Patrizia Wächter: «Vi racconto chi era Papà Leo»

Leggendo le belle e accorate pagine di “Papà Leo” (Bompiani editore, pp. 204, €16,50) riviviamo l’incredibile vita dell’impresario Leo Wächter guidati dalla prosa semplice e piacevole della figlia Patrizia, che per quindici anni ha gestito con lui il “mitico” Teatro Ciak di Via San Gallo n°33, a Milano. Oggi Patrizia è un’affermata figura nel mondo cinematografico, collabora con diversi registi sia italiani che stranieri e tra gli altri, con il Noir in Festival, il Festival del film di Locarno, le Giornate degli autori a Venezia, il Torino Film Festival.

A dieci anni di distanza dalla morte del padre, Patrizia Wächter ha deciso di farne rivivere la figura e con essa il suo coraggio, il grande intuito e la sua famosa generosità. Leo Wächter, ancora bambino, finì nel campo di lavoro di Dachau dal quale fuggì finendo in Olanda, poi in Jugoslavia e infine in Italia ma solo nel 1966 ottenne la cittadinanza e ciò lo costrinse a rinunciare a due sogni. Partecipò alla Resistenza, finì in carcere e conobbe la famiglia Fo.

I suoi risultati come impresario privato sono incredibili: fu lui a organizzare la storica tournée dei Beatles nel giugno 1965. Oltre ai Beatles, portò nel nostro paese artisti del calibro di Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Jimi Hendrix, i Rolling Stones, The Who, il grande Frank Sinatra, senza dimenticare la sua grande passione per il mondo circense e l’avventura della balena Jonas…

 

Patrizia, come mai ha voluto raccontare la vita di suo padre a dieci anni dalla sua scomparsa?

Alla base di questa scelta ci sono una serie di motivi. Innanzitutto per elaborare i lutti serve parecchio tempo ma anche perché, col passare degli anni, le persone che ricordavano il suo impegno e i suoi successi erano sempre meno. Quando morì non organizzammo nulla e non partecipammo a nessuna commemorazione in suo nome ma non vi fu alcuna decisione alla base, era semplicemente la nostra risposta, il nostro modo di sopravvivere alla sua scomparsa. Però mi dispiaceva tantissimo rendermi conto che quando si parlava di jazz, di circo, di teatro o di rock, quasi nessuno lo citava. Scriverlo è stato molto duro: è servito oltre un anno di ricerche per reperire il materiale e per me, che odio scrivere persino i comunicati stampa, mettermi alla prova con un romanzo è stato come entrare in terapia. Delle ricerche si sono occupati Leonard e mio marito Antonello che hanno ricostruito tutto con grande cura anche grazie a delle associazioni polacche che hanno permesso di ricostruire la prima parte della sua vita. Anche Umberto Veronesi e Dario Fo mi hanno aiutato a ricostruire degli aspetti della sua vita che non potevo conoscere, come la sua militanza partigiana che la sorella di Dario, Bianca, ricostruisce in parte nel suo libro Io, da grande, mi sposo un partigiano. La ringhiera dei miei vent’anni (Einaudi).

Per via del suo vissuto ma anche del suo attuale lavoro sottolinea senza snobismo che la fascinazione per la celebrità non l’hai mai davvero vissuta. Forse l’unica volta fu in quella foto accanto ai Fab Four…

Beh, l’emozione di aver conosciuto i Beatles venne anni dopo. Ero una persona talmente fortunata che anche quella tournée mi sembrava normale. Credo ci siano due tipi di emozioni quando si conoscono personaggi davvero importanti, quella artistica e quella da autografo. Quest’ultima, davvero, non l’ho mai provata ma quella artistica la provo ancora oggi. La storia della foto è davvero particolare perché, all’improvviso mi hanno seduta accanto a loro e quella foto, mi è giunta anni dopo dalla famiglia di mio padre che vive in America. Invece la foto in cui sono immortalata mentre scendo dall’aereo con i Beatles l’ha trovata casualmente mio marito Antonello in una libreria. Pensate che io non sapevo nemmeno che esistesse quella foto.

Però Antonello lei non lo faceva nemmeno entrare al Derby…

Allora ero una ragazzina un poco viziata e al Derby facevo entrare solo i miei amici. E lui non lo era!

Nel libro riporta il contratto coi Beatles: era un semplice foglio di carta con quattro righe e due firme in calce, quasi un gentleman agreement. Che differenza con i contratti di oggi…

Mio padre aveva amici sparsi per il mondo che gli mandavano telegrammi con poche righe. In quello dei Rolling Stones, dietro, ci sono solo le date di nascita. Oggi è cambiato tutto. Basta pensare ai miei contratti o quelli con i festival, roba di pagine su pagine. Oppure, quando curo un grosso film a livello nazionale, arrivano dagli uffici stampa una serie di condizioni ferree, come domande da non fare e richieste più o meno comprensibili da parte degli attori. Da una parte tutto si è semplificato grazie ad Internet ma d’altra parte tutto si è complicato, incasinato.

Suo padre era affascinato dal mondo circense. Organizzò la tournée del Circo di Mosca che venne anche ricevuta in Vaticano, un evento storico. E il giorno delle tue nozze le fece anche una proposta shock…

Non voleva che mi sposassi e mi propose un giro del mondo. Era davvero gelosissimo e per dieci anni, prima che nascesse mia sorella, fui anche figlia unica. Voleva che restassi per sempre la sua bambina ma onestamente era anche un po’ maschilista…

Ad un certo punto ricorda che suo padre, seduto alla cassa del Ciak con accanto il suo cane, le rimproverava di voler cambiar vita.

Intanto credo che in generale lavorare con i propri genitori sia difficilissimo. Nel migliore dei casi ci si vuole talmente bene che si finisce per litigare su tutto. Ma nel caso specifico, il problema è che lui amava moltissimo il rischio, era un vero incosciente, aveva milioni di idee che voleva mettere in pratica. E vi riusciva sempre. Al contrario io sono una persona che detesta il rischio. Anzi, forse lo sono diventata col tempo, prendendo le distanze da lui e da quella vita. Ma non metto in dubbio il fatto che il vero impresario privato, per avere successo, doveva agire esattamente come faceva lui, doveva amare il rischio.

Scrivi che se tuo padre avesse saputo in anticipo l’esito degli spettacoli sarebbe divenuto milionario ma si sarebbe annoiato. Per questo rifiutò il contributo pubblico per il Ciak. Ma decise anche di non seguire Mina, Celentano e abbandonò un locale importante come il Piper. Insomma fece scelte coraggiose.

Credo che Mina e Celentano li rifiutò perché non voleva fare l’agente, non voleva prendersi cura dei personaggi. E questa scelta, ammetto, la condivido in pieno. Io seguo i film come ufficio stampa ma non i singoli attori anche perché credo che sia un lavoro difficilissimo per il quale sei costretto ad annullare la tua personalità, mettendoti a totale disposizione del tuo assistito. Invece il Piper, penso che lo lasciò perché una discoteca, al contrario di un teatro, ad un certo punto porta con se un ambiente non proprio “pulito”. Altrimenti non si spiegherebbe perché d’improvviso, nonostante il successo, decise di lasciarlo.

Di tuo padre dice che lui ascoltava sempre tutti…ma poi faceva sempre di testa sua…

Assolutamente sì. Ma forse aveva anche ragione a fare così. Io all’inizio ero molto impreparata ma di sicuro mio padre, pur essendo una persona meravigliosa, non aveva un buon carattere e si fidava soltanto di se stesso. In fondo, sin dall’infanzia, dovette lottare sempre per affermarsi.

Eppure la tournée di Paul Anka nacque grazie a lei…

Ma in realtà credo che sia una leggenda metropolitana. Lui disse che ero stata io a convincerlo perché a me piaceva moltissimo ma credo che alla fine ci sarebbe arrivato lo stesso e visto che quell’operazione andò benissimo me ne diede il merito.

Dietro le figure di Jimi Hendrix e Frank Sinatra ci sono due aneddoti gustosi…

Jimi Hendrix doveva fare un concerto il pomeriggio ma non stava affatto bene, non si reggeva in piedi. E ovviamente nacquero mille leggende metropolitane su quale fosse l’origine del suo malanno… Ma la sera, i giornali raccontano, fece un concerto meraviglioso. Per quanto riguarda Sinatra accadde che il primo concerto andò malissimo mentre il secondo fu un successone e lui, da gran signore, pretese di coprire le spese del primo spettacolo. Ma successi e insuccessi, per un impresario privato, si alternano spessissimo. Delle volte organizzavi uno spettacolo e pensavi che non venisse nessuno eppure capitava che si formassero le file al botteghino perché, evidentemente, quello era il momento perfetto per organizzarlo. Altre volte invece eri convinto che sarebbe stato un successo, come nel caso di un grosso concerto di Franco Battiato al Palazzo dello Sport di Milano, e invece si rivelava un tremendo flop. Eppure Battiato era già famoso… Per questo poi gli venivano gli infarti…

A proposito della generosità di tuo padre, lei afferma che il periodo trascorso a Dachau ha sicuramente avuto un peso non indifferente…

Certamente. Però tengo a precisare che Dachau, quando lui fu lì, era ancora un campo di lavoro e non vi giunse perché ebreo ma perché suo padre era social-democratico. Ma di sicuro l’esser costretto a fuggire lo costringeva a cercare di vivere al massimo, aveva paura di non avere abbastanza tempo davanti. In realtà ha vissuto moltissimo e ha avuto grandi soddisfazioni ma da giovane ha cominciato a star male. Ha avuto ben 6 infarti e nell’82, a soli sessant’anni, ebbe un ictus importante. Era ancora molto giovane.

L’elenco degli artisti che dal ’77 in poi passarono da via San Gallo n°33, è davvero impressionante e molti di questi lo chiamavano Papà Leo.

Soprattutto lo faceva Jango Edwards, uno dei comici più divertenti e di successo di quel periodo. Papà non voleva che lui finisse nudo ma, inevitabilmente, alla fine lui si spogliava e poi andava da lui e gli diceva “Scusa Papà Leo”. Ma molti dei comici lo presero come un secondo padre perché gli volevano davvero molto bene e lo vezzeggiavano.

Suo padre ebbe la possibilità di lasciare l’Italia ma poi decise di abbracciare la causa partigiana e ciò lo portò a far conoscenza dell’intera famiglia Fo.

Conobbe casualmente Bianca che ricostruì nel suo libro questa storia e si nascose dal capostazione, che era il papà di Dario. Molti anni dopo, quando un giornale attaccò duramente Dario, papà lo andò difendere. Magari Dario vestiva davvero una divisa ma molti giovani, a quel tempo erano obbligati a farlo. Anzi, magari la vestivano per poter meglio aiutare i partigiani e Dario era un noto antifascista. Poi quando nacque il Ciak, Dario e Franca vennero spesso a lavorarci ma, come scrivo, il palcoscenico era davvero troppo piccolo. Ciò non toglie che quando lasciarono il Ciak mio padre si offese a morte e ci mise molto a perdonarli.

Il successo è sempre frutto di un insieme di tanti fattori. Ma secondo lei perché il Ciak era un luogo così speciale?

Il periodo trascorso al Ciak fu uno dei più belli della mia vita anche se alla fine non ne potevo davvero più, un teatro così ti costringe a viverci dentro senza alcuna pausa compresi Natale e Capodanno. Era un periodo fantastico dal punto di vista dello spettacolo perché rinascevano il mimo e un certo tipo di cabaret dopo un lungo periodo di calma piatta. La cosa bella è che da quell’esperienza sono nate anche vere amicizie come quella con Alessandro Bergonzoni.

Il suo personale ricordo di tuo padre è il primo di un lungo elenco con il quale si chiude il libro. Come mai lui per primo?

Perché Alessandro lascia “un rigo di silenzio” per ricordare mia sorella e in fondo questo libro è dedicato interamente a lei visto che quel lutto non l’ho mai davvero elaborato.

Solo nel 1966 suo padre divenne italiano e per questo fu costretto ad abbandonare il calcio e la medicina. Ma nonostante una vita così frenetica e ricca d’avventura suo padre ebbe sempre due rimpianti…

Barbra Streisand e il festival di San Remo. Della Streisand l’ho scoperto solo dopo, per quanto riguarda San Remo…ci mancava solo quello!

 

Fonte: Satisfiction del 14 ottobre 2010

 

I ricordi di Giuseppe Culicchia: «La mia favola Sicilia»

«Il primo viaggio verso la Sicilia fu molto emozionante, al punto che ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia, mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972. Mia madre, piemontese, preparò da mangiare come se dovessimo partire per lʼAustralia». In Sicilia, o cara (Feltrinelli editore, pp. 134, €13) lo scrittore piemontese Giuseppe Culicchia rivela al lettore la sua infanzia e la rivive in pagine dense di luci, voci ed odori prendendo spunto dai racconti paterni e da ricordi agrodolci. «Della Sicilia mi mancano molte cose. Innanzitutto la luce, e poi il vento, e poi le mille declinazioni del blu del mare. Per quanto mi riguarda non credo esista terra più sensuale della Sicilia. Ma arrivato a 45 anni di età devo dire che mi mancano soprattutto certe persone, che oggi non ci sono più».

Perché ha voluto intraprendere questo viaggio nella memoria?

«Ho scritto “Sicilia, o cara” per più di una ragione. Innanzitutto perché pur essendo nato e cresciuto in Piemonte sono molto legato alla Sicilia e a Marsala: mio padre Francesco lasciò lʼisola appena ventenne nel 1946 e salì a Torino con quella che dopo la guerra e i lutti e le distruzioni era la sua sola ricchezza, ovvero le sue mani di barbiere, e a noi figli amava raccontare della sua giovinezza e delle persone e dei posti che aveva lasciato. Da parte mia volevo fissare sulla carta i suoi e i miei ricordi, anche perché nel frattempo mio padre è morto e io sono diventato papà, e volevo che mio figlio potesse leggere un giorno la storia di suo nonno. Poi, mentre scrivevo, mi sono reso conto che la storia di mio padre era simile a quella di tanti altri siciliani e non che per un motivo o per lʼaltro un giorno hanno dovuto lasciare la loro terra dʼorigine. Il Treno del Sole, che presi per la prima volta da bambino con la mia famiglia, era pieno di siciliani che tornavano nellʼisola quando le grandi fabbriche del Nord chiudevano per le ferie estive. Per tutti loro si trattava di un ritorno a lungo atteso, carico di emozioni. E per noi figli che conoscevamo la Sicilia solo attraverso i racconti dei nostri genitori, si trattava di un viaggio pieno di aspettative».

Ci racconta il suo primo viaggio in Sicilia e le preparazioni per intraprenderlo? Come si immaginava “quei posti sconosciuti”?

«Il primo viaggio fu molto emozionante. Ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972, e non stavo nella pelle quando finalmente mio padre decise che ero abbastanza grande da affrontare quel viaggio in treno lungo una notte e un giorno. Per me che allora leggevo Salgari e Stevenson, fu un poʼ come partire per i Mari del Sud. La Sicilia era la mia isola del tesoro. E così in effetti era».

Il suo libro prende spunto dai racconti paterni, talvolta lievi e talvolta terrificanti…

«Favole, sì: perché ai miei occhi di bambino tali erano i racconti che vedevano come protagonisti il nonno, che nelle foto scampate alla guerra aveva un gran paio di baffi e lo sguardo severo, e la nonna, con i capelli raccolti e lʼaria mite; e poi il resto dei componenti di questa grande famiglia, perché mio nonno e mia nonna si sposarono entrambi già vedovi e dunque con figli nati dai precedenti matrimoni. E poi cʼera Nuzzo, il compare di mio padre, che in quanto compare era come un fratello: i due, inseparabili, finirono sepolti vivi nei sotterranei di una chiesa sotto le bombe degli angloamericani, e se si salvarono con tanti altri marsalesi fu grazie a due soldati dellʼAfrikakorps, che scavando tutta la notte con le loro baionette riuscirono a creare un cunicolo dal quale la mattina dopo il bombardamento fecero uscire prima le donne e i bambini e poi tutti gli altri. Non fosse stato per quei due soldati, nemmeno io sarei venuto al mondo 22 anni dopo».

Come molti giovani lei ha preferito scoprire e viaggiare per lʼEuropa ma, dopo 25 anni, racconta di essere tornato in Sicilia per presentare il suo primo romanzo. Comʼè stato questo secondo “incontro”?

«Eʼ come se avessi ritrovato una parte di me che non sapevo di avere, e in un certo senso mi ha fatto anche ritrovare mio padre, anche se in realtà non lʼavevo mai perduto. Marsala naturalmente era cambiata dagli anni Settanta, ma per fortuna aveva anche saputo conservare molte cose. Non solo i colori e i profumi e i sapori, ma anche lʼimmensità delle sue contrade…».

Ci si può innamorare della Sicilia anche senza esserci mai stai?

«Devo dire che questo libro mi ha confermato come in realtà la Sicilia sia molto amata, a Torino, a Milano, a Como: ho trovato tante persone che venivano alle presentazioni del libro proprio perché innamorate dellʼisola. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato sentirmi dire, a Palermo, da una signora siciliana, che per lei leggere il mio libro era stato come tornare a sentire il profumo di casa sua perché ormai ne aveva perso il ricordo nellʼassuefazione. Sentirmi dire una cosa del genere a Palermo è stato meglio che vincere un premio»

 

Fonte: Centonove del 1 ottobre 2010

Romana Petri: «Scrivere vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera».

Cominci a leggere “Ti Spiego” (Cavallo di ferro; pp. 210; € 16.50) e pagina dopo pagina rischi di metterlo giù solo dopo averlo terminato. Romana Petri vi ricostruisce mediante un rapporto epistolare a senso unico ovvero facendoci leggere solo le lettere di Cristiana, i quarant’anni di vita condivisi fra lei e l’ex marito Mario, compresi quindici anni di separazione “civile”. Perché un giorno tutto cambia, Mario va via oltre oceano, si risposa, fa un altro figlio ma all’improvviso decide di riprendersi la “perduta giovinezza” e fatalmente, con essa, vorrebbe riprendersi Cristiana e lei risale dall’oblio dei ricordi. Un racconto che colpisce perché ha dentro il senso del ritmo, «sono figlia del bass-baritono Mario Petri, questo libro è concepito come un crescendo, comincia con dei pianissimo e sfocia nella sarabanda» e così, pagina dopo pagina, si passa dalla sorpresa al livore e la sua scrittura si fa “acuminata come una freccia”, rivivendo i ricordi, le delusioni, le false speranze, i pianti notturni e solitari: «il vero significato di una vita non si capisce mai al momento, bisogna voltarsi indietro per farlo». E la boxe, l’arte di tirar pugni tanto cara a scrittori made in U.S.A. diviene metafora del “tutto”: «la relazione di due ex coniugi che non hanno ancora fatto chiarezza sul passato, cos’altro potrebbe essere se non un vero e proprio ring?». Proprio in questi giorni ritorna in libreria “La donna delle Azzorre” (con cui vinse il Grinzane-Cavour nel 2002) ed esce una sua nuova traduzione del folgorante “Il diario di Adamo ed Eva” (Cavallo di ferro; pp.96; € 12.50) di Mark Twain che gli causò non pochi dispiaceri: «alla fine i due dicono che in fondo l’Eden non era poi gran cosa paragonato al loro amore. Insomma, l’amore tra un uomo e una donna, per Twain, era il vero Paradiso». Scrittrice, editrice, insegnante di lettere e traduttrice parlando della scrittura afferma: «Scrivere vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera».

 


Ai tempi dei social network un romanzo epistolare può sembrare un’idea folle, invece il meccanismo narrativo si rivela azzeccato sino all’ultima pagina, colpo di scena incluso. “Ti spiego” è nato con l’idea di far parlare solo lei sin da principio o aveva tentato il dialogo epistolare?

«Non avevo mai pensato a un dialogo a due, quello sì che sarebbe stato un classico romanzo epistolare. Le lettere di un’unica persona, invece, il romanzo epistolare lo camuffano in romanzo e basta. In realtà ogni lettera si legge come un normalissimo capitolo, anzi, come una confessione, una seduta dall’analista in cui una voce sola riassume la sua vita passata, qual è poi stato il suo vero significato. Perché il vero significato di una vita non si capisce mai al momento, bisogna voltarsi indietro per farlo. E’ un po’ come scrivere un libro, prima di darlo alle stampe bisogna lasciarlo decantare un po’. Cristiana ha addirittura avuto fortuna, non è stata lei a voler cominciare questa corrispondenza, è stato l’ex marito che, come in un contrappasso dantesco, è ridotto al silenzio. Un silenzio, però, assai eloquente».

Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, afferma che la cura con cui ricostruisce i quarant’anni complessivi che Mario e Cristiana hanno condiviso, passando sulla pagina dalla sorpresa al livore, somiglia ad una vera e propria indagine psicologica.  Ritrova il suo libro in questo paragone? E più in generale, è stato difficile “acuminare la scrittura” di Cristiana di lettera in lettera?

«Isabella Bossi Fedrigotti ha detto ciò che io speravo dicesse un critico, e cioè che questo romanzo (io vengo da una famiglia di musicisti, mio padre era il famoso bass-baritono Mario Petri) fosse in realtà un crescendo. Comincia con dei pianissimo e sfocia nella sarabanda. Acuminare la scrittura non è stato un problema, ogni volta che descrivo un personaggio cerco di annullarmi completamente in lui. Prenda ad esempio Mimmo, un personaggio mostro, La Fedrigotti lo chiama l’assassino (ovviamente in senso metaforico), ma per renderlo credibile mi sono dovuta identificare con lui, diventare lui, così come sono stata Elsa la vittima, Marta, la traditrice, Mario l’inconcluso etc. etc.»

Il pugilato è per Cristiana una metafora significativa del rapporto di Cristiana con Marco. E’ una mia impressione o la boxe, con l’inversione dei ruoli fra i protagonisti, finisce per assume un significato quasi “catartico”?

«Non ci sono dubbi, catartico al massimo. Anche se qui, devo ammetterlo, qualcosa di

autobiografico c’è. Io ho fatto davvero pugilato per qualche anno. E’ uno sport faticoso ma bellissimo. Ovviamente non ho mai fatto incontri, ma anche un sacco può essere un avversario e, come dico nel libro, ci si può vedere il volto che si vuole. E poi, la relazione di due ex coniugi che non hanno ancora fatto chiarezza sul passato, cos’altro potrebbe essere se non un vero e proprio ring?»

Grazie al modo in cui descrive il pugilato – dal rituale della fasciatura delle mani all’attenzione agli odori, dalla luce della palestra a fine giornata al suono armonico ed ipnotico del punch ball – entra a pieno diritto in quella schiera di scrittori affascinati dalla boxe capitanati da Hemingway. Qual è il suo personale rapporto con questo sport e secondo lei in cosa consiste, o consisteva, il suo grande fascino?

«Ne sono stata affascinata da bambina. Mio padre, quando aveva 17 anni scappò da Perugia e venne a Roma per studiare canto lirico, per pagarsi le lezioni faceva degli incontri di pugilato, era un peso massimo e vinceva quasi sempre. Naturalmente, anche quando smise la passione restò e riuscì a trasmettermela completamente. Per riassumerla in un’unica parola direi che lì dentro c’è tutta l’epica, per lo meno quella di cui sono sempre andata a caccia io».

Ha curato una nuova traduzione de “Il diario di Adamo ed Eva” (pp. 96; €12) che sta uscendo proprio in questi giorni. Un libro che nasconde una storia ricca di peripezie e delusioni per il “primo vero scrittore americano” come lo definì Faulkner…

«Twain era uno scrittore geniale perché oltre ad essere bravo era anche senza paure. Venne molto tormentato per l’audacia di ciò che aveva scritto. Un libro che con la Chiesa non ha niente a che vedere. Si immagini che alla fine i due dicono che in fondo l’Eden non era poi gran cosa paragonato al loro amore. Insomma, l’amore tra un uomo e una donna, per Twain, era il vero Paradiso. Tradurre questo libro è stato un lavoro appassionante e spassoso».

Un libro/diario sul primo rapporto fra i due sessi che viene inteso come mondo inesplorato. Oltreché divertentissimo ma anche toccante, è un libro ancora attuale?

«Direi attualissimo, anzi, direi che potrebbe essere scritto adesso e nessuno avrebbe nulla da obiettare. L’uomo e la donna sono due universi che hanno ben poco a che vedere l’uno con l’altro, ma sono talmente complementari da non poter fare a meno l’uno dell’altra. Twain è molto generoso con Eva, le attribuisce tutte le qualità, ad Adamo, invece, lo tratta piuttosto maluccio, fa la figura del tonto, però, quando alla fine Eva cerca di capire perché lo ama, l’unica risposta attendibile che può darsi è che lo ama perché è maschio, insomma, diverso, l’altro, ma proprio per questo l’affascinante da scoprire».

Ritorna in libreria “La donna delle Azzorre” (la quinta edizione portoghese uscirà per l’editore Bertrand). Che rapporto ha con i suoi precedenti libri, li rilegge volentieri o, come accade per alcuni, non li sente più suoi come fossero figli divenuti ormai grandi e pronti per procedere con le proprie forze?

«Un certo distacco è fisiologico, altrimenti non si potrebbe nemmeno andare avanti. Però il legame resta, e anche profondo. Intanto, per ridare alle stampe un libro è necessario rileggerlo per vedere se c’è qualcosa da cambiare, ed ecco che a quel punto il “ritorno nel passato” si fa necessario. Sembrerà paradossale, ma a volte rileggendo un suo vecchio libro, uno scrittore può trovare l’idea per un lavoro nuovo. Ma non è tanto paradossale, quello che abbiamo da dire lo abbiamo dentro, viene fuori un po’ volta, certe cose fanno più fatica, altre meno».

E più in generale, lei che riassume in sé molti ruoli come lettrice innanzitutto ma anche scrittrice, editrice, traduttrice ed insegnante, che rapporto ha con la scrittura? Cosa vuol dire per lei “scrivere”?

«Vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Insomma essere delle persone privilegiate, perché l’unico modo per ripulirsi un po’ è fare del proprio mestiere un’arte, nel senso di farlo con una passione che al lavoro ti fa aderire totalmente. Fortunato è chi riesce a farlo anche che so… facendo il barista, o qualsiasi altra cosa, perché se fatta bene è sempre un’arte. C’è però una differenza, chi panifica con arte ha più possibilità di ripulirsi completamente rispetto a chi scrive. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera, non c’è dubbio che questo passaggio continuo possa essere un po’ nocivo».

«Esiste una certa necessità di realismo nella vecchiaia, niente più illusioni», scrive ne La Donna delle Azzorre e il tema del tempo è centrale in “Ti Spiego” («Eravamo giovani. E’ triste ma è così. A un certo punto non lo si è più. E succede proprio in un momento, sai?»). Secondo lei nella nostra società, fa più paura la vecchiaia o la morte?

«Personalmente non avrei dubbi: la morte. La vecchiaia è una scocciatura, ma dipende molto da come stiamo dentro, organi e cervello compreso. Meno si è legati al passato della propria giovinezza e meno si invecchia tanto dentro quanto fuori. Ci vuole coraggio per vivere, e per averlo bisogna stare qui, né voltati indietro, né troppo inutilmente proiettati nel futuro.  Bisognerebbe abusare dell’oggi per stare meglio, vivere imitando la spina dorsale di un serpente, unita ma sciolta allo stesso tempo, tra un pezzo e l’altro ci passa di certo un benefico filo interdentale».

 

Fonte: Satisfiction del 3 settembre 2010

Giovanni Fasanella accusa: “Siamo un paese che non ha bisogno di eroi, ma di verità”

«Ho la sensazione che basandosi solo su dichiarazioni di qualche pentito a scoppio ritardato e per giunta prive di riscontri, difficilmente scopriremo la verità su Via D’Amelio e le stragi del ‘92». E ancora: «Noi italiani dobbiamo fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia».

Il giornalista Giovanni Fasanella – co-autore con il giudice Rosario Priore di Intrigo InternazionalePerché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire (Chiarelettere, pp. 208, €14) – è stato uno degli ospiti della kermesse culturale “Tabula Rasa” svoltasi a Reggio Calabria dal 19 al 22 luglio 2010: «E’ stata un’iniziativa molto incoraggiante soprattutto perché portata avanti da giovani quali Giusva Branca e Raffaele Mortelliti che vogliono scuotere le coscienze, pur sapendo che sarà un cammino molto difficile poiché il ceto politico attuale, nel suo complesso, si distingue per litigiosità e collusioni con la criminalità».

Tabula Rasa sta a significare un punto zero da cui ripartire, un nuovo approccio per far chiarezza?

Tabula Rasa è un titolo che trovo molto azzeccato che trovo in linea con l’obiettivo di questo libro che non è quello di far piazza pulita della memoria ma di tutti i luoghi comuni e le chiavi di lettura obsolete che, per diversi decenni, hanno condizionato un periodo buio della nostra storia.

Un altro input interessante potrebbe essere il titolo di un libro del magistrato Gherardo Colombo che indagò fra le tante cose anche sulla P2 e sul delitto Ambrosoli ovvero Il vizio della memoria.

Ha senz’altro ragione, dobbiamo ricostruire la memoria e il nostro passato per non ricadere negli stessi errori ma lo stesso deve valere per i magistrati perché, sino ad oggi, le ricostruzioni complessive fatte sino ad oggi sugli Anni di Piombo sono fragili e carenti. Per evitare di ricadere negli stessi errori bisognerebbe ricominciare con l’atteggiamento del giudice Rosario Priore il quale ammette, con grande umiltà, che i magistrati non hanno fatto sino in fondo il proprio lavoro, in parte perché non furono lasciati liberi di lavorare ma altri stettero al gioco e preferirono chiudere un occhio se non entrambi.

Priore ha dichiarato di essersi trovato innanzi, durante le sue indagini, “non muri di gomma ma muri di cemento”. E’ un libro che nasce da un bisogno personale?

Nasce dal bisogno di saldare un debito di verità contratto nei confronti dell’opinione pubblica perché Priore ha condotto molte delle inchieste più importanti sul terrorismo e sulla violenza politica sia di matrice interna che internazionale. Il suo lavoro e  quello svolto da molti altri suoi colleghi hanno certamente prodotto dei risultati ma ci sono dei buchi neri che quei magistrati non hanno saputo o voluto colmare per cui Priore cerca di far luce demolendo alcuni luoghi comuni che hanno condizionato molte ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche dell’ultimo trentennio.

Con Priore ricostruite la salita al potere di Gheddafi  e il fatto che il famoso DC-9 venne abbattuto “per sbaglio” perché lo stesso corridoio era utilizzato dai libici.

Nell’inchiesta sulla strage di Ustica, come in quasi tutte le alte, vi furono dei depistaggi: prove sottratte, documenti contraffatti e testimoni morti nell’immediatezza delle deposizioni. Nel caso di Ustica certamente non conveniva agli italiani ammettere che Gheddafi era una nostra creatura, visto che non solo lo aiutammo a compiere il colpo di stato che venne pianificato in un albergo di Abano Terme ma gli indicammo anche corridoi aerei non rintracciabili dai radar della NATO per i voli da Tripoli verso il centro e in nord Europa. In pratica avevano indicato a Gheddafi i punti deboli del sistema radar, ad un uomo che era anche amico del nemico per eccellenza ovvero il mondo sovietico. Queste sono verità che non potevano non creare enormi conseguenze.

Il fil-rouge che lega il vostro libro sono le “guerre invisibili”. Chi le combatteva?

Questo libro cerca un approccio diverso non giudiziario, poiché tale metodo a suo tempo si rivelò inefficace. Abbiamo voluto rileggere alcuni fatti inquadrandoli nel contesto storico-politico. Le guerre invisibili combattute sul territorio italiano e con mezzi non convenzionali, dal 25 aprile 1945 in poi furono diverse e non potevano certo essere raccontate. Vi furono almeno due guerre civili – quella fra fascisti e anti-fascisti e quella fra comunisti e anti-comunisti – e almeno tre guerre internazionali che trasformarono l’Italia in un campo di battaglia, ponendola al centro dello scontro fra Occidente e Oriente e dello scontro arabo-israeliano. Tutti questi conflitti hanno creato una miscela esplosiva che sarebbe sfociata nel terrorismo.

Ma c’è stata soprattutto una guerra invisibile mediterranea.

Il punto di partenza fondamentale è la considerazione che l’Italia, pur avendo perso la seconda guerra mondiale ed essendo sottoposta al controllo delle potenze vincitrici, grazie alla propria classe dirigente dell’immediato secondo dopoguerra riuscì a divenire una potenza economica, merito di una politica mediterranea e terzo-mondista che aveva in Enrico Mattei e Aldo Moro, i suoi principali esponenti. Loro capirono che per riacquistare prestigio nel Nord Africa e nel mondo orientale era necessario pagare molto di più ai produttori di petrolio rispetto a quanto facessero inglesi e francesi ma ciò, inevitabilmente, incrinò le relazioni diplomatiche con questi paesi. La chiava di volta fu proprio la salita al potere di Gheddafi che, come primo atto espulse le basi inglesi dalla Libia. Successivamente l’Inghilterra perse l’Egitto, l’isola di Cipro e Malta.

Le dichiarazioni sulla scoperta imminente delle verità su Via D’Amelio, rese e poi smentite non le sembrano “strane”?

Mi sembrano strane e poco credibili. Ovviamente spererei che i magistrati avessero scoperto la verità su cosa avvenne in Via d’Amelio ma mi sembra che lo schema utilizzato per comprendere quegli eventi punti sempre sui servizi deviati e su uno Stato in combutta con la mafia, una chiave di lettura esclusivamente italiana insomma. Per carità c’è anche della verità in questo ma è difficile capire gli anni delle stragi senza tener conto del contesto geo-politico. In quegli anni crollava il muro di Berlino e finiva la Prima Repubblica, quali equilibri mutarono? Quali nuovi attori entravano in gioco? Ho la sensazione che basandosi solo su dichiarazioni a scoppio ritardato di qualche pentito e per giunta prive di riscontri non si possa andare molto lontano.

In un paese in cui il senatore Marcello Dell’Utri afferma che “Vittorio Mangano è un eroe”, abbiamo buone possibilità di arrivare alle “verità”?

Credo che complessivamente il ceto politico attuale sia di infimo livello, incapace di affrontare una fase delicata come il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica si tratta di una classe politica litigiosa e collusa con la criminalità. Per fortuna oggi abbiamo un’opinione pubblica attiva e responsabile e l’iniziativa “Tabula Rasa” rappresenta, in tal senso, un segnale molto incoraggiante. E’ un cammino difficile ma per riuscire a scuotere la politica è necessario che ciascuno, dal giornalista allo storico, faccia la sua parte: dobbiamo fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia.

Per restare alla stretta attualità, cosa ne pensa della P3?

Si parla di una mera cricca affaristica molto ramificata, dall’editoria alle istituzioni statali. A mio avviso non è nemmeno lontanamente paragonabile alla P2, un’associazione segreta in cui si combinavano affari e si cercavano protezioni e promozioni, un fenomeno anomalo che si inseriva alla perfezione nel contesto della Guerra Fredda: gli uomini della loggia P2 erano uomini anti-comunisti sino al midollo. La cosiddetta P3 vorrebbe ricreare quel sistema ma in un contesto in cui non vi è più un nemico comune da combattere, solo soldi e appalti da ottenere.

Giovanni Fasanella, giornalista, sceneggiatore e documentarista, è autore di molti libri sulla storia invisibile italiana, tra i quali ricordiamo Segreto di StatoLa verità da Gladio al caso Moro (con G. Pellegrino, C. Sestieri, Einaudi 2000), Che cosa sono le BR. Le radici, la nascita, la storia, il presente (con A. Franceschini, Bur 2004), La guerra civile (con G. Pellegrino, Bur 2005) e I Silenzi degli innocenti (con A. Grippo, Bur 2006).  er Chiarelettere ha pubblicato con Gianfranco Pannone il DVD+libro Il sol dell’avvenire (2009).

Rosario Priore, magistrato, per oltre un trentennio, fin dai primissimi anni Settanta, quando arrivò come giudice istruttore al Tribunale di Roma, ha seguito molti dei casi di violenza e terrorismo (interno e internazionale) più importanti della storia giudiziaria italiana: dall’eversione nera ad Autonomia operaia, dal caso Moro a Ustica, dagli attentati palestinesi al tentato omicidio di Giovanni Paolo II.

Fonte: Stilos il blog – 25 luglio 2010

Alessandro Bergonzoni in esclusiva su Satisfiction: «Ma intanto, il problema è che intanto…»

Vorrei introdurre l’intervista ad Alessandro Bergonzoni senza usare le definizioni clichè quali “funambolo della parola”, “artista del monologo”, “creatore di cortocirtuiti cerebrali”. Preferisco definirlo con le sue stesse parole: «un comico surreale che ad un certo punto si è dovuto forzare per non voltare più lo sguardo altrove e ha cominciato a dire cose “politiche” sia per risvegliare le coscienze (a partire dagli asili) che per cercare – lui stesso – di capire». Difficile fare una sintesi di questa lunga intervista che mi ha concesso in esclusiva per “Satisfiction” perché ha toccato il tema del degrado morale imperante, il parallelo con Beppe Grillo, l’assenza di vergogna che si ritrova nell’”embè” di cui parla Antonio Padellaro e tanti altri temi attuali ma anche eterei come l’anima e quell’Oltre cui accennava già Terzani… Bergonzoni attacca duramente sia la tv e quei 6 milioni che guardano l’Isola e il Grande Fratello («violenza culturale») sia tutti quelli che si proclamano innocenti perché non guardano la tv, perché scrivono libri e fanno teatro. «Ma intanto, il problema è che intanto…»



Cominciamo dal video messaggio “Viva l’Italia, desta o assopita”. Qual è il miglior modo per commemorare l’Unità d’Italia secondo lei?

«C’è un sistema. Sicuramente cominciando a pensare che la nazione siamo noi e non l’Italia. Se facciamo sempre della geografia e delle categorie non arriviamo mai a considerare che noi abbiamo un governo, un parlamento e una Costituzione senza le quali è impossibile pensare ad un’unità d’Italia, senza le quali è impossibile pensare a nazioni o nozioni di libertà. Noi continuiamo a demandare, a delegare, noi votiamo ed eleggiamo qualcosa o qualcuno tutti i giorni quasi come se ci liberassimo d’un peso. Se non partiamo da qui arriveremo poco lontano».

Padellaro diceva che oggi prevale l’”embè”, non ci si stupisce più di nulla. Oggi c’è ancora il concetto di vergogna?

«Non esiste più perché i mezzi di distrazione di massa hanno fatto sì che tramite lo sport, la finta satira e sottolineo finta (ne esite una anche vera), tramite gli imitatori e il varietà siamo stati messi sotto. Siamo stratificati, ad un ultimo livello. Dobbiamo far saltare le alte cariche dello strato che ci copre. I Maya erano più avanti di noi, ma non perché erano superiori quanto perché noi siamo diventati inferiori coprendo tutti i sensi sociali e antropologici. L’”embè”, il “non mi interessa”, il “non mi tocca” è potenziato grazie a determinata televisione che non è innocua, grazie a determinati artisti che non artisti ma sono semplicemente passanti passeggeri, a determinati sportivi che non ci fanno passare il tempo ma ce lo distruggono. E allora Padellaro ha ragione dicendo che siamo forse dinnanzi alla mancanza di vergogna ma non è un tema solo etico o sociale o politico quanto antropologico, antroposofico, legato all’anima ma non nel senso delle religioni ma della spiritualità. Qui il problema è dell’Oltre, come dicevano già Terzani,  Kandinskij e Leonardo Da Vinci ma la gente quando sente questi nomi dice “embè”?».

Lei afferma che chi guarda la tv è connivente delle “metastasi culturali”.

«Al 100%. Noi siamo preoccupati del buco dell’ozono, del fumo passivo, dei gas di scarico e dello slow-food ma i piatti culturali, i piatti di coscienza dai quali mangiamo ogni giorno sono pieni di parrucche. Siamo diventati sportatori di brodo, spostiamo il brodo dentro questi piatti dicendo “io mangio da questa parte” ma intanto la parrucca è dentro. Abbiamo piste di atterraggio cortissime dove i concetti di vita, morte, dignità e arte non possono atterrare perché chi detiene il potere, dunque il controllo, non lo permette. Dobbiamo capire che non c’entra la politica ma c’entra l’anima di un uomo, di una nazione, di un popolo, di un governo    che ti taglia la potenza e ti fa dimenticare di reagire, di essere re dell’agire. La parte negativa politica della nostra nazione e di tante altre, è dovuta al non-studio del perché siamo  giunti a questo punto. La devastazione dell’anima ci ha spinto ad interessarci solo del bisogno, della necessità, del controllo, del potere, dell’economia. Quando dimenticheremo queste tendenze negative forse ci sveglieremo e capiremo che possiamo arrivare ad un’altra politica ma non dobbiamo fare appello solo alle leggi e alla Costituzione perché sarà già tardi, le norme non bastano. Noi abbiamo una costituzione interiore cui dobbiamo far appello per capire cosa devasta un uomo sino a mettere un bambino nell’acido. La Mafia non è una questione solo politica o sociale ma tratta di anime, anime. La Chiesa che potrebbe spiegare questi fenomeni, è invischiata nel potere . Ho parlato di trascendenza e spiritualità perché l’arte può essere un mezzo per pulire, non punire, quello che spesso abbiamo schifosamente riempito con scorie».

Molti vanno a teatro per spensierarsi invece lei afferma che bisogna andare a teatro per pensare…

«Le Isole, i Grandi Fratello, i vari Darwin, le Pupe e i Secchioni sono atti di violenza come chi ti aspetta sotto casa per rubarti la borsa o ti ruba la pensione. E’ delinquenza culturale. Dicono “danni non ne fa” ma eticamente, umanamente, antropologicamente c’è un danno violentissimo. Pensare che il presentatore di “Ciao Darwin” sia andato al Salone del Libro di Torino per fare una lezione agli studenti sul concetto di memoria…è questo il progetto signori, noi ci scherziamo sopra ma questa è droga, è violenza che uccide culturalmente, uccide la trascendenza e l’energia degli esseri. C’è qualche pazzo che afferma che l’Italia reale è quella di chi guarda queste trasmissioni per cui a questo punto dobbiamo decidere perché se davvero questa è l’Italia reale allora dobbiamo fare la rivoluzione ma che sia violenta. Ma dato che non lo penso, mettiamo da parte la violenza e puntiamo al risveglio delle coscienze. Se ci fossero 6 milioni di delinquenti che guardano trasmissioni su furti e stupri ci saremmo già messi in moto ma dato che questi 6 milioni guardano quelle trasmissioni con corpi, seni, schiene e gambe cacciate in grande tritacarne pensiamo di salvarci dicendo “no io non li guardo”, “io scrivo libri”, “io faccio concerti”, “io vado solo al teatro”. Ma intanto. Il problema è “intanto”! Anch’io posso essere un montanaro che sta a 3000 metri di altezza e posso disinteressarmi dell’inquinamento cittadino. Ma intanto c’è chi inquina e fra 4 giorni, 4 anni, 4 secoli la mia montagna magari non ci sarà più. E’ una forza di distruzione culturale che sta nell’aria e alla fine arriva e fa danni. Calciatori che perdono ore per difendere gli ultrà, allenatori che parlano di sfide, coraggio, pianto e dolore…questa è droga! Sono stupri ai concetti e alle idee, siamo alla follia ormai. C’è un problema di danno antropologico, io credo che certi presentatori, sportivi e politici abbiano un problema clinico ancor prima che politico. C’è una devastazione di anime che continuo a raccontare ma faccio fatica perché la gente o la prende a ridere o ne fa una bandiera ma non lo analizza, non ci riflette su. La televisione dice in modo chiaro “mi raccomando non pensare, fai quello che dico io”. Se non pensi diventi uno strumento, questo sì che è un problema politico».

Anche tacere è connivenza…

«Non so chi, visto che sono un ignorante, ma qualcuno ha detto “il peccato non è fare del male ma non fare del bene”. Fare teatro, libri, concerti, spettacoli disinteressandosi del resto è omissione di soccorso. C’è qualcuno, qualcosa che muore ma spesso si è indifferenti. Il tema politico è solo la punta dell’iceberg, mi interessa occuparmi di cultura e ai politici di sinistra, purtroppo, la cultura interessa molto poco».

Flaiano diceva «la situazione è grave ma non seria». Dicono che se si arriverà all’elezione diretta del Capo dello Stato alla francese, l’unico candidato possibile contro Berlusconi dovrebbe essere Prodi. Non cambia nulla insomma?

«Qui il problema è diverso. Flaiano era un grande, lavorava sulla parola. Io dico che non ci arriveremo nemmeno a quel punto, è necessario che in questi anni si risolva questa situazione, non si può più procrastinare, non c’è più tempo per rimandare. Non è questione di pessimismo, dobbiamo cambiare necessariamente altrimenti fra dieci anni saremmo già sepolti a livello antropologico, umano».

Le piace se faccio un parallelo fra la sua maturazione artistica e quella di Grillo? Siete due comici quotati che hanno cominciato a dire cose “serie”.

«Grillo ha smesso di fare il comico, ora fa il comunicatore con grande bravura e pur se non condivido tutto, non esiterò a tornare in piazza con lui se servirà. Io non mollo, perché secondo me l’arte ha a che fare con la comunicazione, con la coscienza, con la comicità, con la filosofia, con la salute, con il dolore, con la creazione. Indubbiamente all’inizio ho dovuto forzarmi perché non mi consideravano “politico”, ero un comico surreale o metafisico. Credo di esserlo ancora ma adesso non me la sento più di voltarmi dall’altra parte, non posso più omettere il soccorso. Da tempo vado a parlare negli asili e lì dico sempre che non c’è solo un governo, una medicina, una legge, una religione, un’arte, una verità. Bisogna aprire gli occhi perché molta gente è paralizzata dalle tempie in sù. Molta gente, pur stando bene, ha intenzione di essere minorata nella coscienza e questo mi ha spinto a dire anche cose “politiche”. La mia strada e quella di Grillo si sono affiancate per questi motivi: io voglio cercare di capire e scuotere le coscienze, Grillo invece punta sulla denuncia  per mettere fine alle cricche. Grillo non è un capo popolo come vorrebbero farci credere, lui è un sollecitatore, l’uomo per le “mine pro-uomo”».

E’ preoccupato dal paventato bavaglio all’informazione?

«Chi è che può permettersi di non preoccuparsi? Se non mi preoccupassi sarei un uomo dell’”embè”. Alcune persone hanno paura e per questo motivo vogliono mettere un bavaglio all’informazione. Ma se si riesce a trasmettere la paura si ottiene uno strumento forte per comandare, per dominare, per toglierci la libertà di pensare e la forza necessaria per agire».

 

http://www.alessandrobergonzoni.it/

 

Fonte: Satisfiction del 15 luglio 2010