«Uno scrittore deve avere qualcosa di diabolico». Parola di Hanif Kureishi

Presentato in Italia in anteprima mondiale, da pochi giorni è in libreria “L’Ultima Parola” (Bompiani, pp. 304 Euro 18), il nuovo libro dello scrittore anglo-pachistano Hanif Kureishi, già autore di best-seller come “Il Budda delle periferie” e “Il corpo”, nonché apprezzato drammaturgo, saggista e sceneggiatore. Protagonisti di questa commedia brillante umana sono Harry, un giovane biografo inglese e Mamoon, un anziano scrittore indiano dalla fama mondiale, ormai inaridito artisticamente. Alla ricerca della consacrazione professionale ma soprattutto per rimpinguare il suo esiguo conto in banca, l’ambizioso Harry riesce a farsi assegnare dallo spregiudicato editor Rob, l’incarico di scrivere la biografia del grande scrittore indiano ma questi si rivelerà molto ostile e il suo passato fin troppo torbido. Mamoon, difatti, è un personaggio scomodo che ha rifiutato le origini indiane abbracciando la way of life britannica e si è ritirato nella campagna inglese e al suo fianco impera la seconda moglie Liana, una passionale donna romana cinquantenne che non potendo gettarsi nello shopping e nei ricevimenti londinesi, placa la sua frustrazione – anche sessuale – elaborando continue e costose modifiche alla magione che hanno prosciugato le finanze dello scrittore. L’idea della biografia è ordita proprio dalla mente di Liana che vorrebbe rilanciare la fama del suo amato, sognando la consacrazione con un film dedicato alla sua vita, al loro stesso incontro. Tanto Liana che Rob sono convinti di poter manovrare l’inesperto Harry per i propri interessi, ma l’ambizione e la fame di soldi riusciranno a far tacere il suo orgoglio?

Si tratta di un libro ricchissimo, scritto con uno stile aggressivo, forgiato d’una arguta ironia, merce rara oggi più che mai. Sulla pagina, afferma l’autore, «si agitano passioni, tradimenti e uomini che parlano di donne» mentre sullo sfondo emerge l’importanza dell’aspetto multiculturale dell’Inghilterra odierna. Ma questo libro è soprattutto un inno alla scrittura e all’arte dello scrivere, declinata tanto come fuoco sacro, che come viatico per raggiungere denari e successo. Lungo le 304 pagine, inscenando il duello verbale fra l’anziano Mamoon e il giovane Harry, corso al suo capezzale per tesserne gli elogi e carpirne le nefandezze degli amori passati, Kureishi gioca a provocare, chiamando in causa grandi nomi della letteratura («nessuna persona per bene ha mai preso la penna in mano») e riflettendo sull’essenza stessa delle relazioni umane. Un romanzo scoppiettante che presto diventerà un film (prodotto dalla Working Title Film), interamente sceneggiato dallo stesso Kureishi che ha confessato di voler il premio Oscar e baronetto britannico, Ben Kingsley nei panni dello scrittore indiano.

Per un gioco delle parti, se domani un giovane giornalista bussasse alla sua porta con l’idea di scrivere la sua biografia, quale sarebbe la sua reazione?

«Sarei molto entusiasta all’idea e mi augurerei che il giornalista in questione possa trovare la mia vita scandalosa, fuori dagli schemi, ributtante, disgustosa».

Con questo libro ritorna nelle ambientazioni della sua infanzia. Perché ha scelto questo scenario?

«Oggi ho un’età che oscilla fra quella dei miei due personaggi. Mi trovo nel mezzo fra l’età di Harry che ha voglia di spaccare il mondo e quella di Manoon che è esaurito, completamente scarico. Ovviamente in questo libro ho potuto riflettere molto sulla professione di scrittore, non solo sulla scrittura come forma d’arte ma intesa come mestiere, come mezzo di sostentamento…».

Ma c’è anche una traccia sociologica nel suo libro…

«Ho voluto analizzare la società inglese e mi piace riscontrarvi una forte componente multiculturale che spicca fortemente e rende più ricco il paese, al passo con i tempi. Però c’è anche spazio per le passioni e i tradimenti e in definitiva, secondo me, questo libro è una commedia».

Scrive che “uno scrittore è amato dagli sconosciuti e odiato dalla sua famiglia”. Vale anche per lei?

«Se sei fortunato ci arrivi ad essere odiato dalla famiglia e amato dagli estranei. È molto importante che uno scrittore riesca a dire cose difficili. Un’artista deve aver qualcosa di diabolico, deve causare qualche guaio. Pensiamo alla storia della letteratura, a scrittori celebri come Baudelaire, Maupassant, Flaubert o Lawrence; è chiaro che gli scrittori sono spesso fuorilegge e non dimentichiamo che ancora oggi, in vari paesi, molti scrittori sono in carcere. Soprattutto in Pakistan, dove preferiscono metterli sotto chiave piuttosto che leggerne i libri».

Fa affermare a Rob che “lo scrittore è un messaggero di verità, un rivale di Dio”. Una bella definizione per il suo mestiere…

«Beh, Dio è un fastidio notevole perché impedisce che accadano le cose più interessanti. Ma la fantasia umana supera di gran lunga quella divina, per questo deve essere sdoganata e restituita agli esseri umani, senza alcun condizionamento divino o religioso. In passato ci sono stati periodi in cui la cultura e la religione andavano a braccetto ma oggi non è così. Almeno i rasta c’hanno dato Bob Marley».

Harry sembra propenso a giustificare qualsiasi cosa a Mamoon poiché lui, come artista, deve spingersi verso l’Oltre. Secondo lei esiste un limite etico da non oltrepassare?

«Mi interessa molto il rapporto che corre fra ciò che fa l’artista e quello che possiamo perdonare all’essere umano. In pratica dovremmo essere capaci di valutare un’opera d’arte a prescindere dal tipo di vita che ha condotto l’artista, tuttavia mi rendo conto che è molto complicato. Pensate a Polanski. Il fatto che abbia abusato di una tredicenne molti anni fa è difficile da accettare moralmente ma questo può influenzare la nostra valutazione del suo lavoro artistico?

Ha dichiarato che per la formazione di un individuo, la fedeltà e l’infedeltà sono importanti allo stesso modo. Perché?

«Il tradimento è il risultato dell’individualità. Ad esempio, il fatto che i miei figli si ribellino contro me o che abbiano gusti diversi, dichiara la loro identità, diversa dalla mia. Qualcuno che ti tradisce nel contempo dichiara la propria fedeltà verso qualcosa che reputa più importante, come un ideale».

Volendo trovare un cattivo, potremmo individuarlo in Rob, l’editor?

«Rob vuole semplicemente che il libro venda molte copie, seguendo i propri interessi. Ma al tempo stesso ama la letteratura e finisce per idealizzare gli scrittori, qualcosa di molto pericoloso…».

Perché?

«Idealizzare un’artista è come creare una divinità. Dobbiamo riportare l’arte alla gente, in mezzo alla gente».

Mr. Kureishi dal libro emerge una domanda su tutte: quanto dovremmo impegnarci in una relazione amorosa?

«Perché lo chiede a me? Non ne ho proprio idea».

 Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 2 novembre 2013

36,9° – Un racconto

36,9°

di Francesco Musolino

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul blog culturale Letteratitudine di Massimo Maugeri.

 

– Ah c’è una cosa che ti volevo raccontare.
L’altro si fece subito serio. Passò dalla modalità “relax” a quella “sono un medico h24” e il suo corpo, a questo switch, reagì drizzandogli la schiena, come se gli avessero infilato su per il culo un anima di ferro e questa gli si fosse incanalata lungo la spina dorsale.
– Ieri sera dovevo uscire con Flavia – dissi
– La tua collega dell’università?
– Già
– Mi piace Flavia penso che ti farebbe bene uscire con lei perché ha quel certo non so che ti riempie subito la stanza, ti fa venire il buonumore e la smetteresti anche di fare pensieri brutti, se e solo se uscissi finalmente con Flavia.
Lo disse d’un fiato e senza guardarmi negli occhi. Poi appena terminato afferrò la bottiglia di birra, soddisfatto di trovarla fredda e con il vetro appannato e l’avvicinò alle labbra. Ma si fermò di colpo. Scommetterei che stava pensando “se faccio una diagnosi sono in servizio e se sono in servizio non posso bere”. Bel dilemma etico. Anzi, etilico.
– Cristo. Hai finito? – tirai il fiato – E allora ti dicevo che ieri stavo per uscire con Flavia ma non mi sentivo granché, non so di preciso cosa fosse…
– oh, finalmente l’hai detto.
– cosa? Mi continui ad interrompere! Cos’ho detto?
– non sapevi cos’avevi.
– e allora?
– non devi fare autodiagnosi. No. E’ sbagliato. Mi chiami, mi spieghi, ti dico cos’hai. Ecco come funziona.
Per inciso dicendolo sembrava che stesse sgridando un cagnolino che continuava ostinatamente a fare la pipì sulla tenda del salone.
– O-k. Cmq non sapevo bene cosa avessi, mi sentivo agitato..
– troppi caffè
– no, solo due.
– coca?
– cola? No.
– coca..?
– no, cazzo.
– ma bevi abbastanza? Voglio dire mi bevi i tuoi 2/3 litri al giorno? Lo fai davvero? Eh?
Disse e fece tintinnare il dito contro la bottiglia, richiamando l’attenzione.
– non ti rispondo nemmeno.
– ah! Lo sapevo.
Segnò la vittoria con un lungo sorso e poi si pulì persino la bocca con la manica. Riguardandola, a cose fatte subito dopo, quello sbafo sulla sua camicia non è che ci stesse granché bene e restò assorto tanto che
– Oh mi senti!?
– Certo. Un medico ascolta sempre.
– anche quando si guarda la manica con quella macchia strana lì…
– soprattutto. Stavo facendo una diagnosi.
– ma davvero? – dissi sorridendo
– sì, ero occupato mentalmente a diagnosticare, a sommare sintomi e cause ipotetiche ma tu non potevi saperlo e ai tuoi occhi sembravo semplicemente distratto, questo perché tu sei un paziente – e disse quest’ultima parola come se fossi una specie di razza inferiore
– ad ogni modo, ero a letto e si stava facendo l’ora.. Cosa? Perché scuoti la testa adesso?
– a letto. Di pomeriggio. Potrei citarti decine di riviste scientifiche e stimati medici che disapproverebbero la cosa. Poi non chiamarmi se hai l’insonnia..
– non ti ho mai chiamato per l’insonnia. Non ne soffro.
– non ancora Adriano, non ancora – scandì in modo profetico. E vagamente iettatore.
Feci un po’ di scongiuri per tutte le occasioni e proseguii, entrambi seguivamo la partita con le schedine delle scommesse, capovolte, davanti a noi sul tavolo. Ormai era diventata una bella tradizione che aggiungeva del pepe quando guardavamo insieme le partite alla tv.
– Erano quasi le 21, mi sarebbe bastata una mezz’ora per essere pronto. Ormai ero arrivato sino al tempo limite per continuare a vedere il film e a quel punto dovevo prepararmi, non potevo più rimandare. Però sentivo il cuore battere..
– …il problema sarebbe stato serio se non batteva più…
Feci finta di nulla. Avrebbe dato più fastidio a lui. Ne ero certo.
– …contai i battiti..
– ecco, l’hai detto. Questa cosa di contare i battiti non si deve fare.
Cattivo cagnaccio.
– mi sono girato sul fianco e fissando il display ho contato…
– quanti?
Chissà come andavano le sue scommesse. Le mie come al solito, di merda. Ma le avremmo potute confrontare solo alla fine.
– 99
fece una smorfia. Poi intuendo che lo stavo fissando, rilassò daccapo il viso come un medico di campagna cui hanno appena servito un cognac davanti ad un caminetto accesso mentre fuori imperversa una rigida sera invernale.
– allora lesto ho preso il termometro
– come?
– cosa come? Ho aperto il cassetto, lo tengo sempre a portata di mano non si sa mai una cosa improvvisa, ho asciugato con un kleenex l’ascella e l’ho infilato. Stringendo ma non troppo. Diciamo una via di mezzo, abbastanza per sentirlo infilato ma senza esagerare.
– molto interessante. Però volevo sapere – disse sempre senza voltarsi e continuando a guardare con attenzione quasi ipnotica la tv – ma com’è questo termometro?
Non risposi. Colpevole.
– non mi dire che…
Continuai a non dire nulla.
– !
– non è provato. Non è provato!
– fai come ti pare.
– maddai. Cosa dovrebbe accadere? Cosa?
– fai come ti pare – ribadì secco.
Rimase un attimo in tensione perché il Milan sfiorò il raddoppio ma tutto ok, era in fuorigioco. Poi si rilasso sulla sedia di tela che rispose cedendo e producendo scricchiolii.
Stavo per ribattere quando cambiarono altri due risultati e per qualcosa come un minuto restammo in silenzio. Ciascuno condannava o benediva le scelte fatte. E le somme puntate.
– Se si rompe, ti tagli e te lo bevi? Eh? Come la mettiamo? Poi esci sul giornale e tutti a dire “ma il suo medico non gliel’aveva detto?”. Te lo immagini? Che figura ci farei, scusa?
– A parte che dovresti preoccuparti della mia salute e non della tua reputazione…
Roteò la mano in aria, come a dire, “vabbè…”
– Ma poi mi spieghi la folle sequenza di eventi che modo dovrebbe farmi bere il mercurio?
Una vampata di sangue gli attraversò il viso. Per uno come lui, con l’aplomb dei vecchi nobili russi, era quasi una crisi isterica.
– Dai.
Stava per voltarsi verso me quando, spostando la mano per fare presa sul bracciolo di plastica, cambiò canale. Fu il panico puro. Armeggiò coi tasti e per qualcosa come dieci secondi, forse quindici, fummo all’oscuro di tutto. Ripensandoci mi ricordò quando una volta uscì con una tipa, niente di che adesso ma allora mi prendeva parecchio. Avevo puntato una bella somma perché stavo attraversando quella fase oscura del “scommetto tanto ma su poche partite (sicure)”. Ma come un folle avevo comunque accettato la proposta, sua, di andare al cinema a vedere un film. Che aveva scelto lei. Non che non volessi decidere nulla – quell’altra fase arrivò dopo – piuttosto era un gesto anche scaramantico, ma al contrario. Volevo variabili impazzite, volevo che sapessero che io avevo puntato sì, una bella cifra, ma-me-ne-fregavo-di-loro-e-di-tutti-quanti. Sarei tornato a casa e solo allora avrei controllato i risultati. Sul televideo! Era uno smacco allo smartphone, alle app, a sky e a tutto il resto. Quella sera misi la bolletta in tasca e uscii sorridendo. Alla faccia loro. Chi erano “loro”? Davvero me lo state domandando? Ovviamente quelli che sapevano, quelli che controllavano i risultati. Perché c’era da qualche parte qualcuno che sapeva tutto. Certo, sarebbe stato più saggio non scommettere allora, incrociare le braccia e dire “fanculo” non ci sto. C’avevo già provato tre volte e ti dava quel brivido di potere dentro. Ma poi guardare le partite senza scommettere era come lavarsi e profumarsi di tutto punto per poi tornare a letto. Che senso aveva?
Intanto le immagini erano tornate. Alleluja.
– ok si potrebbe rompere. Lo ammetto.
– direi
– Sì ma tutto il resto? Come potrei berlo? – incalzai
– La concitazione.
– Cioè mettiamo che mi taglio, mi ferisco, i lembi della carne – la parola lembi gli fece appena sollevare l’arcata sopraccigliare sinistra, l’unica che mi mostrava – lasciando fuoriuscire del sangue e poi?
– La concitazione – ribadì.
– Ti pesano le parole?
– Ti agiti e mentre cerchi di capire se hai vetro e mercurio dentro la ferita, ti metti le dita in bocca e… capito?
– bah.
– pagine su pagine di letteratura scientifica, fidati. Comincia a leggerle pensando “non saranno così fessi da bersi il mercurio” e dopo qualche paragrafo sono lì, per terra, che sbavano e si agitano…
– che tatto.
– lo sai che..
Si interruppe. Di colpo. L’avrei fatto anch’io se avessi visto quella cosa lì su un campo da calcio, in diretta per giunta. Poi riprese
– lo sai che è illegale, vero?
– bum!
– scherza scherza.
– cos’è, mi devo aspettare ispezioni della finanza? Medici certificati dall’Europa alla mia porta? Non mi denunciare, ti prego…
giunsi le mani e lo implorai sorridendo. Lui comunque non si voltò.
– non potrei mai, lo sai.
– tu sì che sei un buon amico.
– macché. Per il giuramento di Ippocrate!
Il sorriso non fece in tempo a nascere che morì sulle mie labbra.
Ormai ci avvicinavamo alla fine degli incontri e bisognava sbrigarsi con le chiacchiere.
– Comunque avevo 36,9°
– 36,9° non è febbre.
– sì ma..
– no. Ascoltami. 36,9° non è febbre. Se un giorno mi chiamassi e io sentendo squillare il cellulare, magari rimasto nel mio camice perché nel frattempo sto operando e non mi sembrava il caso di portarlo in sala operatoria..
– spegnerlo?
– ..mi facessi togliere i guanti dall’infermiera, mi lavassi le mani e mi togliessi il camice..
– mi sembra una follia
– ..per poi entrare nello spogliatoio, senza fiato..
– ma quanto dura la tua suoneria?
– ..e vedendo il tuo numero, accigliato..
– perché accigliato? Devo darti sempre cattive notizie?!
– ..rispondessi, con il fiatone e nell’altro orecchio l’eco dei bip dei monitor con il paziente sospeso, in bilico sul crinale fra la vita e l’aldilà e tu mi dicessi “ho 36,9° che faccio?”. Io sai cosa farei?
– posso rispondere?
– ..ti manderei a quel paese! Questo farei.
– adesso posso parlare? Intanto avresti violato tutte le norme igieniche e comportamentali di qualsiasi paese civile. E non. Ti pare che ti chiamo per 36,9°? Ieri ti ho chiamato? Eh?
– quindi quel 339 e qualcosa non è tuo?
Pensai di confessare subito. Non volevo problemi con il mio karma.
– se non eri tu… – disse rabbuiandosi, almeno il lato sinistro che era quello che vedevo – …magari era una cosa importante.
– gentile.
– ti prego non fare la vittima. L’altra volta mi hai chiamato per…
– ma che c’entra! Come facevo a sapere che facesse quell’effetto?!
– per questo io padroneggio la scienza medica mentre tu… – disse agitando la mano in aria senza proseguire ma sapevo che pensava alla battuta più celebre del Marchese del Grillo…
– cmq se avevi ‘sto dubbio, potevi richiamarlo quel numero.
– mai. I medici non richiamano mai. E’ una questione di principio.
– mah.
– é come l’abilità di scrivere le ricette in modo…
– incomprensibile?
– raffinato! Pensa – proseguì con un tono sognante – l’altro giorno ho visitato un colelga anziano e i suoi appunti…erano talmente minuti che sembravano accarezzare la carta, senza sciuparla.
– Immagino la felicità dei suoi pazienti per capire le ricette…
Sospirò. Doveva sentirsi come un missionario che consegna una forchetta ad un selvaggio e quello, se la passa fra i capelli.
– capirai, lui è uno studioso ormai. Non sta più a contatto con…
– i malati?
– …i pazienti.
– beato – mi sfuggì.
Lui non reagì, mi voltai verso la tv, mancavano solo dieci minuti al termine delle partite. Bisognava far presto.
– comunque avevo sempre 36,9°.
E dicendolo girai anche la sedia di tela a fasce colorate verso di lui che rimase però di profilo. Mosse appena i baffetti sottili che gli seguivano le labbra.
– che non è febbre.
– però ci siamo quasi. Per cui…
– non mi dire.
Strano parlare con uno che non ti guarda. Voglio dire, una cosa è stare affiancati ma così sembravano due segmenti del Tetris.
– preparai la telefonata nella mia mente…
– Adriano…ormai che le avevi detto sì..
– oh, dovevamo andare in un lido ad ascoltare un gruppo di amici suoi, mica a far trapianti di rene in Burundi!
– é una questione di etica.
Irruppe il gol del Napoli e subito dopo il Cagliari prese il terzo gol in trasferta. Lo sapevo, cazzo! Ma non si capiva se lui era contento o no per le scommesse. Avevamo da tempo vietato di farci domande sulle rispettive giocate per impedire la gufata. Quella automatica ma soprattutto quella spontanea, quella che ti esce dal cuore mentre la tua scommessa “sicura” si arena incomprensibilmente, e a quel punto oggettivamente non puoi essere felice per nessun altro. Ma il Napoli alla fine l’avevo giocato o no? Dovevo essere contento o incazzato? Madonna com’era possibile averlo dimenticato? Forse essere sintomo di qualcosa. Avrei dovuto appuntarmelo?
– insomma ho fatto il suo numero…
– spero ti abbia mandato a quel paese
– …magari. Non mi ha nemmeno risposto. La cosa peggiore.
– non mi dire che non ci sei andato e non l’hai nemmeno avvertita…
– ma mi fai raccontare? Intanto me la sono misurata daccapo. E non scuotere la testa, erano passati già due minuti!
– addirittura. E quindi?
– sempre 36,9°
– che non è febbre.
– sì ma è lì vicino! Proprio al limite fra “resto a casa sotto le coperte” o “esco e tanti saluti”! Onestamente ero indeciso su cosa fare. Però non ero convinto di dirle che mi era salita la febbre.
– in effetti non ti era salita.
– Più che altro avevo timore di sembrare malaticcio..
– proprio tu?
– ma la pianti!?
– l’importante è che le hai risparmiato la storia di tua nonna.
– mai abbastanza rimpianta. E lo sai.
– dai! E’ di cattivo gusto
– ma perché? Dicendole “sai mia nonna non sta bene, è molto grande…”
– cos’è un mobile?
– “niente di serio, però sai…”, lasciando le giuste pause per farle capire che sono un bravo ragazzo in fondo.
– soprattutto un nipote modello.
– é morta ormai. Che differenza vuoi che faccia? Almeno rivive con il pensiero..
Lui scuoteva la testa. Chissà poi perché.
– l’unica cosa è che devo ricordarmi quando uso la scusa della nonna sennò poi mi domandano come sta e io mi incazzo pure.
– é morta da quanto? 5 anni? – disse
– intanto i minuti passavano e lei non richiamava.
– non sarà mica una collega – e sollevò per un attimo il sopracciglio, dubbioso.
Non ebbi il tempo di replicare perché intanto l’Udinese passò in vantaggio. Le altre non me le ricordavo ma questa la stavo sbagliando di sicuro. Mi domandai per quale cazzo di motivo tenessimo le schedine girate che poi uno si dimentica anche quello che ha scommesso e s’incasina gli equilibri mentali. Feci per allungare le mani
– che fai?
Mi gelò.
– eh? Mi sgranchisco.
– bravo. Ottima idea. In America nessuno sta seduto fermo, nessuno si permette più di stare solo e semplicemente seduto.
– No?
Ipotizzai che inclinando il collo e abbassando la testa all’altezza del tavolo, forse, avrei potuto leggere i caratteri stampati sulla carta termica.
– me l’ha detto un collega specializzato in post.. Ma cosa stai facendo? – disse intercettando i miei movimenti con la coda dell’occhio, senza bisogno di girarsi verso di me.
– Stretching! – dissi rimettendomi subito dritto con un sonoro scrocchio del mio collo.
– bene. I medici vanno ascoltati sempre e a prescindere. Per una questione di principio.
– Mentre aspettavo mi sono rimisurato la febbre.
– ancora?!
– mi annoiavo!
– …Quindi?
– sempre 36,9° – dissi cercando comprensione nel suo profilo sinistro, nei suoi capelli sottili pettinati con cura e nel suo mento debole che sfilava giù in un golfino di cotone coperto dal camice bianco di ordinanza che indossava anche in casa – Speravo fosse scesa ma anche se mi fosse salita di botto sarebbe stato ok. L’unica cosa che non volevo era che restasse tutto immutato. Mi sentivo bloccato. Ostaggio delle mie difese immunitarie svogliate e di un’infezione poco volenterosa persino per conquistarmi. A quel punto la richiamai, tanto non sono mica un medico…
Dissi con tono scherzoso.
– poco ma sicuro – mi freddò.
Replicò con tanta di quella spocchia che mi sembrava eccessiva anche per i suoi standard.
Per tutta risposta mi girai e fissando la tv, proseguii filato:
– alla fine mi sono alzato, mi sono fatto una lunga doccia calda, mi sono cambiato e ho preso la macchina. Il telefono non ha mai squillato lungo il tragitto. Sono persino arrivato in anticipo.
Poi sorrisi.
– io non l’avrei mai fatto.
– perché? – dissi voltandomi daccapo verso lui.
– un medico non arriva mai né in anticipo né in ritardo. Semplicemente, arriva.
– addirittura. Sa di messianico.
– l’hai detto.
Piombò il silenzio. Mi voltai e sistemai la sedia di tela senza fare alcun rumore, parallela alla sua, davanti la tv. Non osavamo fiatare. Seguivamo gli ultimi minuti sempre così, immobili, come statue di sale.

– ah, a proposito – dissi girandomi di nuovo verso lui, violando qualsiasi regola e tradizione – quand’è che ti laurei in medicina?
– ancora ci vuole – rispose e si voltò verso di me, mostrando tutto il viso, compresa la guancia destra, stravolta dall’acne – prima fammi finire il liceo.

[Francesco Musolino®. Marzo 2013] Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul blog culturale Letteratitudine di Massimo Maugeri.

«Gli Stati Uniti? Sono una società razzista». Elizabeth Strout si racconta

Con la raccolta di racconti “Olive Kitteridge” vinse meritatamente il Premio Pulitzer – segno che negli USA diversamente che in Italia, le short stories sono davvero importanti – e dopo ben cinque anni di ricerca, la scrittrice Elizabeth Strout, ritorna in libreria con “I ragazzi Burgess”, edito da Fazi (pp. 448, Euro 18,50 trad. Silvia Castoldi). Qui la Strout sfoggia una prosa pungente e cristallina per raccontare le vicende dei tre ragazzi Burgess, ovvero il celebre avvocato, Jim, il malinconico  Bob e Susan, la sorella divorziata e madre di Zach che ha lanciato una testa di maiale in una moschea durante il Ramadan. Proprio le inspiegabili azioni di Zach spingeranno i tre fratelli a riunirsi e lentamente, ritrovandosi nel mondo rurale tanto caro alla Strout lontano dalla rarefazione degli affetti cittadina, emergeranno devastanti verità circa l’incidente che costò la vita del padre, segnando per sempre le loro esistenze. Ma la Strout non si limita a tratteggiare un grande affresco sulla solitudine che possiamo incontrare in ambito familiare; pagina dopo pagina, dona voce alla comunità somala che sta cercando di ricostruirsi una vita a Shirley Falls, nel Maine, fra l’indifferenza e il razzismo generale. Il risultato è un romanzo in cui il lavoro artigianale dell’autrice è visibile in ogni pagina, in ogni riga, in ogni singola parola. Non a caso Elizabeth Strout è considerata una delle voci della letteratura americana più sincere.

Questo libro è il frutto di diversi anni di ricerca e scrittura. Com’è nato l’intero progetto?

«La storia mi è arrivata lentamente, ma ho subito capito che avrebbe riguardato principalmente l’amore tra questi fratelli, una forma d’amore turbata e sconvolta dal passato comune. Ma mi è servito molto tempo perché ho dovuto intraprendere una vasta ricerca prima di cominciare a scrivere. Inoltre, dovevo capire come raccontare la storia. C’erano numerosi fattori che mi interessavano: come funziona la memoria, come affrontare il passato, come interagiamo con il trauma (e questo include come i somali, a loro volta, considerano i traumi) e il fatto che in  America c’è sempre la speranza che si possa reinventare la nostra vita, fuggendo dal passato».

Con “I Ragazzi Burgess” ritorna a Shirley Falls…

«Sì, ho fatto tappa alla città immaginaria di Shirley Falls, già apparsa sia nel primo che nel secondo romanzo. Mi piace l’idea di tornare allo stesso paesaggio, utilizzare lo stesso tessuto che ho intessuto per molti dei miei personaggi. In fondo è come una storia nella storia, al di là dei personaggi racconto anche questo luogo ha molto da raccontare sulla strada che stiamo percorrendo».

Ad esempio?

«Beh, rispetto agli altri romanzi quì sono scomparsi i mulini, non ci sono più, come nella maggior parte dei mulini nel New England. Anche i cambiamenti di un luogo, non solo quelli dei personaggi, possono dirci tanto dei tempi che viviamo».

L’episodio di Zach è tratto dalla realtà ma è interessante come lei lo abbia inserito in un contesto in cui è difficile dire chi siano buoni e cattivi…

«Sì, il fatto è realmente accaduto ma io ho provato a fare in modo che il giovane Zach fosse simpatico ai lettori, perché mi affascina l’ambiguità del comportamento umano. Ma ovviamente il suo è un gesto terribile che volevo anche condannare duramente. Volevo puntare l’attenzione sul fatto che Zach non riesce a capire davvero perché ciò che ha fatto è così dannoso, sia per se che per la comunità. Lui non conosce abbastanza il mondo per dare il giusto peso al suo agire e questo può essere molto pericoloso».

Accanto ai personaggi principali, con l’avanzare della narrazione, dona voce anche ai comprimari, caratterizzandoli. In particolare, aver narrato il punto di vista della comunità somala evidenzia un lavoro di ricerca molto interessante.

«Sentivo che era molto importante assumere il punto di vista di alcuni personaggi somali in modo che il lettore potesse comprendere in che modo, il gesto di Zach avesse colpito la loro comunità, vivendo le reazioni sulle persone interessate in modo diretto. Abdikarim è veramente angosciato per la morte del suo figlio maggiore, si sente vecchio, stanco e molto traumatizzato. Lui vede in Zach qualcuno che può – davvero inaspettatamente – amare. Mi sono serviti anni di ricerche per cercare di ricreare il punto di vista della realtà somala».

Parlando di Pam, della levità con cui spazza via le preoccupazioni, mi è venuta in mente la Daisy del Grande Gatsby. E’ un paragone azzardato?

«Penso che Pam sia probabilmente più intelligente della Daisy de “Il Grande Gatsby”. Lo dico perché hanno tempi narrativi diversi e di Daisy non si riesce ad essere certi di quanto sia realmente intelligente. Ma Pam era molto interessata alla scienza e alla ricerca tuttavia le mancava la fiducia nei suoi mezzi per andare avanti. Piuttosto ciò che rende veritiero il suo raffronto è il fatto  che entrambe queste donne sono molto inquiete e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa di più di ciò che posseggono».

Tutto il libro viaggia sul confine fra tolleranza, convivenza e razzismo. L’America è un paese razzista oggi?

«Sì, gli Stati Uniti sono una società razzista. Mi fa male ammetterlo ma è assolutamente vero. Certo, è anche vero che abbiamo fatto grandi progressi, in particolare negli ultimi 50 anni ma il razzismo è ancora molto presente contro le popolazioni dalla pelle scura, contro gli ebrei e adesso anche contro i musulmani. Ciò detto, questo è un paese costruito sulle differenze e ci sono molti cittadini che dedicano le loro risorse per aiutare tutte le popolazioni. Come in ogni società ci sono infiniti problemi, ma negare il razzismo presente nella società americana sarebbe pericoloso, oltreché sbagliato».

Cosa significa per lei aver vinto il Premio Pulitzer?

«Ha significato tantissimo per me. Testimonia il mio apporto alla registrazione – mediante la letteratura – di un pezzo di America, utilizzando il linguaggio in un modo forte, capace di trasmette la storia ai lettori».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

“Una storia d’amore al tempo della crisi”. Silvia Avallone si racconta

Dopo il grande successo riscontrato con “Acciaio”, la scrittrice Silvia Avallone era certamente attesa al varco, tanto dai suoi lettori che dal mercato editoriale. L’Italia che porta in pagina nel suo secondo romanzo, “Marina Bellezza” (Rizzoli, pp. 528 Euro 18,50) è quella dei figli degli anni ’90, una generazione cresciuta davanti alla tv con il mito del successo e della fama. Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta che la porterà a lasciare la natìa Valle Cervo in cerca di fortuna mentre Andrea, come un salmone controcorrente, desidera tornare alla terra per fare il margaro, colui che alleva il bestiame. Ispirato alla storia d’amore dei suoi nonni ma declinato in chiave moderna, Marina e Andrea si respingeranno e si attrarranno nel corso dell’intero libro, sino a giungere ad un finale aperto. Sullo sfondo si muove una generazione di ragazzi insoddisfatti, privati del futuro, convinti che se la vita fosse giusta dovrebbe risarcirli…

Marina Bellezza nasce nel 1990 e cresce davanti alla tv. Poi cosa accade?

«La tv le tiene compagnia durante la sua infanzia e la sua adolescenza mentre la sua famiglia va in pezzi. Diventa per lei un punto di riferimento, una via di fuga possibile; nello stesso tempo, il mondo della televisione, rappresenta la meta per il suo rancore e il sentimento di ingiustizia per il trattamento riservatole dalla famiglia».

Proprio il supposto diritto ad una forma di risarcimento è un punto focale del libro…

«Sì, è il suo grande errore. Anche quando la vita ti tradisce non è affatto detto che ti debba risarcire. Ma lei ne è convinta».

Perché ha voluto che la bellezza fosse il tratto più evidente della sua protagonista?

«Desideravo un personaggio femminile molto scomodo da giudicare. Mi piaceva che, scrivendone, fosse capace sia di farmi arrabbiare sia di provare tenerezza nei suoi confronti. Per trarre ispirazione ho iniziato a pensare alle grandi cantanti americane come Britney Spears e Rihanna; sono convinta che dietro queste vite ci siano traumi e ferite che fungono da benzina per ottenere un successo colossale. Così, ho immaginato una Britney Spears di provincia con una carica da leonessa ma anche molto fragile».

Il fatto di superare degli ostacoli se non addirittura dei traumi, può dare uno slancio permettendo di lanciare il cuore oltre l’ostacolo?

«Se penso a questo momento storico e alla difficoltà che incontrano i miei coetanei nel mondo del lavoro, voglio sperare che il coraggio possa aiutare a tirare fuori le proprie qualità, rendendoci non solo più forti ma anche più lungimiranti. Non avere la strada spianata davanti a sé può permetterci di trovare dei sentieri inaspettati da intraprendere».

“Storia d’amore al tempo della crisi”: poteva essere questo il sottotitolo del suo libro?

«Sì! Decisamente sì».

Andrea, proprio come un salmone controcorrente, sembra voler tornare alla terra, ad una vita molto slow…

«Marina è una rockstar arrabbiata nata in provincia, invece Andrea è ispirato ai margari che facevano la transumanza del gregge, figure silenziose che mi hanno sempre affascinato. Ma per scrivere il libro sono andata a caccia di storie di miei coetanei, con una mentalità da anni ’80 e con alle spalle degli studi, che decidono di tornare alla terra, di recuperare anche il proprio territorio. Di storie simili ne ho scovate tante, da nord a sud».

La provincia che porta in pagina sembra molto diversa da ciò che siamo abituati a leggere. Come mai?

«Volevo che in questo libro ci fosse uno spirito da pionieri, che rivivesse il mito della frontiera da conquistare. Oggi mancano i far west ma abbiamo le nostre provincie, piena di tesori e di bellezze incolte, abbandonate, impoverite per decenni. Si tratta di un recupero essenziale, qualcosa di simile alla ricostruzione post-bellica per importanza. La mia provincia non è rifugio ma luogo di conquista».

Se la sentirebbe di lanciare un appello ai giovani italiani per indurli a non lasciare il paese, a giocare qui la battaglia del proprio futuro?

«Sia chi rimane sia chi va all’estero è un piccolo eroe, in entrambi i casi serve davvero molto coraggio per affrontare le difficoltà odierne. Io sono stata anche fortunata. Diciamo che sento un forte legame con la mia lingua, con il mio paese e mi fa rabbia che il nostro enorme potenziale, il patrimonio culturale e paesaggistico, il Made in Italy e le eccellenze siano sprecate, lasciate a se stesse se non addirittura osteggiate. Mi sento dire che dobbiamo ripartire da noi stessi, riprenderci le ricchezze del nostro paese, farle rivivere. Vorrei ci fosse un’alternativa, invece, andar via è spesso una necessità».

Tornare a scrivere dopo il successo di “Acciaio” è stata una liberazione o un esame da superare?

«Ho cercato di dimenticare completamente la pressione e quando ho cominciato a scrivere per fortuna, è accaduto. Mi piace alternare la fase della scrittura – che consiste nello stare chiusi per uno, due anni senza fare nient’altro – per poi condividere il libro per diversi mesi, viaggiando in giro per l’Italia».

Per lei cosa rappresenta l’atto della scrittura: più simile ad una necessità fisica o ad una forma di piacere?

«Non mi hanno mai posto questa domanda, almeno in questi termini. Ho bisogno di vivere ma sento la necessità di raccontare il mondo, quello che mi sta a cuore, per salvaguardare certe province, certe storie. È un bisogno di liberta soprattutto: il mio tempo storico è denso di difficoltà e non posso cambiarlo ma scrivendo posso reagire, sovvertire tante cose che non mi piacciono».

Almeno nella scrittura le cose possono andare come dovrebbero?

«Sì, scrivere significa dare ordine ad un caos spesso indecifrabile. Un modo per ridare importanza a ciò che conta davvero».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 26 ottobre 2013

 

Melania Mazzucco: «Il limbo? L’essenza stessa della natura umana».

La soldatessa Manuela Paris è la protagonista di “Limbo” (Einaudi, pp. 476 euro 20) il nuovo romanzo della scrittrice Melania Mazzucco, diverse volte finalista e infine, vincitrice del prestigioso premio Strega nel 2003 con “Vita”. Manuela, maresciallo sottoufficiale degli alpini, è una donna inquieta come tutte le protagoniste che la scrittrice romana pone al centro dei suoi romanzi tanto che sarà il rientro dal fronte afghano, il suo ritorno alla normalità, a rivelarsi davvero arduo, snervante persino. La Mazzucco – in libreria anche con la tenera fiaba “Il bassotto e la regina” (Einaudi, pp. 101 euro 10) – anche questa volta ha scelto di immedesimarsi nel migliore dei modi con la sua protagonista e per farlo ha imparato ad usare il fucile d’ordinanza e ha marciato con tredici chili di zavorra nello zaino. Ma soprattutto dimostra sulla pagina un grande controllo della narrazione, riuscendo a far piombare anche il lettore nel limbo esistenziale che, in fin dei conti, «è l’essenza stessa della natura umana».

Aveva già scritto dell’Afghanistan in Lei così amata. Cosa la affascina di questo paese tanto da volerci tornare con l’immaginazione?

«Il suo isolamento e la sua alterità. Per motivi geografici e storici, l’Afghanistan è rimasto chiuso al contatto col mondo occidentale. In Europa per secoli dell’Afghanistan si conoscevano solo i cammelli e i lapislazzuli. Viceversa, dopo che gli ultimi discendenti di Alessandro Magno si erano dispersi tra le pianure e le montagne afghane, nessun europeo, salvo qualche mercante di gioie, aveva viaggiato in quelle contrade. Così in Afghanistan il tempo si è interrotto, cristallizzato in quello che era ormai il passato del mondo. Niente modernità, niente strade, niente notizie, niente scambi. E l’incontro con la cosiddetta civiltà europea non poteva essere indolore. Oggi anche noi italiani facciamo parte del ‘grande gioco’: mai conquistato e mai sottomesso, l’Afghanistan ci interroga e ci costringe a chiederci da che parte stiamo».

Manuela non è una donna soldato ma una donna militare, una condizione nuova, un tempo inimmaginabile. Perché ha scelto lei come protagonista?

«Perché Manuela è appunto una donna del XXI secolo, una donna proiettata verso il futuro, e il suo personaggio mi offriva la possibilità di raccontare qualcosa che la letteratura ancora non ha mai raccontato. Perché gli occhi di una donna portano al racconto di guerra una prospettiva inaudita – e modificano la guerra stessa. Perché da bambina, Annemarie Schwarzenbach, la protagonista realmente vissuta del mio romanzo Lei così amata, da grande non voleva fare la scrittrice – come poi fece – ma il generale. All’inizio del Novecento, la società rise del suo sogno. Le ragazze come Manuela potranno realizzarlo».

La condizione di sospensione, di inerte attesa del limbo è quella in cui piomba Manuela al suo ritorno a Ladispoli?

«Elsa Morante, una scrittrice che amo molto, scelse come dedica per il suo romanzo L’isola di Arturo una poesia il cui ultimo verso recita: “fuori del limbo / non v’è eliso”. Ma il Limbo, come tutti gli italiani ricordano grazie a Dante, è un luogo, in cui scontano l’eternità coloro a cui, pur senza colpa, sarà negato il Paradiso. È dunque anche una condizione esistenziale, diciamo di felicità precaria, limitata, terrena. È la condizione umana per eccellenza».

Come si è documentata per descrivere le pagine della missione e dell’addestramento?

«Come faccio sempre quando scrivo un romanzo. Investigo, leggo, ascolto, incontro persone, faccio domande, provo a immedesimarmi nella vita dei miei protagonisti. Mi alleno, come se dovessi superare le prove cui si sottopone Manuela per entrare in Accademia. Studio il manuale di istruzioni del fucile AR 70/90. Indosso tredici chili di zavorra, e cerco di capire cosa vuol dire per una donna militare uscire di notte di pattuglia, che so, con un peso simile addosso. Insomma, cerco la verità, quella che una volta ho chiamato “la sconosciuta filologia della vita quotidiana”. Ho bisogno da un lato di immaginare liberamente, dall’altro di documentarmi».

Per rendere la storia d’amore del libro ha creato un parallelo con la figura del ragno cammello. Perché?

«Una leggenda orientale dice che se ti punge il ragno-cammello, un enorme ragno che vive nei deserti afghani, ti ruba l’ombra, cioè l’anima. Il personaggio di Mattia ha subito la stessa sorte: non ha più ombra, non ha più storia. Manuela si chiede come si possa amare un uomo senz’ombra, e se si possa esserne amati».

La guerra in Afghanistan viene definita spesso invisibile mediaticamente. Combatterla può essere ancor di più un’esperienza alienante?

«Suppongo che l’esperienza alienante sia rappresentare un paese che non ha fiducia in te. E che non crede in ciò che fai, nelle ragioni per cui lo fai, e ti rispetta solo quando hai pagato il prezzo più alto. Molti italiani che rappresentano le istituzioni, e non solo i soldati, si trovano in questa situazione. Gli italiani fin dall’Unità hanno un rapporto conflittuale con lo Stato – e con chi lo rappresenta».

Un giorno crede che riuscirà finalmente ad andare in Afghanistan?

«Andrò in Afghanistan quando non ci saranno più bombe né insorti né carri armati né guerra né nemici. Quando sarà un paese libero. La libertà può significare molte cose. Ma io intendo la libertà di pensare, esprimere opinioni senza essere uccisi per questo, libertà di scrivere, di non rinnegare la propria identità, di lavorare, di guidare un’automobile, di parlare con chiunque e andare ovunque senza sembrare una provocazione vivente, una minaccia o una spia. Senza queste libertà essenziali e non negoziabili, per me non ci sono le condizioni per affrontare un viaggio, qualunque ne sia la meta».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud