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«Ho sempre preferito la finzione letteraria alla realtà». Peter Cameron si racconta

Nel momento stesso in cui consentiamo a uno scrittore di entrare nel nostro personalissimo Olimpo, aspettando con crescente frenesia la pubblicazione (e la traduzione) del suo ultimo libro per poi divorarlo nello spazio di pochi giorni, qualcuno di buon cuore dovrebbe rammentarci che anche il più magnetico dei romanzieri – capace di affascinarci con la sua prosa e l’inventiva delle sue trame – rimane sempre un essere umano, con i pregi ma anche con i suoi difetti e umane debolezze. Ci risparmieremmo cocenti delusioni dinanzi alle bizze e ai capricci cui spesso sono abituati gli addetti ai lavori del mondo editoriale. Rammentando questa verità ho incontrato per Linkiesta il romanziere statunitense, Peter Cameron, autore di punta per la casa editrice Adelphi, tornato in libreria con Il Weekend, dopo i grandi successi raccolti con Quella sera dorata (115 mila copie, 17 edizioni) e Un giorno questo dolore ti sarà utile (157 mila copie, 20 ed.) cui sono seguiti Paura della matematica e il più recente Coral Glynn. L’autore era in Sicilia per la sua prima volta inaugurando un tour promozionale che si concluderà con due attesi incontri al Festivaletteratura di Mantova. Fortunatamente, è bastato uno sguardo a quest’uomo di 53 anni, dal fisico asciutto e lo sguardo tenero, per tirare un sospiro di sollievo: Peter Cameron è esattamente come te lo immagini. La sua voce calma e profonda sembra venire fuori direttamente dalle pagine dei suoi libri densi di pathos, costantemente tesi a indagare l’animo umano alla ricerca del significato delle nostre passioni, con uno stile satinato e una prosa sempre elegante, persino nel cogliere con precisione le idiosincrasie che mandano in pezzi gli amori apparentemente più solidi e borghesi. Leggi il resto di questa voce

Emmanuel Carrère: «Vi racconto Limonov, l’antieroe per eccellenza».

Emmanuel Carrère

Emmanuel Carrère

Alla scrittura vengono attribuiti dalla notte dei tempi diversi compiti. Certamente uno di questi è l’evasione dalla realtà ma soprattutto la capacità di precipitarci dentro l’animo umano, rilevando e rivelando i vicoli ciechi del nostro animo, le contraddizioni e persino il nostro lato oscuro, affascinante almeno quanto inconfessabile. Posta tale premessa appare più facile spiegare perché “Limonov”, l’ultimo libro dello scrittore e sceneggiatore francese Emmanuel Carrère (edito da Adelphi, pp.356 euro 19) abbia riscosso grande successo fra critici e lettori, sino ad essere considerato da più parti come il libro dell’anno appena trascorso. Punto di forza è la capacità con cui l’autore – già noto al grande pubblico per “L’Avversario”, e “Vite che non sono la mia” – racconta con equilibrio e indispensabile sospensione di giudizio morale, la vera vita avventurosa di Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov, poeta scrittore e attivista russo, considerato un eroe o una carogna, a seconda dei punti di vista.

Con Limonov, Carrère racconta in undici intervalli temporali una vita degna di un romanzo russo, in cui il protagonista veste i panni del teppista di strada, del maggiordomo newyorkese di lusso, del provocatorio intellettuale parigino e persino del mercenario nei Balcani al fianco di Radovan Karadžić, noto criminale di guerra serbo. Ma non si fa in tempo a condannare moralmente Limonov che lo si ritrova oggi, 69enne, alla guida de “L’Altra Russia”, partito popolare dal sentore nazional-bolscevico che osteggia Putin apertamente e lo sfida sulle pubbliche piazze. 

Monsieur Carrère, la prima domanda è d’obbligo: perché ha scelto Limonov?

«Ho scelto lui proprio perché a metà strada fra una personalità discussa e uno sconosciuto, non si tratta certo di un uomo di chiara fama come Solženicyn, piuttosto è un uomo controverso, con cui si potrebbe avere anche un rapporto personale certamente ricco di sorprese». Leggi il resto di questa voce

Manlio Sgalambro: «La scrittura è la mia psicanalisi»

sgalambro3In un’elegante e sobrio appartamento nel centro di Catania, incontro il noto filosofo, scrittore e poeta Manlio Sgalambro. Camicia bianca abbottonata sino al colletto e un gilet nero pendant con i pantaloni, ci accoglie dinnanzi ad un lungo tavolo ingombro di fogli d’appunti, moltissimi libri e plichi postali, su cui si trovano anche due computer portatili: “prima scrivevo solo a penna ma ora lavoro anche al pc ma – aggiunge – quello che utilizzo non è connesso ad internet”. In attesa dell’autunno, quando uscirà “Apriti Sesamo” – il nuovo album di Franco Battiato con cui collabora sin dal 1993 – Sgalambro ritorna in libreria con “Della Misantropia” (Adelphi, pp. 120 euro 10) dove ha indagato lo stretto legame che essa intrattiene con la filosofia stessa, cui l’autore ammette d’aver dedicato l’intera vita, senza rimpianto alcuno. A dispetto della vis dei suoi scritti, Sgalambro (nato a Lentini, nel 1924) sfoggia una calma serafica, merito, a suo dire, dello sfogo concessogli dalla scrittura…

Lei scrive che la misantropia è intimamente connessa alla filosofia. Perché, sino ad oggi, non era stato trattato questo legame?

«Le idee, nell’accezione platonica, nascono da un forte distacco dalla realtà, un momento di forte contrapposizione che possiamo definire misantropico. La difficoltà sta nel fatto che un pensatore accademico e pacato, non può cogliere questo momento d’odio per la realtà che coglie la fecalità dell’uomo».

Afferma che la psicologia la ripugna come guardare dal buco della serratura.

«L’ho scritto e lo confermo. Detesto chi si conosce, anzi, io non mi conosco affatto. Se dovessi bestemmiare, direi che la scrittura è la mia psicanalisi».

A proposito, colpisce la contrapposizione fra la forza dei suoi scritti e la sua figura sobria e serena. Merito proprio della scrittura?

«Certamente la scrittura è capace di dare fuoco alle polveri. Come ammoniva l’ars poetica di Aristotele è possibile anche liberarsi dalle passioni e così io mi libero dall’odio scrivendone. In tal modo il mio lato misantropo mi ha lasciato più quieto».

Non si iscrisse alla facoltà di filosofia, piuttosto la studiò da autodidatta. Perché?

«Mi iscrissi a giurisprudenza ma prima diedi un’occhiata alla facoltà di filosofia e lì vidi un uomo malinconico, estraneo a tutto e dissi all’amico con cui ero, “ecco un filosofo”. Ma lui replicò, “no, ha saputo che sua moglie l’ha tradito”.

Praticamente tutti i suoi libri sono editi da Adelphi. Perché scelse questa casa editrice?

«Mi indirizzai a loro con decisione perché i loro libri erano i più puri, i più avulsi da altri interessi. Inviai il manoscritto, avevo 55 anni e dopo due anni di silenzio mi chiamò Roberto Calasso e mi disse che le mie idee sulla pagina “non erano solo mature ma marcie”. Poco dopo uscì “La morte del sole”, il mio primo libro con Adelphi cui seguirono tutti gli altri».

Lei si è sempre schierato contro l’antimafia intellettuale propria di Sciascia e Fava. Conferma tutto?

«Senza dubbio, poiché costoro operavano solo con un tratto di penna, facendo il bene astratto e il male concreto. Ovviamente la lotta sul terreno contro la parte necessaria della mafia, quella condotta da Falcone e Borsellino, era cosa ben diversa. Viceversa questi intellettuali antimafiosi avevano perso di vista la realtà di fatto e non tenendo conto dei limiti del territorio, hanno contribuito ad un regresso, credo non momentaneo, della Sicilia. Del resto quando si tornano periodicamente ad esaltare le pagine di Leonardo Sciascia o Claudio Fava relativi a tali temi, si fa sfoggio della retorica tutta siciliana, in cui trionfano gli ideali del “non volere”, affini alla sua natura intimamente vegetativa e nirvanica».

Il libro si conclude con una presa di coscienza, “io mi possiedo”. Ovvero?

«Io posseggo delle idee, per cui non mi riferisco a me stesso soltanto dicendo “sono” ma anche e soprattutto “ho”. Le idee sono il mio patrimonio e almeno questo non lo possono tassare».

Le mancano alcune figure siciliane del passato come D’Arrigo e Bufalino?

«Certamente. D’Arrigo era davvero un genio straordinario ma venne lasciato colpevolmente isolato. Oggi invece si preferisce adorare Camilleri che, linguisticamente, è molto più povero e banale. Bufalino era un’altra grande intelligenza. Ricordo che un giorno era accanto a Sciascia e lo ascoltava parlare di mafia. Sulle sue labbra credetti di notare un leggerissimo sorriso, come chi compatisce benevolmente».

La collaborazione con Franco Battiato si rinnoverà?

«Sì, nel prossimo autunno uscirà un nuovo album che dovrebbe chiamarsi “Apriti Sesamo”. Lui non scriveva musica da quattro-cinque anni e sono stato io a convincerlo a farlo, cominciando a spedirgli testi di canzoni dallo scorso maggio. Credo proprio di aver fatto bene».

Vorrei chiederle un’ultima cosa…

«Quando morirò?».

Per carità. Piuttosto lei che idea ha dell’aldilà?

«Cosa vuole che ci sia amico mio? Noi siamo qui e dobbiamo cercare di fare qualcosa. Io ho fatto canzoni, ho scritto libri e mi sono messo un gruzzoletto da parte. Mi piacerebbe seguire le sorti di Kierkegaard il quale stabilì che la sua morte dovesse avvenire nel momento in cui liquidava l’ultima moneta del suo patrimonio. E fu proprio quello che avvenne».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Lampi. Echenoz chiude la sua trilogia

“Ad ognuno piace sapere quando è nato, per quanto possibile” eppure, quell’istante preciso Gregor non lo conoscerà mai perché un tuono fragoroso copre il suo primo vagito mentre il fulmine incendia il bosco nei dintorni. Gregor, in verità, altri non è che l’inventore croato Nikola Tesla, difatti lo scrittore francese Jean Echenoz, nel suo ultimo romanzo, Lampi (Adelphi, pp. 176, €17) l’ha voluto celare dietro uno pseudonimo, quasi che la realtà fosse fin troppo carica di phatos e per tale motivo andasse mascherata, lenita.

Del resto, durante la narrazione, Echenoz narra e osserva in prima persona la gioventù prima e l’ascesa alla fama di Gregor, senza risparmiarsi note a margine tese a sottolineare le sue stranezze caratteriali, le sue fobie, oltreché il suo sconfinato genio, senza ombra di dubbio capace di precorrere i tempi, consacrarlo e persino ammantarlo di un’aura misteriosa. Echenoz (che con Lampi chiude una meravigliosa trilogia cominciata con Ravel e proseguita con Correre, dedicato al maratoneta Emil Zatopek) fra le pagine di questo esile e riuscito romanzo, sembra voler ribadire che il nostro destino – di sicuro quello di Gregor – ci viene assegnato sin dalla nascita tanto che l’energia, ovvero le saette selvagge che ne hanno coperto i primi vagiti, rappresenteranno l’utopia di un’energia fruibile per tutti, l’obiettivo che Nikola Tesla perseguirà per tutta la vita.

Il Tesla tratteggiato da Echenoz non è un eroe ma un uomo, un genio visionario che affascina ed impaurisce, per via delle sue manie antisociali, costretto a scontrarsi per tutta la sua vita con il capitalismo imperante a spese dei bisogni della comunità, rappresentato alla perfezione da Thomas Edison prima, e George Westinghouse poi.

Francesco Musolino

Fonte: Satisfiction

Peter Cameron: «Scrivere è l’escamotage perfetto per abbracciare il dolore».

cameronPura letteratura, noir o romanzo storico? É sempre un’impresa ardua apporre un’etichetta ad un libro, ma questa semplificazione sembra  impossibile per i libri dello scrittore statunitense Peter Cameron, già autore di best-seller come Quella sera dorata e Un giorno questo dolore ti sarà utile. Cameron, già annoverato dalla critica come uno dei maggiori esponenti della letteratura americana contemporanea, ritorna in libreria con Coral Glynn, lanciato in contemporanea negli States e in Italia, dove è pubblicato da Adelphi (pp. 212, €18, trad. it. di Giuseppina Oneto). Al centro della vicenda troviamo Coral Glynn, un’infermiera a domicilio rimasta sola al mondo e con una visione totalmente disincantata della vita. Eppure sarà proprio il suo arrivo a villa Hart, nella brumosa quiete della campagna inglese degli anni ’50, a sconvolgere il torpore sentimentale del maggiore Clement Hart, spingendolo a dichiararsi alla giovane per timore di sprofondare nella solitudine. Cameron, con una prosa limpida e sempre scorrevole che non presta mai il fianco alla banalità, cercherà di sondare i misteri del cuore e del passato di Coral, un personaggio su cui resterà sempre una misteriosa, quanto affascinante, aura di mistero.

Il vero mistero di questo romanzo sembra essere proprio la vita emotiva di Coral, è d’accordo?

«Certamente uno dei temi principali del libro è quello del difetto di comunicazione e di come questo influenzi le nostre relazioni umane, rivelandoci come sia davvero difficile, forse impossibile, sapere chi siano davvero le persone con cui condividiamo la nostra vita, anche quella più intima».

Coral sembra essere uno dei suoi personaggi più ottimisti, perché riesce a trovare la sua strada, a superare i suoi blocchi…

«Sono d’accordo. Quando ho cominciato a scrivere Coral Glynn volevo che si parlasse di come noi tutti, affrontiamo diversamente le nostre repressioni e la mia protagonista doveva essere capace di affrontare i suoi limiti, per non lasciarsi bloccare dal suo passato. Al contrario Clement è molto più incline a rimuginare. Coral vuole fortemente un futuro, è decisa a sceglierselo, anche a costo di deludere chi la circonda».

Clement era convinto di aver esiliato l’amore ma con Coral cambia tutto. È possibile proteggersi dai sentimenti o ne siamo tutti preda?

«Mi piace pensare che siamo tutti in grado di trascendere noi stessi, di superare i nostri blocchi emotivi, le nostre false convinzioni, evolvendoci dinanzi alla vita. Bisogna riconoscere che non dipende solo dalle interazioni con gli altri, al contrario serve soprattutto grande forza di volontà per rimettersi in gioco. In definitiva credo che il succo stesso della vita sia proprio il continuo cambiamento».

Lei scrive che l’amore è sconcertante proprio perché è assolutamente logico. Sfatiamo uno dei classici luoghi comuni?

«Le emozioni sono sempre sconcertanti perché non temono la logica, anzi la sovvertono. Sono convinto che i sentimenti e le emozioni siano le uniche cose che ci mantengono fedeli a noi stessi, ciò che ci rammenta chi siamo e cosa proviamo davvero».

In Coral Glynn mette su pagina una girandola di sentimenti e passioni non corrisposte. È possibile essere pienamente felici o bisogna sempre trovare un compromesso con il proprio partner?

«Ho sempre concepito i rapporti fra le persone come qualcosa di estremamente fluido, soggetti a continui alti e bassi, del resto le relazioni non possono essere statiche poiché noi stessi non lo siamo. Mi rendo conto che l’impossibilità di avere uno schema su cosa si debba fare per essere felici in amore può essere una vera sciagura, ma per noi romanzieri è certamente una gran fortuna».

Da dove vengono le sue storie e i suoi personaggi? Si trovano nella realtà che la circonda o nel suo inconscio?

«Scrivere un libro è sempre un’esperienza complessa. Delle volte sento di essere un mezzo, un veicolo per un linguaggio che viene da luoghi che non conosco, magari inconsci. Altre volte, invece, scrivere somiglia proprio ad una lotta, del resto io cerco sempre di procedere, di andare avanti ma alla fine, torno sempre indietro su ciò che ho scritto, lavorando su ogni frase, cercando di renderla perfetta. Sinceramente credo che la mia prosa sia un giusto compromesso fra spontaneità e un lavoro di rilettura costante».

Il dolore, inteso in senso lato, è sovente al centro dei suoi romanzi. Per lei la scrittura è anche un’esperienza catartica?

«Non parlerei di catarsi vera e propria però quando leggo un bel libro mi sento sicuramente meno solo e per questo considero la letteratura come un modo per rammentare a me stesso che sono vivo. Credo che scrivere sia un escamotage perfetto per superare, comprendere, e in fin dei conti abbracciare il mio dolore, trasformandolo in un’opera letteraria».

FRANCESCO MUSOLINO®

Fonte: La Gazzetta del Sud