Dietro un grande libro c’è (spesso) l’intuizione di un editor. Cristina Marino racconta “la scoperta” di Stoner

Cristina Marino
Cristina Marino

Chi c’è dietro un successo editoriale? Cosa determina il trionfo di un titolo in libreria? Certamente i lettori che l’hanno scedownloadlto e acquistato; i librai, poiché l’hanno selezionato fra tanti, consigliandolo ai clienti; e infine l’editore che l’ha pubblicato e promosso, investendo su quell’autore, dandogli fiducia. Tutto qui? Non proprio. Alla base del successo del libro c’è la compartecipazione di tanti fattori e una buona dose di fortuna ma non si può tralasciare il lavoro di scouting ed editing sul testo ovvero il ruolo giocato dagli editor. In genere di loro si sa ben poco (lo fu Italo Calvino per Einaudi e molto si è detto del rapporto fra Raymond Carver e Gordon Lish) salvo nei momenti d’improvvisa notorietà, come nel caso di Cristina Marino, editor per Fazi editore: si deve proprio a lei la scoperta di “Stoner”, il libro firmato dal compianto scrittore americano John E. Williams, eletto libro dell’anno 2013 a furor di popolo. Cristina Marino – editor romana classe ‘78 – ha già all’attivo altri colpi importanti, su tutti il ritorno in Fazi di Elizabth Strout con la pubblicazione di Olive Kitteridge – con cui l’autrice vinse il Premio Pulitzer nel 2009 – e la scoperta per il pubblico italiano di Kevin Wilson (“La famiglia Fang”, 2012) e Shane Stevens, (“Io ti troverò”, 2010). Uscirà proprio oggi, attesissimo, l’ultimo inedito di John Williams, “Nulla solo la notte” (Fazi editore, pp.144 €13,50) eppure è ancora forte e in modo sorprendente, la Stoner-mania.

«Appena ho terminato di leggerlo, nel 2010, avevo la chiara sensazione che Stoner fosse un testo forte, capace di descrivere con onestà la vita di un uomo semplice». Era un libro eccezionale? «Sì, aveva una scrittura illuminante ma la potenza dell’editore e la grande operazione promozionale hanno senz’altro avuto un peso determinante». “Nulla, solo la notte”, è il romanzo d’esordio di Williams – scritto a vent’anni fra il ’42 e il ’45 – in cui si racconta l’intera giornata di un dandy californiano, Arthur Maxley, scandita da alcuni disparati incontri con, sulla pagina, l’eco delle domande fondamentali fatalmente senza risposta. Come in Stoner – in cui si racconta la vita di un uomo semplice che si affranca faticosamente dalla vita contadina – non è la sinossi a destare sensazione ma la scrittura, la sua impressionante chiarezza sulla pagina. Oggi Stoner è un fenomeno dell’editoria mondiale «ma noi acquisimmo i diritti senza alcun asta, nessuno sapeva chi fosse Williams. Eppure – prosegue la Marino – quando venne ristampato in America nel 2010, vendette 50 mila copie ed ebbe grandi recensioni, inclusa quella del premio Oscar, Tom Hanks, che ha già annunciato di voler portare Stoner sul grande schermo».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Antonio Scurati ammette: «i padri d’oggi? Somigliano a “madri mancate».

Antonio Scurati
Antonio Scurati

Riscoprirsi genitori ai nostri giorni può essere scioccante, rivelatorio, rivoluzionario. E non necessariamente in senso positivo, come dimostrano i numerosi romanzi e saggi che dominano le attuali classifiche editoriali, da “Gli Sdraiati” (Michele Serra, Feltrinelli) passando per “Geologia di un padre” (Valerio Magrelli, Einaudi) e “Le attenuanti sentimentali” (Antonio Pascale, Einaudi). Il nuovo romanzo di Antonio Scurati – napoletano, classe ’69 e vincitore del Premio Campiello nel 2005 con “Il Sopravvissuto” – trae spunto dall’assunto iniziale, ponendo al centro de “Il padre infedele” (Bompiani, pp.208 €17) Glauco Revelli, un laureato in filosofia che piuttosto di insegnare ha scelto di diventare lo chef di un blasonato ristorante milanese. Secondo Scurati i genitori d’oggi sono protagonisti di una rivoluzione socioculturale ma quando Giulia, sua moglie, gli si nega, in lui riesplode il desiderio selvaggio, travolto dai mai sopiti «demoni del sesso», scoprendosi infedele non alla coniuge, bensì alla piccola Anita, la figlia che ha cambiato tutte le carte in tavola.

Perché ha dichiarato che fare un figlio oggi è quasi una scelta epica?

«È un paradosso per raccontare la nostra realtà. Dopo un passato millenario in cui la filiazione era un atto naturale dell’esistenza, oggi fare un figlio in occidente è una decisione che riguarda la minoranza delle persone con un atto deliberato, sempre più raro e ragionato. Facciamo un figlio e ci sentiamo eroi, è grottesco ma è così».

Cosa significa che i padri d’oggi sono “madri mancate”?

«Glauco rappresenta l’emblema dei nuovi padri che vengono inclusi nell’accudimento della creatura sin dai corsi pre-parto. Il suo modo d’essere padre di Anita è improntato da un fondamento affettivo, lui impara ad amare la figlia in modo nuovo e inedito prima d’oggi, sino ad instaurare una relazione quasi materna con la figlia».

Perché il suo Glauco molla la filosofia per la cucina?

«Ho scelto di farne uno chef perché sono convinto che la ricerca di una nuova condizione paterna si inserisca in una più ampia crisi della società. Oggi vige il culto smodato del cibo, della cultura enogastronomica e dei suoi eroi, fino ad usurpare la letteratura e il mondo delle arti».

scuratiPressoché in contemporanea al suo romanzo, sono stati editi numerosi libri sui “nuovi padri”. Ne è sorpreso?

«Si tratta di una questione epocale, centrale nella mia generazione. Ciascun libro ha affrontato il tema da una prospettiva diversa ma è una cesura storica ed è soltanto un bene che se ne sia scritto tanto».

Lei scrive “Se le lasci andare le persone se ne vanno”. Una frase semplice che mette davanti ad una fine inevitabile per le relazioni?

«Sembra una di quelle frasi che rasentano la banalità ma solo oggi è diventato ovvio. Questa frase sottolinea la tragicità a bassa intensità della nostra vita emozionale. Mentre una volta i rapporti con le persone erano sorretti da una possente impalcatura sociale che faceva pressione affinché le coppie e le famiglie rimanessero unite con obblighi e condizionamenti morali conseguenti; oggi tutto questo è venuto meno, siamo lasciati a noi stessi e tutto dipende dalla nostra capacità e volontà di coltivare le relazioni.  E’ un’enorme fatica e anche un pò una vera e propria condanna. Gli individui da soli non uno straccio di possibilità di farcela».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 29 marzo 2014

Intervista a tutto campo con Zerocalcare: «Gli zombie sono mostri proletari, senza troppe pretese, per questo li amo»

Zerocalcare_-_Lucca_Comics_and_Games_2012Sta per concludersi il 2011 quando Zerocalcare dà alle stampe il suo primo albo di fumetti “La profezia dell’Armadillo”, prodotto con il supporto di un altro grande fumettista italiano, Makkox. Zerocalcare – al secolo, Michele Rech – dopo numerose fanzine e collaborazioni fra quotidiani e magazine, entrava così nel circuito editoriale sfornando poi, uno dopo l’altro, una serie di albi di grande successo: “Un polpo alla gola”, “Ogni maledetto lunedì su due” e infine “Dodici” (tutti editi da Bao Publishing). Il nostro viaggio nel mondo di fumetti e graphic novel riprende con il purosangue Zerocalcare, capace di veicolare la propria comicità tramite le strisce sui magazine, diversi blog online e gli albi in libreria con grande – e apparente – semplicità. I fumettisti di norma non amano l’incontro con il pubblico e lo stesso vale per Zerocalcare ma il suo successo – oggi è di gran lunga il fumettista più noto in Italia – fa si che i suoi incontri diventino dei veri e propri eventi, con i fan in coda per ore “solo” per avere la sua firma, come avvenuto al Castello Sforzesco lo scorso novembre, in occasione dell’incontro per BookCity. Perché Zerocalcare piace tanto ed è capace di ampliare il suo pubblico anche ai non lettori di fumetti? Possiamo senz’altro sottolineare una serie di elementi che denotano le sue storie: l’ostentazione delle sue origini testardamente romane – emblematico il suo ultimo albo, “Dodici” in cui il “suo” quartiere di Rebibbia viene invaso da un’orda di zombie – il refrain di alcuni personaggi metaforici – su tutti l’amico Secco e l’Armadillo visto come una sorta di Io/SuperIo – e soprattutto, un tratto originale e unico unito a dialoghi surreali, cervellotici eppure immediati ed esilaranti. Un successo talmente ampio e trasversale che non stupisce l’annuncio della lavorazione di un film tratto da “La profezia dell’armadillo”. E’ stato lo stesso Zerocalcare a darne recentemente l’annuncio, sperando che si punti ad un’autonomia del prodotto cinematografico senza però rinunciare in toto al linguaggio del fumetto. Staremo a vedere.

In “Dodici” ti cali in una dimensione horror inedita per te e lo fai con un devoto uso di citazioni a pennello. Ma com’è nata la storia? E’ vero che consideri gli zombie dei mostri proletari a differenza dei vampiri…?

«La storia è nata da una mia esigenza di staccare dai miei soliti temi e di provare a cimentarmi con una storia di fantasia, non autobiografica, che mi divertisse e rilassasse. E gli zombie, mio grande amore sin dall’infanzia, erano perfetti per questo scopo. E sì, li considero dei mostri proletari, o meglio dei mostri qualunque: non hanno quell’aura di aristocratici belli e maledetti tipica dei vampiri, non sono esotici come gli extraterrestri, sono il mostro di tutti i giorni».

Sempre in “Dodici” ho notato una cosa interessante. Le tue figure femminili sono spesso forti e decise, come Katya. In generale sembra anche una scelta per non far ricorso ai facili stereotipi…

«Sì, in realtà uno dei paletti che ho sempre cercato di rispettare nei fumetti è quello di non ricalcare mai gli stereotipi di genere, le divisioni di ruoli classiche tra maschi e femmine, è una cosa a cui tengo molto. Però è anche vero che la donna forte tutta d’un pezzo è anch’essa una sorta di stereotipo, soprattutto nell’epica zombie. Per questo ho cercato di dargli alcune sfumature che la stemperassero un po’…» Continua a leggere “Intervista a tutto campo con Zerocalcare: «Gli zombie sono mostri proletari, senza troppe pretese, per questo li amo»”

«Il ceto medio italiano è in via d’estinzione, come il tonno rosso…». Guido Maria Brera scoperchia la scatola nera della finanza.

Guido Maria Brera
Guido Maria Brera

«Ho iniziato a scrivere questo libro dieci anni fa. Per me è stato come un processo di autoanalisi per guarire…». Con queste parole comincia una lunga chiacchierata con Guido Maria Brera, chief investment officer di una importante società di gestione patrimoniale e autore del romanzo “I Diavoli – La finanza raccontata dalla sua scatola nera” (Rizzoli, pp.416 €17,50). Scrivendo il suo primo romanzo, fatalmente, gli è capitato proprio di immedesimarsi con chi specula in finanza, con i Diavoli, «con coloro che fanno di tutto per condizionare la realtà» ma, proprio come il suo protagonista, Massimo De Ruggero, anche Guido Maria Brera ad un certo punto della sua brillante carriera, decollata in giovane età sul suolo londinese co-fondando il gruppo Kairos, ha dovuto aprire gli occhi ammettendo a se stesso che non è possibile controllare tutto e che fra i numeri e la realtà delle cose corre molta, scomoda, distanza. Mentre nelle sale cinematografiche impazza lo sfrontato “The Wolf of Wall Street” biomovie dedicato alla vita del truffatore milionario Jordan Belford (Rizzoli ha appena pubblicato la sua autobiografia da cui è tratto l’omonimo film) e interpretato da Leonardo Di Caprio, tuffarsi nella lettura de “I Diavoli” può davvero servire ad aprire la scatola nera della finanza, per comprendere il ciclone economico in arrivo sull’Occidente. E del resto Brera – che è stato guidato nelle spire del processo creativo dal fresco vincitore del Premio Strega, Walter Siti – rinuncerà al proprio anonimato per incontrare le scuole predicando speranza nel prossimo futuro…

Chi sono i Diavoli?

«Sono tutti coloro che fanno di tutto per condizionare la realtà. Sono persone disposte anche ad andare contro ai processi naturali per cercare di garantirsi e garantire un futuro prospero ad una fetta dell’umanità, forse proprio quella che oggi è in declino». Continua a leggere “«Il ceto medio italiano è in via d’estinzione, come il tonno rosso…». Guido Maria Brera scoperchia la scatola nera della finanza.”

Il lieto fine? È la fine dell’adolescenza. Valentina Diana racconta il suo romanzo d’esordio, “Smamma”.

In questa stagione editoriale è il rapporto padri-figli a farla da padrona. Basti pensare ai romanzi di Valerio Magrelli (“Geologia di un padre, Einaudi”), Antonio Scurati (“Il padre infedele”, Bompiani), Antonio Pascale (“Le attenuanti sentimentali”, Einaudi), la raccolta di racconti a tema, “Scena Padre” (ancora Einaudi) e ovviamente “Gli sdraiati” di Michele Serra (Feltrinelli) per settimane in cima alla classifica vendite, spodestando e distaccando tutti con merito, già in corsa verso lo Strega. Una serie di romanzi che hanno affrontato il tema fra il serio e il faceto, fra lacrime e sorrisi, fra tradimenti e risarcimenti eppure mancava una voce femminile capace di far da contraltare soprattutto agli sdraiati di Serra, rendendo il rapporto figlio-mamma in una accezione moderna. Del resto gli italiani sono spesso tacciati – a torto o a ragione – di essere bamboccioni e mammoni, no? Valentina Diana, attrice e drammaturga torinese classe ’68, con Smamma (Einaudi, pp.240 €17) firma il suo divertente romanzo d’esordio portando in pagina un figlio adolescente, Mino, irritante e sfrontato e un compagno, Gi, appassionato di Ruzzle e incline al commento filosofico. Dialoghi serrati, un ritmo tambureggiante e la grande attenzione alla musicalità del testo fanno di “Smamma” un romanzo pungente e acuto senza la speranza di un lieto fine salvifico… Continua a leggere “Il lieto fine? È la fine dell’adolescenza. Valentina Diana racconta il suo romanzo d’esordio, “Smamma”.”