Veronica Raimo: l’amore prima di Internet

veronica-raimo-500x599Che sapore aveva l’amore quando WhatsApp era una semplice interazione e il creatore di Facebook non era nemmeno ancora nato?
Veronica Raimo, scrittrice romana classe ’78, è tornata in libreria con “Tutte le feste di domani” (Rizzoli, pp.306, €18) proprio con l’intenzione di riportarci indietro nella Roma degli anni ’70/’80, quando le storie d’amore erano scandite da gettoni e cabine telefoniche piuttosto che da notifiche ed sms a raffica. Una storia che non è partita sin quando non è “arrivata” Alberta, la protagonista creata dalla Raimo, il vero traino della storia. Si tratta di una donna capace di indossare e svestire, ridicolizzandoli, tutti gli stereotipi femminili fin troppo presenti e abusati nella narrativa contemporanea. Sarà lei a scegliere prima Flavio – il marito innamorato che le permetterà di cambiare rango sociale – e poi Carsten, la perfetta via di fuga dalla stabilità. Sono passati sei anni dall’esordio con “Il dolore secondo Matteo” (minimum fax), ma valeva la pena attenderli e paradossalmente, in questi tempi di produzioni seriali funestati da scrittori fin troppo prolifici, fa notizia che una scrittrice si voglia prendere del tempo per creare, reclamando la propria libertà creativa.

L’intervista integrale sul blog Ho un libro in testa

Joe Lansdale: «È il denaro a governare il mondo, non il buon senso»

Joe-R.-LansdaleOrmai da diverso tempo i lettori italiani sono affascinati dal cosiddetto “stile Lansdale”. I romanzi nati dalla penna di Joe Lansdale, scrittore texano sino al midollo, sono ricchi di ritmo in cui gli elementi più disparati si coniugano alla perfezione: dalla passione per le arti marziali al fascino per le ambientazioni western (che troveremo nel romanzo che sta attualmente scrivendo), senza dimenticare la passione per il noir, la fantascienza, l’horror e ovviamente quella per il genere pulp che l’hanno definitivamente consacrato, dandogli caratura internazionale. Assiduo lettore, Lansdale si dedica alla scrittura ogni giorno sin dal 1981 ovvero subito dopo l’uscita del suo primo romanzo, “Atto d’Amore”. Il suo Texas – vive nella cittadina di Nacogdoches sin dalla tenera età – è parte integrante dei suoi romanzi, soprattutto delle avventure dei suoi due protagonisti preferiti, i detective Hap Collins e Leonard Pine – uno bianco e democratico, l’altro di colore, gay e repubblicano – talmente strambi da funzionare alla perfezione insieme. Per celebrare l’uscita di “Una coppia perfetta” (Einaudi, pp.200 Euro 16), una raccolta di tre lunghi ed esilaranti racconti con Hap e Leonard protagonisti, Joe Lansdale è stato felice di rispondere alle domande della Gazzetta del Sud e l’amore per il nostro paese è talmente vivo che già quest’estate vi farà ritorno, magari per ambientarci il prossimo libro…

Com’è nato questo libro-tributo dedicato ai lettori italiani?

«Un libro di Hap e Leonard nasce in modo particolare. Quando sento di avere il giusto stato d’animo mi siedo, Hap inizia a parlare e la storia decolla. Mi piacciono questi due ragazzi e sono felice quando mi fanno visita con le loro avventure. I miei lettori sanno che queste storie puntano proprio sui loro caratteri, tutto viene fuori in modo spontaneo, hanno la capacità di attirare problemi come veri e propri magneti».

Facciamo un passo indietro. Com’è nata questa stramba coppia di detective?

«Fatalità. Ho iniziato un libro intitolato “Savage Season” (Le Stagioni Selvagge, Einaudi). Volevo scrivere di qualcuno che mi somigliasse, che vedesse le cose come la maggior parte della gente nata nel Texas orientale. Ho cominciato a lavorare su alcune delle mie esperienze passate mischiando tutto con una tempesta di ghiaccio assai rara che ha colpito la cittadina texana di Nacogdoches. Ma volevo anche scrivere degli anni Sessanta, come li avevo attraversati e del tipo di persone che ha prodotto, nel bene e nel male. Appena ho iniziato a scrivere, si è presentato Hap e ha preso la parola. Così è cominciata. Poi è arrivato Leonard ma non sapevo che fosse gay finché il libro ha preso una direzione e comunque non era il punto focale perché io volevo scrivere di quelli come Hap che erano contro la guerra in Vietnam e sono andati in galera per protesta e di chi come Leonard, al contrario, è andato a combattere. Leonard era certamente un repubblicano ma oggi come potrebbe esserlo? Insomma, sono partito con queste premesse e queste influenze e tutto ciò si è mescolato in pagina».

Leonard è lontanissimo dagli stereotipi legati all’omosessualità cui ci hanno abituati le serie-tv e i film. Una scelta controtendenza.

«I gay hanno personalità e atteggiamenti variegati, proprio come tutti. Ma la gente tende a sviluppare una visione dell’omosessualità basata su stereotipi e atteggiamenti facilmente etichettabili, per semplice comodità. Però quando stavo scrivendo la prima avventura di Hap e Leonard, gli omosessuali negli States non erano affatto considerati “normali”, non erano ancora stati accettati dalla collettività».

A proposito, il problema del razzismo negli States è migliorato con la presidenza Obama?

«In un certo senso è peggiorato poiché ha portato alla ribalta la questione e molti di quelli che cercano di far cadere Obama lo fanno per pregiudizi razziali. Ovviamente non tutti i suoi detrattori sono razzisti ma è sconvolgente quanti di essi lo siano. La realtà è che io vedo del razzismo in Italia, Germania e Inghilterra e solo dove la convivenza fra diverse etnie è minore sono lievi anche le tensioni razziali. Credo che ovunque subentrino la paura e la disoccupazione alla fine si finisca, fatalmente, per ricadere sulla questione razziale. Ma nel complesso la situazione è migliorata, c’è più consapevolezza della questione».

Ancora riguardo Obama, come crede che andrà a finire la sua battaglia contro le armi? Quant’è forte la loro presenza nel suo Texas?

«È una questione complessa. In primo luogo sarebbe utile che i paesi che giudicano eccessiva la presenza delle armi negli States, non vendessero armi al nostro paese, come accade per l’Italia con le pistole Beretta (il modello 92-FS è in dotazione a tutti gli agenti di polizia americani, ndr). Abbiamo bisogno di leggi migliori però io non sono contrario in assoluto alle armi e difatti ne posseggo ma non sono armi d’assalto o semi-automatiche. Sarebbe giusto che la produzione d’armi venisse limitata ma non accadrà perché è il denaro a governare il mondo, non il buon senso».

Secondo Michael Connelly, i thriller sono best-seller perché lì, a differenza della realtà, la giustizia trionfa sempre. È d’accordo?

«Sì, nei suoi libri la giustizia trionfa sempre e forse per questo sono best-seller ma nei miei libri non è così. Hap e Leonard non sono degli eroi e ricorrono spesso alle cattive maniere per risolvere i guai. Ne escono bene semplicemente perché sono animati da buone intenzioni ma non per questo Hap non ha rimorsi circa l’uso delle armi e circa il loro modo d’agire, anche se a fin di bene».

Dica la verità Joe, quanto si diverte a scrivere di loro due?

«Alcuni dei miei migliori libri non li vedono protagonisti ma Hap e Leonard sono senza dubbio i miei personaggi preferiti».

Non crede sia il momento di portarli via dal Texas, magari proprio in Italia?

«Ci penso da un po’ ma non appena mi siedo a scrivere una loro storia, questa si sviluppa in modo naturale nell’East Texas. Però potrebbe succedere, anzi credo che accadrà, staremo a vedere. Quest’estate potrei venire in Italia proprio con quest’obiettivo».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Yoani Sànchez: «Il mio posto non è altrove ma in un’altra Cuba».

yoani-sanchez-2 (1)Proprio come Phileas Fogg, il personaggio creato dal visionario Julius Verne, anche la giornalista e blogger cubana Yoani Sànchez ha deciso di compiere il giro del mondo in ottanta giorni. Tuttavia se viaggiare testimonia da sempre curiosità e voglia di superare i confini, tanto mentali che geografici, per Yoani questa esperienza ha un sapore diverso, ben più profondo. Difatti il suo peregrinare, cominciato il 18 febbraio scorso con prima tappa a Sao Paulo do Brasil, è la testimonianza di una riconquistata libertà di fatto ovvero il venir meno della necessità di ottenere il permesso di uscita dal paese (“permiso de salida”) che le era stato vietato per ben venti volte dal regime cubano sotto la guida di Fidel Castro. Incarcerata due volte, soggetta a soprusi e violenze dalla polizia di regime, Yoani ha narrato sul suo seguitissimo blog – Generaciòn Y – e su Twitter, la vita di tutti i giorni a Cuba, più forte persino della disperazione che la coglieva dinanzi alle morti premature e apparentemente inspiegabili, di altri colleghi giornalisti, considerati liberi almeno quanto scomodi. Già nel 2008 il celebre magazine Time l’ha inserita fra le 100 persone più importanti, premiandone la giornaliera denuncia circa le violazioni dei diritti umani e le sue inchieste giornalistiche. Ma Yoani è ben lungi dall’essere un’icona da tutti osannata. Difatti in ogni tappa è stata oggetto di proteste da parte dei filocastristi e non ha fatto eccezione la sua presenza al Festival del Giornalismo di Perugia. La sua colpa, secondo gli agguerriti contestatori, sarebbe quella di essere “corrotta, al soldo dell’imperialismo americano”. Anche stavolta ha assistito con stoica pazienza, sorridendo dinanzi agli insulti che le rivolgevano e augurandosi che «una libera protesta, un giorno, si possa compiere anche a Cuba». Proprio in occasione delle tappe italiane del suo viaggio, ha rilasciato questa intervista con l’ausilio del suo traduttore ufficiale, Gordiano Lupi, autore del libro “Yoani Sànchez – In attesa della primavera” (Anordest edizioni), in cui trovano spazio una ricca biografia della blogger cubana e l’intervista integrale che realizzò con Barack Obama, già aperto ammiratore del suo lavoro.

Cosa rappresenta per lei questa primavera che evoca il titolo?

«“In attesa della primavera” è un libro curato da Gordiano Lupi che si sforza di raccontare gli ultimi sei anni di vita a Cuba. Non solo, attraverso la ricostruzione della mia esistenza, narra trentasette anni di realtà cubana, la disillusione rivoluzionaria, l’utopia imposta, le prime contestazioni, il desiderio di fuga, il doppio sistema monetario, la totale mancanza di libertà e gli atti di ripudio. La primavera cubana dovrebbe partire da una presa di coscienza delle nuove generazioni che la soluzione ai problemi di Cuba non è la fuga, ma restare e lottare per cambiare il sistema dall’interno ».

Ha dichiarato che “senza un’educazione digitale le nuove generazioni non saranno davvero libere” e intanto i regimi asiatici dimostrano di essere sempre più attenti al web e ai social network. La lotta per l’informazione libera sarà sempre più ardua?

«A Cuba, il fatto che internet possa essere libero è un’utopia. Noi siamo l’isola dei non connessi. Nessuno, a meno che non faccia parte dell’apparato governativo, possiede una connessione internet domestica. La rete è molto importante per la circolazione delle idee, soprattutto in un paese come Cuba dove ogni media giornalistico è nelle mani del governo.  Lottare perché internet sia libero equivale a lottare per la libertà».

I suoi tweet hanno squarciato un velo di ignoranza sul regime cubano ma la sua caparbia le è costata anche il carcere. Ha mai pensato di non farcela, di dover mollare?

«Ogni giorno mi alzo e cerco di vincere la paura, il timore di non farcela. Ogni giorno mi dico che devo continuare a lottare. Per mio figlio, per chi verrà dopo, perché quando sarò vecchia e porterò i miei nipoti a passeggio in un parco voglio avere risposte esaurienti da dare, invece di dire che non ho fatto niente per cambiare le cose. E poi non mi resta che agire per sentirmi protetta, la notorietà raggiunta è il mio ombrello protettivo nei confronti dei repressori».

Da sempre lei è contraria all’embargo americano contro Cuba. Ci spiega perché?

«Prima di tutto non ha raggiunto lo scopo ovvero far cadere il regime, piuttosto è servito solo a creare problemi di sussistenza per la popolazione. I gerarchi cubani, infatti, non risentono minimamente dell’embargo, mentre il povero abitante di Centro Havana soffre sulla sua pelle la penuria dei generi di prima necessità. Inoltre, l’embargo è da tempo la giustificazione migliore per il governo cubano per giustificare la mancanza di libertà e il disastro economico. Voglio che tutto questo finisca!»

Sorprende il fatto che i deputati della Izquierda Unida (coalizione politica spagnola di sinistra radicale e antieuropeista) abbiano rifiutato di incontrarla a Madrid. Ancora oggi il regime cubano è considerato un’entità utopica?

«Non c’è niente di sorprendente. Il governo cubano dispone di fiancheggiatori e sostenitori in tutto il mondo. Ha saputo costruire una rete importante per diffondere consenso e menzogne. L’utopia del sistema comunista egualitario viene propagandata con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Qualcuno crede al mito in buona fede, altri meno… Inesistente, in realtà è l’idea di un capitalismo di Stato! »

Ha dichiarato che tornerà a casa per fondare un giornale libero ma se le chiedessero di impegnarsi politicamente in prima linea per una nuova Cuba?

«Il mio posto non è altrove ma in un’altra Cuba. Per questo tornerò. Fare politica non è il mio mestiere. Ci sono persone molto più adatte di me come Rosa Maria Payá ed Eliecer Avila. Il mio ruolo sarà sempre quello della giornalista. Il mio sogno è quello di fondare un giornale libero per controbattere le menzogne preconfezionate dalla propaganda».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Vinicio Capossela: «Parlare della Grecia significa parlare dell’umanità intera»

Vinicio-CaposselaL’innamoramento con la Grecia è frutto degli anni. Come in una danza rituale, in un corteggiamento dall’esito già scritto, il cantautore d’origini irpine Vinicio Capossela si è fatalmente avvicinato al mondo ellenico. Prima abbracciando le sue sonorità con l’album “Rebetiko Gymnastas” del 2012 e adesso, in seconda battuta ha affrontato la gente, la disillusione e la voglia di lanciare lo yogurt delle loro capre in faccia ai politici che ormai disprezzano. In occasione del 3° Festival del Giornalismo di Inchiesta appena conclusosi a Marsala, Capossela ha mandato in visibilio il pubblico presente alla tappa speciale del suo tour “Mar Sala” ma con un fuori programma straordinario ha anche presentato “Tefteri – Il libro dei conti in sospeso”, il suo nuovo libro in uscita il 16 maggio per Il Saggiatore. Bastano le primissime pagine, in cui affronta l’etimologia della parola crisi (derivante da krìno: separare, dividere), per avere la certezza che non si tratta del classico libro che il personaggio mediatico scrive per battere cassa; Tefteri è un vero e proprio romanzo civile, capace di guardare in faccia la crisi dei valori odierna da un punto di vista umano. Le pagine di Capossela tratteggiano il suo peregrinare fra taverne e vicoli, a contatto con diversi personaggi di cui diventa biografo occulto ma consapevole, rivelando un destino comune che parte dal mondo ellenico ma si rivolge a noi tutti. Perché siamo tutti figli della Grecia anche se talvolta preferiamo dimenticarlo. Sono tante le domande che Capossela ascolta, mentre, pensieroso si passa la mano destra sulla barba scura, folta e ricciuta. E poi comincia a parlare con quel tono di voce tutto suo, melodioso e roco insieme.

«Il Tefteri non è un semplice taccuino. Piuttosto è il libro dei conti in sospeso e quando non hai più soldi in tasca il barista comincia a segnare…».

Il suo legame con la musica dell’Est è forte più che mai oggi…

«Sono sonorità che mi hanno sempre affascinato ma il Rebetiko lo conobbi a Salonicco nel ’98, in una taverna dove suonavano questo blues greco. E’ una musica che si suona per farsi coraggio, musica della pena, musica dell’assenza. Il Rebetiko lo si ascolta insieme ma il mangas (colui che doveva elaborare un lutto o un dolore, ndr) lo ballava da solo, infilando solo una manica della giacca. Così se qualcuno lo disturbava, se si intrometteva nella sua elaborazione del dolore, faceva prima a tirar fuori il coltello. Il Rebetiko è profondamente legato al dolore, del resto è nato dopo il massacro di Smirne nel ’22 durante la guerra greco-turca, quando improvvisamente i greci divennero stranieri in patria e furono preda di quella bile nera, la dalkàs, che rende nera anche la tua anima».

Ma a cosa servono queste canzoni?

«A non essere soli. Anzi (riprende dopo una pausa, come se avesse riletto mentalmente le sue parole carezzandosi la barba) ad esserlo ma con il conforto dell’abbraccio di chi ti è simile».

Italiani e Greci: una faccia, una razza?

«Sì, ma io aggiungo anche “una disgrazia”. Parlare della Grecia è come parlare dell’umanità stessa, di noi tutti. La Grecia è da sempre l’inizio di tutto e la situazione in quel paese può facilmente contagiare l’Europa. Proprio come un virus. Tutti noi restiamo a guardare per capire cosa succederà».

IMG_6523 (2)In questo suo viaggio lei parla di tante cose e descrive l’impatto della crisi nel modo di vivere d’un popolo, ora cedendo spazio alla rassegnazione ora alla rabbia. Ha capito come ne usciremo dalla crisi?

«Chi siamo quando perdiamo tutto? Questa, credo, sia la vera domanda. Il sistema economico ha cambiato, stravolto, il nostro modo di vivere. Sì mi piacerebbe che questa crisi segnasse anche un nuovo modo di vivere ma in realtà credo che finirà per peggiorare le cose. Del resto il sistema capitalistico, pur essendo imperfetto, ha dimostrato d’avere anticorpi necessari per rinnovarsi e superare gli ostacoli. Crisi significa dover scegliere. Scegliere quali bisogni, quali necessità soddisfare e quali sacrificare. La già ampia forbice fra chi ha tanto e chi ha nulla, aumenterà ancora e in Grecia ma anche altrove, ci saranno sempre più guerre fra poveri e contro i più deboli. E intanto i movimenti estremisti e neofascisti, come Alba Dorata in Grecia, guadagnano consensi…».

La crisi economica è dunque crisi di valori a tutto tondo?

«I nostri nonni hanno avuto certamente una vita più dura ma avevano anche dei valori che fungevano da bussola, da radicamento. Erano il linguaggio, il gergo persino il modo di portare il cappello. Oggi tutto è delegato alla tv ma se non si hanno nemmeno i soldi per pagare la bolletta elettrica, cosa succederà?»

Crede nell’Unione Europea?

«Quando nacque mi sembrava una splendida idea ma adesso mi domando come una moneta possa unire sensibilità tanto diverse come quella greca e quella tedesca… Del resto persino l’Unità d’Italia è stata realizzata a discapito di molti, per cui forse avremmo fatto bene ad imparare questa lezione prima di accostarci all’Europa».

 E se alla fine l’Europa facesse a meno della Grecia?

«Europa è una parola greca. Sarebbe un bel controsenso».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Michael Connelly: «Leggere è come mettere benzina nel serbatoio della creatività»

 

Michael Connelly
Michael Connelly

Con oltre 45 milioni di copie vendute nel mondo Michael Connelly è considerato uno fra gli autori thriller più importanti al mondo. Per anni i fan hanno invocato un libro che portasse in pagina i suoi eroi principali, Hieronymus “Harry” Bosch e Mickey Haller – rispettivamente un detective privato e un avvocato penalista – e finalmente Connelly li ha soddisfatti con La Svolta (Piemme, pp.372 Euro 19,90), un thriller molto intenso che non viene meno alla consueta attenzione verso l’evoluzione psicologica dei personaggi. Ha un passato felice nel giornalismo potendo vantare anche la candidatura al Pulitzer per un reportage sui sopravvissuti di un disastro aereo e nonostante il successo raggiunto – i suoi libri sono tradotti in 35 lingue – trova l’ispirazione per la strada e continuando a leggere tutto ciò che trova, giorno dopo giorno. Proprio come profetizzava CervantesMr. Connelly perché ha scelto di portare in pagina contemporaneamente Bosch e Haller?

Considero i miei libri come una sorta di storia continua che si dipana per cui è naturale che i personaggi principali possano attraversarsi la strada reciprocamente. Dando vita al ciclo di Haller ho sancito che lui e Haller fossero fratellastri e in questo libro volevo concedermi la possibilità di tornare indietro ed esplorare le pieghe del loro rapporto».

Bosch e Haller hanno personalità “ingombranti”. È stato difficoltoso trovare il giusto equilibrio a livello narrativo?

«Ammetto che è stato complicato perché volevo che fossero proprio loro due a costruire la storia, bilanciandola alla perfezione. Credo che abbiano due “voci” molto caratteristiche e diverse per cui non avevo paura che il lettore potesse confondersi, piuttosto volevo essere certo che fossero entrambi capaci di portare avanti la storia in modo autonomo».

Parliamo di Hieronymus “Harry” Bosch, il personaggio a lei più vicino. Com’è nato?

«Harry è il risultato di molti differenti detective che ho conosciuto facendo il giornalista e insieme il frutto di tante influenze letterarie e cinematografiche. Proprio per l’aver mescolato tante cose insieme, sia reali che fittizie, spero che il mio Harry Bosch sia un personaggio davvero unico.

È vero che comincia ogni giornata ascoltando “Lullaby” di Frank Morgan in suo onore?

«Sì mi piace molto ascoltare “Lullaby” di Frank Morgan, la considero l’inno di Harry. È una canzone malinconica ma anche piena di speranza. Proprio come Harry».

Ha dichiarato che “la giustizia trionfa solo nel mondo del thriller perché nel mondo reale i casi irrisolti sono davvero numerosi”. Scrive anche per fare giustizia, per mettere le cose a posto?

«Anche per questo motivo. Del resto ho usato più volte reali casi irrisolti come punto di partenza ma almeno nella fiction, venivano risolti».

Le manca qualcosa della sua esperienza giornalistica al Los Angeles Times?

«Non mi manca il lavoro da reporter piuttosto ho nostalgia della vita di redazione e del cameratismo fra colleghi. Mi manca la prospettiva giornalistica, il fatto che al termine della giornata sapevi davvero cosa stava accadendo nella tua città».

Quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

«A 19 anni lessi i libri di Raymond Chandler e ciò mi mise su quel sentiero. Da allora ho voluto diventare uno scrittore».

Dopo tanti successi letterari qual è il suo rapporto con l’ispirazione? La sua voglia di scrivere è cambiata nel tempo?

«Devo andare in giro per trovarla, l’ispirazione. Trascorro molto tempo con avvocati e poliziotti e ascolto molte storie diverse, aspettando di sentire quella che mi colpirà e farà scattare la scintilla. Nei miei primi anni ero più affamato e desideroso di dimostrare qualcosa.  Adesso sono più interessato al lavoro vero e proprio e ai miei personaggi e non mi interessa più cosa si dice lì fuori, nel mondo».

Ha detto che un giovane scrittore deve leggere ogni giorno per tenere viva la fiamma.

«Credo che leggere serva a mettere benzina nel serbatoio. Se sei in procinto di scrivere una crime fiction allora devi certamente leggerne una ma non bisogna limitarsi a questo. Bisogna leggere anche saggistica, arte e opere in lingua originale. Insomma, leggete ogni singola cosa che vi capiti a tiro. Per quanto mi riguarda ultimamente sto leggendo da Charles Bukowski a Dennis Lehane sino a Donato Carrisi ».

 

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 27 aprile 2013