Intervista esclusiva a Vittorio Sgarbi: «Il vero tesoro artistico è italiano, quello di Hitler è una bufala».

«L’Italia è un paese ricco, con un tesoro di inestimabile valore disperso ogni due kilometri quadrati di cui gli italiani sanno poco, o nulla. E dunque finiscono per sciuparlo». O peggio, svenderlo. Il nuovo libro di Vittorio Sgarbi, critico e storico dell’arte di chiara fama, è un vero e proprio viaggio nel tesoro artistico del nostro paese, condotto con minuziosa cura, spaziando per tutta la penisola, da nomi eccelsi a talenti ingiustamente sconosciuti. L’amore dell’arte passa per la conoscenza e contro il disamore dovuto all’ignoranza, al pressapochismo degli studi, negli anni passati Sgarbi ha risposto portando l’arte in televisione – dunque rendendola di fatto nazionalpopolare – e, in seguito, con numerose pubblicazioni. La più recente (in libreria da domani, 13 novembre) è “Il Tesoro d’Italia. La lunga avventura dell’arte” (Bompiani, pp. 300 €22 con prefazione di Michele Ainis). Con Vittorio Sgarbi abbiamo parlato in esclusiva di un progetto editoriale destinato a diventare una trilogia, senza dimenticare i temi legati all’attualità e l’imminente partenza del reality Masterpiece (17 novembre su RaiTre), fortemente voluto dal direttore editoriale di Bompiani, Elisabetta Sgarbi.

Professor Sgarbi, a suo avviso, gli italiani, sono consapevoli del tesoro artistico del proprio paese?

«Affatto. Tant’è vero che si parla del tesoro di Hitler ma è una bufala perché quelle erano opere che detestava. In realtà, Hitler aveva in mente un solo tesoro ed era quello d’Italia e tramite il benestare di Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai, l’allora ministro della cultura, ottenne di poter trasferire in Germania un cospicuo numero di quadri dei musei italiani fra il ‘400 e il ‘500. I tedeschi sapevano bene che il tesoro artistico era il nostro e non quello ritrovato in questi giorni, quadri minori che Hitler avrebbe voluto buttare via».

Ieri, il ministro dei beni culturali, Massimo Bray, ha inaugurato il progetto della “Strada degli Scrittori”, 30 km che uniranno Racalmuto a Porto Empedocle. Le piace questa idea?

«Sì, perché la letteratura italiana fra la fine dell’800 e il ‘900, nonostante l’antagonismo leghista, è prevalentemente siciliana. Da Verga a Sciascia, i grandi scrittori italiani vengono da qui e questo progetto si lega perfettamente nella scia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il problema semmai è che questo progetto include la stessa Racalmuto che, in modo arbitrario e fascista, ha visto lo scioglimento del proprio comune su presunzioni infondate. Esiste, evidentemente, uno stato dal doppio volto: da una parte c’è la figura competente di Massimo Bray che sente la priorità dei beni artistici e letterari come fondamentale da un punto di vista pedagogico, come liberazione da ogni mafia; ma purtroppo c’è anche una visione fortemente retorica che svilisce il ruolo stesso delle istituzioni».

A proposito di lingua, lei sottolinea come il Cristo Pantocratore del duomo di Cefalù e i primi poeti siciliani di lingua italiana siano sostanzialmente contemporanei…

«Nel libro i riferimenti letterari sono associati esclusivamente per contestualizzare al meglio le immagini. Il Cristo Pantocratore è bizantino,  risale al 1145 e ha una potenza inedita che sembra parlare una lingua nuova; allo stesso modo e nei medesimi anni, Ciullo d’Alcamo e Giacomo da Lentini, in Sicilia prima che altrove, scrivono in lingua italiana. Ciò è emblematico d’un cambiamento in atto».

Il Tesoro d’Italia è un lungo cammino nel mondo dell’arte italiana, un progetto ambizioso davvero ambizioso…

«Studiando e commentando opere d’arte non ho mai pensato che fosse possibile intendere la storia dell’arte come necessità di un progresso espressivo, si tratta di una teoria positivista ormai superata. “Il Tesoro d’Italia”, invece, è il primo di tre volumi che si spingeranno sino al ‘600, narrando in modo organico e rispettoso, la storia dell’arte del nostro paese. Tuttavia è ancora in ballo l’ipotesi che l’opera possa essere composta da cinque volumi e in quel caso si può immaginare che vi sarà una maggiore connotazione saggistica, interpretativa e letteraria».

Che ne pensa del fatto che l’insegnamento della storia dell’arte sarà praticamente abolito nelle scuole italiane?

«Ad essere onesti elimineranno la storia dell’arte da molti corsi di studi per essere potenziata solo nei licei classici, come accade per il greco e il latino. In questo modo si finisce per considerarla un insegnamento di settore, forse a ragione, ma l’arte italiana è viva e fortemente legata all’economia, come evidenzio nel libro».

Ma, senza insegnarla a scuola, non sarà ancor più arduo far innamorare gli italiani dei propri tesori?

«Non c’è dubbio però, temo, che insegnarla a non basterebbe. Occorrerebbe magari che venisse spiegata in tv, premiando la potenza delle immagini contro tante schifezze presenti nei palinsesti. Questa potrebbe davvero essere una didattica di più ampia gittata. Del resto, sebbene sia molto amata, nemmeno la musica viene insegnata in Italia e d’altra parte si studia letteratura ma nessuno legge più Parini e Alfieri… Chi fa la battaglia per insegnare l’arte nelle scuole forse dovrebbe essere più coerente e battersi anche perché si insegni la musica e la storia dei suoi illustri protagonisti nostrani, da Verdi a Puccini».

A proposito di tv, partirà a giorni Masterpiece, il reality sui libri in onda su RaiTre. Che ne pensa di questo progetto voluto da Elisabetta Sgarbi?

«Mi piace molto. È un altro tassello dell’incrocio dei nostri destini. Quando ho cominciato la mia attività, mia sorella era una ragazza disciplinata e avrebbe voluto fare la farmacista ma adesso, forse per stimolo diretto della mia esperienza, farà la televisione, anche se un tempo la considerava lontana da se. Se io reso popolare l’arte in televisione, mi sembra bello e utile, che lei adesso faccia lo stesso con la letteratura».

C’è anche un chiaro auspicio politico che emerge dal suo libro.

«Mostrando il patrimonio artistico italiano si giunge a suggerire l’idea di giungere ad una riforma dello stato in cui il ministero dei beni culturali e dell’economia possano coincidere, creando un ministero del tesoro dei beni culturali. Così il patrimonio spirituale e artistico sarà davvero considerato anche materiale, qualcosa di cui l’economia deve tener conto come una ricchezza, non come un peso».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 12 novembre 2013

Pierre Lemaitre, premio Goncourt 2013: «il dramma della disoccupazione ci sottrae la nostra dignità»

Il futuro del mondo lavorativo sarà sempre più cinico e il management aziendale, trovandosi dinnanzi ad una forza lavoro proporzionalmente sempre più numerosa e disperata, potrebbe arrivare, un giorno non lontano, ad arrogarsi persino il diritto di vita o di morte, in cambio del miraggio di un impiego remunerato. Questa considerazione amarissima è uno dei concetti chiave del nuovo libro di Pierre Lemaitre, “Lavoro a mano armata”, edito da Fazi editore (pp. 449 euro 16,50 trad. it. Giacomo Cuva) e vincitore in patria del Prix Le Point du polar européen come miglior romanzo noir. Il romanziere transalpino, già apprezzato autore di “Alex” e “L’abito da sposo”, è un grande appassionato di Hitchcock e anche in questo libro riesce a portare in pagina una prosa spiazzante per durezza e una tensione assai reale (speriamo di ritrovarla anche nel film che ne verrà tratto, con Sandrine Bonnaire nel cast). Protagonista del romanzo è Alain Delaimbre, un manager cinquantasettenne, un quadro disoccupato. Disposto a tutto pur di non perdere del tutto la dignità, Alain si arrangia con lavoretti degradanti per guadagnare poche centinaia di euro, dando fondo ai risparmi per mantenere almeno le apparenze. Nonostante l’appoggio della moglie Nicole, la voce narrante di Alain, ci racconta una vera e propria odissea emotiva. Aver perso il proprio lavoro non lo priva soltanto della sicurezza ma del ruolo di capofamiglia, persino della propria virilità agli occhi della società, delle figlie stesse. E poi all’improvviso “si libera” una posizione di alto profilo che sembra ritagliata sulle sue qualifiche professionali e nonostante sia di gran lunga il più anziano dei candidati, viene ammesso alla selezione; ma tutto ciò nasconde un gioco di ruolo assai crudele ovvero la creazione di un finto commando per la messa in scena di finto rapimento, al fine di testare la fedeltà dei dirigenti dell’azienda. Ma quando il tranello esce allo scoperto Alain si troverà solo, senza alcun freno inibitore a far da rete di protezione…

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Francesco Fioretti a Messina: «Stanno cercando di svendere il patrimonio culturale italiano»

Il cartellone di presentazioni letterarie organizzato dalla libreria “Circolo Pickwick” di Messina ha preso il via sabato 24 settembrecon ottimi risultati.

Francesco Fioretti, autore del best-seller “Il libro segreto di Dante”, edito da Newton Compton ha dialogato con il giornalista Francesco Musolino – curatore del cartellone – e ha incontrato un vivace e numerosissimo pubblico di lettori.

Un incontro durato oltre un’ora e mezzo, durante la quale Fioretti ha narrato l’inizio della sua carriera da romanziere, i tre anni di studio e approfondimenti «necessari per ricostruire nei minimi dettagli le ambientazioni» e ha poi svelato: «la Divina Commedia contiene tutto, è un atlante dell’anima, anche per questo moltissimi intellettuali la considerano l’Opera per eccellenza. Il Faust di Goethe deve così tanto alla Divina Commedia che paradossalmente si potrebbe quasi pensare che Dante l’abbia scritta per ispirare Goethe…e del resto anche Borges gli ha tributato grandi onori, senza dubbio meritati».

Fioretti è stato maestro nell’affascinare il pubblico persino parlando di filologia e dei suoi studi universitari fiorentini assai impegnativi ma successivamente ha anche evidenziato le numerosissime analogie fra il periodo che ha portato sulla pagina – la fine del Duecento e l’inizio del Trecento – e l’attuale crisi economica: «L’Italia purtroppo è abituata alle crisi e alle riprese economiche, la nostra storia, sin dal tempo dei Comuni è piena di questi saliscendi. Nel Trecento il crack dei grandi banchieri fiorentini fu originato dall’insolvenza degli inglesi cui avevano concesso prestiti di entità mostruose. Così fallirono le grandi dinastie di banchieri toscane come i Peruzzi. Avremmo molto da imparare dal nostro passato e forse, scrivo anche per sottolineare l’importanza dei tempi che furono, troppo facilmente dimenticati».   

«Dante – ha affermato Fioretti – non verrà mai ridotto ad una icona pop come è accaduto per Shakespeare, perché è un personaggio scomodo e fondamentalmente è molto più vicino all’etica protestante perché crede che ciascuno debba salvarsi da solo, senza alcun lieto fine cristiano. Ma Dante è un personaggio che affascina e grazie a Benigni ha riguadagnato grande auge ed è sempre di grandissima attualità. Dovremmo  – ha proseguito Fioretti – solo imparare a leggere la Divina Commedia in modo diverso, come fosse un grande romanzo moderno, il più grande di tutti».

Infine, incalzato dal pubblico, Fioretti ha dichiarato: «Non è vero che con la cultura non si mangia ed è una vera e propria follia che si stia cercando di svendere la cultura italiana».

Una chiacchierata con… Francesco Musolino (di Massimo Maugeri) – Settembre 2011

10636027_10204170285433916_8749674041356626951_nTra i nomi dei giovani giornalisti culturali siciliani, spicca quello del trentenne Francesco Musolino (nella foto), il quale può vantare al suo attivo svariate e fruttuose collaborazioni con giornali e magazine, tra cui StilosLeggere:Tutti, Satisfiction e il Corriere Nazionale. Inoltre collabora con Vogue.it. Per il quotidiano di Messina, Tempostretto.it e il settimanale siciliano Centonove cura le pagine di cultura e spettacolo e cura le rubriche dedicate ai libri.

Francesco Musolino, vive a Messina dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con tesi sul pensiero di Ernst Jünger circa il progressivo dominio della tecnica sull’uomo dalla grecità ad oggi.

Il suo sito web èfrancescomusolino.com

Francesco, quando hai cominciato a interessarti di libri e letteratura?

«Il primo vero ricordo legato ai libri risale alla primavera del ’92 quando mia madre mi regalò “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni, acquistato in una libreria romana. Nonostante i miei familiari fossero lettori voraci, sino a quel momento non avevo un buon rapporto con i libri ma quel romanzo, così fantasioso e originale, fece scattare la scintilla e da quel momento in poi i libri non solo fanno parte della mia vita, ma la rendono più ricca e profonda. Ben presto cominciai ad appuntare ai margini delle pagine, curiosità e domande rivolte allo scrittore che leggevo, fin quando passai una notte intera a chiedermi quale sarebbe stata la mia strada. Il mattino dopo mi misi in cerca di una testata online che reclutasse giovani collaboratori e solo qualche giorno dopo cominciai a scrivere per il giornale romano Gufetto.it. Era il 2006 e fu così che tutto cominciò».

Quali sono le maggiori difficoltà con cui, oggi, deve confrontarsi un giovane giornalista culturale siciliano per svolgere il suo lavoro?

«Partiamo in ordine alfabetico? Scherzo ma purtroppo gli ostacoli sono numerosi. In primo luogo bisogna fare i conti con gli stessi colleghi che troppo spesso giudicano con superficialità chi si occupa di quella che un tempo veniva chiamata “Terza Pagina” ovvero la pagina cultura per eccellenza. Nutro sincera stima per gli analisti economici o per gli editorialisti di politica ma sono convinto che saper porre le giuste domande ad un attore o cogliere l’essenza di un romanzo non sia affatto banale, anzi. Soprattutto bisogna fare i conti con buona parte degli editori che troppo spesso, pur avendone i mezzi, credono si possa non pagare – o sottopagare – chi si occupa di libri, cinema e spettacolo».

Hai mai pensato di emigrare per cercare “fortuna” lontano dalla Sicilia?

«Certamente. Da una parte è necessario sapere che bisogna sapersi spostare con facilità verso Roma, Milano e Torino, i maggiori centri culturali italiani, per respirarne le atmosfere e conoscerne gli attori principali. Ma vista una certa ritrosia del territorio, spesso penso quanto potrebbe essere diversa la mia vita e la mia professione se vivessi lì, a stretto contatto con l’ambiente di cui scrivo. Tuttavia mi piace pensare che sia possibile parlare e scrivere di cultura a Messina – e in generale nel Sud – facendo una vita serena e non precaria. Per questo continuo a seminare e ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro, fra libri, mail, recensioni ed interviste. E se un giorno dovessi stancarmi…la valigia è sempre pronta».

Che consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo che sogna di fare il giornalista culturale?

«Credo che l’importante sia impegnarsi giorno per giorno, lavorare sul proprio stile ispirandosi alle firme famose senza mai copiarle. Bisogna leggere moltissimo e non aver paura di muovere critiche anche a chi viene ritenuto, a torto o a ragione, intoccabile. E infine consiglierei di essere modesti ma al tempo stesso ambiziosi. In fin dei conti chi vorrà davvero fare il giornalista si renderà conto ben presto delle difficoltà del mestiere ma non potrà fare altrimenti che seguire la sua vocazione. Nella vita poche cose sono davvero importanti quanto un sogno che si realizza, soprattutto se si lotta per averlo».

Qual è stata la tua più grande soddisfazione nell’ambito dell’attività giornalistica che hai svolto finora?

«Ogni volta che mi viene inviato un libro, ogni volta che vengo contattato per propormi un’intervista o una recensione, ogni volta che vengo invitato ad un festival…mi sento sinceramente onorato. Sono attestati di stima che che raccolgo con grande piacere. Ho una vera passione per le interviste e mi ispiro tanto a quelle di Sabelli Fioretti che a quelle storiche della Paris Review. Grazie al mio mestiere ho avuto il piacere di realizzarne parecchie e fra queste spiccano certamente quelle ad Emir Kusturica, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Oliver Stone, Dan Fante, David Foenkinos e Nanni Moretti. Ma ad essere sinceri credo che potenzialmente qualunque intervista possa serbare grandi sorprese».

Progetti per il futuro?

«Per fortuna sono tanti. In primo luogo ho ripreso il lavoro per le diverse testate con le quali collaboro e spero di seguire diversi festival letterari e cinematografici quest’anno. Inoltre per la “libreria Circolo Pickwick” di Messina, sto curando un palinsesto di presentazioni letterarie che partirà a fine settembre e si concluderà a dicembre per poi riprendere a gennaio. Parleremo di Mediterraneo e di libri legati al nostro mare e avremo il piacere di ospitare sia nomi celebri dell’editoria italiana che giovani talenti emergenti. Ma non saranno le classiche presentazioni letterarie poiché punteremo sul connubio che la letteratura sa tessere con la musica, le arti visive e persino il gusto.

Chissà forse il 2011 sarà l’anno giusto per rimettersi a scrivere. Ho composto due silloge di poesia ma non ho davvero cercato un editore perché il mercato italiano è troppo timoroso nei confronti della poesia e trovo che l’editoria a pagamento sia un detestabile ossimoro. Accanto alla mia passione per la poesia, ho in mente tre racconti e due romanzi che non aspettano altro che d’essere scritti. Vedremo».

Fonte: Letteratitudine del 4 settembre 2011 (e Terza Pagina)