Philippe Djian: «Cerco semplicemente la lingua giusta per rappresentare il mio mondo».

Philippe Djian non è interessato alle storie. O meglio, al romanziere francese considerato l’ultimo erede della Beat Generation e divenuto celebre a livello internazionale grazie al grande successo ottenuto con 37°2 al mattino (da cui è stato tratto nel 1986 il film Betty Blue con Béatrice Dalle protagonista) ciò che importa davvero è l’uso della lingua, che dev’essere “declinata alla giusta frequenza” per rappresentare il suo punto di vista, il suo mondo. Djian ha ricevuto numerosi premi in patria fra cui il Jean Freustiè nel 2009 e diversi scrittori transalpini, fra cui Michel Houellebecq, lo considerano il proprio maestro. Ben diciotto anni dopo la sua pubblicazione, la casa editrice Voland prosegue la valorizzazione di questo autore di culto, pubblicando Assassini (pp. 208 euro 14), primo capitolo di una trilogia. Quì Djian trasporta in lettore con grande ritmo e dialoghi pungenti, nella piccola Hénochville, una cittadina di montagna sovrastata da una fabbrica che sta avvelenando il fiume della regione, donando ricchezza e al tempo stesso, morte. In una notte di pioggia torrenziale i protagonisti saranno costretti a fare i conti con se stessi mentre su loro incombe proprio il fiume, pronto ad una fatale esondazione.

“Lavoravo per un assassino”. Comincia così Assassini ma quanto è importante un buon incipit nell’economia del libro?

«Perché dovrei iniziare con un incipit noioso? Sarebbe assurdo, toglierebbe la voglia al lettore di continuare. È come nelle gare per i corridori, si inizia con un colpo di pistola poi se sono i 100 metri o è una maratona, si vedrà; come accendere una miccia, e poi la prima frase dà tutta l’atmosfera del romanzo. La prima frase è come il diapason che dà il là a un musicista ma poi bisogna tenere la nota altrimenti crolla tutto».

Anche in Assassini il sentimento dell’amicizia, il legame fra uomini adulti è centrale. Crede davvero in questo sentimento già decantato da Cicerone?

«Non credo nell’amicizia come a un sentimento privo di conflitti, un sentimento in cui c’è una comprensione totale. Per esempio nel mio ultimo romanzo (Oh…, edito da Gallimard in Francia ed ancora inedito in Italia) la protagonista va a letto con il marito della sua migliore amica ma nonostante ciò, il suo tradimento non toglie valore al sentimento d’amicizia. In realtà l’amicizia non è come quella idilliaca di Cicerone, l’amicizia è strana come la vita stessa d’altronde».

Marc afferma che forse abbiamo già passato il segno, che non è possibile rompere la catena produttiva e invertire il corso delle cose, salvando noi stessi e la Terra. È d’accordo?

«Sì, credo non ci sia ritorno. Forse inventeremo qualcosa che migliorerà un poco la situazione, del resto l’ingegno dell’uomo può trovare altre soluzioni per superare i problemi del nostro mondo ma non sono Nostradamus, non lo so davvero. Non credo che gli scrittori sappiano quello che succederà. A me non interessa neanche cosa succederà tra vent’anni. Oggi, almeno in Francia, tutti criticano l’OGM ma se non ci fosse l’OGM non ci sarebbe abbastanza da mangiare per tutti. Che fare? Il padre di José Bovè è uno scienziato e dice che suo figlio è un coglione e secondo lui bisogna sperimentare, andare avanti con la scienza, fare ricerca ma anche José Bovè ha le sue ragioni. Tempo fa mi hanno invitato in Irlanda a una conferenza il cui tema è la “decelerazione” ma non credo che nemmeno questa sia la soluzione. Oggi con lo sviluppo della Cina e di altri paesi, l’Occidente si preoccupa di quello che potrebbe accadere ma allo stesso tempo dopo aver fatto tutto quello che volevamo, noi occidentali come potremmo dire ai paesi in crescita: “non vi comprate tutti la macchina, non mangiate tutti la carne altrimenti il mondo scoppia”? Ma non so cosa risponderle, io sono solo uno scrittore».

Il legame fra produzione-lavoro-inquinamento è drammaticamente attuale a spese dell’ecosistema. In generale crede che l’uomo possa imparare dai suoi errori o sia destinato a ricadervi fatalmente?

«L’uomo impara, certo, ma ci ricasca sempre. Oggi sappiamo a cosa portano gli investimenti delle banche ma non facciamo niente contro. Ci ricadiamo puntualmente. L’uomo cerca la sua soddisfazione, il suo piacere a discapito degli altri. Oggi le banche investono sul grano e sappiamo benissimo a cosa porta questo ma non facciamo niente. Blythe Masters, ex JP Morgan, la donna più potente del mondo, definita dal “Guardian” come “la donna che ha inventato le armi finanziarie di distruzione di massa” ha messo su una società che investe solo su materie prime e non sono solo numeri, quelle sono popolazioni messe in ginocchio…»

Com’è nata l’idea di questa trilogia? Cosa ci aspetta nei prossimi due libri?

«L’idea della trilogia è molto semplice. Quando ho consegnato il romanzo all’editore Gallimard, mi ha detto che gli sarebbe piaciuto che il romanzo fosse stato più lungo e io gli ho subito risposto che in realtà quello era il primo romanzo di una trilogia. Il secondo volume che ho scritto non aveva nessun rapporto con il primo, è scrivendo il terzo che ho collegato tutto. Nel primo volume il protagonista racconta la storia delle persone che vivono sul lato destro del fiume, nel secondo racconta le storie del lato sinistro del fiume e nel terzo si capisce tutto. Le storie mi annoiano in realtà quello che mi interessa è la lingua. Nei miei libri affronto sempre temi esistenziali: la morte, la famiglia… Non parlo di attualità, come Aurelien Bellanger, o di cose vissute, come Christine Angot. Alla rentrée littéraire quest’anno sono praticamente il solo a non parlare di cose “vere”. Mi dicono che nel mio libro c’è una trama degna di Hitchock. Certo bisogna che la storia regga che attiri, che ci si industri, ma non è quello che mi interessa».

Ha dichiarato che, giovanissimo, dopo aver letto Il Giovane Holden, ha deciso di fare lo scrittore. Perché? Quale esigenza voleva soddisfare?

«Volevo semplicemente trovare la lingua giusta per rappresentare il mio mondo. È come alla radio quando si cerca la frequenza, a un certo punto trovi la frequenza giusta quella che funziona, così è la lingua. Nei miei libri in fondo racconto sempre le stesse storie, non c’è niente di particolare. Potrei dire che se fossi un regista sarei interessato alla posizione della telecamera, all’inquadratura. Quando scrivo è come se avessi un suono dentro, una lingua che parla dentro di me, poi si può scrivere quello che si vuole: gialli, storie d’amore, fantascienza; non ci sono generi minori ci sono solo scrittori minori».

Francesco Musolino

 

Fonte: La Gazzetta del Sud, ottobre 2012

Noam Chomsky, quel che resta del linguaggio politico

Politologo di fama mondiale, filosofo e docente emerito di linguistica presso il prestigioso MIT (Massachussets Institute of Technology), Noam Chomsky è considerato una vera e propria icona, un maestro del libero pensiero, sostenitore del movimento di protesta “Occupy Wall Street” anche in virtù della sua professione di fede anarchica, ormai celebre sin dalla sua fiera opposizione all’intervento americano in Vietnam. La “Gazzetta del Sud” ha potuto realizzare quest’intervista con il prof. Chomsky in occasione del suo viaggio in Italia per inaugurare l’anno accademico della Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia – una delle quattro scuole superiori italiane con la “Normale”, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e la SISSA di Trieste – nella nuova sede dell’Istituto nel Palazzo storico del Broletto. Le oltre mille persone presenti all’evento hanno potuto ascoltare dal vivo la prolusione intitolata “Language and limits of understanding”. Chomsky ha così fatto il punto circa i limiti della lingua e della comprensione umana riguardo i fenomeni del mondo, con particolare riferimento al funzionamento del cervello e della sua facoltà principale, il linguaggio, partendo dalle grandi conquiste della ricerca scientifica e concentrandosi in particolare sulle sfide che sembrano ancora inviolabili. 
Con la Gazzetta l’occasione è stata propizia anche per fare il punto circa la fine del primo mandato di Obama, le future elezioni americane, senza tralasciare il peso dell’antipolitica in Italia, la situazione economica europea e il rischio di default.

Professore, in relazione alle sue ricerche circa il linguaggio e i limiti relativi alla reciproca comprensione, crede che sarebbe preferibile tutelare le lingue dialettali, anche delle piccole comunità, o viceversa dovremmo augurarci di utilizzare tutti la medesima lingua, come l’inglese?
«La scomparsa di una lingua è una perdita di ricchezza culturale, memoria storica, legami sociali, e molto di più. Naturalmente, per le persone interessate alla natura del linguaggio questa è sempre una perdita irrevocabile. Un mondo in cui tutti siamo uguali sarebbe un mondo molto noioso, privo gran parte della sua vitalità e creatività. E ciò accadrebbe irrimediabilmente sia se parlassimo tutti soltanto l’inglese, il cinese o l’hindi».

Kalle Lasn, ideologo di “Occupy Wall Street”, ha dichiarato di essere pronto a fondare un nuovo partito, perché il bipolarismo americano non funziona più. Crede sia la scelta corretta?
«Il sistema politico degli Stati Uniti è senza dubbio in condizioni disastrose ed è sotto gli occhi di tutti. Questi sono i risultati anche di un processo di degradazione del linguaggio politico che è in atto da molto tempo. D’altra parte ci sono stati degli sforzi per sviluppare forze alternative al bipolarismo e attualmente il movimento Green è il miglior esempio possibile. Ma il sistema politico degli Stati Uniti è stato progettato per rendere questa forzatura estremamente difficile, se non praticamente impossibile. In pratica non vi è alcuna rappresentanza proporzionale e l’ingresso nel sistema politico è sostanzialmente impossibile per formazioni alternative. Come se non bastasse, oggigiorno il finanziamento economico privato necessario per “correre” politicamente negli ultimi anni ha raggiunto livelli ridicoli. Va detto che il movimento Occupy non ha un “ideologo” nel senso stretto del termine, ci sono molte idee e correnti e non sono certo che sia l’idea giusta quella di dar vita ad un nuovo partito. Forse no, perché le fonti del malessere politico negli Usa sono purtroppo molto profonde».

Anche in Italia le forze della cosiddetta “antipolitica” (ma c’è chi non è per nulla d’accordo con questa definizione), guidate da Beppe Grillo, stanno raccogliendo grandi consensi. In generale è un buon segno poiché cresce la partecipazione popolare o c’è il rischio sensibile di una deriva demagogica?
«Non posso commentare la situazione italiana o la campagna di Grillo, ma non c’è dubbio che la demagogia sia un problema enorme anche in Italia, come rivelano le vostre recenti esperienze politiche. Tuttavia uno sguardo alle attuali elezioni degli Stati Uniti rivela che le scelte alternative sono poche o nulle».

Si avvicina la fine del primo mandato di Obama. Come giudica il suo operato?
«Avrebbe dovuto e potuto fare molto di più e d’altra parte, a mio avviso, ha compiuto molte scelte davvero discutibili. Francamente avevo poche aspettative, come ho avuto modo di scrivere ancor prima della sua elezione, quindi non sono stato deluso, fatta eccezione per il suo attacco acuto contro i diritti civili fondamentali, il che mi ha davvero sorpreso. Queste sono decisioni che non potranno non avere una ricaduta elettorale».

Non è un mistero che lei non abbia stima di Mitt Romney (candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti). Perché?
«Le scelte politiche di Romney sono progettate per arricchire i più ricchi e rafforzare il più potente, non importa quale sia il costo e per questo motivo si guarda bene dal chiarire i suoi progetti. Ma la sua strategia politica, se messa in pratica, sarebbe un vero disastro per il mondo intero».

Lei non condivide la politica di austerità imposta alla Grecia, alla Spagna e in misura diversa all’Italia, considerandola la via più rapida per la recessione…
«L’austerità durante la recessione o la stagnazione economica è molto probabile che dia luogo a problemi peggiori, proprio come ha fatto. Sembra che finalmente – decisamente troppo tardi – le autorità europee abbiano compreso che la responsabilità del disastro in atto ricade proprio su loro e per tale motivo sembrano decisi ad utilizzare le ampie risorse europee per stimolare la crescita. Sono d’accordo con gli analisti della stampa economica che insistono sul fatto che questo è il momento di spingere l’acceleratore. Adesso non è proprio il momento di tirare i remi in barca».

Il destino della Grecia è ancora incerto. Quali conseguenze dobbiamo aspettarci da un suo default?
«Nessuno lo sa veramente. Sarebbe senza dubbio una mossa rischiosa, molto rischiosa, sia per la Grecia che per l’Unione Europea». 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 27 settembre 2012

Glenn Cooper: «Non esiste una formula per il successo sicuro»

cooper-Il curriculum di Glenn Cooper è davvero ricco di sorprese. Laureatosi in archeologia e medicina è diventato un produttore e sceneggiatore cinematografico nonché presidente di una fiorente industria di biotecnologie nel Massachusetts. Ma la sua vita cambiò radicalmente quando, un lontano giorno del 2006 venne folgorato da una visione, l’immagine di una biblioteca sepolta contenente oltre 700 mila volumi dove erano iscritte le date di vita e di morte di tutti gli abitanti della Terra. Ma tutto si interrompeva il 9 febbraio 2027. Nacque così “La Biblioteca dei Morti”, il suo libro d’esordio. Fu un thriller di successo internazionale che lanciò Cooper nell’olimpo degli scrittori americani capaci di sfondare quota un milione di copie vendute, raccogliendo curiosamente più successo in Europa che in patria. Proprio in questi giorni è stato pubblicato “I Custodi della Biblioteca” (Editrice Nord) che porterà a compimento la trilogia – “Il Libro delle Anime” fu il secondo capitolo – catapultando il lettore nel 2026, proprio a ridosso di quella fatidica data, forse indicante la fine del mondo, con buona pace dei Maya. Glenn Cooper che ha lanciato in anteprima mondiale il suo libro al festival BookCity di Milano, chiuderà la sua mini-tournée italiana proprio a Messina, giovedì 22 novembre presso la Santa Maria Alemanna. Un evento organizzato dalla Libreria Mondadori di Messina, in collaborazione con l’associazione culturale “La Gilda dei Narratori”.

Com’è nata l’idea della Biblioteca?

«Mi ha colto all’improvviso una mattina d’inverno e nello stesso modo mi è apparso il mio protagonista, Will Piper. In effetti sono le idee migliori a trovare me, non il contrario»

Will Piper è un uomo con pregi e difetti, non il classico duro e puro dei libri d’azione.

«Non mi piacciono i personaggi tagliati con l’accetta, ma quelli ricchi di sfumature e contraddizioni. Will non è ispirato a nessuno che conosca, lo volevo proprio così, complesso ma disposto a tutto per trovare la verità. In questo terzo libro lui ha 60 anni, siamo quasi coetanei, ed è stata una bella sfida portarlo in pagina ma è stato stimolante perché facciamo i conti con l’idea della mortalità e con i figli che crescono. È stata un’esperienza catartica».

La incuriosisce il fatto che i suoi libri, come i film di Woody Allen, abbiano più successo in Europa?

«Mi è servito del tempo per abituarmi a quest’idea però negli States mi è capitato anche di sentirmi dire “mi piacciono i tuoi libri ma devono esserci per forza tutti quei dettagli storici?”».

Vedremo presto un film sulla sua Trilogia? Quale attore vorrebbe nei panni di Will Piper?

«Attualmente un produttore hollywoodiano è al lavoro ma credo che sia necessario un grosso budget per portarlo al cinema. Vedremo. Il mio attore ideale? Russell Crowe su tutti».

Lei realizzò diverse sceneggiature, senza fortuna, prima di scrivere La Biblioteca. Eppure non ha mai messo da parte il suo sogno di dedicarsi alla scrittura…

«È fondamentale essere testardi. Nessuno merita il successo senza mettercela tutta e se non ha qualcosa da dire. Ma ovviamente serve anche un pizzico di fortuna».

E se la fine fosse domani, cosa farebbe?

«Continuerei a scrivere, come tutti i giorni. Forse mi concederei soltanto un goccetto di più la sera».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Ascanio Celestini: «L’ergastolo è disumano»

Attore teatrale di successo, regista e sceneggiatore cinematografico, scrittore e drammaturgo, il poliedrico artista romano Ascanio Celestini, non si è precluso alcun itinerario creativo per raggiungere il pubblico ideale con la forza delle proprie parole. Oggi Celestini è annoverato fra le più apprezzate realtà teatrali italiane, sia per merito della sua narrazione “a scatole cinesi” sia per i temi toccati, legati all’impegno etico e alla memoria, come in “La Pecora Nera” o “Scemo di Guerra”, per citare due fra i suoi successi. Dopo “Lotta di Classe” e “Io cammino in fila indiana”, Celestini torna in libreria con “Pro Patria” (Einaudi, pp. 136 Euro 17,50) in cui racconta il mondo carcerario, narrando la storia di «un erbivoro, un detenuto condannato alla reclusione fino al giorno 99 del mese 99 dell’anno 9999». Firmatario dell’appello per l’abolizione dell’ergastolo, Celestini (che ad aprile sarà in teatro con “Discorsi alla Nazione”) ricorda le parole del medico Franco Basaglia sul parallelismo fra carceri e manicomi e sottolinea le mancanze dell’istituzione carceraria italiana, paventando una utopica ma razionale, soluzione finale…

Cosa intende quando afferma che in Italia il carcere supplisce al Welfare?

«Il settanta per cento dei detenuti stanno in carcere per reati connessi alle droghe e all’immigrazione. Visto che la società non riesce ad occuparsene direttamente, li abbandona come cittadini e aspetta di recuperarli come delinquenti».

A proposito di carcere, qual è il loro stato nel nostro paese?

«Sono le peggiori carceri in Europa. La Corte Europea di Strasburgo in questi giorni ha nuovamente condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, quello contro la tortura e i trattamenti inumani. Le normative comunitarie sul trattamento dei maiali impongono sei metri quadrati per ogni suino. In molte galere del nostro paese ci sono letti a castello di quattro piani e soprattutto, quasi la metà dei detenuti sconta una pena senza aver ricevuto una condanna in via definitiva».

Lei ha partecipato con un appello online, alla richiesta della fondazione Veronesi per l’abolizione dell’ergastolo. Perché?

«Perché l’ergastolo è anticostituzionale oltre che semplicemente disumano. L’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione, perciò che senso ha rieducare un individuo per farlo morire in carcere? La vulgata giustizialista ironizza su questo particolare e ci ricorda che molti condannati all’ergastolo, in realtà, scontano solo venti o trent’anni. Lo dicono come se passare tutto quel tempo in pochi metri quadrati fosse una vacanza. E poi non ricordano che esiste l’ergastolo ostativo che non da la possibilità di accedere a nessun beneficio e soprattutto alla riduzione della pena».

Come si spiega il fallimento del ddl sulle pene alternative alla detenzione, tanto auspicato dal ministro della giustizia, Paola Severino?

«Il discorso, apparentemente progressista, sul carcere ruota sempre attorno alla stessa questione: le galere sono sovraffollate, perciò dobbiamo trovare una maniera per decongestionarle. In automatico si trovano due soluzioni: quella temporanea dell’indulto e delle pene alternative, e quella palazzinara della costruzione di nuovi penitenziari.In Italia si sono applicate decine di misure straordinarie di decongestionamento dalla fine della seconda guerra mondiale. La misura straordinaria è, in realtà, la prassi. Ed è stato così fino all’ultimo indulto, quello approvato con la più larga maggioranza degli ultimi sessanta anni, ma anche quello più odiato dai cittadini e persino dai politici che l’hanno votato.

Costruire nuove carceri, come spesso auspicato, sarebbe una soluzione?

«Erigere nuovi penitenziari è una misura altrettanto discutibile visto che, come sappiamo, la grande maggioranza dei reati compiuti sono un servizio che la società illegale fornisce alla società legale. Il problema non consiste nel mandare la gente in galera, ma intervenire sulla relazione che sussiste tra la società illegale e quella legale che si serve dell’illegalità. Oltre a questo bisognerebbe ragionare anche sul fatto che molti reati, se considerati con un po’ d’attenzione, sono azioni immorali, ma, forse, non dovrebbero essere sanzionati».

E per quanto riguarda le pene alternative?

«Fa paura che si arrivi ad esse partendo dalla situazione contingente della sovrappopolazione carceraria e non dal fallimento della galera come istituzione. Il fallimento di un’istituzione che nasce, così com’è ora, con la borghesia e l’illuminismo. Un’istituzione che, nel migliore dei casi, considera il condannato come un bambino da rieducare e non come un essere umano che deve riconciliarsi con la società. E che poi, in realtà, è soltanto una discarica sociale. Non a caso lo stesso sistema che vorrebbe nuove carceri e congestiona quelle esistenti, è il sistema che congestiona le discariche esistente e ne vorrebbe costruire altre».

Lei crea un significativo parallelo fra carcere e manicomio. Di cosa si tratta?

«Franco Basaglia vi si riferisce quando, parlando del campo di concentramento e della scuola, della fabbrica e della caserma, del manicomio e della galera, scrive “Sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha”».

Quanto è attuale il problema del razzismo in Italia?

«Ciò che chiamiamo razzismo è un dispositivo culturale che si muove attraverso un doppio meccanismo. Da una parte è una forma di difesa individuale, dall’altra un sistema di controllo sociale. Sono due elementi che vivono in simbiosi, l’uno serve all’altro. Il singolo si difende individuando come corpo estraneo il nuovo arrivato, lo straniero, il povero. Gli impone un’omologazione alla quale lui stesso non crede, dicendo “se vuole stare nel mio paese, deve rispettare le regole”. Lo dice anche se queste regole non esistono e lui stesso, l’indigeno, se ne frega. Non vuole realmente difendere la religione che frequenta come cliente saltuario, né la sicurezza che non ha più nulla a che fare con la presunta comunità in cui vive perché si è ristretta al suo piccolo mondo privato, né tantomeno alla tradizione che ormai s’è trasformata in un ridicolo teatrino folkloristico. L’indigeno difende la propria posizione dominante. Intuisce che il sistema capitalistico è fondato sullo sfruttamento delle risorse ambientali, del tempo e della vita delle persone. Il razzismo è una qualità della relazione tra gli individui che serve a mantenere un rapporto di egemonia-subalternità».

Lei ha dichiarato: “Bisognerebbe arrivare all’anarchia, concedendo alle autorità la possibilità di autoregolamentarsi senza ricorrere alle leggi”. La  soluzione definitiva o solo un’utopia?

«È l’ottimismo della volontà che cerca di contrapporsi al pessimismo della ragione».

 Francesco Musolino

©Intervista pubblicata sabato 9 febbraio sul quotidiano La Gazzetta del Sud

 

Wilbur Smith: «La scrittura è la mia vita»

Wilbur-Smith_h_partbDopo ben 33 romanzi d’avventura e 122 milioni di libri venduti nel mondo, Wilbur Smith non ha affatto messo da parte la penna, la fantasia e l’ingegno. Difatti è pronto a rilanciare la sfida con una scelta nel segno del celebre Alexandre Dumas e non dimentica mai che nella vita avrebbe potuto fare tutt’altro che lo scrittore. Giunto in Italia per presentare in anteprima mondiale il suo nuovo romanzo – “Vendetta di Sangue” (Longanesi; pp. 510 euro 19,90) – lo scrittore d’origini zambiane e cresciuto in sudafrica che recentemente ha festeggiato l’ottantesimo compleanno accanto alla quarta moglie, ha risposto alle nostre domande. Per Wilbur Smith, indiscusso re dei romanzi d’avventura dal 1964 ad oggi, la scelta dell’Italia non è certo casuale visto che proprio nel nostro paese ha venduto oltre 33 milioni di copie. In “Vendetta di sangue”, vedremo il ritorno di Hector Cross – già protagonista ne “La legge del deserto” – in un fitto intreccio a base di vendetta, potere e denaro, ambientato fra la City londinese e l’Africa nordorientale. La firma di Smith? Il ritmo serratissimo e la morale salda.

Hector Cross, aveva trovato l’amore e la felicità ma in Vendetta di Sangue torna in pagina animato solo dal desiderio di rivalsa. Mr. Smith è arduo portare in pagina le emozioni più dilanianti dell’animo umano in modo realistico?
«Per prima cosa mi documento moltissimo e soprattutto scrivo solo di ambienti che conosco molto bene, ecco perché c’è sempre tanta Africa nei miei libri. Una documentazione più che esaustiva è fondamentale per la credibilità della storia. I lettori devono fidarsi di ciò che scrivo, come se si trattasse di personaggi reali. Per questa ragione le informazioni che sono sullo sfondo devono essere correttissime, altrimenti il tutto perde di veridicità e si finisce per avere la stessa sensazione che può avere un guidatore, quando supera un dosso artificiale lungo la strada: sobbalza, sente che c’è qualcosa che non va.
Per lo più scrivo di getto, per poi tornare indietro e rifinire in modo tale che ogni frase esprima al massimo emozione e forza».

Voleva fare il giornalista e per poco non divenne un contabile di stato, come desiderava suo padre. La pubblicazione de “Il destino del leone” nel 1964 le ha cambiato la vita?
«Ne sono più che sicuro. La scrittura non solo mi ha cambiato la vita, ma è la mia vita. E non credo tanto che sia stato io a scegliere la scrittura quanto piuttosto il contrario, è stata lei a scegliere me. Fin da prima che fossi in grado di scrivere ero affascinato dalle storie e dal modo in cui mi venivano raccontate. Mio padre e mio nonno prima di lui erano dei grandi contastorie. E mia madre, donna di grande cultura, amava moltissimo leggere e raccontarmi storie a sua volta. La voglia di raccontare fa parte del mio dna e da quando ho iniziato non sono più riuscito a farne a meno.

Ma cosa le piace di più della scrittura?
«Posso scatenare guerre, uccidere, torturare, guidare come un pazzo, violentare, incendiare e quant’altro…senza in realtà far del male a una mosca!»

In Italia i suoi libri hanno venduto 23 milioni di copie. Che rapporto ha con il nostro paese? 
«Con l’Italia e gli italiani non potrei avere un rapporto migliore! Si tratta del paese in cui ho maggior successo e credo di aver ormai sviluppato una grandissima affinità con i suoi lettori. L’Italia è un paese meraviglioso, di cui amo ogni cosa, dalla vitalità e allegria degli abitanti al buon vino e al buon cibo. L’Italia è la culla della civiltà. Quando gli antichi romani arrivarono in Inghilterra con i loro eserciti, trovarono popolazioni che da un punto di vista culturale e civile erano terribilmente indietro.

Nel prossimo futuro potrebbe ambientare proprio qui un suo romanzo?
«Non saprei. Sono convinto che si debba scrivere solo di quello che si conosce più che bene, proprio per questo che amo scrivere dell’Africa».

I suoi libri sono colmi d’azione a perdifiato…la sua vita privata è altrettanto adrenalinica?
«Beh, di certo ho avuto una vita molto avventurosa, ho viaggiato molto, ho partecipato a pericolose battute di caccia, ma di qui a dire che sono come Hector Cross c’è parecchia strada!»

Recentemente ha siglato un contratto con l’editore HarperCollins. Un team di co-autori svilupperà sei trame da lei ideate. È un progetto molto interessante ma cosa l’ha convinta a condividere il suo genio creativo?
«La ragione principale sta nella fame dei miei libri che hanno i miei lettori: ne vorrebbero sempre di più, ma vede, come sa ho passato da un po’ i quarant’anni…! Non riesco a tenere un ritmo così alto o almeno non tanto alto quanto vorrebbero loro. Non sappiamo ancora esattamente come funzionerà questa nuova formula, ci stiamo lavorando, ma di certo ha dei precedenti illustri. Penso a Clive Cussler o James Patterson per parlare dei giorni nostri, o Alexandre Dumas per andare su un grande del passato. Sono certo che troveremo la formula adatta per lavorare bene in questo modo e credo che moltissimo dipenderà dal tipo di rapporto che si creerà tra me e i miei collaboratori».

Intervista pubblicata su La Gazzetta del Sud (di sabato 2 febbraio)

Francesco Musolino®