“Pinocchio è un cretino senza rimedio”. Emanuele Trevi racconta “Il Popolo di Legno”.

 

Emanuele Trevi
Emanuele Trevi

Una Calabria lontana da qualsivoglia realismo geografico è la assoluta protagonista de “Il popolo di legno” (Einaudi, pp.192 €18), il nuovo libro di Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario romano, classe ’64. Si tratta di un libro amaro, centrato sulla convinzione che sia impossibile mutare il corso del proprio destino, per cui ogni azione compiuta cercando di innalzarsi, è destinata a fallire. Questo è il messaggio che il Topo – un ex prete dotato di mellifluo fascino – porta innanzi nella trasmissione radiofonica, “Le avventure di pinocchio il calabrese” in onda su una emittente locale. Il suo pubblico è ovviamente il popolo di legno, ovvero i calabresi, raccontati senza alcuna misericordia, né speranza di salvezza dalle umane miserie. Il Topo diventerà un idolo dell’etere, dando una nuova interpretazione politica alle gesta di Pinocchio – “un cretino senza rimedio” – come fosse un moderno Vangelo, in un romanzo dalla prosa cautamente cadenzata su cui incombe l’ombra del potere criminale imperante sul territorio calabrese, capace di decretare la vita o la morte una sconcertante, inconcepibile, naturalezza. Un libro scomodo, capace di fotografare la durezza di certi ambienti, inadatto ai buonisti che continuano a vagheggiare un Meridione favolistico, anni luce lontano dalla realtà dei fatti. Continua a leggere ““Pinocchio è un cretino senza rimedio”. Emanuele Trevi racconta “Il Popolo di Legno”.”

Dalla tv (e dal web) in libreria: i libri degli chef star.

 

Nel periodo delle feste, fra il pranzo della vigilia e il giorno dell’epifania, tutte le diete cadono in prescrizione. Non a caso uno dei buoni propositi più in voga per l’anno nuovo è quello di andare in palestra per recuperare la linea. Ma in questi giorni, con la complicità dell’ennesima tavolata con i parenti, è fin troppo facile cadere in tentazione, magari seguendo la ricetta di uno chef stellato o provando a reinterpretarla. Ma perché questi cuochi hanno tanto successo? Perché i talent culinari sono così popolari persino sui social? Secondo il saggista statunitense Michael Pollan, ci piace tanto guardare gli chef al lavoro in tv anche perché nella nostra società abbiamo delegato tutto agli specialisti ma l’atto del cucinare fa parte del nostro immaginario emotivo e finiamo per esserne irresistibilmente attratti. Che siano giorni di bagordi o di alimentazione rigidamente controllata, ecco una guida fra i libri di cucina più interessanti, passando dalla cucina stellata a quella povera, dalla pasticceria sino ai menù vegani.

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“In cucina comando io”. Franco Di Mare si racconta.

 

Franco Di Mare
Franco Di Mare

Giornalista e conduttore televisivo, con un recente passato da inviato di guerra, Franco Di Mare torna in libreria con “Il teorema del babà” (Rizzoli, pp.224 €15), ambientato nella ridente cittadina di Bauci, sulla costiera amalfitana, dove si svolgeva anche il recente “Il caffè dei miracoli” (Rizzoli, pp.288 €18). A Bauci il Natale è alle porte e il cuoco Procolo Jovine sta preparando il suo ristorante, in cui si cucina da decenni secondo la rigida tradizione campana ma, complice una burocrazia distratta, sulla stessa piazza sta per aprire il ristorante di Jacopo Taddei, chef molecolare e noto volto televisivo. Il microcosmo di Bauci viene scosso dalla notizia e Di Mare costruisce una deliziosa commedia umana, in cui la paura per il futuro travolge tutti, meno Rosa, moglie devota ma fiera di Procolo. Tradizione contro innovazione, parmigiana di melanzane contro esperienze sensoriali, Di Mare tinge con ironia un ritratto metaforico dell’Italia dei mille campanili, in cui il forestiero da sempre è giudicato con sospetto.  Continua a leggere ““In cucina comando io”. Franco Di Mare si racconta.”

On Writing ovvero Stephen King si svela (ma non troppo) al Fedele Lettore.

9788888320861“La vita non dev’essere di sostegno all’arte, ma viceversa”. In questa frase c’è tanto di Stephen King, non a caso la giornalista Loredana Lipperini che firma la bella prefazione della nuova edizione di “On Writing” edita da Frassinelli, non esita a sottolinearne l’importanza: è “la biografia che si fa metanarrazione, ancora una volta”. Si dice spesso e sovente a sproposito, ma questa autobiografia – tradotta con cura da Giovanni Arduino – è davvero un libro necessario. Soprattutto per i veri lettori di King – cui decide di schiudere appena il suo antro creativo – e per chiunque desideri divenire scrittore. C’è una tesi di fondo in questo libro – che si apre con “Curriculum vitae” dove l’autore racconta la sua adolescenza piuttosto dolorosa fino al successo che giunge insperato e inatteso con “Carrie” – ovvero, non tutti sono destinati alla scrittura e per divenire scrittori si deve essere disposti a devolvere il proprio tempo alla causa, leggendo e scrivendo senza tregua. E bisogna farlo con gioia, altrimenti non servirà a nulla. Non a caso King confessa di scrivere ogni santo giorno – feste comprese – duemila parole, deciso a non alzare lo sguardo dal monitor prima d’aver assolto il proprio compito. E ciò accadeva anche quando abusava d’alcol, nicotina e sostanze varie. Eppure nonostante la devozione dei fan e i milioni di copie vendute nel mondo con libri cult come “It”, “Shining” o “Misery”, la critica continua a relegarlo in soffitta e non nell’olimpo degli autori come meriterebbe. Colpisce di questo libro la schiettezza con cui King si rivolge al Fedele Lettore, la motivazione iniziale (“Non ci chiedono mai del linguaggio” scrive nella prefazione) e il tema di fondo: si tratta di un libro breve perché “la maggior parte dei manuali di scrittura sono pieni di stronzate”. Dunque, cosa deve fare uno scrittore? Unire i puntini, ascoltare e osservare la gente intorno a lui, leggere e cercare di imparare soprattutto dai libri brutti cosa non fare e ovviamente esercitarsi a scrivere. In modo costante e servendosi della sua “cassetta degli attrezzi”: affinando il dizionario e il lessico utilizzato, usando i verbi in forma attiva, rifiutando gli avverbi ed eliminando tutto ciò che suona fuori posto. “Perché si scrive con la porta chiusa e si corregge con la porta aperta”, cercando di essere sempre onesti con il fedele lettore. “Non accostatevi alla pagina bianca con leggerezza” ribadisce King per poi aggiungere, “a costo di essere brutalmente sincero, se non avete tempo per leggere, non avete nemmeno il tempo (o gli attrezzi necessari) per scrivere. Punto e basta”.

On Writing. Autobiografia di un mestiere – Stephen King – Frassinelli, pp.283 €20 tr. it. Giovanni Arduino

Fonte: Gazzetta del Sud, 23 dicembre 2015

Francesco Musolino®

 

La sfida di Tony Laudadio, «scrivere per tradurre il dolore in qualcosa di vitale».

 

Tony Laudadio
Tony Laudadio

Mescolare la vita reale alla finzione, per riflettere sul significato stesso del dolore e ovviamente sulla nostra, inevitabile, fine terrena. Nel suo nuovo libro, “L’uomo che non riusciva a morire” (NNeditore pp.160 €13) Tony Laudadio – scrittore, attore e regista d’origini casertane – ha dichiarato d’aver voluto «tradurre il dolore in qualcosa di vitale, riuscendo a trarre energia positiva dall’ambientazione scelta ovvero l’ospedale, il luogo della morte». Proprio in corsia si svolge per larghi tratti questo racconto, in cui si narra la lunga trafila del suo protagonista con un punto di vista in prima persona; un tunnel di malattia e sofferenza fisica in cui piomba sin dall’incipit. Una non-morte narrata con umanità, fra diagnosi errate e l’incontro-scontro con vari medici, senza lesinare un pizzico di cinica ironia, una sorta di distacco anticipato dalla carne.  Del resto, Laudadio non è nuovo ai paradossi narrativi, segni distintivi dei suoi due precedenti noir – “Esco” (2013) e “Come un chiodo nel muro” (2014) – che corteggiano una visione della vita non ortodossa, disseminati di personaggi che hanno qualcosa del loro autore pur senza fotografarlo mai a figura laudadiointera. Ne “L’uomo che non riusciva a morire” la percezione del dolore è fuor di dubbio una delle chiavi di lettura più interessanti. «Patire – ha dichiarato l’autore – è un’esperienza universale eppure il dolore finisce per renderci tutti egoisti, del resto pochi hanno il coraggio di dire a voce alta che chi soffre può anche essere capace di mettere in croce i propri familiari e questa è una grande ingiustizia. Paradossalmente sarebbe bello che proprio il malato, il moribondo, trovandosi vicino al confine, si prendesse lui stesso cura di chi lo veglia al capezzale, sollevandolo da ogni peso morale». Tale rivelazione accade al protagonista di questo romanzo, più volte dato per spacciato e condannato a permanere in una sorta di stato contiguo alla morte. Una prospettiva scomoda ma rivelatrice delle bassezza altrui, capace infine di sollevarlo dalla propria stessa grettezza d’animo. Sin dallo spunto iniziale, emerge una vena catartica, da cui deriva una scrittura istintiva, a tratti farsesca nel voler affrontare la morte a viso aperto.

FRANCESCO MUSOLINO®