Silvia Bergero: «Vi presento le mie Galline»

Dei ventenni sappiamo già tutto. E anche i trentenni non sono più un’incognita. Quelle generazioni X e Y le abbiamo lette in tutte le salse e viste al cinema in tutte le varianti possibili. Le quarantenni sono al centro dei nuovi serial tv americani ma in una società gerontocratica, che non lascia spazio ai giovani nel mondo del lavoro, le vere protagoniste devono essere le cinquantenni. Ma chi sono? «Sono quelli che hanno fatto in tempo a crearsi una carriera in un ambito di lavoro scelto e non subito; quelli che hanno messo su famiglia senza troppi patemi (e magari l’hanno anche disfatta) e ora hanno figli più che ventenni, la casa al mare e poche preoccupazioni finanziarie. Sono anche quelli che hanno potere d’acquisto e quindi determinano il mercato più dei “trentenni-mille euro”. E vivono un segmento di età di grande cambiamento, il che significa che gli toccherà reinventarsi». Parola di Silvia Bergero, giornalista d’esperienza nonché autrice dell’ironico ma profondo Galline (Rizzoli; pp. 252; €17,90), il primo libro che vuole aprire uno squarcio su donne benestanti e apparentemente a loro agio fra glamour, lusso e amanti vari ma «con molte crepe sotto il vestito». La Bergero si è affidata al suo intuito di reporter e ad una curiosità bulimica per andare a caccia di notizie e particolari – dai vestiti ai luoghi più chic non manca davvero nulla – per costruire le sue protagoniste e senza scadere nel perbenismo, consiglia il lifting ma soprattutto l’amicizia. Perché la lotta contro il tempo è spietata e le Galline lo imparano sulla propria pelle.

 

Cominciamo con una curiosità: dopo 12 anni durante i quali hai diretto la sezione Cultura e Spettacoli del settimanale “Grazia”, intervistando scrittori e personaggi famosi, che sensazione ti dà stare dall’altra parte del microfono?

«Divertente, inusitato, coinvolgente. Ho preso tutta l’avventura di Galline con lo spirito del “dài mettiamoci alla prova su qualcosa mai fatto prima” e anche le interviste, i diversi interventi fra radio e tv rientrano nel quadro. Ogni tanto ho delle sovrapposizioni. Come durante l’intervista a Jonas Jonassons, autore di “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, due giorni prima dell’uscita del mio libro. Facevo le domande, ma dovevo trattenermi per non dare le risposte io! Una specie di sdoppiamento della personalità. O forse, più banalmente, solo la sindrome Marzullo…»

Tv e libri si sono sempre occupati dei 20/30enni e da qualche anno grazie a fortunati serial tv, è esplosa la curiosità per le 40enni, le cougar. Tu invece hai scelto di parlare delle 50enni. Dunque, chi sono le tue Galline?

«Sono certa di essere la capofila di un nuovo genere letterario – di cui qualcuno dovrebbe aiutarmi a trovare il nome – quello che ha come autori e personaggi gli over fifthy. Perché sono proprio loro i protagonisti dei nostri tempi, quelli che hanno fatto in tempo a crearsi una carriera in un ambito di lavoro scelto e non subito; quelli che hanno messo su famiglia senza troppi patemi (e magari l’hanno anche disfatta) e ora hanno figli più che ventenni, la casa al mare e poche preoccupazioni finanziarie. Sono anche quelli che hanno potere d’acquisto e quindi determinano il mercato più dei “trentenni-mille euro”. E vivono un segmento di età di grande cambiamento, il che significa che gli toccherà reinventarsi.  Mi sembra che ce ne sia abbastanza per renderli interessanti. O no?»

L’amicizia, il lusso e uno stile di vita molto glamour sono da subito protagonisti del tuo romanzo. Tuttavia non è un mondo tutto sorrisi e lustrini tanto che uno spiacevole incidente nella Chinatown made in Milano rischia di rovinare tutto, persino la loro amicizia…

«Sotto il vestito c’è di più… ci sono crepe – come per tutti, per di più trattandosi di persone adulte, con un bel pezzo di vita alle spalle. Alcune sono crepe superficiali, che si possono rattoppare facilmente, altre sono “strutturali” come direbbe l’ingegnere del quintetto, Maddalena. E allora c’è molto da lavorare e le mie protagoniste debbono rimboccarsi le maniche».

Quanto c’è di autobiografico in ciò che racconti? C’è un personaggio cui ti senti maggiormente affine?

«Nulla di autobiografico o di biografico. Sono personaggi d’invenzione, nati certamente a partire dalla galleria di persone che ho conosciuto negli anni, o magari anche solo sbirciato in treno, ascoltato dal parrucchiere. Su quei materiali lì sono andata d’immaginazione. E infatti nei ringraziamenti confesso di aver rubato a  molti: case, vestiti, animali domestici, tic, modi di dire, professioni. Qualche amica ogni tanto mi telefona: “Ma il vestito di Marras è il mio, vero?”. Un’altra mi ha mandato un messaggio che diceva: “Clarence è orgoglioso e ringrazia” laddove Clarence è il suo cane che io ho attribuito ad Andrea… insomma, è motivo di divertimento».

Il rapporto con il tempo che trascorre inesorabile è un altro tema focale accanto a quello dell’amicizia. Silvia qual è il modo migliore per combattere le rughe e gli anni che volano via?

«Essere consapevoli innanzitutto che comunque lo faranno, a prescindere da noi: le rughe arrivano e il tempo parte. Seconda cosa: non contrastare la propria età intignandosi a vestirsi/comportarsi come a 20 anni. Sono comportamenti ridicoli, anzi grotteschi. Detto ciò, fare tutto quello che possiamo: se vi piace il lifting, va bene, come pure la palestra, le diete e quant’altro. Innamorarsi è un ottimo antidoto. Ma anche le amiche, quelle vere: sono uno strumento formidabile di resistenza alla vita».

Galline ad un primo impatto sembra un libro ad esclusivo uso e consumo delle lettrici. Ma una volta letta l’ultima pagina, si ha la sensazione che sia rivolto anche agli uomini, sbaglio?

«Non sbagli affatto e ti ringrazio di aver letto il mio romanzo con tanta attenzione. Fin dall’inizio mi ero proposta di fare degli uomini dei co-protagonisti, defilati magari, ma  non figurine bidimensionali. Qualcuno ha detto che gli uomini ne escono male. Io direi che ne escono per come sono nella realtà – fatte le dovute eccezioni come sempre. Gli uomini hanno un decennio secco di vantaggio su di noi per quanto riguarda l’anagrafe biologica e un ventennio di svantaggio per quanto riguarda quella psicologica. Sono degli eterni ragazzi, per questo ci piacciono».

 

 

SILVIA BERGERO vive a Milano. Giornalista, ha lavorato presso diversi quotidiani e mensili ed è stata a lungo la responsabile di spettacoli e cultura per il settimanale “Grazia”. Ha inoltre condotto programmi su Radio3. Questo è il suo primo romanzo.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 22 giugno 2011

 

Moretti provoca: «All’estero Berlusconi sarebbe stato costretto a dimettersi»

TAORMINA. Tutti lo cercano con gli occhi dentro la Sala B del PalaCongressi di Taormina ma di Nanni Moretti non c’è alcuna traccia. I giornalisti presenti lo aspettano e tirano un sospiro di sollievo quando trapela la voce che sia appena atterrato all’aeroporto di Catania. Laura Delli Colli – presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – guida con serenità l’annuncio dei premiati del cinema italiano, da Kim Rossi Stuart ad Alba Rohrwacher da Massimiliano Bruno a Maria Sole Tognazzi ma appena arriva Moretti in sala – polo, pantaloni, mocassini con trolley al seguito – i fotografi si scatenano, cogliendo persino il momento in cui, seduto, si infila i calzini scuri. Con Moretti si ha sempre il dubbio – più che lecito – che possa sfuggire alle domande o rispondere in modo laconico, del resto ad un genio non si possono imporre obblighi ma quando acclamato dai critici e dagli spettatori, sale sul palco prende in mano l’intera conferenza, regalando sorrisi, battute contro le domande banali dei giornalisti («chiedono sempre “progetti futuri?”) e intanto invoca notizie circa l’arrivo della sceneggiatrice Federica Pontremoli e della scenografa Paola Bizzarri che non faranno in tempo a godersi la pioggia di elogi che Nanni Moretti – trionfatore alla 65a edizione dei Nastri d’Argento con 6 riconoscimenti per Habemus Papam – regala loro.

 

«La scenografia è un riconoscimento molto importante per questo film visto che Paola Bizzarri è riuscita a ricostruire il Vaticano fra Palazzo Farnese, altri palazzi storici romani e un teatro di posa. E’ stato un lavoro impegnativo e dispendioso. Prima mi autocensuravo, tagliavo tutte le scene costose ma ne Il Caimano e soprattutto in Habemus Papam ci siamo concessi il lusso di realizzare tutte le scene che avevamo scritto. Senza Domenico Procacci e Rai Cinema non avrei potuto realizzare questo film, sia dal punto di vista economico che psicofisico».

“Il Caimano” su RaiTre ha fatto ottimi ascolti qualche sera fa. Pensa sia la conseguenza diretta del clima politico attuale?

«Sono rimasto sorpreso perché solitamente i miei film vanno sempre male in tv ma mi hanno detto che Il Caimano ha fatto il 13% e per RaiTre sono numeri importanti. In realtà il merito è del direttore di rete che spingeva da parecchio tempo per farlo entrare nel palinsesto. E’ stato un caso che sia andato in onda proprio ora, non c’è nulla di studiato».

Perché ha scelto Piccoli come protagonista?

«Abbiamo voluto fortemente lui perché con la voce e con gli occhi riesce ad aggiungere sempre qualcosa al copione. Ogni giorno noi vedevamo tutto il girato stampato su pellicola e non su dvd come fanno molti, e tutte le volte vedevo l’uomo oltre all’attore. Molti attori si vantano di immedesimarsi completamente nella parte ma a me non piacciono gli attori che si annullano sullo schermo. Inoltre Piccoli è il creatore di una nuova interpretazione di Habemus Papam…»

Ovvero?

«Siamo andati a Parigi ma piuttosto che vedere la città siamo rimasti tre giorni in una stanza d’albergo a fare intervista. All’ennesima domanda del giornalista, Michel ha risposto che il film è la storia di una coppia di fratelli e tutto il resto è marginale. Sono rimasto interdetto ma magari ha ragione lui».

Come sono andate le vendite del film all’estero?

«Molto bene. Per Caro Diario è stato fondamentale il premio vinto invece stavolta il film è andato subito bene. In realtà devo scegliere se passare un anno intero in giro per festival internazionali a presentare il film oppure restare a Roma…ma mi sa che ho già scelto».

A proposito di Cannes, che ne pensa del livello dei film in concorso?
«Ne ho visti solo due il giorno prima che il Festival finisse, appena in tempo per i premi dunque. I fratelli Dardenne non sono affatto una scoperta, mi piacciono parecchio e del  Ragazzo con la bicicletta mi ha colpito molto la sequenza in cui il bambino cade giù dall’albero tanto che ho fatto un salto sulla sedia. E’ una scena girata senza alcun compiacimento e per questo mi ricorda lo stile di Rossellini.  Invece “The three of life” di Malick lo voglio rivedere. Molti lo amano, altri lo odiano. Io vi ho trovato cose bellissime e altre meno».

Una parte della critica straniera si aspettava un film iconoclasta e dissacrante nei confronti della Chiesa.

«E’ lecito che ogni spettatore abbia aspettative circa i film che escono in sala ma io non volevo ribadire certezze anticlericali o meno. Volevo narrare un viaggio non solo fisico che Michel compie a Roma, ponendo e ponendosi delle domande che non possono non toccare gli spettatori. Ovviamente gli scandali finanziari e la pedofilia sono cose gravissime ma noi volevamo raccontare il nostro Papa, i nostri cardinali».

Anche lei ha avuto momenti di crisi interiore nella sua vita come il Papa che racconta?

«Certamente, ne ho avuti parecchi. Ma non ho alcuna intenzione di raccontarli».

Ha in progetto un film in 3D?

«Ho visto pochi film girati in 3D. Ho letto che il prossimo film di Bertolucci sarà in 3D ma io ho deciso di aspettare, non ne sento affatto il bisogno».
Come giudica il dilagare del Multiplex?
«Per molto tempo sono stato favorevole ma adesso non lo sono più perché mi sono reso conto che i multiplex hanno indotto la chiusura delle sale cittadine e ciò è molto grave per la comunità. Credevo che i multiplex avrebbero garantito la programmazione di tanti generi diversi di film ed invece spingono solo un certo tipo di cinema. Inoltre essendo fuori città, molti non se la sentono di prendere la macchina e così, paradossalmente, il pubblico più maturo rimane tagliato fuori».

Cosa ne pensa della vicenda Bisignani?
«Credo sia molto grave che un personaggio di quel genere abbia condizionato scelte fondamentali per il nostro Paese».

Siamo alla fine del berlusconismo?
«Siete sicuri? Ogni giorno compro un quotidiano e leggo che ormai la fine di Berlusconi è vicinissima, oggi, domani. Mi illudo e poi mi arrabbio sia con me che con il quotidiano. I referendum sono stati una vittoria per i cittadini e le elezioni comunali sono stata una vittoria dei candidati oltre che una sconfitta della Destra. Diciamoci la verità, in un altro paese di democrazia occidentale se il presidente del consiglio avesse fatto o detto un millesimo di quello che ha fatto Berlusconi, sarebbe stato costretto alle dimissioni dalla sua stessa coalizione. Invece il centro-destra ha dimostrato di saper digerire molto, tutto. Hanno digerito gli attacchi ai PM, ai comunisti, gli scandali sessuali e la corruzione. Insomma Berlusconi ad essere molto ma molto generosi, mi sembra una persona confusa. All’estero, in Francia o in Israele l’avrebbero costretto alle dimissioni. Aspettiamo e vediamo cosa accadrà in Italia».

 

Philip K. Dick non smetterà mai di essere fonte d’ispirazione

Attualmente è nelle sale italiane il thriller di fantascienza I Guardiani del Destino con Matt Damon ed Emily Blunt, diretti da George Nolfi. Un film molto interessante che intreccia il Destino con il Caso, il libero arbitrio con il volere supremo, in un mondo in cui esiste uno schema e a nessuno è concesso allontanarsene. Agli uomini è concessa una certa libertà di scelta – la marca di dentifricio o cosa mangiare – ma per il resto gli Osservatori, gli Impiegati e soprattutto i Guardiani del Destino vigilano che tutto fili nel verso giusto. George Nolfi è stato bravo a scrivere la sceneggiatura e Damon e la Blunt compongono un ottimo duo di protagonisti ma il tutto parte molti anni fa, nel lontano 1954, dalla mente creativa del genio Philip K. Dick.

 

La Fanucci editore ha avuto la brillante idea di creare un’apposita e ricchissima collana, interamente dedicata a Dick che cominciò a scrivere fantascienza (o narrativa realistica) nel 1952 e proseguì sino alla propria prematura morte nel 1982, mentre Ridley Scott era al lavoro su Blade Runner.

Bollare Dick come scrittore di fantascienza (con particolare attenzione alla condizione umana) sarebbe ingeneroso poiché Dick può vantare una visionarietà senza pari accompagnata da una grande facilità di scrittura. Anche nel peggiore degli incubi (La svastica sul sole; Le tre stimmate di Palmer Eldritch; Un oscuro scrutare; Nostri amici da Frolix 8) il Lettore è quasi costretto a proseguire innanzi grazie ad una prosa sempre fluida, capace di rendere verosimile anche la situazione più surreale (UbikI giorni di Perky Pat) e non a caso numerosissimi film innovativi e rivoluzionari sono il frutto delle sue parole.

 

Proprio da questo spunto nasce il bel volume I Guardiani del Destino e Altri Racconti (Fanucci editore; pp.288; €14) dove sono raccolti, oltre al già citato I Guardiani del Destino altri racconti che hanno ispirato film assai celebri: Next (da cui è stato tratto il film con Nicolas Cage), I labirinti della memoria (ovvero Paycheck con Ben Affleck), Impostor, Rapporto di minoranza (con Tom Cruise), Modello due (ovvero Screamers) e Ricordiamo per voi (ovvero Total Recall con Schwarzy e una giovane Sharon Stone).

 

Ma gli appassionati di Dick possono gioire anche di una nuovissima uscita
ovvero Dottor Futuro (Fanucci editore; pp.192; €17) che fa parte della collana Immaginario Dick curata da Carlo Pagetti. Il protagonista il dottore Jim Parsons che dopo un incidente stradale finisce nella San Francisco del futuro. Si troverà in una realtà molto diversa e più avanzata, dove la vita non ha alcun valore soppiantata dalla violenza e dal culto della morte. Ritorna così in libreria un libro che per molti anni fu fuori stampa in una nuova traduzione di Fabio Zucchella. Un romanzo che affronta temi importanti e lancia un ponte verso la fase finale di Dick, conclusa con un libro indimenticabile, La Trilogia di Valis, già ripubblicata da Fanucci editore.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 24 giugno 2011

 

Dalla marijuana al comunismo: Oliver Stone a Taormina

TAORMINA. «L’Italia ha partecipato attivamente alle missioni della NATO in Afghanistan, Iraq e Libia. Siete un paese delegittimato che non può ribellarsi alla smania degli Stati Uniti di mettere le mani sul mondo intero».

Il regista americano Oliver Stone, tre volte premio Oscar, è senza dubbio la punta di diamante della 57a edizione del Taormina Film Fest e non ha certamente deluso le attese. Attualmente è al lavoro su un documentario da dieci ore dal promettente titolo – The Unknow Story of United States – nel quale vuole mettere in luce il peso dell’America sul mondo come lo conosciamo oggi: «Sono certo che se i servizi segreti americani non fossero intervenuti nel ’48, l’Italia sarebbe diventata un paese comunista».

Stone non si tira indietro e rilancia ancora: «La Morgan Bank ebbe un peso fondamentale per la storia italiana perché finanziò direttamente Mussolini e la diffusione del fascismo. Inoltre nel mio documentario dimostro con l’aiuto di storici, che le truppe alleate liberando la Sicilia avrebbero potuto agire in modo assai diverso, senza bombardare in modo indiscriminato».

Stone è a lavoro anche su Savages un serial tv nel quale narrerà come Los Angeles sia diventata la capitale mondiale della marijuana, rivelando anche un’ampia conoscenza dell’argomento: «Prima dominava l’hashish afghano ma oggi il massimo sul mercato è l’erba della California del Sud. Hanno fatto grandi investimenti genetici e oggi la qualità Original Gangster, la più saporita,  costa quasi come un buon bordeaux».

 

 

Fonte: Stretto Indispensabile del 14 giugno 2011

 

Lorenzo Del Boca:«Il popolo meridionale credo sia il più paziente mai esistito»

Ha fatto molto discutere il lancio di Polentoni (Piemme, pp. 196, €16.50), il nuovo libro dellʼex presidente dellʼOrdine dei Giornalisti dal 2001 al 2010, Lorenzo Del Boca. Frettolosamente bollato da parte della stampa nazionale come un libro filo leghista e anti-meridionale, Polentoni è piuttosto il perfetto completamento delle tesi esposte con chiarezza dal giornalista Pino Aprile in Terroni (Piemme). Del Boca, infatti, sottolinea diversi punti essenziali che hanno incrinato il rapporto Nord-Sud sin dallʼUnità: «Per colpa di un manipolo di affaristi, impossessatisi delle ricchezze del Banco di Napoli – afferma Del Boca – il Nord cominciò ben presto a pagare di tasca propria gli stipendi del Mezzogiorno». Ma Del Boca – che in passato ha già studiato lʼimpatto dei Savoia sullʼItalia – si spinge innanzi evidenziando sia lʼincapacità degli storici italiani a far davvero chiarezza sulle violenze legate allʼUnità dʼItalia, che la necessità di celebrare degnamente gli sconfitti, «traendo esempio dagli americani che hanno rivalutato la memoria legata alla “civil war”». Ed infine la stoccata finale diretta proprio ai messinesi e alle vie, ancora intitolate a personaggi assai noti che denigrano il Meridione, facendo nascere lo stereotipo dei Terroni come oggi lo conosciamo tutti.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: Polentoni è un libro contro il Sud?

«No, assolutamente. Eʼ complementare alla dimostrazione che il Sud sia stato depredato, massacrato e punito in seguito allʼUnità dʼItalia ma aggiunge che neanche il Nord cʼha guadagnato, anzi»

Perché?

«Basti pensare che solo sei settimane dopo che erano stati depredati i soldi dal Banco di Napoli, la Banca di Torino ha dovuto pagare gli stipendi per il Sud. Ciò significa che quei soldi sono stati rubati ma non sono andati a vantaggio del Nord e delle sue istituzioni politiche, piuttosto sono stati razziati da un manipolo di affaristi».

Da Proudhon a Giolitti, sono numerosi gli intellettuali che rimasero scettici dinanzi le conseguenze dellʼUnità dʼItalia. Come mai?

«LʼItalia aveva unʼarticolazione dal punto di vista territoriale ma anche degli usi e dei costumi, che si prestava ben poco ad unʼidea centralistica e fortemente burocratizzata. Si partiva da leggi e monete diverse e sarebbe stato più logico costruire un tessuto connettivo grazie al quale poter far parte di una nuova identità senza però perdere il proprio patrimonio di appartenenza. Abbiamo fatto lʼEuropa unita ma ciò non ha comportato che tutte le nazioni dovessero rinunciare alle proprie radici tuttavia per unire lʼItalia si è agito in modo molto diverso purtroppo».

Perché in America anche gli sconfitti della guerra civile hanno ottenuto il giusto riconoscimento mentre noi abbiamo grandi difficoltà a far chiarezza sulle vicende legate allʼUnità dʼItalia?

«Questo è uno dei crucci dei veri storici. Eʼ straordinario che dopo 150 anni molti continuino a pensare che la rivolta del Sud possa essere identificata in modo negativo equiparandola il brigantaggio ad una sorta di guerriglia disorganizzata. In realtà quelli erano veri e propri partigiani e se avessero vinto sarebbero divenuti cittadini emeriti, medaglie dʼoro al merito. A mio avviso è colpa degli storici che hanno cominciato a raccontare la storia come piaceva ai vincitori e col passare del tempo, invece di mettersi in cerca della verità, hanno continuato a scimmiottare i libri già scritti, spalleggiandosi lʼuno con lʼaltro. Il risultato è una storia monca che fa male a tutto il paese perché lo priva della propria memoria».

Le sono piovute addosso critiche per aver scritto che sarebbe stato più conveniente comprare gli stati del Sud. Ma la sua era una provocazione, no?

«Certamente! Sono partito dal parallelismo con la Germania dellʼOvest che, di fatto, ha comprato la Germania dellʼEst, per affermare che nel periodo risorgimentale sono stati sprecati, dispersi e depredati una tale quantità di tesori e ricchezze, che sarebbe stato più assai conveniente comprare gli stati uno per uno. Ovviamente è un ragionamento assurdo ma dà lʼidea di quanto accaduto».

Terroni e Polentoni sono dispregiativi dʼuso comune: come sono divenuti tanto celebri?

«Una buona responsabilità pesa su quei cittadini esuli dal regime borbonico che si sono rifugiati a Torino. Col tempo hanno maturato un atteggiamento antimeridionalista così sprezzante e razzista nei confronti dei propri concittadini che ha finito per fare scuola. Pensiamo a Giuseppe La Farina. Messinese dʼorigine e costretto a fuggire in Piemonte per le sue idee, maturò un atteggiamento duro verso il sud e quando gli chiesero di tornare a Messina per fare il sindaco, lui rispose sprezzante: “no, io in quel postaccio non ci torno più”. Anche Nino Bixio non era da meno, visto che parlava del Sud come “lʼAffrica” ed era convinto che sarebbero serviti anni per ripulire le strade della Sicilia. Ovviamente non cʼerano televisioni e fotografie e queste lettere che arrivavano al Nord finirono per creare unʼimmagine distorta che però tutti presero per buona».

Lei sa che a Messina ci sono due vie importanti e anche un liceo, intitolati a Bixio e La Farina?

«Questo è un altro particolare che mi stupisce. Il popolo meridionale credo sia il più paziente mai esistito. Perché intitolare strade e piazze alla memoria di individui che lo hanno massacrato e avvilito? Eʼ come se a Roma ci fosse una via intitolata al generale Kappler o se in Austria vi fossero piazze per celebrare i gerarchi nazisti. Il popolo non può celebrare la memoria di chi lʼha derubato, tradito e colonizzato!»

Cosa proporrebbe di fare per recuperare la giusta memoria?

«Intanto andrebbero immediatamente modificate i nomi delle vie e delle piazze che celebrano questi personaggi e se proprio non si riesce a trovare qualcuno che sia degno di essere ricordato, cosa che mi sembra impossibile, allora tanto vale proporre nomi neutri come Viale Mediterraneo. Ovviamente non cʼè bisogno di ricordare i Borboni, basterebbe celebrare i grandi scrittori come Verga o Pirandello».

Il tema federalista è sempre più centrale nellʼagenda di governo. Pino Aprile esprimeva forti perplessità a riguardo, temendo una nuova frattura Nord-Sud. Lei cosa ne pensa?

«Io credo che lʼItalia abbia unʼidentità fatta di campanilismi molto forte e non sia possibile amalgamare e omologare tutto. Credo che più che al Risorgimento dovremmo rifarci al Rinascimento, quando cʼerano comuni e signorie che ancora oggi sono vive nel nostro patrimonio. Le formule di governo sono parole, tutto sta nel modo in cui vengono attuate: il centralismo attuale è dannoso, per cui bisogna puntare ad attuare un buon federalismo che sia capace di sostenere le realtà disagiate e premiare le eccellenze».

 

Fonte: Centonove del 10 giugno 2011