Giovanni Fasanella accusa: “Siamo un paese che non ha bisogno di eroi, ma di verità”

«Ho la sensazione che basandosi solo su dichiarazioni di qualche pentito a scoppio ritardato e per giunta prive di riscontri, difficilmente scopriremo la verità su Via D’Amelio e le stragi del ‘92». E ancora: «Noi italiani dobbiamo fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia».

Il giornalista Giovanni Fasanella – co-autore con il giudice Rosario Priore di Intrigo InternazionalePerché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire (Chiarelettere, pp. 208, €14) – è stato uno degli ospiti della kermesse culturale “Tabula Rasa” svoltasi a Reggio Calabria dal 19 al 22 luglio 2010: «E’ stata un’iniziativa molto incoraggiante soprattutto perché portata avanti da giovani quali Giusva Branca e Raffaele Mortelliti che vogliono scuotere le coscienze, pur sapendo che sarà un cammino molto difficile poiché il ceto politico attuale, nel suo complesso, si distingue per litigiosità e collusioni con la criminalità».

Tabula Rasa sta a significare un punto zero da cui ripartire, un nuovo approccio per far chiarezza?

Tabula Rasa è un titolo che trovo molto azzeccato che trovo in linea con l’obiettivo di questo libro che non è quello di far piazza pulita della memoria ma di tutti i luoghi comuni e le chiavi di lettura obsolete che, per diversi decenni, hanno condizionato un periodo buio della nostra storia.

Un altro input interessante potrebbe essere il titolo di un libro del magistrato Gherardo Colombo che indagò fra le tante cose anche sulla P2 e sul delitto Ambrosoli ovvero Il vizio della memoria.

Ha senz’altro ragione, dobbiamo ricostruire la memoria e il nostro passato per non ricadere negli stessi errori ma lo stesso deve valere per i magistrati perché, sino ad oggi, le ricostruzioni complessive fatte sino ad oggi sugli Anni di Piombo sono fragili e carenti. Per evitare di ricadere negli stessi errori bisognerebbe ricominciare con l’atteggiamento del giudice Rosario Priore il quale ammette, con grande umiltà, che i magistrati non hanno fatto sino in fondo il proprio lavoro, in parte perché non furono lasciati liberi di lavorare ma altri stettero al gioco e preferirono chiudere un occhio se non entrambi.

Priore ha dichiarato di essersi trovato innanzi, durante le sue indagini, “non muri di gomma ma muri di cemento”. E’ un libro che nasce da un bisogno personale?

Nasce dal bisogno di saldare un debito di verità contratto nei confronti dell’opinione pubblica perché Priore ha condotto molte delle inchieste più importanti sul terrorismo e sulla violenza politica sia di matrice interna che internazionale. Il suo lavoro e  quello svolto da molti altri suoi colleghi hanno certamente prodotto dei risultati ma ci sono dei buchi neri che quei magistrati non hanno saputo o voluto colmare per cui Priore cerca di far luce demolendo alcuni luoghi comuni che hanno condizionato molte ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche dell’ultimo trentennio.

Con Priore ricostruite la salita al potere di Gheddafi  e il fatto che il famoso DC-9 venne abbattuto “per sbaglio” perché lo stesso corridoio era utilizzato dai libici.

Nell’inchiesta sulla strage di Ustica, come in quasi tutte le alte, vi furono dei depistaggi: prove sottratte, documenti contraffatti e testimoni morti nell’immediatezza delle deposizioni. Nel caso di Ustica certamente non conveniva agli italiani ammettere che Gheddafi era una nostra creatura, visto che non solo lo aiutammo a compiere il colpo di stato che venne pianificato in un albergo di Abano Terme ma gli indicammo anche corridoi aerei non rintracciabili dai radar della NATO per i voli da Tripoli verso il centro e in nord Europa. In pratica avevano indicato a Gheddafi i punti deboli del sistema radar, ad un uomo che era anche amico del nemico per eccellenza ovvero il mondo sovietico. Queste sono verità che non potevano non creare enormi conseguenze.

Il fil-rouge che lega il vostro libro sono le “guerre invisibili”. Chi le combatteva?

Questo libro cerca un approccio diverso non giudiziario, poiché tale metodo a suo tempo si rivelò inefficace. Abbiamo voluto rileggere alcuni fatti inquadrandoli nel contesto storico-politico. Le guerre invisibili combattute sul territorio italiano e con mezzi non convenzionali, dal 25 aprile 1945 in poi furono diverse e non potevano certo essere raccontate. Vi furono almeno due guerre civili – quella fra fascisti e anti-fascisti e quella fra comunisti e anti-comunisti – e almeno tre guerre internazionali che trasformarono l’Italia in un campo di battaglia, ponendola al centro dello scontro fra Occidente e Oriente e dello scontro arabo-israeliano. Tutti questi conflitti hanno creato una miscela esplosiva che sarebbe sfociata nel terrorismo.

Ma c’è stata soprattutto una guerra invisibile mediterranea.

Il punto di partenza fondamentale è la considerazione che l’Italia, pur avendo perso la seconda guerra mondiale ed essendo sottoposta al controllo delle potenze vincitrici, grazie alla propria classe dirigente dell’immediato secondo dopoguerra riuscì a divenire una potenza economica, merito di una politica mediterranea e terzo-mondista che aveva in Enrico Mattei e Aldo Moro, i suoi principali esponenti. Loro capirono che per riacquistare prestigio nel Nord Africa e nel mondo orientale era necessario pagare molto di più ai produttori di petrolio rispetto a quanto facessero inglesi e francesi ma ciò, inevitabilmente, incrinò le relazioni diplomatiche con questi paesi. La chiava di volta fu proprio la salita al potere di Gheddafi che, come primo atto espulse le basi inglesi dalla Libia. Successivamente l’Inghilterra perse l’Egitto, l’isola di Cipro e Malta.

Le dichiarazioni sulla scoperta imminente delle verità su Via D’Amelio, rese e poi smentite non le sembrano “strane”?

Mi sembrano strane e poco credibili. Ovviamente spererei che i magistrati avessero scoperto la verità su cosa avvenne in Via d’Amelio ma mi sembra che lo schema utilizzato per comprendere quegli eventi punti sempre sui servizi deviati e su uno Stato in combutta con la mafia, una chiave di lettura esclusivamente italiana insomma. Per carità c’è anche della verità in questo ma è difficile capire gli anni delle stragi senza tener conto del contesto geo-politico. In quegli anni crollava il muro di Berlino e finiva la Prima Repubblica, quali equilibri mutarono? Quali nuovi attori entravano in gioco? Ho la sensazione che basandosi solo su dichiarazioni a scoppio ritardato di qualche pentito e per giunta prive di riscontri non si possa andare molto lontano.

In un paese in cui il senatore Marcello Dell’Utri afferma che “Vittorio Mangano è un eroe”, abbiamo buone possibilità di arrivare alle “verità”?

Credo che complessivamente il ceto politico attuale sia di infimo livello, incapace di affrontare una fase delicata come il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica si tratta di una classe politica litigiosa e collusa con la criminalità. Per fortuna oggi abbiamo un’opinione pubblica attiva e responsabile e l’iniziativa “Tabula Rasa” rappresenta, in tal senso, un segnale molto incoraggiante. E’ un cammino difficile ma per riuscire a scuotere la politica è necessario che ciascuno, dal giornalista allo storico, faccia la sua parte: dobbiamo fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia.

Per restare alla stretta attualità, cosa ne pensa della P3?

Si parla di una mera cricca affaristica molto ramificata, dall’editoria alle istituzioni statali. A mio avviso non è nemmeno lontanamente paragonabile alla P2, un’associazione segreta in cui si combinavano affari e si cercavano protezioni e promozioni, un fenomeno anomalo che si inseriva alla perfezione nel contesto della Guerra Fredda: gli uomini della loggia P2 erano uomini anti-comunisti sino al midollo. La cosiddetta P3 vorrebbe ricreare quel sistema ma in un contesto in cui non vi è più un nemico comune da combattere, solo soldi e appalti da ottenere.

Giovanni Fasanella, giornalista, sceneggiatore e documentarista, è autore di molti libri sulla storia invisibile italiana, tra i quali ricordiamo Segreto di StatoLa verità da Gladio al caso Moro (con G. Pellegrino, C. Sestieri, Einaudi 2000), Che cosa sono le BR. Le radici, la nascita, la storia, il presente (con A. Franceschini, Bur 2004), La guerra civile (con G. Pellegrino, Bur 2005) e I Silenzi degli innocenti (con A. Grippo, Bur 2006).  er Chiarelettere ha pubblicato con Gianfranco Pannone il DVD+libro Il sol dell’avvenire (2009).

Rosario Priore, magistrato, per oltre un trentennio, fin dai primissimi anni Settanta, quando arrivò come giudice istruttore al Tribunale di Roma, ha seguito molti dei casi di violenza e terrorismo (interno e internazionale) più importanti della storia giudiziaria italiana: dall’eversione nera ad Autonomia operaia, dal caso Moro a Ustica, dagli attentati palestinesi al tentato omicidio di Giovanni Paolo II.

Fonte: Stilos il blog – 25 luglio 2010

Alessandro Bergonzoni in esclusiva su Satisfiction: «Ma intanto, il problema è che intanto…»

Vorrei introdurre l’intervista ad Alessandro Bergonzoni senza usare le definizioni clichè quali “funambolo della parola”, “artista del monologo”, “creatore di cortocirtuiti cerebrali”. Preferisco definirlo con le sue stesse parole: «un comico surreale che ad un certo punto si è dovuto forzare per non voltare più lo sguardo altrove e ha cominciato a dire cose “politiche” sia per risvegliare le coscienze (a partire dagli asili) che per cercare – lui stesso – di capire». Difficile fare una sintesi di questa lunga intervista che mi ha concesso in esclusiva per “Satisfiction” perché ha toccato il tema del degrado morale imperante, il parallelo con Beppe Grillo, l’assenza di vergogna che si ritrova nell’”embè” di cui parla Antonio Padellaro e tanti altri temi attuali ma anche eterei come l’anima e quell’Oltre cui accennava già Terzani… Bergonzoni attacca duramente sia la tv e quei 6 milioni che guardano l’Isola e il Grande Fratello («violenza culturale») sia tutti quelli che si proclamano innocenti perché non guardano la tv, perché scrivono libri e fanno teatro. «Ma intanto, il problema è che intanto…»



Cominciamo dal video messaggio “Viva l’Italia, desta o assopita”. Qual è il miglior modo per commemorare l’Unità d’Italia secondo lei?

«C’è un sistema. Sicuramente cominciando a pensare che la nazione siamo noi e non l’Italia. Se facciamo sempre della geografia e delle categorie non arriviamo mai a considerare che noi abbiamo un governo, un parlamento e una Costituzione senza le quali è impossibile pensare ad un’unità d’Italia, senza le quali è impossibile pensare a nazioni o nozioni di libertà. Noi continuiamo a demandare, a delegare, noi votiamo ed eleggiamo qualcosa o qualcuno tutti i giorni quasi come se ci liberassimo d’un peso. Se non partiamo da qui arriveremo poco lontano».

Padellaro diceva che oggi prevale l’”embè”, non ci si stupisce più di nulla. Oggi c’è ancora il concetto di vergogna?

«Non esiste più perché i mezzi di distrazione di massa hanno fatto sì che tramite lo sport, la finta satira e sottolineo finta (ne esite una anche vera), tramite gli imitatori e il varietà siamo stati messi sotto. Siamo stratificati, ad un ultimo livello. Dobbiamo far saltare le alte cariche dello strato che ci copre. I Maya erano più avanti di noi, ma non perché erano superiori quanto perché noi siamo diventati inferiori coprendo tutti i sensi sociali e antropologici. L’”embè”, il “non mi interessa”, il “non mi tocca” è potenziato grazie a determinata televisione che non è innocua, grazie a determinati artisti che non artisti ma sono semplicemente passanti passeggeri, a determinati sportivi che non ci fanno passare il tempo ma ce lo distruggono. E allora Padellaro ha ragione dicendo che siamo forse dinnanzi alla mancanza di vergogna ma non è un tema solo etico o sociale o politico quanto antropologico, antroposofico, legato all’anima ma non nel senso delle religioni ma della spiritualità. Qui il problema è dell’Oltre, come dicevano già Terzani,  Kandinskij e Leonardo Da Vinci ma la gente quando sente questi nomi dice “embè”?».

Lei afferma che chi guarda la tv è connivente delle “metastasi culturali”.

«Al 100%. Noi siamo preoccupati del buco dell’ozono, del fumo passivo, dei gas di scarico e dello slow-food ma i piatti culturali, i piatti di coscienza dai quali mangiamo ogni giorno sono pieni di parrucche. Siamo diventati sportatori di brodo, spostiamo il brodo dentro questi piatti dicendo “io mangio da questa parte” ma intanto la parrucca è dentro. Abbiamo piste di atterraggio cortissime dove i concetti di vita, morte, dignità e arte non possono atterrare perché chi detiene il potere, dunque il controllo, non lo permette. Dobbiamo capire che non c’entra la politica ma c’entra l’anima di un uomo, di una nazione, di un popolo, di un governo    che ti taglia la potenza e ti fa dimenticare di reagire, di essere re dell’agire. La parte negativa politica della nostra nazione e di tante altre, è dovuta al non-studio del perché siamo  giunti a questo punto. La devastazione dell’anima ci ha spinto ad interessarci solo del bisogno, della necessità, del controllo, del potere, dell’economia. Quando dimenticheremo queste tendenze negative forse ci sveglieremo e capiremo che possiamo arrivare ad un’altra politica ma non dobbiamo fare appello solo alle leggi e alla Costituzione perché sarà già tardi, le norme non bastano. Noi abbiamo una costituzione interiore cui dobbiamo far appello per capire cosa devasta un uomo sino a mettere un bambino nell’acido. La Mafia non è una questione solo politica o sociale ma tratta di anime, anime. La Chiesa che potrebbe spiegare questi fenomeni, è invischiata nel potere . Ho parlato di trascendenza e spiritualità perché l’arte può essere un mezzo per pulire, non punire, quello che spesso abbiamo schifosamente riempito con scorie».

Molti vanno a teatro per spensierarsi invece lei afferma che bisogna andare a teatro per pensare…

«Le Isole, i Grandi Fratello, i vari Darwin, le Pupe e i Secchioni sono atti di violenza come chi ti aspetta sotto casa per rubarti la borsa o ti ruba la pensione. E’ delinquenza culturale. Dicono “danni non ne fa” ma eticamente, umanamente, antropologicamente c’è un danno violentissimo. Pensare che il presentatore di “Ciao Darwin” sia andato al Salone del Libro di Torino per fare una lezione agli studenti sul concetto di memoria…è questo il progetto signori, noi ci scherziamo sopra ma questa è droga, è violenza che uccide culturalmente, uccide la trascendenza e l’energia degli esseri. C’è qualche pazzo che afferma che l’Italia reale è quella di chi guarda queste trasmissioni per cui a questo punto dobbiamo decidere perché se davvero questa è l’Italia reale allora dobbiamo fare la rivoluzione ma che sia violenta. Ma dato che non lo penso, mettiamo da parte la violenza e puntiamo al risveglio delle coscienze. Se ci fossero 6 milioni di delinquenti che guardano trasmissioni su furti e stupri ci saremmo già messi in moto ma dato che questi 6 milioni guardano quelle trasmissioni con corpi, seni, schiene e gambe cacciate in grande tritacarne pensiamo di salvarci dicendo “no io non li guardo”, “io scrivo libri”, “io faccio concerti”, “io vado solo al teatro”. Ma intanto. Il problema è “intanto”! Anch’io posso essere un montanaro che sta a 3000 metri di altezza e posso disinteressarmi dell’inquinamento cittadino. Ma intanto c’è chi inquina e fra 4 giorni, 4 anni, 4 secoli la mia montagna magari non ci sarà più. E’ una forza di distruzione culturale che sta nell’aria e alla fine arriva e fa danni. Calciatori che perdono ore per difendere gli ultrà, allenatori che parlano di sfide, coraggio, pianto e dolore…questa è droga! Sono stupri ai concetti e alle idee, siamo alla follia ormai. C’è un problema di danno antropologico, io credo che certi presentatori, sportivi e politici abbiano un problema clinico ancor prima che politico. C’è una devastazione di anime che continuo a raccontare ma faccio fatica perché la gente o la prende a ridere o ne fa una bandiera ma non lo analizza, non ci riflette su. La televisione dice in modo chiaro “mi raccomando non pensare, fai quello che dico io”. Se non pensi diventi uno strumento, questo sì che è un problema politico».

Anche tacere è connivenza…

«Non so chi, visto che sono un ignorante, ma qualcuno ha detto “il peccato non è fare del male ma non fare del bene”. Fare teatro, libri, concerti, spettacoli disinteressandosi del resto è omissione di soccorso. C’è qualcuno, qualcosa che muore ma spesso si è indifferenti. Il tema politico è solo la punta dell’iceberg, mi interessa occuparmi di cultura e ai politici di sinistra, purtroppo, la cultura interessa molto poco».

Flaiano diceva «la situazione è grave ma non seria». Dicono che se si arriverà all’elezione diretta del Capo dello Stato alla francese, l’unico candidato possibile contro Berlusconi dovrebbe essere Prodi. Non cambia nulla insomma?

«Qui il problema è diverso. Flaiano era un grande, lavorava sulla parola. Io dico che non ci arriveremo nemmeno a quel punto, è necessario che in questi anni si risolva questa situazione, non si può più procrastinare, non c’è più tempo per rimandare. Non è questione di pessimismo, dobbiamo cambiare necessariamente altrimenti fra dieci anni saremmo già sepolti a livello antropologico, umano».

Le piace se faccio un parallelo fra la sua maturazione artistica e quella di Grillo? Siete due comici quotati che hanno cominciato a dire cose “serie”.

«Grillo ha smesso di fare il comico, ora fa il comunicatore con grande bravura e pur se non condivido tutto, non esiterò a tornare in piazza con lui se servirà. Io non mollo, perché secondo me l’arte ha a che fare con la comunicazione, con la coscienza, con la comicità, con la filosofia, con la salute, con il dolore, con la creazione. Indubbiamente all’inizio ho dovuto forzarmi perché non mi consideravano “politico”, ero un comico surreale o metafisico. Credo di esserlo ancora ma adesso non me la sento più di voltarmi dall’altra parte, non posso più omettere il soccorso. Da tempo vado a parlare negli asili e lì dico sempre che non c’è solo un governo, una medicina, una legge, una religione, un’arte, una verità. Bisogna aprire gli occhi perché molta gente è paralizzata dalle tempie in sù. Molta gente, pur stando bene, ha intenzione di essere minorata nella coscienza e questo mi ha spinto a dire anche cose “politiche”. La mia strada e quella di Grillo si sono affiancate per questi motivi: io voglio cercare di capire e scuotere le coscienze, Grillo invece punta sulla denuncia  per mettere fine alle cricche. Grillo non è un capo popolo come vorrebbero farci credere, lui è un sollecitatore, l’uomo per le “mine pro-uomo”».

E’ preoccupato dal paventato bavaglio all’informazione?

«Chi è che può permettersi di non preoccuparsi? Se non mi preoccupassi sarei un uomo dell’”embè”. Alcune persone hanno paura e per questo motivo vogliono mettere un bavaglio all’informazione. Ma se si riesce a trasmettere la paura si ottiene uno strumento forte per comandare, per dominare, per toglierci la libertà di pensare e la forza necessaria per agire».

 

http://www.alessandrobergonzoni.it/

 

Fonte: Satisfiction del 15 luglio 2010

Marco Bellocchio sulla banalità del cinema italiano: «Oggi viviamo in tempi di guerra»

TAORMINA. A soli 26 anni, nel 1965, Marco Bellocchio esordì e divenne famoso con “I pugni in tasca”, un film che coglieva pienamente lo spirito di ribellione e protesta di quegli anni che sfociò nel Sessantotto. Con gli anni Bellocchio non ha mai messo da parte la sua grinta – si pensi a “L’ora di religione”, “Buongiorno, notte” e “Nel nome del padre” – attaccando spesso le convenzioni sociali e l’industria cinematografica: «Il diploma al Centro Sperimentale di Roma è stato ridicolo, non mi è servito a nulla. Sono andato via dall’Italia per capire se volevo davvero fare il regista e credo che il distacco sia stato benefico». Alla 56a edizione del Taormina film fest ha ricevuto il Taormina Arte Award ma anche oltreoceano il film ha riscosso grande successo. A gennaio porterà a teatro la riduzione teatrale del suo film d’esordio, con il figlio Piergiorgio e Ambra Angiolini nei ruoli dei protagonisti. Dopo i successi di “Vincere”, Bellocchio sta cominciando a lavorare ad un viaggio nell’Italia dei giorni nostri, «fra i tanti paradossi e i fasti del potere».

Lei ha spesso attaccato le “scuole cinematografiche”. A cosa servono?

«A nulla. Oggi i giovani apprendono molto velocemente l’abc del cinema e sono molto ferrati sulle innovazioni tecniche, molto più di me. Il vero problema sta nel saper scrivere la sceneggiatura e nel lavoro con gli attori. Oggi ci sono film ben montati, con una buona musica e una bella fotografia ma spesso sono recitati male. Magari è anche colpa del soggetto ma il più delle volte è la diretta conseguenza della devastazione televisiva che continua a sfornare dei divi da reality o da fiction che non recitano, mormorano come nella vita quotidiana. Non sono dei cani, non sono proprio attori. Nessuno di questi potrebbe recitare Shakespeare o Pirandello».

Le piace il cinema italiano contemporaneo?

«Il cinema oggi è messo in un angolo, la tv ha assorbito tutti gli spazi. Ovviamente sarebbe meglio puntare su storie e visioni originali evitando di cadere nella banalità. Ma tutto questo è contraddetto dal fatto che la gran parte del cinema italiano è di una qualità davvero mediocre che incassando molto riesce a far sopravvivere anche quei pochi film buoni. E’ un discorso davvero complesso. I film natalizi incassano moltissimo perché viviamo in anni di grande inquietudine e il pubblico cinematografico desidera divertirsi ed evadere. Oggi il genere drammatico attrae poco, esattamente come accadeva negli anni della guerra. Anche oggi siamo in anni di guerra. Non è tutto da buttare perché ci sono tanti singoli autori davvero validi ma manca una visione d’assieme, credo che il cinema italiano sia inferiore alla somma delle sue parti».

Taormina ha ospitato al Teatro Antico l’anteprima mondiale di Toy Story3D. Le è piaciuto?

«Negli anni ’50 avevo visto qualche film in 3d che poi scomparve per ricomparire oggi. E’ un film molto americano, un po’ stucchevole e con l’inevitabile lieto fine. A dire la verità ero incerto se restare o andar via, alla fine sono rimasto anche sorpreso dalle sequenze finali che mi hanno persino emozionato».

Dopo “Vincere” sta realizzando “Italia Mia”. Un atteso ritorno all’attualità.

«Ho creduto molto in“Vincere” soprattutto perché lo ritengo un film molto attuale, addirittura la critica estera si è soffermata sul paragone Mussolini-Berlusconi a cui io non pensavo affatto. Sto realizzando “Italia Mia”, un film sui nostri anni che sarà molto difficile da realizzare vista la prudenza dei produttori oggigiorno. In questo film parlerò dei paradossi di una certa Italia. Ad esempio dell’assurdità di realizzare un museo a Ravamusa che non ha avuto neanche un visitatore per diversi mesi. Sarà un film complesso, difficile da finanziare, perché voglio rappresentare anche i fasti di chi domina e detiene il potere».

A proposito di tempi di guerra, la riduzione teatrale de “I pugni in tasca” è un segnale di un rinnovato impegno?

«C’è curiosità e interesse attorno a questo lavoro teatrale, conseguenza di un interesse del mercato. E’ certamente un segnale positivo ma visti gli anni in cui viviamo sarà necessario attendere il responso del pubblico».

 

Fonte: L’Editoriale, Luglio 2010

Kusturica a tutto campo: “Se Hitler avesse avuto una tv nessuno avrebbe potuto fermarlo”

TAORMINA. Il funambolico regista serbo, Emir Kusturica, era una delle star più attese della 56a edizione del Taormina Film Fest. Le aspettative erano grandi non solo per aver la possibilità di incontrare il regista di capolavori quali “Underground” o “Gatto nero gatto bianco” ma soprattutto per il suo netto rifiuto allo stile hollywoodiano del “politically correct”. Emir dice sempre le cose in modo chiaro, diretto. E un regista con idee proprie, oggigiorno, non può non far notizia:

“Negli anni ’70, a Londra e a New York, i giovani facevano la fila per vedere i film d’autore. Oggi le file si fanno solo per acquistare l’iphone. Hollywood ci ha abituato a storie “facili”, film “semplici” da fare ma alla base della creatività io metto l’elemento mistico, l’emozione allo stato puro”.

 

Cosa intende per misticismo?

“Nel film “La vita è un miracolo” parlavo del dramma della guerra che ha devastato la mia terra. Volevo un tono che sfiorasse il melodramma perché se io non mi fossi potuto aggrappare alla macchina da presa sarei stato destinato all’autodistruzione. Per questo credo che ci siano luoghi magici che favoriscono la creazione. Credo che ci sia del misticismo alla base del concetto stesso d’arte e questa pesca necessariamente nell’inconscio”.

Perché ha voluto girare “Maradona”?

“La vita di Maratona non è stata affatto facile ma io mi identificavo con lui e per questo ho dato vita a questo progetto. E’ stato molto difficile ma lui era sulla porta dell’Inferno ed era l’unico modo per farlo rinascere. Pensate che sono andato a Buenos Aires per ben 4 volte e due di queste non l’ho nemmeno incontrato perché stava ancora cercando di uscire dal tunnel della tossicodipendenza e nella ultima scena del mio film è evidente che lui fosse completamente “fatto”. Volevo aiutarlo a restare in piedi, a risorgere, ma la mia era anche una sfida perché sino a quel momento non si era mai aperto dinanzi alla telecamera, anzi, ostentava spesso un atteggiamento fiero, aggressivo persino ma lui questa sfida l’ha accettata. Sono convinto che lui finga di essere una persona molto razionale ma è come se nel suo cervello ci fosse un “mosquito” che gli fa perdere improvvisamente la ragione, completamente sino ad investire i giornalisti con la macchina. E’ stato difficile realizzare questo film perché nella vita come sul campo, Maradona era imprendibile. Ho dovuto braccarlo come un paparazzo ma oggi sono ancora più convinto che per fare dei film “veri” bisogna soffrire come gli animali”.

Maradona è amico di Castro e più volte ha attaccato l’America imperialista. Lei direbbe che è un rivoluzionario?

“Finge d’esserlo ma avrebbe potuto esserlo per davvero, aveva i soldi per farlo”.

Anche Bono Vox dice d’essere molto impegnato a livello sociale ma poi dimentica il cappello e lo fa viaggiare in prima classe

“E’ un paragone che non regge anche perché Bono è amico di George Bush e soprattutto lui sa gestire la sua immagine alla perfezione, invece Maradona è genio e follia insieme. Jim Jarmush, non a caso, lo definisce un fuorilegge”.

Anche Hugo Chavez è un bluff?

“Non credo. Lui amministra la ricchezza della sua terra, il petrolio, non solo con l’idea di accrescere la propria visibilità e il proprio potere ma soprattutto con l’idea di rendere più ricco il proprio popolo. Sul fronte italiano non amo particolarmente Berlusconi, anzi sono preoccupato per la libertà di stampa nel mondo. Certo quando ho visto che era stato colpito al viso ho provato compassione per lui, insomma è sempre un essere umano”.

Che impatto hanno i nuovi media sul cinema?

“Oggi tutti possono fare un film persino col cellulare, il processo di democratizzazione dei media lo permette ma molti dovrebbero avere l’onestà mentale di non farlo. O parliamo di quantità o parliamo di qualità, pensate che quando vinsi Cannes nel ‘95 gareggiai con 700 film, oggi andrei contro 3mila. Ma comunque c’è sempre il problema della distribuzione perché Hollywood è un’industria e il profitto vince su ogni cosa per loro per cui invito tutti i giovani a studiare i classici e a fare film veri anche se spesso non si trovano i soldi necessari per la distribuzione e oggi i soldi dominano su tutto. I media sono molto importanti per controllare la massa, del resto sono convinto che se Hitler avesse avuto una tv nessuno avrebbe potuto fermarlo”.

Spesso nei periodi critici il cinema sforna capolavori. Avvenne così durante Reagan e Nixon, ma oggi?

“I film degli anni ’70 mostravano personaggi normali mentre oggi si parla solo di supereroi e per questo che io non mi ritrovo più nei film di Hollywood. Il vero problema è che il sistema risucchia tutto, confeziona un pacchetto e gli autori, anche i più dotati, perdono le proprie idee. Alla fine anche “Gomorra”, il film più bello che ho visto negli ultimi vent’anni, perché riporta la scena sul territorio in modo drammaticamente reale e dimostra come la mafia non sia solo crimine ma un vero e proprio stile di vita, viene risucchiato dal mezzo tecnologico che diventa più importante del messaggio del film stesso”.

Sta lavorando su due nuovi progetti. Di cosa si tratta?

“Ogni progetto parte da una scintilla ma devi avere il coraggio di seguirla. Con “Pancho Villa”, farò vestire al mio amico Johnny Depp, i panni di questo assassino diventato eroe. Ho voluto Johnny perché è rimasto toccato da “il tempo dei gitani” e ha già recitato in “Arizona Dream”, è un uomo di quasi 50 anni che vive di cinema ma non fa parte dell’industria che gli ruota attorno. Cominceremo a girarlo a novembre ma trovare i fondi è stato difficilissimo perché tutti oggigiorno, hanno paura dei temi socio-politici. E’ come se ci dicessero che non dobbiamo pensare troppo”.

E il secondo progetto?

“Si chiamerà “Cool Water”. Porterò il cinema sul dramma mediorientale ma senza attaccare né Israele né la Palestina, solo con l’obiettivo di concentrare l’attenzione sull’atmosfera surreale che vige in quei luoghi. E’ la storia di un viaggio ad Amburgo di una stripper palestinese che deve raggiungere il fratello per il suo matrimonio. Ma nel frattempo il loro padre muore e nel testamento lascerà scritto che vorrebbe essere sepolto a Ramallah. Un’impresa impossibile al giorno d’oggi. A questo punto tutto muta e diventa un road-movie anche con scene esilaranti e alla fine, il funerale del padre sostituirà il matrimonio del fratello”.

Dopo Maradona ha ancora voglia di stare davanti la pellicola?

“Solo per molti soldi. Mi servono per finanziare il Kustendorf film fest che si tiene nella mia città natale, a Mokra Gora”. E poi scoppia a ridere.

 

Fonte: www.affaritaliani.it del 15/03/2010

 

Valentino: «Il mio sogno è sempre stato quello di poter vestire qualsiasi tipo di donna»

Taormina. Elegantissimo, in un completo di lino bianco con cravatta beige su camicia celeste e mocassini bianchi, lo stilista per eccellenza,Valentino Garavani, fa il suo ingresso sul palco del PalaCongressi di Taormina. Per cinquant’anni ha rappresentato l’essenza del Made in Italy diventando una vera e propria icona vivente, sino a “forgiare” un colore personale con cui ha firmato il proprio lavoro, quel “rosso valentino”, creato dopo un viaggio in spagna, che è entrato a far parte persino del dizionario comune. Il glamour e la classe degni di un festival che si rispetti, tornano a Taormina e la felicità del direttore artistico Deborah Young, che in America sognava i suoi abiti, è sinceramente condivisa da tutto il pubblico. Compreso chi vi scrive.

Valentino le piace Taormina?

«Sono un grande frequentatore di Taormina, trovo che sia un posto straordinario, una vera e propria perla. Senza dubbio i suoi colori mi hanno spesso ispirato. Passeggiando per il corso sono stato felice di vedere i ragazzi e le ragazze indossare colori e non quel trionfo del nero che domina nelle metropoli oggigiorno».

Il docu-film “Valentino. L’Ultimo Imperatore” racconta il suo ritiro dalle scene della moda, una vera e propria celebrazione che ha raccolto grande successo. Eppure lei non era affatto convinto…

«All’inizio, sinceramente, questo progetto non mi piaceva. Ci sono voluti 2 anni di riprese e spesso mi accorgevo troppo tardi che avevo la telecamera alle spalle. Avrei preferito che diverse scene e sfoghi rimanessero fuori dal film ma poi, a furia di vedere il successo che la pellicola otteneva proiezione dopo proiezione, mi sono reso conto che questo era il modo migliore per raccontare la mia storia, riprendendomi in azione, senza alcuna censura. Dovete credermi se vi dico che le macchine da presa erano dovunque. Avrei voluto che non riprendesse almeno la prova finale degli abiti, un momento che reputo sacro, ma non potevo impedirlo. Da oltre 240 ore di girato, il regista Matt Tyrnauer ha tirato fuori una sintesi che, dicono, essere perfetta».

Oggi il lusso rischia di scomparire con l’invasione del Made in china?

«Logicamente la moda cinese tenta di imitare la foggia e la varietà dei tessuti europei ma non credo che l’alta moda possa più rinascere. Io ho smesso al momento giusto, ne sono convinto. La Cina e altri paesi molto lontani non possono imitare il nostro stile ma imporranno abiti di massa e dal taglio comune. Comodi e poco costosi. Ma certo non lussuosi o eleganti».

C’è un archetipo di bellezza cui lei si rifà, una donna perfetta?

«Ho sempre disegnato, sin dai miei esordi, ispirato da quelle dive del cinema dei tempi passati che, in qualsiasi occasione, erano sempre eleganti ed impeccabili. Chi fa alta moda tiene conto di proporzioni perfette, misure ben precise. Ma ovviamente la mia idea, il mio sogno, è sempre stato quello di poter vestire qualsiasi tipo di donna, non solo un’elité. Sono convinto che qualsiasi donna, con un piccolo sforzo, possa diventare bella e per me è stato un vero onore poterle vestire».

Lei crede in Dio?

«Credo molto, la fede è  un lato molto importante della mia vita. La mia vita mi ha dato successo e soddisfazioni ma l’essere credente mi ha sempre dato la forza necessaria per andare avanti».

Davvero non vorrebbe tornare sulla scena della moda?

«Adorerei poter continuare. Ho duemila idee che mi ronzano nella testa ma era il momento di voltare pagina e dedicarsi ad altro. Ho disegnato i costumi per il primo dell’anno all’Opera di Vienna e voglio lavorare a stretto contatto con il teatro. Inoltre sto allestendo nella mia casa di Parigi, un’enorme stanza con tutti i miei disegni, a disposizione degli studenti di moda. Un modo per mettere a disposizione di chi lo vorrà, la mia esperienza, i miei studi e forse persino i miei sogni».