Elena Valdini racconta: «Le parole di De André ci aiutano a capire le nostre cose e anche quelle del mondo»

Fabrizio De Andréle sue passioni, le sue parole e soprattutto la sua vena ispiratrice sono al centro del libro Ai Bordi dell’Infinito(Chiarelettere, pp.256), a cura della giornalista e scrittrice, Elena Valdini per la Fondazione De André OnlusUn libro composto da una ricchissima raccolta di saggi e testimonianze che ruotano attorno alle parole e al pensiero di Fabrizio De André, rilasciate da grandi esponenti della società civile e del mondo culturale, da Marco Revelli ad Erri De Luca, da Padre Alex Zanotelli a Don Gallo. Proprio la Valdini ha chiarito quale sia la prima peculiarità di questo libro ovvero una celebrazione fine a se stessa per quanto pregevole «ma la volontà di sottolineare come come le sue parole, i suoi versi, le sue idee hanno in parte contribuito alla nascita di progetti che vanno oltre le sue parole».

Dopo il ricchissimo volume Tourbook, la Fondazione De André e Chiarelettere tornano a braccetto in libreria con Ai bordi dell’infinito. Come nasce questo progetto? Perché questo titolo?

Il progetto in realtà risale ai tempi della lavorazione del nostro primo libro, Volammo davvero (Rizzoli/BUR, 2007), un’antologia in cui sono state raccolte le “parole dette” e dedicate all’opera di Fabrizio De André dal 2000 al 2005. Pubblicato Volammo davvero, da subito ci siamo ripromessi di lavorare a una seconda antologia che sarebbe arrivata cinque anni dopo, Ai bordi dell’infinito è nato anche così. Dico anche, perché questa nuova raccolta si differenzia molto rispetto alla prima: in questo caso si tratta infatti di saggi e testimonianze che si muovono intorno al pensiero di Fabrizio De André, dalle cui parole sono nati anche progetti concreti come testimoniano i laboratori condotti per esempio con i detenuti e gli studenti. Ai bordi dell’infinito è uno sguardo su quanto si è mosso in questi anni intorno alla giustizia sociale. Parla di questo perché in molti su questo hanno voluto confrontarsi, magari partendo proprio da un verso o da un pensiero di Fabrizio De André.

Perché questo titolo?

Il titolo è tratto dal “Cantico dei drogati” proprio con lo slancio di guardare oltre quel “confine stabilito/ che qualcuno ha tracciato /ai bordi dell’infinito”. 

Da curatrice come ti sei districata fra i numerosissimi contributi raccolti? C’è una testimonianza, un ricordo, che ti ha colpito di più?

È un lavoro che richiede tempo perché si tratta di recuperare registrazioni e interventi che magari non è così ovvio poter trovare anni dopo. È però bellissimo ricostruire percorsi e dialoghi e provare a far sì che possano poi essere conosciuti anche da chi magari non ha avuto occasione di partecipare a questo o quell’altro incontro o dibattito. Così com’è bellissimo vedere il naturale lavoro del tempo. Voglio dire che se i primissimi anni, penso per esempio ai primi anni Duemila, ci si concentrava in particolare a omaggiare l’uomo e l’artista, ora è splendido vedere come le sue parole, i suoi versi, le sue idee hanno in parte contribuito alla nascita di progetti che, pur lavorando sui concetti espressi da De André nella sua opera, vanno oltre le sue parole. 

Quanto è durata la costruzione del libro e, a tuo avviso, il sentimento prevalente nei contributi è il rimpianto per la scomparsa di Fabrizio De André o la celebrazione di ciò che ha fatto?

Credo che ora più del rimpianto e della celebrazione sia più forte la tensione a “impastare” sempre più i suoi versi con ciò che ci sta più a cuore. Nel libro si racconta come da qui sono sbocciati laboratori con i detenuti, con gli studenti, con i disabili. E ancora, anche nei Gruppi AMA, quelli dell’Auto Mutuo Aiuto, come racconta Gabriele Gatania, psicoterapeuta all’ospedale Luigi Sacco di Milano. Credo sia un libro che parla di noi non solo per le testimonianze di chi lavora o si espresso sui temi di De André, ma perché sono parole che provocano il sentire di tutti, perché sono i temi dell’uomo e, purtroppo, molte problematiche sono ancora attuali.

Dopo la tua introduzione, segue la cronaca del tuo incontro con Don Andrea Gallo. Ti hanno sorpreso la forza delle sue parole e il suo personale ricordo di De André?

È stato un incontro denso, in ogni sua sfumatura. Non si tratta tanto di rimanere sorpresi, ma di essere profondamente colpiti dalla sua potenza e dalla sua intensità. Sono molto affezionata a don Andrea Gallo, è forse la persona, tra quelle vicine alla Fondazione, che in questi anni ho più spesso avuto occasione di incontrare e ascoltare. Nel libro ci parla di giustizia sociale, quindi di uguaglianza. Di amore, amore a perdere. Quindi di gratuità, non di premi. La sua analisi di Laudate hominem è molto intensa così come quando ricorda di quando Fabrizio De André richiamò Archimede: «Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo». E ci spiega così bene che il punto d’appoggio è dentro di noi «ecco perché bisogna mettere al centro l’uomo». Così come quando alle voci “speranza” e “indignazione” spiega che a entrambe devono seguire proposte concrete. 

Infine vorrei chiederti: navigando sui social network ti sorprende la grande nostalgia che c’è verso Fabrizio De Andrè? Ti sorprende il fatto che le sue canzoni siano amate e capite anche dalle nuove generazioni?

Da un lato non smette di sorprendere perché è molto potente che ciò avvenga anche da parte di chi non ha avuto occasione di conoscerlo quando era in tour o quando uscivano i suoi dischi. Dall’altro lato mi vien da dire che non dovrebbe sorprenderci se all’opera di De André accade ciò che accade a quella di altri grandi classici: essere lette e rilette perché ci tengono compagnia e perché ci sembra che ci aiutino un po’ a capire le nostre cose, e anche quelle del mondo.

(FRANCESCO MUSOLINO)

Ricordando Bruno Shulz. Nadia Terranova presenta “Bruno”

La scrittrice messinese Nadia Terranova ha voluto far rivivere la dolcezza e la bellezza della scrittura dello scrittore ed intellettuale Bruno Schulz (La bottega color cannella) in un libro agrodolce, cui è destinato il messaggio di far capire ai più piccoli (il libro è consigliato dai 10 anni in su) anche il dramma dell’Olocausto, del Male assoluto. Bruno (edito da Orecchio Acerbo, pp. 40, cm21x30,5 – €16) è un bambino ebreo. La grossa testa lo rende incerto e impacciato nei movimenti, il carattere è schivo e introverso. Curioso e attento a ogni cosa che lo circonda, è affascinato dalle eccentriche stravaganze del padre, dalle sue stupefacenti metamorfosi. Lo perderà anzitempo, ma, non volendosene separare del tutto, farà rivivere nei suoi disegni e nei suo scritti la straordinaria capacità paterna di riconoscersi e identificarsi in ogni oggetto, in ogni animale, in ogni persona. Fino a una giornata d’autunno del 1942, quando un ufficiale nazista lo ucciderà per strada, nel ghetto di Drohobycz, una piccola città della Galizia Orientale. Il racconto è accompagnato, non solo illustrato, dalle belle tavole di Ofra Amit.

Com’è nato “Bruno” e perché hai voluto raccontare di Bruno Schulz?

«Quasi dieci anni fa ero una neolaureata in filosofia, squattrinata e appena sbarcata a Roma per seguire un corso di editoria. Mentre scartabellavo in una libreria alla ricerca di testi che mi avrebbero dovuto illuminare sulle tendenze del mercato, sono stata attratta da questo librone che sembrava uno scrigno, “Le botteghe color cannella” di Bruno Schulz. A dispetto della sua mole, del prezzo che allora mi sembrò esoso e di un’aria fuori dal tempo e quindi completamente inutile per i miei scopi dell’epoca, me ne innamorai e lo divorai in pochi giorni. Da allora è una rilettura costante. Quando ho proposto a Fausta Orecchio, l’editore di Orecchio Acerbo insieme a Simone Tonucci, un racconto sulla vita di Bruno bambino, lei ne è stata incuriosita e poi entusiasta. La storia di Schulz è piena di simboli, è insieme umana e mitologica: c’è un continuo legame con la morte, con l’infanzia, con l’ebraismo e con un senso profondo di impotenza ed estraneità; e c’è questo adulto-bambino schivo, strano, che guarda il mondo con occhi obliqui e ce lo restituisce con parole immaginifiche e potenti».

Questa storia è anche, forse soprattutto, un modo per raccontare il Male e il dramma dell’Olocausto ai più piccoli. Credi sia importante che anche i bambini sappiano?

«Sì, ma non per un senso del dovere meccanico né per sbarazzarci la coscienza: è importante perché non ci siano contorte zone d’ombra dove crescono paure che possono diventare facilmente mostri senza nome. Invece è importante che i bambini diano un nome alle cose, che sappiano che non esistono il bene e il male come entità separate e assolute, ovviamente con gradualità e delicatezza, senza che si offenda mai la loro sensibilità».

Questo è il tuo primo albo illustrato: come cambia il tuo modo di scrivere e immaginare la storia sapendo che gli verranno affiancate delle immagini?

«Le parole devono essere essenziali e ben calibrate, secche ma anche ariose, in modo che l’illustratore possa attraversarle con rispetto ma anche lo spazio necessario a una riscrittura, a volte può anche stravolgere il testo, sempre ha il compito di raccontare la stessa storia attraverso un alfabeto parallelo, altrimenti è semplice didascalia che non serve a nessuno».

A proposito di immagini, la collaborazione con Ofra Amit è riuscita a dar vita a ciò che volevi immaginare con le tue parole?

«Sì, è stata eccezionale. Amo le immagini di Ofra, non posso più immaginare la mia storia slegata dai visi e dai dettagli del suo tratto».

Infine vorrei chiederti se c’è uno stile, un registro preciso per rivolgersi ai lettori più giovani. Credi sia un caso che molti narratori “per adulti” di grande fama, abbiano scritto anche per ragazzi e bambini?

«Il mio registro è: non sottovalutarli. Non ricorrere a vezzeggiativi o parole edulcorate, non cercare una morale. Siamo persone, sempre: bambini, adulti, ragazzi. Chi scrive ha il compito di trovare degli agganci che rendano la sua storia appetibile alla fascia di età a cui è rivolta, ma soprattutto ha il dovere di raccontarla così come la pensa, senza addolcire la pillola. Andare a cercare una parola più difficile sul vocabolario è qualcosa che io metto nel conto, ridurre all’osso la lingua è sbagliato. Divertire e far riflettere, suscitare lacrime e risate, incuriosire e meravigliare: questo possiamo e dobbiamo e su questo dobbiamo concentrarci. Non è un caso che molti scrittori sentano il bisogno di rivolgersi a una fascia di lettori che per tanti versi è migliore di quella adulta: se ne fregano delle mode e del nome in copertina, non leggono le recensioni, funziona soprattutto il passaparola tra loro… Più meritocratico di così!»

(di Francesco Musolino)

Fonte: Tempostretto.it del 19 aprile 2012

Il giornalista Gianni Bonina: «Il segreto di Camilleri? Spiazza il lettore, innova e si ricongiunge alla tradizione letteraria siciliana per eccellenza»

Il giornalista siciliano Gianni Bonina, torna in libreria con “Tutto Camilleri”, un prezioso volume edito da Sellerio (pp. 836; €26). Bonina ha saputo riporre in questo esaustivo volume enciclopedico le trame, le ascendenze letterarie e persino l’interpretazione critica di tutti i libri già pubblicati di Andrea Camilleri, del quale, a ragion veduta, è considerato il più importante biografo. Un libro imperdibile per tutti gli amanti di Camilleri ma anche per chi, vuol capire le ragioni del suo successo letterario, che lo ha reso celebre in tutto il mondo.

Com’è nata l’idea di questo libro?

«Probabilmente dal fatto che mancasse qualcosa del genere: una guida al lettore dell’enorme opera di Camilleri che desse conto non solo di ogni trama o sinossi di ciascun libro ma che riferisse, titolo per titolo, l’opinione dell’autore e del critico».

Cosa ha scoperto studiando l’universo di Camilleri? Ci sono delle costanti, qual è, a suo avviso, il segreto del suo successo?

«Per rispondere a tali domande ho scritto un libro di 850 pagine. Difficile rispondere in breve. In linea del tutto generale possiamo fissare alcuni punti certi. Nel panorama letterario di questi anni (dopo la grande triade siciliana Sciascia-Bufalino-Consolo), Camilleri rappresenta l’autentico fatto nuovo oltre a costituire l’erede legittimo di una tradizione che rimanda innanzitutto a Verga e poi a Pirandello. E non solo per la sua vena fortemente sperimentalista, quanto per alcuni temi che sembravano appartenere a mondi diversi e che lui ha saputo sintetizzare e riconfigurare. Un esempio su tutti: la frantumazione dell’io interiore, propria di Pirandello, e la nobilitazione dei faits divers che viene da Sciascia trova in Camilleri una sistemazione riuscita e inattesa. Un altro motivo di novità è dovuto allo stile: diversamente da come abbiamo sempre letto, è lui che si esprime in dialetto mentre talvolta i personaggi parlano in lingua. Questo rovesciamento dei ruoli determina astrazione nel lettore, che se fosse uno spettatore si troverebbe davanti a una scena dove il regista sta con gli attori e parla loro in una pronuncia che suscita ilarità e sorpresa. Il segreto del suo successo è forse nella forza che ha messo nel rompere la macchina narrativa e di ricomporla con gli stessi pezzi. Una superficiale critica letteraria da tempo lo ha relegato nel novero degli autori di intrattenimento, destinati a vivere il tempo della loro vita, ma arriverà il momento in cui la sua opera formerà oggetto di una ricerca più attenta e intelligente».

C’è un libro che, per antonomasia, lei consiglierebbe per approcciarsi da neofita alla lettura di Camilleri?

«A me piacciono le sue favole realistiche, quelle della “trilogia della metamorfosi”: Maruzza MusumeciIl casellante Il sonaglio. Ma la scelta è vastissima, al punto che dell’opera camilleriana si può parlare di generi. Figurano i romanzi borghesi, in pretto italiano, gli apocrifi, gli apologhi, la memorialistica, la saggistica, l’interventistica. E poi c’è Montalbano. Concordo comunque con quanti ritengono Il birraio di Preston e La concessione del telefono i suoi lavori migliori. Ma, ad una spanna, possono situarsi Il tailleur grigioLe pecore e il pastore,L’intermittenzaIl nipote del Negus. Potremmo continuare».

Tempo fa, l’assessore alla formazione della regione Sicilia, Mario Centorrino, invitò a lasciar perdere Camilleri e Lampedusa per preferirgli una letteratura più “lieve”. Scatenò forti polemiche ma lei cosa ne pensa?

«Centorrino fa parte di un governo il cui presidente avrebbe voluto invece che Camilleri presiedesse il suo nuovo partito, mai nato. Se vuole, il segno di quanto questo governo sia sconclusionato e schizofrenico. Non credo che né Centorrino né Lombardo possano occuparsi di letteratura e tantomeno di Camilleri».

É corretto dire che Camilleri ha lanciato un movimento di rivalutazione del dialetto, siciliano ma non solo?

«Nessuno credeva possibile quanto è avvenuto. Eppure era già successo ad Odessa dove Angelo Musco recitò in catanese facendo ridere tutto il teatro. Sciascia sconsigliava a Camilleri di scrivere in dialetto e Brancati aggiungeva sempre a ogni parola la versione in italiano. Camilleri ha scommesso sulla capacità del dialetto di nobilitarsi e fa comprendere anche in Veneto termini come “gana” e “tambasiare” semplicemente suggerendone il significato semantico. Le antiche tragedie greche venivano recitate in dialetto, dorico o ionico, e la gente non risulta che facesse mostra di non gradire o non comprendere. Probabilmente Camilleri ha fatto la più ardita delle operazioni: ha schiacciato come Colombo l’uovo per farlo stare in piedi. Mi pare ci sia riuscito».

L’ha fatta sorridere la lettera che il commissario UE spedì a Camilleri per convincerlo a non far più mangiare “la novellata” a Montalbano? Forse è il segnale che il commissario è diventato tanto celebre da uscire fuori dal libro?

«Mi fanno più sorridere – e riflettere – le lettere che Camilleri riceve da lettrici che pretendono di dettargli le mosse: non solo di Montalbano ma anche di Livia, di Augello e persino di Catarella. E’ il segno che il personaggio è diventato reale: come avvenne ad Anna Karenina per esempio. Oscar Wilde disse che non si era più ripreso dal dolore per la sua morte.

(di Francesco Musolino)

Gianni Bonina, giornalista, vive a Catania dove dirige il magazine letterario «Stilos». Ha pubblicato l’inchiesta Il triangolo della morte (Meridie, 1992), il romanzo Busillis di natura eversiva (Lombardi, 1997), la raccolta di racconti L’occhio sociale del basilisco (Lombardi, 2001), il reportage L’isola che trema (Avagliano, 2006), il saggio Maschere siciliane (Aragno, 2007). Per il teatro ha scritto Ragione sociale (Premio Pirandello 2000) e ha curato l’inedito di Serafino Amabile Guastella Due mesi in Polisella (Lombardi, 2000). Con questa casa editrice ha pubblicato il saggio I cancelli di avorio e di corno(2007) e Tutto Camilleri (2012).

Fonte: Tempostretto.it del 17 aprile 2012

Carlo Mazza rivela: «Nella follia della corruzione barese ritrovo il caos tipico degli ambienti noir»

Massimo Carlotto in persona lo ha scelto per Sabot/Age, la collana che cura per Edizioni E/O, contenente storie che nessun altro avrebbe voluto raccontare e con Lupi di fronte al mare (€19,50), il banchiere di origini baresi,Carlo Mazza, ha fatto il suo ingresso nel genere noir dalla porta principale. Un libro aggressivo che pone al centro della pagina proprio la città di Bari, destinata a diventare uno specchio del malaffare e della corruzione che imperano in Italia, difatti, i legami fra politica, malavita, sanità privata e gli ambienti finanziari sono al centro delle indagini del capitano dei carabinieri Bosdaves che si farà strada in una realtà dove la realtà sembra lasciare spazio alle peggiori fantasie criminali. Come fosse una medicina amara, Mazza ci mette di fronte al degrado sociale e morale di Bari, alla corruzione dilagante nel mondo della sanità e viste le cronache di questi giorni, il suo libro è più che mai di grande attualità: «E’ come se il perseguimento del profitto illecito non fosse più un obiettivo lucido e quantificabile, ma una corsa disperata, e in una certa misura consapevole, verso la propria fine».

Dopo qualche pubblicazione minore, il suo primo romanzo è stato premiato da E/O e da Massimo Carlotto che l’ha inserita nella collana Sabot/Age. In un certo senso anche lei si sente un sabotatore?

Sì, almeno in riferimento a “Lupi di fronte al mare”, un romanzo che descrive un contesto, un modo di fare e di essere, che trova difficilmente spazi nella letteratura “bianca”, sempre più tendente all’approccio autobiografico e meno alla narrazione dei contesti ambientali.

Lei porta Bari sulla pagina ma non si tratta solo di uno sfondo, anzi la città diventa quasi un vero e proprio personaggio…

Bari ha due particolarità, che la rendono adatta alla narrazione “noir”. In primo luogo, in generale l’evoluzione dell’universo criminale mostra una commistione tra le malavite autoctone (mafia, camorra…) e quelle che provengono dall’esterno (slave, nigeriane, cinesi). La collocazione geografica di Bari, a metà tra oriente e occidente, la rende città simbolo di questa commistione (oltre che concreto crocevia di traffici). Inoltre, forse per una rivalsa storica verso secoli di precarietà, i protagonisti del malaffare barese sembrano soggiogati da un’avidità autodistruttiva. Se sono un politico importante e ho un’indennità considerevole, per di più ottengo profitti enormi dalle mie pratiche di malaffare, perché chiedo al mio corruttore anche un cappotto di cachemire? Non sarebbe più prudente e più logico, considerando la modestia del regalo rispetto a ben altri affari, che io me lo acquistassi da solo? E invece no, pretendo anche quello. Oppure si finisce per mettere in crisi la propria immagine di politico, faticosamente costruita, per il piacere di quattro spigole o cinque chili di cozze. Il malaffare non è più nemmeno una tragedia, in questo senso. E’ solo follia. E’ come se il perseguimento del profitto illecito non fosse più un obiettivo lucido e quantificabile, ma una corsa disperata, e in una certa misura consapevole, verso la propria fine.  

Perché questa è una storia che nessuno avrebbe raccontato? Lo stile noir è stato fondamentale per sviluppare la sua storia?

Mi ricollego alla risposta precedente. Il giallo è una partita a scacchi, dove sia il comportamento dell’investigatore dia quello del criminale sono logici. La follia della corruzione barese, invece, è molto più aderente ai parametri del noir, che sono la complessità e il caos.  

Il suo protagonista sulla pagina, le somiglia o è solo frutto della finzione letteraria?

Nell’idea che me ne sono fatto, dovrebbe essere un po’ più alto di me, più tenebroso. Sì, qualcosa di me credo senz’altro di averlo riversato nel personaggio. Ad ogni modo, ciò è avvenuto anche per altri personaggi, ognuno dei quali esprime qualche aspetto della mia personalità.

Questo è il primo capitolo di una trilogia. Quale filo rosso unirà i tre libri?

La volontà di rompere gli inspiegabili silenzi e rendere conto della complessità del reale. Bisogna fare in modo che i lettori diventino consapevoli delle situazioni che vivono, proprio per mezzo della pagina scritta e del suo potere di coinvolgimento, tanto più grande quanto brillante è la scrittura e convincente la trama. 

FRANCESCO MUSOLINO

Eloy Moreno attacca: «L’attuale sistema di distribuzione penalizza tutti i libri. Gli esordienti sono destinati a scomparire dagli scaffali»

Le favole non esistono. O forse sì? Il nuovo anno si apre per la Corbaccio con Ricomincio da te (pp. 384; €16,40) il libro evento di Eloy Moreno che ha sbancato in Spagna. In un’epoca in cui una fascetta urlata non si risparmia a nessuno, vale davvero la pena fermarsi ad ascoltare la storia di Eloy, professionista nel mondo dei computer divenuto romanziere di successo. “E allora”, direte voi? La differenza sta nel fatto che Moreno è stato abbastanza furbo da capire che il mercato editoriale è saturo fra esordiente e grandi nomi e la distribuzione, per forza di cose, penalizza gli sconosciuti. Poco tempo per leggere e alto prezzo dei libri sono un mix micidiale che scoraggia gli esperimenti dei lettori. E allora Moreno si arma di un trolley e con grande pazienza, faccia tosta e umiltà, batte palmo a palmo le catene di librerie, mettendo il suo libro in conto-vendita. Con risultati sorprendenti, fino a che la casa editrice Espasa – un colosso iberico – lo contatta e ripubblica il suo libro che oggi è già tradotto in numerose lingue. Ricomincio da te è dedicato a chi, stanco di lamentarsi, decide di cambiare davvero la propria vita. Scritto in prima persona, questo libro può essere davvero la scossa che molti aspettavano per diventare finalmente protagonisti della propria vita.

Come mai ha deciso di darsi alla scrittura e com’è nata la scelta della storia da narrare?

«Mi è sempre piaciuto scrivere. Lo faccio da circa 6 o 7 anni e ho iniziato scrivendo soprattutto racconti brevi di 10 o 15 pagine al massimo. Ho anche partecipato ad alcuni concorsi letterari ho vinto anche alcuni premi. Poi ho pensato che fosse arrivato il momento di fare il salto e scrivere un romanzo. Ma… che storia raccontare? Ho guardato cosa e chi mi circondava e ho visto persone con una vita sempre uguale da lunedì a venerdì, persone che si lamentavano della propria vita ma che poi in realtà non facevano niente per cambiarla. Volevo scrivere una storia a favore del cambiamento, un cambiamento reale e non sognato».

L’aver narrato la vicenda in prima persona permette al lettore di identificarsi immediatamente nel protagonista, per questo ha scelto di lasciarlo anonimo?

«Sì dall’inizio. L’ho scritto in prima persona senza mai citare il nome del protagonista, il che non è stato facile in particolare nei dialoghi e nei saluti. É una domanda che mi viene spesso rivolta: come si chiama il protagonista. Alcuni pensano, hanno dedotto che si chiami Carlos visto che il figlio si chiama Carlitos! (N.d.T.  una tradizione spagnola tuttora in auge vuole che il primogenito riceva lo stesso nome del padre e la primogenita quello della madre). Ho pensato che in questo modo ogni lettore si sarebbe più facilmente identificato nel protagonista senza interferenze di sorta poiché a volte il nome pur essere un elemento potenzialmente negativo se associato ad una persona invisa.  L’assenza di contro, lascia totale libertà al lettore».

Spesso si giunge all’autopubblicazione come scelta estrema, lei invece è partito proprio da qui, scegliendo di auto pubblicarsi e promuoversi con convinzione. Perché?

«Ho pensato che il mio romanzo non avrebbe suscitato il benché minimo interesse presso alcun editore perché oggi tutti puntano esclusivamente sui grandi nomi e non danno alcuna possibilità agli esordienti da cui ricevono centinaia di manoscritti ogni giorno. Io ero un autore sconosciuto e nessuno mi avrebbe dato una chance e il mio libro sarebbe finito in un cassetto dove nessuno lo avrebbe mai letto. L’attuale sistema di distribuzione penalizza i libri (tutti), al massimo rimangono in libreria per un mese e scompaiono ben presto sotto le novità più recenti».

 Invece di cercare un editore, è stato un grande editore spagnolo a trovarla e da lì in poi è giunto sino in Italia. Come si è sentito quando ha ricevuto la chiamata di Espasa?

«Dapprima sorpresa perché non avevo mandato il libro a nessuno. Ero in ufficio e ho anche pensato che fosse uno scherzo da parte dei miei colleghi e invece no! Era proprio l’Espasa, una tra le più grandi casi editrici spagnole. Rimasi senza parole e trovai rapidamente una scusa per riattaccare preso tra l’emozione e la confusione. Li richiamai nel pomeriggio una volta assimilata la sorpresa».

Molti decideranno di imitarla: ha un consiglio per gli aspiranti romanzieri?

«Avevo investito parecchio tempo nella stesura del romanzo quindi ho pensato che sarebbe stato giusto investirne almeno una parte per la promozione. La grande difficoltà per non è pubblicare fisicamente un libro quanto piuttosto distribuirlo. Di fatto alcune catene di librerie non mi hanno permesso di vendere il libro presso il loro punto vendita. Tuttavia, se si crede fermamente nel valore di ciò che si è scritto bisogna avere il coraggio di andare avanti, la perseveranza di sostenerlo facendo tutti gli sforzi possibili.

Francesco Musolino

Fonte: Tempostretto.it dell’8 febbraio 2012