Ma c’è anche una traccia sociologica nel suo libro…

«Ho voluto analizzare la società inglese e mi piace riscontrarvi una forte componente multiculturale che spicca fortemente e rende più ricco il paese, al passo con i tempi. Però c’è anche spazio per le passioni e i tradimenti e in definitiva, secondo me, questo libro è una commedia».

Scrive che “uno scrittore è amato dagli sconosciuti e odiato dalla sua famiglia”. Vale anche per lei?

«Se sei fortunato ci arrivi ad essere odiato dalla famiglia e amato dagli estranei. È molto importante che uno scrittore riesca a dire cose difficili. Un’artista deve aver qualcosa di diabolico, deve causare qualche guaio. Pensiamo alla storia della letteratura, a scrittori celebri come Baudelaire, Maupassant, Flaubert o Lawrence; è chiaro che gli scrittori sono spesso fuorilegge e non dimentichiamo che ancora oggi, in vari paesi, molti scrittori sono in carcere. Soprattutto in Pakistan, dove preferiscono metterli sotto chiave piuttosto che leggerne i libri».

Fa affermare a Rob che “lo scrittore è un messaggero di verità, un rivale di Dio”. Una bella definizione per il suo mestiere…

«Beh, Dio è un fastidio notevole perché impedisce che accadano le cose più interessanti. Ma la fantasia umana supera di gran lunga quella divina, per questo deve essere sdoganata e restituita agli esseri umani, senza alcun condizionamento divino o religioso. In passato ci sono stati periodi in cui la cultura e la religione andavano a braccetto ma oggi non è così. Almeno i rasta c’hanno dato Bob Marley».

Harry sembra propenso a giustificare qualsiasi cosa a Mamoon poiché lui, come artista, deve spingersi verso l’Oltre. Secondo lei esiste un limite etico da non oltrepassare?

«Mi interessa molto il rapporto che corre fra ciò che fa l’artista e quello che possiamo perdonare all’essere umano. In pratica dovremmo essere capaci di valutare un’opera d’arte a prescindere dal tipo di vita che ha condotto l’artista, tuttavia mi rendo conto che è molto complicato. Pensate a Polanski. Il fatto che abbia abusato di una tredicenne molti anni fa è difficile da accettare moralmente ma questo può influenzare la nostra valutazione del suo lavoro artistico?

Ha dichiarato che per la formazione di un individuo, la fedeltà e l’infedeltà sono importanti allo stesso modo. Perché?

«Il tradimento è il risultato dell’individualità. Ad esempio, il fatto che i miei figli si ribellino contro me o che abbiano gusti diversi, dichiara la loro identità, diversa dalla mia. Qualcuno che ti tradisce nel contempo dichiara la propria fedeltà verso qualcosa che reputa più importante, come un ideale».

Volendo trovare un cattivo, potremmo individuarlo in Rob, l’editor?

«Rob vuole semplicemente che il libro venda molte copie, seguendo i propri interessi. Ma al tempo stesso ama la letteratura e finisce per idealizzare gli scrittori, qualcosa di molto pericoloso…».

Perché?

«Idealizzare un’artista è come creare una divinità. Dobbiamo riportare l’arte alla gente, in mezzo alla gente».

Mr. Kureishi dal libro emerge una domanda su tutte: quanto dovremmo impegnarci in una relazione amorosa?

«Perché lo chiede a me? Non ne ho proprio idea».

 Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 2 novembre 2013

«Gli Stati Uniti? Sono una società razzista». Elizabeth Strout si racconta

Con la raccolta di racconti “Olive Kitteridge” vinse meritatamente il Premio Pulitzer – segno che negli USA diversamente che in Italia, le short stories sono davvero importanti – e dopo ben cinque anni di ricerca, la scrittrice Elizabeth Strout, ritorna in libreria con “I ragazzi Burgess”, edito da Fazi (pp. 448, Euro 18,50 trad. Silvia Castoldi). Qui la Strout sfoggia una prosa pungente e cristallina per raccontare le vicende dei tre ragazzi Burgess, ovvero il celebre avvocato, Jim, il malinconico  Bob e Susan, la sorella divorziata e madre di Zach che ha lanciato una testa di maiale in una moschea durante il Ramadan. Proprio le inspiegabili azioni di Zach spingeranno i tre fratelli a riunirsi e lentamente, ritrovandosi nel mondo rurale tanto caro alla Strout lontano dalla rarefazione degli affetti cittadina, emergeranno devastanti verità circa l’incidente che costò la vita del padre, segnando per sempre le loro esistenze. Ma la Strout non si limita a tratteggiare un grande affresco sulla solitudine che possiamo incontrare in ambito familiare; pagina dopo pagina, dona voce alla comunità somala che sta cercando di ricostruirsi una vita a Shirley Falls, nel Maine, fra l’indifferenza e il razzismo generale. Il risultato è un romanzo in cui il lavoro artigianale dell’autrice è visibile in ogni pagina, in ogni riga, in ogni singola parola. Non a caso Elizabeth Strout è considerata una delle voci della letteratura americana più sincere.

Questo libro è il frutto di diversi anni di ricerca e scrittura. Com’è nato l’intero progetto?

«La storia mi è arrivata lentamente, ma ho subito capito che avrebbe riguardato principalmente l’amore tra questi fratelli, una forma d’amore turbata e sconvolta dal passato comune. Ma mi è servito molto tempo perché ho dovuto intraprendere una vasta ricerca prima di cominciare a scrivere. Inoltre, dovevo capire come raccontare la storia. C’erano numerosi fattori che mi interessavano: come funziona la memoria, come affrontare il passato, come interagiamo con il trauma (e questo include come i somali, a loro volta, considerano i traumi) e il fatto che in  America c’è sempre la speranza che si possa reinventare la nostra vita, fuggendo dal passato».

Con “I Ragazzi Burgess” ritorna a Shirley Falls…

«Sì, ho fatto tappa alla città immaginaria di Shirley Falls, già apparsa sia nel primo che nel secondo romanzo. Mi piace l’idea di tornare allo stesso paesaggio, utilizzare lo stesso tessuto che ho intessuto per molti dei miei personaggi. In fondo è come una storia nella storia, al di là dei personaggi racconto anche questo luogo ha molto da raccontare sulla strada che stiamo percorrendo».

Ad esempio?

«Beh, rispetto agli altri romanzi quì sono scomparsi i mulini, non ci sono più, come nella maggior parte dei mulini nel New England. Anche i cambiamenti di un luogo, non solo quelli dei personaggi, possono dirci tanto dei tempi che viviamo».

L’episodio di Zach è tratto dalla realtà ma è interessante come lei lo abbia inserito in un contesto in cui è difficile dire chi siano buoni e cattivi…

«Sì, il fatto è realmente accaduto ma io ho provato a fare in modo che il giovane Zach fosse simpatico ai lettori, perché mi affascina l’ambiguità del comportamento umano. Ma ovviamente il suo è un gesto terribile che volevo anche condannare duramente. Volevo puntare l’attenzione sul fatto che Zach non riesce a capire davvero perché ciò che ha fatto è così dannoso, sia per se che per la comunità. Lui non conosce abbastanza il mondo per dare il giusto peso al suo agire e questo può essere molto pericoloso».

Accanto ai personaggi principali, con l’avanzare della narrazione, dona voce anche ai comprimari, caratterizzandoli. In particolare, aver narrato il punto di vista della comunità somala evidenzia un lavoro di ricerca molto interessante.

«Sentivo che era molto importante assumere il punto di vista di alcuni personaggi somali in modo che il lettore potesse comprendere in che modo, il gesto di Zach avesse colpito la loro comunità, vivendo le reazioni sulle persone interessate in modo diretto. Abdikarim è veramente angosciato per la morte del suo figlio maggiore, si sente vecchio, stanco e molto traumatizzato. Lui vede in Zach qualcuno che può – davvero inaspettatamente – amare. Mi sono serviti anni di ricerche per cercare di ricreare il punto di vista della realtà somala».

Parlando di Pam, della levità con cui spazza via le preoccupazioni, mi è venuta in mente la Daisy del Grande Gatsby. E’ un paragone azzardato?

«Penso che Pam sia probabilmente più intelligente della Daisy de “Il Grande Gatsby”. Lo dico perché hanno tempi narrativi diversi e di Daisy non si riesce ad essere certi di quanto sia realmente intelligente. Ma Pam era molto interessata alla scienza e alla ricerca tuttavia le mancava la fiducia nei suoi mezzi per andare avanti. Piuttosto ciò che rende veritiero il suo raffronto è il fatto  che entrambe queste donne sono molto inquiete e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa di più di ciò che posseggono».

Tutto il libro viaggia sul confine fra tolleranza, convivenza e razzismo. L’America è un paese razzista oggi?

«Sì, gli Stati Uniti sono una società razzista. Mi fa male ammetterlo ma è assolutamente vero. Certo, è anche vero che abbiamo fatto grandi progressi, in particolare negli ultimi 50 anni ma il razzismo è ancora molto presente contro le popolazioni dalla pelle scura, contro gli ebrei e adesso anche contro i musulmani. Ciò detto, questo è un paese costruito sulle differenze e ci sono molti cittadini che dedicano le loro risorse per aiutare tutte le popolazioni. Come in ogni società ci sono infiniti problemi, ma negare il razzismo presente nella società americana sarebbe pericoloso, oltreché sbagliato».

Cosa significa per lei aver vinto il Premio Pulitzer?

«Ha significato tantissimo per me. Testimonia il mio apporto alla registrazione – mediante la letteratura – di un pezzo di America, utilizzando il linguaggio in un modo forte, capace di trasmette la storia ai lettori».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

“Una storia d’amore al tempo della crisi”. Silvia Avallone si racconta

Dopo il grande successo riscontrato con “Acciaio”, la scrittrice Silvia Avallone era certamente attesa al varco, tanto dai suoi lettori che dal mercato editoriale. L’Italia che porta in pagina nel suo secondo romanzo, “Marina Bellezza” (Rizzoli, pp. 528 Euro 18,50) è quella dei figli degli anni ’90, una generazione cresciuta davanti alla tv con il mito del successo e della fama. Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta che la porterà a lasciare la natìa Valle Cervo in cerca di fortuna mentre Andrea, come un salmone controcorrente, desidera tornare alla terra per fare il margaro, colui che alleva il bestiame. Ispirato alla storia d’amore dei suoi nonni ma declinato in chiave moderna, Marina e Andrea si respingeranno e si attrarranno nel corso dell’intero libro, sino a giungere ad un finale aperto. Sullo sfondo si muove una generazione di ragazzi insoddisfatti, privati del futuro, convinti che se la vita fosse giusta dovrebbe risarcirli…

Marina Bellezza nasce nel 1990 e cresce davanti alla tv. Poi cosa accade?

«La tv le tiene compagnia durante la sua infanzia e la sua adolescenza mentre la sua famiglia va in pezzi. Diventa per lei un punto di riferimento, una via di fuga possibile; nello stesso tempo, il mondo della televisione, rappresenta la meta per il suo rancore e il sentimento di ingiustizia per il trattamento riservatole dalla famiglia».

Proprio il supposto diritto ad una forma di risarcimento è un punto focale del libro…

«Sì, è il suo grande errore. Anche quando la vita ti tradisce non è affatto detto che ti debba risarcire. Ma lei ne è convinta».

Perché ha voluto che la bellezza fosse il tratto più evidente della sua protagonista?

«Desideravo un personaggio femminile molto scomodo da giudicare. Mi piaceva che, scrivendone, fosse capace sia di farmi arrabbiare sia di provare tenerezza nei suoi confronti. Per trarre ispirazione ho iniziato a pensare alle grandi cantanti americane come Britney Spears e Rihanna; sono convinta che dietro queste vite ci siano traumi e ferite che fungono da benzina per ottenere un successo colossale. Così, ho immaginato una Britney Spears di provincia con una carica da leonessa ma anche molto fragile».

Il fatto di superare degli ostacoli se non addirittura dei traumi, può dare uno slancio permettendo di lanciare il cuore oltre l’ostacolo?

«Se penso a questo momento storico e alla difficoltà che incontrano i miei coetanei nel mondo del lavoro, voglio sperare che il coraggio possa aiutare a tirare fuori le proprie qualità, rendendoci non solo più forti ma anche più lungimiranti. Non avere la strada spianata davanti a sé può permetterci di trovare dei sentieri inaspettati da intraprendere».

“Storia d’amore al tempo della crisi”: poteva essere questo il sottotitolo del suo libro?

«Sì! Decisamente sì».

Andrea, proprio come un salmone controcorrente, sembra voler tornare alla terra, ad una vita molto slow…

«Marina è una rockstar arrabbiata nata in provincia, invece Andrea è ispirato ai margari che facevano la transumanza del gregge, figure silenziose che mi hanno sempre affascinato. Ma per scrivere il libro sono andata a caccia di storie di miei coetanei, con una mentalità da anni ’80 e con alle spalle degli studi, che decidono di tornare alla terra, di recuperare anche il proprio territorio. Di storie simili ne ho scovate tante, da nord a sud».

La provincia che porta in pagina sembra molto diversa da ciò che siamo abituati a leggere. Come mai?

«Volevo che in questo libro ci fosse uno spirito da pionieri, che rivivesse il mito della frontiera da conquistare. Oggi mancano i far west ma abbiamo le nostre provincie, piena di tesori e di bellezze incolte, abbandonate, impoverite per decenni. Si tratta di un recupero essenziale, qualcosa di simile alla ricostruzione post-bellica per importanza. La mia provincia non è rifugio ma luogo di conquista».

Se la sentirebbe di lanciare un appello ai giovani italiani per indurli a non lasciare il paese, a giocare qui la battaglia del proprio futuro?

«Sia chi rimane sia chi va all’estero è un piccolo eroe, in entrambi i casi serve davvero molto coraggio per affrontare le difficoltà odierne. Io sono stata anche fortunata. Diciamo che sento un forte legame con la mia lingua, con il mio paese e mi fa rabbia che il nostro enorme potenziale, il patrimonio culturale e paesaggistico, il Made in Italy e le eccellenze siano sprecate, lasciate a se stesse se non addirittura osteggiate. Mi sento dire che dobbiamo ripartire da noi stessi, riprenderci le ricchezze del nostro paese, farle rivivere. Vorrei ci fosse un’alternativa, invece, andar via è spesso una necessità».

Tornare a scrivere dopo il successo di “Acciaio” è stata una liberazione o un esame da superare?

«Ho cercato di dimenticare completamente la pressione e quando ho cominciato a scrivere per fortuna, è accaduto. Mi piace alternare la fase della scrittura – che consiste nello stare chiusi per uno, due anni senza fare nient’altro – per poi condividere il libro per diversi mesi, viaggiando in giro per l’Italia».

Per lei cosa rappresenta l’atto della scrittura: più simile ad una necessità fisica o ad una forma di piacere?

«Non mi hanno mai posto questa domanda, almeno in questi termini. Ho bisogno di vivere ma sento la necessità di raccontare il mondo, quello che mi sta a cuore, per salvaguardare certe province, certe storie. È un bisogno di liberta soprattutto: il mio tempo storico è denso di difficoltà e non posso cambiarlo ma scrivendo posso reagire, sovvertire tante cose che non mi piacciono».

Almeno nella scrittura le cose possono andare come dovrebbero?

«Sì, scrivere significa dare ordine ad un caos spesso indecifrabile. Un modo per ridare importanza a ciò che conta davvero».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 26 ottobre 2013

 

Melania Mazzucco: «Il limbo? L’essenza stessa della natura umana».

La soldatessa Manuela Paris è la protagonista di “Limbo” (Einaudi, pp. 476 euro 20) il nuovo romanzo della scrittrice Melania Mazzucco, diverse volte finalista e infine, vincitrice del prestigioso premio Strega nel 2003 con “Vita”. Manuela, maresciallo sottoufficiale degli alpini, è una donna inquieta come tutte le protagoniste che la scrittrice romana pone al centro dei suoi romanzi tanto che sarà il rientro dal fronte afghano, il suo ritorno alla normalità, a rivelarsi davvero arduo, snervante persino. La Mazzucco – in libreria anche con la tenera fiaba “Il bassotto e la regina” (Einaudi, pp. 101 euro 10) – anche questa volta ha scelto di immedesimarsi nel migliore dei modi con la sua protagonista e per farlo ha imparato ad usare il fucile d’ordinanza e ha marciato con tredici chili di zavorra nello zaino. Ma soprattutto dimostra sulla pagina un grande controllo della narrazione, riuscendo a far piombare anche il lettore nel limbo esistenziale che, in fin dei conti, «è l’essenza stessa della natura umana».

Aveva già scritto dell’Afghanistan in Lei così amata. Cosa la affascina di questo paese tanto da volerci tornare con l’immaginazione?

«Il suo isolamento e la sua alterità. Per motivi geografici e storici, l’Afghanistan è rimasto chiuso al contatto col mondo occidentale. In Europa per secoli dell’Afghanistan si conoscevano solo i cammelli e i lapislazzuli. Viceversa, dopo che gli ultimi discendenti di Alessandro Magno si erano dispersi tra le pianure e le montagne afghane, nessun europeo, salvo qualche mercante di gioie, aveva viaggiato in quelle contrade. Così in Afghanistan il tempo si è interrotto, cristallizzato in quello che era ormai il passato del mondo. Niente modernità, niente strade, niente notizie, niente scambi. E l’incontro con la cosiddetta civiltà europea non poteva essere indolore. Oggi anche noi italiani facciamo parte del ‘grande gioco’: mai conquistato e mai sottomesso, l’Afghanistan ci interroga e ci costringe a chiederci da che parte stiamo».

Manuela non è una donna soldato ma una donna militare, una condizione nuova, un tempo inimmaginabile. Perché ha scelto lei come protagonista?

«Perché Manuela è appunto una donna del XXI secolo, una donna proiettata verso il futuro, e il suo personaggio mi offriva la possibilità di raccontare qualcosa che la letteratura ancora non ha mai raccontato. Perché gli occhi di una donna portano al racconto di guerra una prospettiva inaudita – e modificano la guerra stessa. Perché da bambina, Annemarie Schwarzenbach, la protagonista realmente vissuta del mio romanzo Lei così amata, da grande non voleva fare la scrittrice – come poi fece – ma il generale. All’inizio del Novecento, la società rise del suo sogno. Le ragazze come Manuela potranno realizzarlo».

La condizione di sospensione, di inerte attesa del limbo è quella in cui piomba Manuela al suo ritorno a Ladispoli?

«Elsa Morante, una scrittrice che amo molto, scelse come dedica per il suo romanzo L’isola di Arturo una poesia il cui ultimo verso recita: “fuori del limbo / non v’è eliso”. Ma il Limbo, come tutti gli italiani ricordano grazie a Dante, è un luogo, in cui scontano l’eternità coloro a cui, pur senza colpa, sarà negato il Paradiso. È dunque anche una condizione esistenziale, diciamo di felicità precaria, limitata, terrena. È la condizione umana per eccellenza».

Come si è documentata per descrivere le pagine della missione e dell’addestramento?

«Come faccio sempre quando scrivo un romanzo. Investigo, leggo, ascolto, incontro persone, faccio domande, provo a immedesimarmi nella vita dei miei protagonisti. Mi alleno, come se dovessi superare le prove cui si sottopone Manuela per entrare in Accademia. Studio il manuale di istruzioni del fucile AR 70/90. Indosso tredici chili di zavorra, e cerco di capire cosa vuol dire per una donna militare uscire di notte di pattuglia, che so, con un peso simile addosso. Insomma, cerco la verità, quella che una volta ho chiamato “la sconosciuta filologia della vita quotidiana”. Ho bisogno da un lato di immaginare liberamente, dall’altro di documentarmi».

Per rendere la storia d’amore del libro ha creato un parallelo con la figura del ragno cammello. Perché?

«Una leggenda orientale dice che se ti punge il ragno-cammello, un enorme ragno che vive nei deserti afghani, ti ruba l’ombra, cioè l’anima. Il personaggio di Mattia ha subito la stessa sorte: non ha più ombra, non ha più storia. Manuela si chiede come si possa amare un uomo senz’ombra, e se si possa esserne amati».

La guerra in Afghanistan viene definita spesso invisibile mediaticamente. Combatterla può essere ancor di più un’esperienza alienante?

«Suppongo che l’esperienza alienante sia rappresentare un paese che non ha fiducia in te. E che non crede in ciò che fai, nelle ragioni per cui lo fai, e ti rispetta solo quando hai pagato il prezzo più alto. Molti italiani che rappresentano le istituzioni, e non solo i soldati, si trovano in questa situazione. Gli italiani fin dall’Unità hanno un rapporto conflittuale con lo Stato – e con chi lo rappresenta».

Un giorno crede che riuscirà finalmente ad andare in Afghanistan?

«Andrò in Afghanistan quando non ci saranno più bombe né insorti né carri armati né guerra né nemici. Quando sarà un paese libero. La libertà può significare molte cose. Ma io intendo la libertà di pensare, esprimere opinioni senza essere uccisi per questo, libertà di scrivere, di non rinnegare la propria identità, di lavorare, di guidare un’automobile, di parlare con chiunque e andare ovunque senza sembrare una provocazione vivente, una minaccia o una spia. Senza queste libertà essenziali e non negoziabili, per me non ci sono le condizioni per affrontare un viaggio, qualunque ne sia la meta».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Massimo Carlotto: «Denunciamo la subalternità economica delle donne italiane»

Quattro donne per raccontare la condizione femminile odierna, fra violenza e subalternità al mondo maschile, in nome di una vendetta intesa come riscatto e rinascita. Con questo spunto, Massimo Carlotto e Marco Videtta hanno creato il ciclo de “Le Vendicatrici”, quattro libri editi da Einaudi Stile Libero, grande omaggio al feuilleton nonché ardita scommessa editoriale. In occasione della sua presenza alla kermesse letteraria Naxoslegge, abbiamo incontrato Massimo Carlotto a Messina (un evento organizzato dalla libreria Doralice e moderato da Katia Trifirò) dove ha annunciato l’uscita del terzo volume, “Sara” (pp.201 €15), prevista per l’8 ottobre. Massimo Carlotto cura una riuscita collana noir, Sabot/Age, per Edizioni EO, giunta alla decima uscita (Alcazar. Ultimo spettacolo, Stefania Nardini) e il suo prossimo anno professionale sarà tutto dedicato al teatro ma il grande traguardo cadrà nel 2015, quando compirà vent’anni di carriera letteraria. Per festeggiare, a grande richiesta tornerà anche il suo personaggio per eccellenza, l’Alligatore alias Marco Buratti, con due romanzi e tante novità…

Com’è nato il progetto delle Vendicatrici?

«Avevo già lavorato con Marco Videtta, con cui avevo scritto “Nordest” (Edizioni EO, pp.201 €15). Quattro anni fa cominciammo a pensare ad un progetto che riunisse Roma e la condizione femminile odierna».

Lei è un grande ritrattista della realtà del nordest italiano: perché avete scelto Roma?

«È una città dove stanno accadendo una serie di cose interessanti da un punto di vista criminale. Avevamo cominciato a lavorare ad un romanzo e alla fine ne sono venuti fuori quattro ma non volevo aspettare i tempi canonici delle uscite. Per questo ho proposto alla Einaudi quattro uscite ravvicinate e loro hanno subito accettato di pubblicarli nell’arco di sei mesi».

Una scommessa editoriale, un omaggio ai feuilleton…

«Esattamente. Volevo venire incontro alla fame del lettore, alla sua voglia di poter chiudere l’intero arco delle Vendicatrici. Il fatto di aprire e chiudere un ciclo in un breve tempo ha conquistato i lettori che amano anche le serie-tv, soprattutto americane, legate al concetto di serialità. Da questo punto di vista, invece, ho seri problemi con l’Alligatore, perché io non lavoro sui personaggi ma sulle storie e se non è adatta non posso farci nulla. Ma nel 2015 tornerò con due nuovi romanzi che avranno lui come protagonista, chiudendo un ciclo narrativo».

Avete osservato delle regole precise in questi quattro romanzi?

«Ogni romanzo è dedicato ad una figura femminile ma c’è anche una grande antagonista femminile, sfuggendo alla dicotomia “maschi contro femmine” e ciascun libro può essere letto in maniera disgiunta. Il primo, il secondo e il quarto sono romanzi corali, mentre il terzo è dedicato a Sara, il personaggio più misterioso: le è accaduto qualcosa quando aveva 11 anni, ha una tomba vuota su cui piangere e ha dedicato tutta la sua vita alla vendetta. Questa è Sara».

E le altre Vendicatrici?

«Ksenya è la classica sposa siberiana, sono donne disperate disposte a tutto pur di fuggire via. Luz è una prostituta di quartiere ed Eva è una signora perbene con una profumeria ma suo marito è un ludopatico… Per costruire questi personaggi in modo verosimile, io e Marco ci siamo fisicamente installati in un quartiere romano, cominciando ad osservare il tutto da un punto di vista esclusivamente femminile. L’idea era quella di raccontare la contemporaneità criminale, dall’usura al gioco d’azzardo, sino ai piani alti dove troviamo Sara».

La vendetta che portate in pagina ha un’accezione positiva o è mera rivalsa?

«La vendetta è sempre catartica ma le nostre Vendicatrici capiscono che tramite la vendetta possono raggiungere una vita degna. Infatti si alleano e non rinunciano ai grandi sentimenti della vita, come hanno fatto gli uomini che le hanno dominate e sottomesse. Sarà proprio questa consapevolezza a permettergli di cambiare vita».

La violenza contro le donne è un tema drammaticamente sempre più attuale in Italia…

«Quattro anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorare, il termine “femminicidio” non esisteva nemmeno. Il nostro punto di partenza è stato che solo il 46% delle donne lavora nel nostro paese e in quel quartiere romano che ci faceva da base, ci siamo subito imbattuti nel lavoro nero al femminile. Una subalternità che si trasmette anche nei rapporti personali, più profondi».

A suo avviso cos’è che rende arduo la tutela della donna nella nostra società?

«Incidono molti fattori, quello legale e culturale senza dubbio ma è soprattutto una questione economica. Girando per i centri di protezione abbiamo visto che molte volte le donne tornano dagli uomini violenti perché non hanno i soldi per sopravvivere. Le donne dovrebbero allearsi, donne fra donne, per superare le situazioni molto difficili, come da tempo accade nel Maghreb».

Le piace il termine femminicidio?

«No».

Si è schierato contro il boicottaggio dei libri di Erri De Luca, proposto per le sue posizioni No Tav. La spaventano queste reazioni?

«Per aver firmato, moltissimi anni fa, un appello pro Cesare Battisti per questioni squisitamente francesi (con una lunga lista di intellettuali fra cui Daniel Pennac, Loredana Lipperini, Christian Raimo e Tiziano Scarpa) i miei libri furono banditi da alcune biblioteche venete. Accusare Erri De Luca di fomentare la rivolta terroristica è un’idiozia e la proposta di boicottare i suoi libri è ridicola, quanto pericolosa».

Ma in generale, quale crede che debba essere il ruolo dell’intellettuale? Deve essere impegnato politicamente o discosto?

«Un autore deve attraversare il proprio tempo occupandosene. Dire delle cose sulla No Tav è scomodo ma evidentemente necessario».

Nel 2015 compirà vent’anni di scrittura. Qual è il suo rapporto con l’ispirazione?

«Io ho bisogno di andare, vedere, scrivere la trama, pensarla e dopo vedere se viene fuori un romanzo. Credo che l’ispirazione sia una balla ottocentesca che gli autori amano raccontare e i lettori adorano credere».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud